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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

America di ieri, America di oggi (America di sempre?)

Una storia, non banale, della “democrazia americana”. Trump è meno ondivago di quanto appaia. Ha “semplicemente” preso atto che l’America non è più grande. Come finirà? Male, per l’America. A noi europei la scelta se correre verso un nuovo impero o se essere il pilastro di un nuovo ordine internazionale.

Se c’è una caratteristica saliente, identitaria e permanente dell’America, è quella di essere, una volta per sempre, il Nuovo Mondo. E lì risiedono anche le sue contraddizioni, le sue lacerazioni, le sue colpe, la sua costitutiva violenza. È chiaro che in questa “novità” risiede un gigantesco problema. L’America non è stata “scoperta”: non da Colombo (che voleva arrivare in Asia e fu sempre convinto di averlo fatto), e neanche dai Vichinghi (che pure stabilirono, senza frutto, una piccola colonia sulla costa canadese e forse anche altrove).

America, lo specchio buio dell’Europa

Se proprio vogliamo parlare di “scoperta”, dobbiamo retrodatarla di molti millenni, a 15.000 anni fa circa, forse anche di più, quando verosimilmente dei cacciatori-raccoglitori asiatici attraversarono lo Stretto di Bering. Senza escludere che sulle coste meridionali del Pacifico possano essere arrivati dei polinesiani e senza escludere neppure (come alcuni incerti ritrovamenti sembrerebbero suggerire) che qualche piccola popolazione umana o umanoide, giunta chissà per quali vie, ci si trovasse già. Di sicuro l’America non è stata “scoperta” dagli europei. Quando loro sono arrivati, il continente era abitato tutto, anche nei luoghi più inospitali, da migliaia di popolazioni parlanti migliaia di lingue, tra cui tre grandi civiltà che possiamo considerare (in modi assai diversi tra loro) “imperiali”, maya, aztechi e quechua (o incas, come erroneamente li chiamiamo), due delle quali (maya e aztechi) dotate di scrittura, letteratura e biblioteche. L’America non l’abbiamo scoperta, l’abbiamo conquistata. Azzerando (materialmente, fisicamente, sanguinosamente) tutta l’immensità umana che c’era prima, in quello che è stato il più cruento, radicale e prolungato genocidio della storia. I superstiti, schiantati nell’anima, sono stati classificati come “selvaggi”, “indiani”, quasi che fossero loro gli stranieri, quasi che fossero loro gli invasori. Ed essendo stati azzerati anche tutti gli infiniti nomi che c’erano prima, molti dei quali non conosceremo mai, questa terra rimase senza nome, ignota, radicalmente nuova, quasi da creare. Dandole abbastanza casualmente il nome di uno di quelli che avevano contribuito a conquistarla, neanche uno dei maggiori, neanche uno dei peggiori. Un nome qualunque, il cui senso non risiede tanto in ciò che dice, quanto in ciò che fa tacere per sempre: gli innumerevoli nomi di prima, le innumerevoli vite di prima. La conquista dell’America è stata un’orgia infernale di violenza, fisica, morale, culturale. Lo specchio buio e cruento di ciò che l’Europa veramente è, senza riuscire a saperlo, senza volerlo sapere.

La nemesi. Gli europei come nemico

Ma c’è una nemesi. La “novità” dell’America su noi europei ha avuto un impatto drammatico. Abbiamo scoperto che il mondo era diverso da quello che credevamo di sapere secondo assoluta, indiscutibile verità. Abbiamo scoperto che gli antichi ci hanno insegnato sul mondo cose sbagliate, che la Bibbia ha taciuto, se non mentito, riguardo alla vera struttura del mondo, abbiamo scoperto che i nostri millenari criteri di verità non funzionavano. Abbiamo dovuto darci criteri di verità diversi. Ci siamo affacciati, dopo un magnifico, aureo medioevo di garantito possesso di verità e salvezza, su interi oceani di possibilità e di incertezze. Abbiamo sentito su di noi il soffio del vuoto, abbiamo dovuto imparare a strappare piccole verità, passo dopo passo, fatica dopo fatica, morte dopo morte, a foreste vergini e deserti, senza che la Verità piena e assoluta, benefica e salvifica, accogliente e materna, si sia affacciata mai più sul nostro orizzonte. Il Nuovo Mondo non è l’unica causa di questo, ma è parte essenziale e forse determinante di una rete di concause che ha disarticolato il mondo vecchio, lo ha fatto implodere su se stesso e ci ha costretto a una lunga e faticosa ricostruzione, incompiuta, interrotta da nuovi crolli, forse impossibile.

