Democrazie, dittature: riflessioni storico-filosofiche controcorrente

L.B. Il tuo libro va al cuore di un dibattito che segue i comunisti fin dai tempi di Marx, quello della democrazia. Nella visione predominante attuale il voto e la democrazia coincidono in una relazione biunivoca: si può parlare di democrazia solo in presenza di elezioni, e queste ultime sono il criterio unico che contraddistingue le democrazie. Sono addirittura il criterio che viene utilizzato per dimostrare la superiorità delle democrazie rispetto ad altri sistemi politici. Questo legame tra voto (la vox populi) e democrazia è scontato come ci viene presentato o ci sono visioni diverse?

E.A. Secondo autori come Hans Kelsen e Joseph Schumpeter, a cui tutt’oggi il liberalismo guarda con ammirazione, le libere elezioni e il volere dei cittadini costituiscono la quintessenza della democrazia. Si tratta però di una conclusione affrettata. Nei Lineamenti di filosofia del diritto, Hegel contesta l’idea secondo cui la volontà popolare promuova automaticamente, laddove sappia imporsi, l’avanzamento della ragione nel mondo: non di rado accade che essa assecondi il dominio dell’irrazionalità. L’autore della Fenomenologia aveva ben presente il furore controrivoluzionario che aveva animato la rivolta della Vandea in Francia allo scoccare del 1793 e lo scatenarsi delle bande sanfediste in Spagna in seguito alla rivoluzione del 1820. Prestava inoltre attenzione al dibattito contemporaneo e alle appassionate celebrazioni del popolo a cui in Germania importanti teorici della Restaurazione come Ludwig von Haller si erano abbandonati, infarcendo i propri discorsi di motivi xenofobi e di disprezzo per le idee del 1789.

A sua volta Marx definisce “plebaglia” quella componente popolare che negli Stati Uniti, ancora deturpati dal marchio della schiavitù su base razziale, mostrava la propria ostilità alla causa abolizionista. Nel paese nordamericano il richiamo appassionato al popolo proveniva perlopiù dal Partito Democratico, che, proprio nel nome della democrazia e dell’opinione pubblica, difendeva strenuamente l’istituto della schiavitù. Ma già Adam Smith aveva a suo tempo sostenuto che il sistema schiavista avrebbe potuto essere soppresso più facilmente sotto un governo dispotico in grado di intervenire con forza sui diritti di proprietà che sotto un governo libero in cui questi ultimi avrebbero egemonizzato le istituzioni rappresentative. Non a caso Marx rammenta che nelle elezioni del 1860 qualunque partito avesse abbracciato apertamente la causa dell’emancipazione degli schiavi “sarebbe uscito sicuramente battuto…perché la maggioranza questa emancipazione non la voleva”. D’altro canto, vale la pena altresì ricordare che l’abolizione della schiavitù nella colonia francese di Santo Domingo avvenne tutt’altro che per vie democratiche e si verificò sotto l’impulso della dittatura giacobina.

Vediamo allora qui saltare gli schemi cari alla logica della tradizione liberale: in tutta una serie di circostanze, volontà popolare e procedure democratiche possono avallare le pratiche dispotiche più feroci, mentre decisioni impopolari e regimi dispotici possono affermare i più importanti principi democratici. Questo non significa che occorra abbandonare uno schema per abbracciarne un altro, ma che questi schemi, nella loro assolutezza metastorica, andrebbero messi tutti in discussione e sostituiti con un’analisi concreta della situazione concreta in grado di valutare di volta in volta quali forze, all’interno di un dato conflitto, stiano volenti o nolenti veicolando principi suprematisti e quali principi democratici.

 

L.B. La questione della democrazia si intreccia con quella dello Stato. È molto diffusa oggi, tra i democratici più radicali, l’idea che il cosmopolitismo rappresenti la logica estensione della democrazia e della libertà, che troverebbero il proprio pieno compimento in un mondo senza confini e senza stati. Anche riguardo a questo tema ti chiedo se sei d’accordo con questa visione.

