L’amore per il popolo è, per Antonio Cantaro, una passione senza la quale ogni discorso sulle magnifiche e progressive sorti della democrazia suona ai governati falso, irricevibile. Un pericolo mortale per le nostre società, un pericolo in qualche modo analogo a quello che nei primi decenni del ventesimo secolo aprì le porte ai discorsi d’odio di nazismo e fascismo.
Un libro fuori dagli schemi
Un libro «fuori dagli schemi accademici e, insieme, profondamente radicato in una lunga traiettoria di pensiero critico. Una “biografia dei nostri tempi” che affonda nella crisi delle democrazie contemporanee, nell’erosione del concetto di popolo, nell’indebolimento delle funzioni intellettuali. Un collage di appunti, discorsi e scritti d’occasione nei quali l’autore rivendica una passione per il popolo inteso come simbolo esibito in pubblico del nostro essere ontologicamente relazionali. Cantaro mette in discussione le categorie dominanti di sovranismo, populismo, neoliberalismo, denunciando il tradimento da esse veicolato della sovranità popolare in favore di autoreferenziali élite e di algoritmi senza volto. E lo fa con Dante, Pasolini, Gramsci, Leopardi, Sciascia, Tocqueville, e in aperta polemica con la “scienza italianistica” degli intellettuali “insani”. Una critica radicalmente severa della sinistra postmoderna e dei suoi derivati ideologici (come la woke culture) quando precipita in una sorta di moralismo identitario che la condanna al velleitarismo e all’irrilevanza politica. Un libro che non fa sconti né all’identitarismo ideologico delle destre né al primatismo etico dei “progressisti. Da leggere dalla prima all’ultima pagina, compreso il Post scriptum sul popolo israeliano e sul popolo palestinese (“Odiato Popolo”).
L’autore. Un “eretico”?
Un’opera da “amare” o da “stroncare”, come testimoniano le numerose e autorevoli recensioni (non solo italiane: Gonzalo Maestro Buelga, fuoricollana.it) che il libro ha avuto ad appena due mesi dalla sua uscita in libreria. Se non fosse che l’autore ama parlare sottovoce e lentamente, quasi a volere costruire un’intimità che sdrammatizzi la “grandezza” dei temi trattati, si direbbe un grido, un’invocazione magica, ieratica, una professione di fede proclamata ad altissima voce, come se si potessero così radunare fedeli dispersi e smarriti. Una fede custodita e preservata, nonostante il ripudio del mondo, nel “popolo”, come soggetto politico primario di ogni democrazia costituzionale (Mario Barbi, Associazione ex Parlamentari della Repubblica). Una scrittura prodotto di un’urgenza politica, esistenziale, morale. (Anna Valvo, La Sicilia). Un libro “tagliente” (Stefano Fassina, Il Domani), “dissacratorio ed eretico” (Gerardo Lisco, L’interferenza). Una lezione di un intellettuale autentico sulle radici della crisi italiana (Vincenzo Comito, Sbilanciamoci). Coinvolgente e discutibile nell’accezione propria del termine che è quella di alimentare un dibattito (Antonio Ruggeri, Gruppo di Pisa). Un libro che mette in difficoltà, perché decisamente apre un altro punto di vista, parla a una comune “cattiva coscienza” e ci porta la dove non vorremmo andare, volendo invece restare nel quieto tempio del conformismo intellettuale (elitario) e anche di alcuni pregiudizi (Anna Finocchiario, Il Foglio). Perché il popolo è qualcosa che esiste e non esiste, che è storia, ma che costituisce il grande buco della storia occidentale (Peter Kammerer, Marxismo oggi).
Siciliano, romano, marchigiano
La presentazione di Pesaro segue quelle già svoltesi a Bologna, Roma e Napoli. Numerose altre ne sono annunciate nelle principali città italiane, ma quella pesarese è, indubbiamente, quella del “cuore”. Antonio Cantaro, sino a novembre scorso, ha insegnato per oltre quarant’anni Diritto costituzionale all’Università di Urbino. Il libro, uscito in coincidenza con la data del suo “pensionamento”, è anche un omaggio di un siciliano e di un “romano” ad un territorio profondamente vissuto ed “amato”. Un bilancio che non è una pagina che si chiude, ma una pagina che vuole rimanere testardamente aperta e per far questo si pone di fronte alla realtà con l’animo dei grandi maestri (Oriano Giovannelli, il Resto del Carlino). Pagine “di vita”, in cui la riflessione sul presente si mischia con appunti, ricordi e introduzioni di contesto che inquadrano i vari scritti raccolti nei momenti storici in cui sono stati concepiti (Antonio D’Andrea, laCostituzione.info). Un “testamento” politico e morale. Un capitolo, il primo a cui – ne siamo certi – altri presto seguiranno.