E c’è un’altra nemesi, più diretta e specifica. Una volta rasato a zero il Nuovo Mondo, abbiamo cercato di stiracchiare i lembi del vecchio per ricoprirlo, abbiamo cercato di farne un’estensione dell’Europa. Nuova Inghilterra a nord, Nuova Spagna a sud. Dimore georgiane a nord, chiese barocche a sud. Ci siamo sforzati di riprodurre, a un oceano di distanza, tutte le nostre vecchie e care abitudini. Non ci siamo riusciti. Alla fine (la faccio breve) il Nuovo Mondo si è rivoltato tutto, in modi e tempi diversi, a nord come a sud, precisamente contro l’Europa. Il luogo in cui è iniziato il colonialismo è anche quello in cui è iniziata la sua fine, quando ancora l’Europa si espandeva in Asia e si era appena affacciata sull’Africa. L’America si è svincolata presto. In funzione antieuropea: non siamo tanto abituati a cogliere quest’aspetto determinante, che noi eravamo il nemico, che noi eravamo l’oppressore. C’è stato un momento in cui degli anglosassoni hanno deciso di non essere più britannici, degli iberici di non essere più spagnoli o portoghesi (in quest’ultimo caso c’è voluto più tempo), ma un’altra cosa, completamente nuova. Americani. Non c’erano, gli americani, non erano mai esistiti. I soli che avessero un titolo originario a chiamarsi così non sono mai stati chiamati così: indiani, indios, al massimo “indiani d’America”, che è un non senso molto significativo, e “nativi americani” non è che la stessa cosa un po’ edulcorata. I popoli americani, quelli che si sono chiamati così e fatti chiamare così, sono degli ex-europei diventati antieuropei: popoli nati da un processo squisitamente politico, squisitamente rivoluzionario, senza nessuna base etnica, linguistica o culturale, senza retroterra, senza radici. Sono popoli artificiali, in un certo senso: forse non l’unico esempio nella storia (se ne potrebbe discutere), ma di sicuro e di gran lunga il più importante. Non c’erano, gli americani. Non sono popoli oppressi diventati indipendenti, sono popoli creati dalla propria indipendenza, nati dalla rottura di un legame, dalla negazione di un’identità per secoli rimasta pacifica. Gli americani sono i non-più-europei: la nostra negazione è l’affermazione loro. Siamo sempre stati il nemico: come abbiamo fatto a non accorgercene quasi mai?

“Società senza classi” e “nazionalismo senza nazione”

Lasciamo stare il sud. A sud non è andata tanto bene. Una serie infinita di rivoluzioni sfociata in una serie infinita di dittature. Inutile chiedersi qui perché: limitiamoci a constatare che non è nato, a sud, nessun modello politico nuovo.

A nord invece sì: è nata la “democrazia in America”. La prima e a lungo l’unica democrazia al mondo (chiamare “democrazia” il parlamentarismo inglese e quel poco di parlamentarismo che c’è stato nel resto d’Europa non ha alcun senso almeno fino al Novecento inoltrato). Ed è nata su una base fondamentale: l’uguaglianza. L’uguaglianza politica, in quanto cittadini: non una comune appartenenza etnica, religiosa, linguistica, non una storia in comune. Nulla uguaglia, nulla fa stare insieme, se non l’essere tutti ugualmente cittadini. Dando vita a quella che, in un senso assai poco marxiano del termine, potremmo chiamare società senza classi, la prima al mondo, forse (se ne potrebbe discutere) ancora l’unica. Non c’è una posizione sociale precostituita, ereditata. Le generazioni passate non incidono su chi si è nel presente. Non c’è aristocrazia e non c’è plebe, non c’è struttura stratificata della società. Ci sono certo, eccome, ricchi e poveri, ma il ricco non ha nulla di diverso dal povero se non l’essere ricco, e non è una cosa tanto banale: altrove, almeno fino a tempi recenti, non è mai stato così. E tutti appartengono a una fitta rete comunitaria, che a un oceano di distanza percepiamo poco, fissati come siamo sull’idea dell’“individualismo americano”. Non c’è mai stato un individualismo più comunitario, legato non tanto allo Stato centrale, al governo federale, quanto alle appartenenze locali: i singoli Stati della federazione, le piccole città, le chiese, i vicinati. Certo, nelle grandi metropoli questo si attenua o sparisce, c’è la “folla solitaria”, ma è un errore clamoroso di prospettiva identificare l’America (intendo, una volta per tutte, gli Stati Uniti d’America, cioè l’America per antonomasia, con buona pace dei sudamericani, che non sono mai riusciti né mai riusciranno ad essere “l’America”) con le grandi metropoli. Gli americani sono gente che sta molto insieme. Che si protegge e si sorveglia a vicenda. Con un forte sospetto per ogni tipo di eccezionalità e un rifiuto viscerale di ogni forma di superiorità. Poi, certo, ognuno deve fare la sua parte, e chi fa di più ha di più e nessuno ci trova da ridire. I troppo poveri sono sospetti, non si sono dati da fare abbastanza, ci sono esempi innumerevoli di gente che si è data da fare ed è riuscita, quindi si può: è questa probabilmente la struttura basilare del mito americano. Ogni povero, in teoria, potrebbe diventare ricco, quindi quella tra ricchi e poveri non è una differenza vera, non è una differenza di classe. Donde la per noi incomprensibile ostilità nei confronti di politiche sociali a sostegno dei più svantaggiati, soprattutto in campo sanitario. Per i benpensanti americani (molti poveri compresi) queste politiche sarebbero “comunismo”, il tabù dei tabù. Perché? Perché creerebbero una classe, oso ipotizzare. Perché fisserebbero il principio che ricchi e poveri non sono uguali, che in molti casi è impossibile darsi da fare abbastanza, che i poveri in generale non possono diventare ricchi e per questo vanno aiutati, che ci possono essere cittadini dipendenti dall’intervento pubblico e quindi non in grado di bastare a sé stessi. Perché smentirebbero il mito d’origine della democrazia americana. Bisogna sentirsi uguali, specialmente quando non lo si è. Se no crolla tutto quanto e l’intero sistema perde credibilità e legittimità. Vale anche per i ricchi, che certo possono permettersi quasi tutto tranne una cosa: il costituirsi come aristocrazia. Anche se sono, certamente, un’oligarchia. Quella che a noi sembra “volgarità” nell’americano ricco, per esempio in Donald Trump, ma anche in gente assai più ricca di lui, non è che la spasmodica rivendicazione dell’“io sono come voi, quindi voi potete essere come me”, che è condizione di sopravvivenza per l’intero sistema. Donde anche, nonostante le ottime università, i grandiosi centri di ricerca e le titaniche biblioteche, un disprezzo di fondo per gli intellettuali. Non le persone istruite, non le persone con grande competenza tecnica che fanno visibilmente qualcosa di utile, ma coloro che “pensano”, che si distaccano, che si sottraggono, che criticano, mettendosi così al di sopra degli altri, spezzando il legame sociale fondamentale. “Nessuno tra noi deve essere il migliore”, dicevano gli efesini, e la democrazia greca e quella americana si somigliano abbastanza: cosa in parte notevole voluta dai padri fondatori, che non avevano altri modelli se non la Grecia democratica e la Roma repubblicana, assai più la prima che non la seconda, direi.

