IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Pace e guerra, una storia tormentata di Domenico Losurdo

In questa intervista il filosofo ripercorre la storia filosofica e politica dell’idea di pace (e dei pericoli di guerra) dalla fine del XVII secolo fino ai giorni nostri.

D. Molto spesso Hegel, in quanto teorico del conflitto, viene accusato di promuovere una giustificazione della guerra. Nel tuo libro poni invece il suo pensiero come un contributo filosofico alla realizzazione della pace, ben maggiore di quello di Fichte e persino di quello dello stesso Kant (che, possiamo dire, costituisce una sorta di precursore del diritto internazionale). Se solitamente il passaggio Kant-Fichte-Hegel, viene presentato come un allontanamento dall’idea di pace, nel tuo libro questo passaggio coincide con uno sviluppo di questo concetto. Puoi chiarire questo punto?

R. Al di là di Hegel, occorre non perdere di vista le altre figure centrali della filosofia classica tedesca. Sull’onda della lotta da lui promossa contro l’occupazione semicoloniale da Napoleone imposta alla Germania e all’Europa, Fichte sviluppa una teoria della rivoluzione nazionale che è al tempo stesso rivoluzione sociale. Attraverso la mediazione di Lenin, grande ammiratore della sollevazione antinapoleonica, tale teoria svolge un ruolo centrale nelle rivoluzioni anticoloniali del Novecento. Se si volesse attualizzare la lezione dell’ultimo Fichte, occorrerebbe promuovere un movimento di protesta e di ripulsa contro le basi militari che gli USA e la NATO hanno installato in Europa che minacciano di coinvolgere rovinosamente l’Europa in una guerra decisa sovranamente da Washington. È lo stesso Brzezinski, già membro dell’amministrazione Carter e tuttora influente stratega statunitense a parlare dei presunti alleati degli USA come di «vassalli». Questi – possiamo aggiungere – sono costretti a erogare risorse finanziarie e carne da cannone per le guerre dell’Impero americano, così com’erano costretti a fare gli Stati tedeschi per le guerre dell’Impero napoleonico.

D. Per quanto riguarda Kant, la «pace perpetua» da lui invocata non solo ha una dimensione universalistica ma comporta la condanna della schiavitù nera, abolita dalle correnti più radicali della rivoluzione francese ma fiorente nel liberale Impero britannico (e nella stessa repubblica nordamericana nata da una costola di tale Impero). Vale la pena di aggiungere che la «pace perpetua» auspicata da Kant presuppone un rapporto di eguaglianza tra i diversi Stati e non ha nulla che fare con il dominio planetario imposto da uno Stato o da un gruppo di Stati, non ha nulla a che fare con la «monarchia universale», agli occhi del filosofo tedesco sinonimo di «dispotismo senz’anima». William Pitt, primo ministro della Gran Bretagna liberale che, in nome della libertà, pretende di rovesciare il governo rivoluzionario francese è bollato da Kant quale «nemico del genere umano». Siamo in presenza di una sorta di denuncia ante litteram della politica di regime change, ai giorni nostri messa in atto da Washington (spesso con la complicità subalterna di Bruxelles). È vero, Kant è stato più volte invocato dall’Occidente nel corso delle sue «operazioni di polizia internazionale»; ma agli apologeti della «monarchia universale» e del regime change noi possiamo ben rispondere: «giù le mani da Kant!». A coloro che, in nome di presunti valori universali, pretendono di dettar legge nel mondo intero, il grande filosofo della pace ha obiettato in anticipo: «la natura sapientemente separa i popoli»; a ciò provvede la «diversità delle lingue e delle religioni»; il tentativo di unificare il mondo sotto il segno del dispotismo internazionale si scontra pertanto con la resistenza dei popoli e finisce col produrre un’«anarchia» sanguinosa.

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