IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

America corrotta, pianeta infetto

Al centro dell’analisi di Caracciolo c’è l’effetto destabilizzante dell’Antimpero americano e del suo alter-ego: l’Antieuropa. Ma per comprendere questa situazione sono sufficienti le spiegazioni di ordine etico e psicologico? O la dismisura è in realtà un portato necessario dei processi di globalizzazione?

Storia o ontostoria?

Caracciolo ha però perfettamente ragione quando legge nelle narrazioni della fine della storia l’ideologia che sostiene le volontà di potenza americana ed europea, così diverse ma così complementari nel ricercare una copertura ai loro disegni di trionfo imperiale; sublimata in ordine ecumenico la prima; travestita da potenza civile, la seconda. Ciò che non si comprende fino in fondo è, semmai, la tesi secondo cui il Manifesto di Ventotene di Spinelli e Rossi sarebbe la matrice ideologica dell’idea di Europa poi tradottasi nella “sgangherata architettura comunitaria” che conosciamo. Per la verità Caracciolo indica anche un altro testo, Pan-Europa di Coudenhove-Kalergi come origine della teologia europea. Teologia intollerante e al tempo stesso vacua, dietro la quale però prospera il “progetto nato morto” di un’Europa ideale da costruire a dispetto delle miserie che riserva quotidianamente. Ciò che secondo l’autore accomuna i due testi è certo lo spirito visionario e l’ambizione di realizzare un progetto di unificazione continentale che confligge con la “storia profonda” degli stati nazionali europei. Ma se il manifesto dell’aristocratico nippo-boemo si affida alla mobilitazione delle élite intellettuali, con conseguente ovvio fallimento, quello di Spinelli pensa a una rivoluzione politica, guidata da un’élite e realizzata dai popoli, contro la statolatria nazionalistica responsabile di due guerre mondiali e del colonialismo. Cosa c’entri tutto ciò con l’Europa senza sovranità e senza popolo che si è poi affermata non è chiaro. Certo, se si legge il manifesto di Ventotene come un articolato piano da attuare immediatamente si trovano senz’altro vuoti e incongruenze. Quello che però la stessa esposizione di Caracciolo confuta per tabulas è la congruità del programma spinelliano con l’Antieuropa che nascerà per impulso americano e acquiescenza europea (anche se non andrebbe dimenticata la proposta della Comunità europea di difesa, bocciata dall’Assemblea nazionale francese), radicale negazione dell’Europa come potenziale soggetto unitario vagheggiata da Spinelli. Ciò che Caracciolo rimprovera a Spinelli, con accenti nei quali si sentono risuonare gli argomenti di Burke contro l’astrattezza dei rivoluzionari francesi, è in fondo soprattutto il suo carattere antistorico, intendendo con ciò la pretesa di costruire un ordine che non sia basato esclusivamente sulla com-posizione delle contrapposte volontà di potenza dei soggetti statuali. Le uniche soluzioni per costruire l’ordine internazionale, par di capire, sono il bipolarismo o il “concerto” metternichiano. Ogni altra soluzione è negata dalla “Storia”, cioè da ciò che è, e che non può non essere, perché è stato e sempre sarà. Però così la storia diventa davvero antistoria, nel senso che nega se stessa come processo di cambiamento (non necessariamente di incivilimento, certo) o si trasforma in ontostoria.
Non solo, ogni altra prospettiva di evoluzione che non sia quella dell’equilibrio delle potenze causa un pericoloso disordine. Qui possiamo misurare l’impronta del conservatore, che Caracciolo peraltro francamente ammette fin dal principio, quando descrive così il proprio punto di vista: “Qui scrive un cittadino italiano nato e cresciuto nella Prima Repubblica, l’Italia della Guerra Fredda. Condizione più che privilegiata (…) Occidentalista critico per scelta, scettico sul futuro del suo mondo di fortunata elezione, per nulla rassegnato a viverne la scomparsa.” Niente di male, naturalmente. Il punto è se il conservatorismo, ancorché illuminato, sia adeguato a tempi nei quali la storia del mondo ha di nuovo calzato gli stivali delle sette leghe e ha ripreso a correre a valanga. Non necessariamente però verso un futuro migliore. In questi casi i conservatori, che pure hanno molti meriti nell’analisi della realtà e delle sue contraddizioni, non si rassegnano al tramonto di un assetto geopolitico che giudicano ottimale perché l’unico capace di comporre le contrastanti spinte conflittuali delle potenze statali. E per questo criticano in particolare coloro che aspirano a un multilateralismo cooperativo e non solo conflittuale, temperato magari dal pluralismo culturale. Anche se le forze che sono effettivamente responsabili del disordine e del conflitto sono in realtà proprio quelle altre che mettono il realismo al servizio della propria volontà di potenza. Salvo rivestire questi propositi con apparati ideologici adeguati ai tempi.
Oltre a ciò Caracciolo indaga da par suo perché l’Europa, intesa come Unione Europea, non abbia voluto o potuto essere un soggetto sovrano, preferendo l’umbratile identità di potenza civile che attrae a sé perché portatrice di valori, diritti, cultura, benessere. Dietro la quale hanno finora prosperato gli egoismi nazionali declinati nelle forme perverse del mercantilismo e della oppressione finanziaria. E dove, d’ora in poi, troveranno sempre più spazio i revanchismi nazionalistici più tradizionali dei paesi dell’est sovietico, a cominciare dalla Polonia.

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