Da questa peculiare uguaglianza discende una peculiare libertà. Nei limiti della legge, che è legge in quanto io l’ho votata o fatta votare, ed è amministrata, anche in campo giudiziario, da gente eletta da me che mi rappresenta, ed è come me: entro questi limiti, nessuno può venire da me a dirmi cosa fare o non fare. Tanto meno il governo. Il mio ruolo nella sfera pubblica protegge la mia sfera privata: i due aspetti sono strettamente interdipendenti. Siccome nessuno è più di me, siccome ho rappresentanti e non superiori, siccome non sono soggetto a nessuno, per quello che riguarda me e i miei comando io. Il concetto di sovranità della legge mi pare del tutto inappropriato in questo contesto. La legge è uno strumento tecnico per la convivenza, non una cornice normativa che costringe e indirizza: lo stesso sistema giudiziario di common law, che implica la creazione sociale del diritto, aiuta moltissimo in questa percezione. Che implica una sintesi assai originale tra senso della comunità e pluralismo delle scelte di vita: più o meno ciò che noi chiamiamo “individualismo americano”. La gente si aspetta che io appartenga a una chiesa, ma nessuno viene a dirmi a quale debbo appartenere e tutte sono equivalenti nella sfera pubblica. Purché non dia fastidio ai vicini, posso fare tutto quello che voglio a casa mia. Tutte le politiche che impongano dall’esterno un fine comune, per esempio riguardo all’ambiente, alla sostenibilità energetica, persino riguardo alla sicurezza pubblica o alla sanità, sono sospette di tirannia se non di comunismo. Posso avere tutte le armi che voglio, in particolare, una delle infinite cose incomprensibili in Europa. C’è la polizia che mi protegge, certo, ma nessuno ha il diritto di impedirmi di proteggermi anche da solo, e se per sentirmi sicuro voglio in casa un mitra, proibirmelo sarebbe altrettanto assurdo che proibirmi di avere un frigorifero o impormi una certa marca di automobili piuttosto che un’altra.

Un altro aspetto singolare della “democrazia in America” è quello che potremmo chiamare nazionalismo senza nazione. Non esiste una nazione americana e gli americani lo sanno benissimo. Tutti hanno radici altrove, ne sono consapevoli e mediamente ne sono fieri. Ci sono gli anglo-americani, gli irlandesi-americani, gli italo-americani, gli afro-americani, i nippo-americani e mille altre cose ancora: non ci sono gli americani-americani. Ma tutte queste identità, confluendo insieme nel sistema della “democrazia in America”, hanno subito una sorta di mutazione purificatrice e salvifica. Nei paesi d’origine c’era oppressione, limitazione di diritti, ingiustizia. Si ha sicuramente orgoglio delle proprie radici, ma nessuno ha vera nostalgia, nessuno vorrebbe tornare da dove è venuto (gli afro-americani, certo, hanno qualche problema in più, ma neppure saprebbero dove tornare, né sapendolo lo vorrebbero). In America c’è libertà, c’è spazio, ci sono opportunità, non ci sono appartenenze e limiti di classe (cosa fondamentale, ad esempio, per gli italo-americani, praticamente tutti ex-cafoni, o per gli irlandesi, praticamente tutti ex-morti di fame). Superata una fase iniziale più o meno difficile, ci si trova sullo stesso piano di tutti gli altri, in un’immensa nazione di nazioni, che è la migliore del mondo, la più giusta del mondo, la più grande del mondo. Tutti gli americani sono uguali tra loro, ma tutti gli americani sono ugualmente superiori a tutti i non americani. Ciò che in Europa ha creato immani disastri, l’eccezionalismo nazionalista, la pretesa di superiorità e di dominio, in America diventa un collante sociale prezioso. Che naturalmente ha un impatto decisivo sulla politica estera e determina il peculiarissimo ruolo dell’America nel mondo.

Impero, ma sino a un certo punto.

Di solito si parla di “impero americano”. Funziona fino a un certo punto. Certo alcune logiche geopolitiche, strettamente dipendenti dalla dimensione territoriale, demografica, economica, militare, sono paragonabili a quelle dei grandi imperi del passato. Ma è questione più di dimensioni, appunto, che di volontà o identità politica. Per l’America si può parlare di un “impero interno”, e in questo c’è una somiglianza con la Russia. C’è abbastanza spazio di espansione all’interno dei propri confini internazionalmente riconosciuti, non c’è bisogno di una proiezione all’esterno, non c’è mai stato un vero colonialismo, né comprensione o simpatia per il colonialismo altrui. Certo, un vicino troppo più ingombrante di quanto potesse permettersi ha dovuto farsi parecchio in là, il Messico, ma per il resto non si è sentito mai il bisogno di conquistare e sottomettere altri popoli. Lo schema ideologico dell’“imperialismo americano” ci ha accecati a lungo e forse anche oggi determina qualche errore ottico, ma non c’è mai stato un vero imperialismo americano. Attenterebbe alla purezza dei liberi e uguali, richiederebbe un eccessivo accentramento di autorità. Già è alquanto sgradevole e sospetto il governo federale, in America, figuriamoci un impero. Il vero grande problema di politica estera, per i primi centocinquant’anni circa di storia americana, è stato un altro: eliminare ogni residua influenza europea in America. La “dottrina Monroe”, insomma. Che in qualche modo esisteva già fin dall’inizio, prima di essere formulata, nell’idea stessa di indipendenza dell’America. L’idea bislacca di prendersi il Canada non è forse tanto bislacca, o per lo meno non è tanto nuova. In fondo su tratta di una colonia da liberare, il logico completamento della Rivoluzione.  Gli americani ci hanno già provato nel 1812-15, solo che non andò bene, gli inglesi erano molto più forti e quella volta stravinsero. Per tutto l’Ottocento vennero visti come un temibile nemico potenziale da tenere a bada con la diplomazia non potendolo fare ancora con la forza, e in effetti furono spesso parecchio invadenti, specie durante la Guerra Civile, quando parteggiarono abbastanza spudoratamente per i confederati.

Quando la dottrina Monroe fu formulata, nel 1823, le lotte per l’indipendenza del Sudamerica erano in pieno corso, la Spagna cercava con tutte le sue forze residue di tenersi il suo impero e gli Usa, per quel poco che allora potevano, appoggiavano gli indipendentisti (diedero poi il colpo mortale a quel che restava dell’impero spagnolo nel 1898, quando ormai erano i più forti). La dottrina Monroe non era una sciocca fisima: l’imperialismo europeo in America c’era ancora, era duro a morire ed ebbe ancora un colpo di coda nel 1864 quando Napoleone III cercò di prendersi il Messico tramite l’ingenuo fantoccio Massimiliano d’Asburgo, fermandosi poi nel 1866 quando capì che gli Usa, usciti dalla guerra civile, sarebbero stati in grado di bloccarlo con la forza. Fino alla prima guerra mondiale compresa (almeno) se c’è stata una politica estera coerentemente e lucidamente anti-imperialista è stata quella americana (senza con questo voler sottovalutare una notevole prepotenza nei confronti dei vicini sudamericani, che gli Usa volevano indipendenti dall’Europa, ma non troppo da sé).

Questo porta a un equivoco, quello dell’“isolazionismo” americano. Il fatto che non ci vogliono a casa loro per il buon motivo che sono nati precisamente cacciandoci da casa loro lo interpretiamo, assai curiosamente, come: vogliono isolarsi da noi. No, vogliono essere indipendenti da noi, e questo per loro è stato a lungo un problema drammatico perché molto a lungo siamo stati noi i più forti, ed eravamo davvero un pericolo.

Che poi gli americani abbiano cercato di non immischiarsi nelle guerre europee, riuscendoci per tutto l’Ottocento e cedendo soltanto nel 1917, non pare così strano. E nel ’17, senza con questo voler trascurare i corposissimi interessi dell’industria pesante, ci furono tirati abbastanza per i capelli dall’aggressività tedesca nella guerra sottomarina, dai tentativi tedeschi di allearsi col Messico e dall’idealismo forse ingenuo ma sincero di Woodrow Wilson, che intervenne nella guerra nella speranza di ottenere una “pace senza vittoria” e si trovò ad essere determinante per il successo finale dell’Intesa senza quasi volerlo, dissociandosi poi, si direbbe non a torto, dalla scriteriata gestione della pace da parte dei vincitori.

Non c’è bisogno di insistere sul fatto che anche nella seconda guerra mondiale gli Usa sono stati tirati per i capelli dall’aggressione giapponese, e la loro vera guerra è stata contro il Giappone: il fronte europeo, non nascondiamocelo, è stato del tutto secondario, e lì il vero vincitore è stata l’Unione Sovietica. La campagna d’Italia è stata strategicamente inutile (ed è stata una vittoria difensiva tedesca, se guardiamo bene) e lo sbarco in Normandia ha colpito, per quanto duramente, un nemico già battuto e in agonia che sarebbe stato sconfitto comunque (e in fondo il vero nemico che bisognava bloccare prima che vincesse troppo era già allora, non tanto nascostamente, l’Unione Sovietica).

Un impero involontario. Tutt’altro che innocuo

È a questo punto, lo sappiamo tutti, che cambia ogni cosa. Nessuna potenza europea ha più una rilevanza geopolitica, la Gran Bretagna è un vincitore esausto definitivamente ridimensionato che non può più permettersi il suo impero (ed ha l’intelligenza di capirlo e il coraggio di gestirne la fine), la Francia è un vincitore del tutto fittizio che lo sa benissimo ma non se lo vuole dire, il resto, Italia compresa e Germania soprattutto, è un immenso cumulo di macerie fisiche e morali. Metà Europa è sovietica, l’impero interno russo si dà una proiezione esterna di dimensioni mai viste prima, le due uniche grandi potenze sopravvissute si guardano negli occhi. Una delle due è un impero e lo sa: l’Urss. Ha un’anima imperiale da sempre, la rivoluzione bolscevica non l’ha cancellata ma rivivificata fondandola su una nuova verità sacra, non più cristiana ma non per questo meno religiosa: un impero fondato su una Dottrina Vera (“scientifica”) che promette pace e salvezza per tutti i popoli del mondo. E gli Usa, a questo punto, cosa sono? Non sono mai stati un impero, non hanno voluto esserlo, hanno sempre odiato e combattuto gli imperi, ma ora non hanno scelta. Somigliano un poco all’avversario, in fondo, non solo per dimensioni e forza militare, ma anche perché pure loro si fondano su una Dottrina Vera, l’eccezionalismo americano, il sogno americano, con le sue fortissime e tutt’altro che celate componenti religiose. Ora tocca farsi carico del mondo, se no il mondo passa tutto dall’altra parte, non c’è nessun altro che possa impedirlo (e buona parte del mondo, soprattutto quello ex coloniale, vorrebbe davvero passare dall’altra parte). Gli Usa si trovano ad essere un impero involontario. Ma non per questo innocuo.

Inutile tracciare qui la storia della Guerra Fredda. Non è stata, come ogni guerra, una lotta del Bene contro il Male. I due avversari hanno gareggiato a lungo in colpi di Stato, omicidi politici, invasioni. All’interno di un accordo tacito (da un certo momento in poi anche esplicito) di non aggredirsi direttamente, tutto era lecito e nulla è stato risparmiato al mondo. Con una differenza di fondo tra i due imperi, se proprio vogliamo chiamarli così. Quello sovietico era o fingeva di essere (all’inizio ci credeva anche, almeno un poco) un modello universalista ed espansionista, che per il bene dei popoli e dell’umanità avrebbe dovuto essere esteso a tutto il mondo, nell’inevitabile trionfo finale del Socialismo. L’impero americano non era così messianico. L’obiettivo non era che il mondo diventasse americano, anzi un simile risultato avrebbe annullato l’identità stessa degli Stati Uniti. Pur nella sua vastità e pluralità, l’identità americana è esclusiva, l’altra faccia dello slogan “l’America agli americani” è che i non americani non possono né debbono diventare americani (a parte le quote migratorie accuratamente limitate, con controlli occhiuti sul conferimento della cittadinanza, molto molto prima di Trump). In quanto alleati fedeli e sottomessi, il compito dei non americani e segnatamente degli europei è quello di essere un argine esterno che preservi l’inviolabilità identitaria degli Stati Uniti. Il vero pericolo non è quello dell’invasione (a cui giustamente nessuno credeva), ma quello del contagio. Dell’invasione subdola, dall’interno, mediante la corruzione delle coscienze e la diffusione nefanda di ideali antiamericani. Il pericolo non è l’Unione Sovietica, con cui all’occorrenza ci si accorda piuttosto bene. Il pericolo è il comunismo. Ideale satanico a cui i fragili, corrotti e decadenti alleati europei (e ancora di più i popoli ex coloniali e i sudamericani) sono molto esposti e che potrebbe attecchire persino sul sacro suolo americano tramite emigrati recenti e infidi, giovani troppo pieni di sogni e soprattutto intellettuali e artisti in quanto tali intimamente malati. Trump ci stupisce e ci orripila: e McCarthy? Mai come nel periodo della sua influenza politica, ben superiore al suo ruolo ufficiale di semplice senatore, l’America è stata tanto vicina ad essere una dittatura ideologica non migliore di quella sovietica, con la differenza che si trattava di un’ideologia esclusiva e assolutamente non inclusiva, particolaristica e non universalistica, difensiva e non espansionistica, spaventata e non trionfalistica: l’eccezionalismo americano, senza contenuti identificabili tranne che l’America è diversa, l’America è migliore, l’America è da preservare per sempre come è lottando contro il pericolo rappresentato da tutto il resto del mondo. Anche l’ideologia MAGA non è così nuova, se non ci dimentichiamo la storia.

Chi ha vinto la Guerra Fredda? Contro l’apparente evidenza direi: nessuno. Non l’Unione Sovietica, è ovvio: è crollata su sé stessa. Ma neppure gli Usa, che hanno assistito stupefatti alla caduta del proprio avversario senza averla direttamente provocata e senza avere la più pallida idea su come gestirla. Gli Usa che, in tutto il periodo della guerra fredda, non hanno avuto che sconfitte sul piano militare, che si sono fatti odiare in tutto il Terzo Mondo e in maniera profonda e viscerale in Sudamerica, sono stati per lo più disprezzati in Europa e non hanno saputo, e forse neanche voluto, costruire un ordine mondiale stabile nel momento in cui erano l’unica superpotenza rimasta.

Dopo la guerra fredda. La fine della superpotenza americana

Questo è un punto decisivo. Il risultato apparentemente ovvio che ci si sarebbe potuti aspettare dopo la fine della Guerra Fredda, il trionfo dell’“impero americano” su scala mondiale, non c’è mai stato. L’avversario caduto controllava una bella fetta di mondo, era un fattore d’ordine importante. Il pilastro superstite dell’ordine mondiale non è forte abbastanza per reggere tutto, e del resto neppure lo vuole. Scoppia un’instabilità che non si è più arrestata, dai Balcani al Medio Oriente, per tacere dell’Africa, dove guerre con milioni di morti restano invisibili. Intanto risorge la Cina, che senza rinnegare il marxismo riscopre la sua anima confuciana e trasforma il Partito comunista in un’efficiente e competente (è innegabile) aristocrazia tecnocratica. Si rafforza l’Europa (ebbene sì, continuiamo a raccontarci che è debole, inconsistente, inesistente, ma è una superpotenza economica con effetti geopolitici molto rilevanti e i vari sovranismi, malgrado il loro ampio consenso, non ne scardinano l’implacabile forza burocratica retta da una tecnocrazia plurinazionale). Il Sudamerica, senza riuscire a decollare economicamente, si sbarazza delle sue dittature militari e manifesta apertamente la propria rancorosa insofferenza nei confronti del grande vicino del Nord. E il Medio Oriente…

Il Medio Oriente. È qui il detonatore. L’11 settembre. Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo potente nella reislamizzazione radicale delle società medio-orientali, in parte volontariamente, in funzione di contenimento antisovietico, in parte involontariamente, appoggiando regimi “laici” odiosi e repressivi. Sono stati loro a creare al-Qaida, sono stati loro a inventare i talebani. Hanno protetto in tutti i modi il regime saudita, fondato su un’ideologia islamista fanatica. Hanno appoggiato il regime dello sha in Iran col solo risultato di delegittimarlo e di renderlo vulnerabile dalla frangia più teocratica del clero shiita. Il crollo del modello marxista sovietico, che in Medio Oriente aveva goduto di ampi consensi da parte del mondo intellettuale “laico”, fa percepire gli Usa come l’unico ostacolo al trionfo dell’islamismo politico, come un’influenza “satanica” da cui definitivamente liberarsi. Gli Usa sono colpiti, per la prima volta dopo la disastrosa guerra antibritannica del 1812-15, in profondità nel proprio territorio, nel punto mediaticamente più sensibile, da un avversario che era un ex alleato, con compromissioni saudite talmente evidenti che bisogna chiudere con forza gli occhi per non vederle (come effettivamente si fa).

La dimostrazione di debolezza è talmente clamorosa che bisogna per forza dare una prova di forza. In termini geopolitici sarebbe del tutto comprensibile. Ma si sceglie con estrema cura il bersaglio sbagliato. Viene in mente la nota barzelletta dell’ubriaco che cerca le chiavi della macchina non dove le ha perse, ma dove c’è più luce. Si colpisce non dove davvero si trova il nemico (tra Arabia Saudita e Pakistan, sostanzialmente), ma dove si pensa di poter vincere più facilmente e con maggior consenso internazionale. A parte l’Afghanistan del primo regime talebano, che se la va decisamente a cercare, si colpisce in Iraq. Saddam Hussein è un “cattivo” internazionalmente riconosciuto, nella prima guerra del Golfo alla coalizione contro di lui hanno partecipato anche stati arabi, la vittoria è stata facile e rapida. Dunque gli si può dare il colpo di grazia e restaurare così l’immagine di superpotenza mondiale degli Usa, sebbene lui con l’11 settembre, come tutto il mondo sa, non c’entri assolutamente nulla. L’invenzione di scuse pateticamente improbabili per aggredirlo è forse il momento più basso in tutta la storia della politica estera degli Usa.

Inutile farla lunga, sappiamo come è andata. Il risultato ottenuto è stato quello contrario. L’Iraq si è trasformato in un vespaio incontrollabile, l’islamismo radicale si è dato, sia pure per poco, un proprio Stato quasi imperiale, l’Afghanistan, dopo qualche governo fantoccio, è stato abbandonato a sé stesso. Una manifestazione contemporaneamente crudele e ridicola di impotenza. La fine, almeno morale, della superpotenza americana. Se proprio lo vogliamo dire, il crollo di un impero.

Trump. L’America non è più grande

Cosa sta facendo Trump? Lasciamo stare gli aspetti folkloristici del personaggio, quelli più inaccettabili da sofisticati e perbenisti sguardi europei. È un volgare e rumoroso pagliaccio. In parte lo è davvero, probabilmente, e ci si trova perfettamente a proprio agio. Non escluderei che in parte più o meno grande reciti: gli atteggiamenti bulleschi da villano rifatto, quasi da “cattivo” di un pessimo film western, assomigliano molto allo stile comportamentale di una parte del suo elettorato. “Io sono come voi”. E chi, non pochi probabilmente, coglie l’esagerazione, può comunque trovarvi più “autenticità” di quanto accada con la media dei politici Usa. Ma tolti questi elementi, in parte caratteriali, in parte attoriali, e non saprei come misurare le proporzioni, abbiamo di fronte una politica assai meno incoerente e ondivaga di quanto appaia a prima vista.

Prima di tutto c’è la presa d’atto, abbastanza esplicita, del crollo dell’impero americano. Se si vuole che l’America torni grande, lo slogan vincente del movimento MAGA, evidentemente si ritiene che non lo sia più. È il discorso taciuto senza cui non sarebbe possibile il discorso urlato a pieni polmoni. L’America non è più grande. Le più varie e inconsistenti teorie complottiste vengono utilizzate per darne la colpa a qualcuno, ma l’importante è che la colpa è degli “altri”. I democratici fighetti che proteggono abortisti e pedofili, Biden che era un demente, Obama che non era veramente americano, le università piene di intellettuali supponenti, i movimenti per i diritti delle minoranze… chiunque non sia “uno di noi”. Non è strano, si è visto mille volte nella storia. L’essenziale è che la colpa è degli “altri”, indeterminati e da non determinare troppo: gli americani finti e traditori.

Come si risolve il problema? Non con una proiezione esterna di potenza. La grandezza dell’America, in buona sostanza, è incompatibile con un impero americano. Al contrario, occorre una chiusura difensiva: anch’essa molto muscolare e violenta. Il nemico dei nemici sono gli immigrati irregolari, e su questo c’è un consenso universale della destra internazionale, a cui il movimento MAGA appartiene e tiene ad appartenere, saluti nazisti compresi. Non è ideologia, non c’è una dottrina, è la chiamata a raccolta contro chi non è come noi, unico modo possibile per fingere un “noi” che non c’è e a cui non si saprebbe come dare un contenuto. Non è strano, anche questo si è visto migliaia di volte. Bisogna chiudere i confini e la chiusura deve essere evidente, deve avere impatto mediatico. Si amano molto i muri, i reticolati, le gabbie, le catene, le manette. Anche i bambini che piangono non vanno tanto male. Siamo forti, sappiamo come difenderci, non abbiamo paura, non abbiamo pietà. Che questo nasconda un’immane debolezza e una paura sconfinata non bisogna essere geni per capirlo, ma lo capisce chi lo vuole capire, chi non lo vuole capire ha sotto gli occhi l’apparente evidenza che la cosa funziona. I muri e le catene ci sono, i bambini che piangono pure: abbiamo ragione “noi”, lo vediamo in tutti i telegiornali.

Sul piano della politica estera, la dottrina Monroe trionfa. L’Europa torna ad essere la minaccia esistenziale suprema. Non c’eravamo abituati. Ci faceva comodo un bel po’ percepirci come province dell’impero americano. Qualche manifestazione “anti” per lavarci la coscienza, e poi la grande comodità di non dover essere responsabili di sé stessi. Ci proteggono loro, ci dirigono loro. Non possiamo fare niente, non dobbiamo fare niente. Sono forti. Tutto sommato sono anche buoni. In fondo in fondo sono progressisti, proteggono le minoranze, riconoscono i diritti, sono pluralisti. Ci vorrà una bella riflessione, un giorno (che potrebbe anche essere oggi) sulle ragioni per cui forze cospicue della sinistra europea (vi vengono in mente dei nomi?) hanno ritenuto di poter sostituire il marxismo morto (o tradito, direbbero alcuni) con un modello “americano” importato a pezzi e bocconi. Ma gli americani non ci hanno mai visti, e tanto meno ci vedono oggi, come province dell’impero o colonie. Ci vedono come la quintessenza di ciò che non è americano. Come il passato impuro da cui si è emersi. Come l’ostacolo contro cui ci si è affermati. Come il nemico storico. In un certo senso, potremmo quasi rallegrarcene. Ci vedono come più forti e più potenti di quel che crediamo di essere, ci vedono come un pericolo reale. La politica trumpiana dei dazi non è una politica economica. Come tale è assurda, gli Usa ne saranno danneggiati almeno quanto noi, il dollaro sta vistosamente perdendo il ruolo di valuta di riferimento mondiale. Economicamente e forse anche geopoliticamente, ne guadagnerà solo la Cina, con la sua immagine di grande potenza tranquilla e un poco sorniona, gentile ma inscalfibile, all’avanguardia mondiale della tecnologia. Il senso di questa politica in gran parte autolesionista è un altro. È un senso identitario. Identifica noi europei (non soltanto noi, ma noi soprattutto) come nemico da spaventare e allontanare. Non siamo più una minaccia per l’indipendenza americana (come eravamo nell’Ottocento), ma siamo i colpevoli del deficit commerciale degli Usa, siamo la ragione per cui i prodotti americani non hanno abbastanza mercato, è a causa nostra che le fabbriche in America chiudono, che i disoccupati non trovano lavoro, che la tecnologia americana rischia di perdere la sfida con la Cina. E quindi dobbiamo pagare. Più simbolicamente, ma anche eticamente, che economicamente. I dazi sono “belli”: cioè ci fanno meritatamente male, ci puniscono, sono la giusta pena per la nostra subdola iniquità, rispondono a una profonda esigenza di riequilibrio morale. L’economia seguirà, l’essenziale è difendere la purezza americana.

L’atto di morte dell’“imperialismo americano”

Per quanto riguarda l’ordine politico mondiale, l’America è semplicemente scomparsa. Trump segna l’atto di morte dell’“imperialismo americano”. Nessuno si fida più dell’America e nessuno ne ha più paura. Le patetiche pretese trumpiane di essere il pacificatore universale fanno ridere sotto i baffi l’intera diplomazia mondiale. Se le spese europee per la difesa raggiungeranno (se davvero lo faranno) livelli finora inimmaginabili non è perché si subisce un diktat americano. Non è una prova di forza chiedere agli altri di riarmarsi, è la dichiarazione esplicita che non si può e non si vuole proteggerli più. E accettare questa richiesta significa che poter fare a meno degli Usa diventa l’obiettivo essenziale tanto della Nato quanto dell’Unione europea. L’ombrello nucleare americano è poco affidabile, ma resta probabilmente sufficiente per prevenire eventuali imprudenze russe in questo campo. Per il resto, meglio fare da soli, e gli americani sono perfettamente d’accordo. La Russia è strategicamente sconfitta indipendentemente da come andranno alla fine le cose in Ucraina, nonostante un certo abbaiare alla luna dei russi e qualche dichiarazione allarmistica di parte Nato non ce la farebbe mai ad aggredire l’Europa né si vede perché dovrebbe farlo. Gli Usa, strategicamente parlando, non sono messi meglio. La pace non arriva, gli Usa non hanno la forza di fermare nessuna guerra, non sono in grado neppure di tenere a bada un piccolo osceno criminale come Netanyahu. Si stanno autoridimensionando al ruolo di media potenza regionale, lo stesso ruolo che Obama attribuiva alla Russia. Difficile distinguere l’autolesionismo sciocco e supponente da quella che potrebbe essere, e forse in parte è, la gestione rassegnata della fine di un impero.

Come finirà? Male, per l’America… 

Come andrà a finire? È facilissima profezia che andrà a finire “male”, anche se questo male visto da un’altra parte potrebbe non essere poi tanto male. Se il sistema istituzionale americano reggerà agli scossoni autoritari e alle pulsioni irrazionalistiche di massa, il trumpismo non ha futuro. Trump non è rieleggibile, tutti prevedono (repubblicani compresi) una vittoria democratica nelle elezioni di midterm, un successore MAGA di Trump non si vede all’orizzonte e Trump stesso lo stroncherebbe come ha fatto con Musk. Ci sono rischi reali di violenza politica anche in forme molto gravi, ma la sbornia, verosimilmente e sperabilmente, passerà. Avremo un nuovo presidente probabilmente democratico che dovrà arrampicarsi sugli specchi per recuperare e non tutto potrà essere recuperato. Non il ruolo del dollaro, non la credibilità degli Usa come superpotenza cardine dell’ordine mondiale. La forza militare resterà, ma non basterà a colmare un vuoto di leadership che, per quanto lo si possa affermare in termini umani, appare definitivo e irrimediabile, e non solo per colpa di Trump.

Si può immaginare un declino parallelo di Usa e Russia, non senza, in entrambi i casi, forti rischi di instabilità interna. La Cina attende il suo turno, se saprà evitare imprudenze avventuristiche come al momento sembra perfettamente in grado di fare. A noi europei la scelta se correre scodinzolanti verso un nuovo impero o se provare ad essere, invertendo i ruoli, i successori dell’America come pilastro dell’ordine internazionale e difensori di quel poco di democrazia che resta nel mondo

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