E.A. La stagione filosofica che va da Kant a Marx si è contraddistinta per aver posto al centro della propria riflessione il problema dell’universalità. In altri termini, dell’unità del genere umano. Ma come va pensata concretamente l’universalità? Nella Scienza della logica Hegel respinge l’idea secondo cui identità e differenza si escludano reciprocamente: si ha identità solo tra diversi e differenza solo tra identici. Solo in quanto un ente si distingue dall’ente con cui viene confrontato può essere pensato ad esso identico. Così, solo in quanto due enti sono entrambi enti (e sotto questo aspetto identici) possono essere distinti. Pensare l’identità senza la differenza e la differenza senza l’identità significa pensare in modo astratto entrambe. Veniamo ora all’universalità. Nella stessa opera Hegel distingue dall’universale astratto, l’universale concreto, che non cancella, ma abbraccia in sé la ricchezza del particolare. Pensare l’unità del genere umano come un’unità in cui scompaiano le differenze linguistiche, legislative, culturali, organizzative, significa pensare questa unità in modo astratto. Ed è la forma mentis di quel cosmopolitismo che vorrebbe cancellare dal mondo tutti gli Stati-nazione. A un tale universalismo astratto occorrerebbe opporre una prospettiva inter-nazionalista: una prospettiva che pensa l’universalità come qualcosa che non distrugge ma abbraccia le differenze nazionali. D’altro canto, lo stesso processo di costruzione degli Stati-nazione non ha cancellato le giurisdizioni comunali, provinciali, distrettuali, municipali, regionali, ecc., non si vede perché il processo di costruzione dell’unità del genere umano dovrebbe cancellare le differenze nazionali. È un punto compreso da Lenin, che nello sposare l’internazionalismo senza scivolare nel cosmopolitismo, invitava chiunque avesse a cuore la causa della libertà non già a impegnarsi a cancellare gli Stati nazionali ma a “realizzare l’assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni”. Ed è un punto compreso anche da Gramsci, che, oltre ad insistere a più riprese nei Quaderni del carcere, sull’importanza del “nazionale-popolare”, senza mai concedere nulla all’idea di distruzione degli Stati-nazione, sottolinea l’importanza  di “studiare esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe internazionale dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le direttive internazionali”. L’universalità viene pensata anche qui in modo concreto, non astratto. Non è un caso che sia Lenin che Gramsci siano stati profondi estimatori di Hegel.

 

L.B. Il tema dello Stato pone il tema più generale del “limite”. La storia politica e filosofica occidentale è attraversata da due idee di libertà: la libertà come assenza di limiti e la libertà come presenza di limiti. Lo Stato, i corpi intermedi (che organizzando la popolazione rappresentano però al contempo un limite agli individui), il diritto internazionale (che cerca di limitare e indirizzare l’azione degli Stati), sono visti dalla corrente di destra del sovranismo come limiti da abbattere per liberare i popoli. L’occidente è attraversato da anni da una ondata populista che fa dell’assenza dei corpi intermedi (visti come corrotti o puramente autointeressati) la via per la vera liberazione del popolo. E al contempo assistiamo a un indebolimento progressivo del diritto internazionale. La democrazia nasce quindi dalla presenza di “limiti” o piuttosto dalla loro assenza?

E.A. La prospettiva democratica si contrappone per antonomasia all’acquisizione del potere assoluto, ovvero al dominio incontrastato del particolarismo. È pertanto evidente che essa mira a decentrare il potere anziché a concentrarlo in poche mani. La tradizione liberale ha avuto il merito di aver posto il problema della limitazione del potere. Ma ha avuto il demerito di pensare questa limitazione del potere in modo esso stesso limitato, confinandolo prevalentemente alla sfera giuridico-politica. Fino a quando infatti le altre sfere rimangono in mano all’arbitrio, la concentrazione del potere che in esse si verifica finisce per vanificare e progressivamente erodere la stessa limitazione del potere prevista nella sfera giuridico-politica.

Partiamo dalla scala più ampia. Il diritto internazionale è stato pensato per limitare il potere che un paese avrebbe potuto esercitare su tutti gli altri. Eppure, non avendo questa limitazione intaccato il piano militare, il paese che da solo spende in armamenti oltre un terzo di tutto il resto del mondo messo assieme e possiede oltre 800 basi da guerra sparse per il globo, sta vanificando, con il suo più stretto alleato in Medio Oriente, tutti i principi su cui il diritto internazionale si fonda, imponendo sopra ogni regolamentazione la più barbara e primitiva legge della forza. E non si tratta soltanto di vanificare quel potere. L’Onu, per Washington e Tel Aviv, più che un’istituzione da rispettare, viene avvertito come un nemico da distruggere. Questo è il senso del Board of Peace promosso dagli Usa e dei bombardamenti contro le sedi, i mezzi e i funzionari delle Nazioni Unite effettuati ripetutamente da Israele. Ma questa vanificazione del diritto internazionale si determina anche quando la concentrazione di potere avviene sul piano economico: il che conferisce un effetto particolarmente distruttivo ai blocchi commerciali che i detentori di quel potere possono imporre. Uno studio uscito su The Lancet nell’agosto del 2025 registrava che dal 1970 le sanzioni che USA e UE (alias CEE), hanno imposto ai paesi extra-occidentali, hanno provocato, tra la popolazione civile, 38 milioni di morti. Assumendo come parametro quantitativo la Shoah, sono le cifre, approssimate per difetto, di 6 olocausti!

Veniamo ora alla scala nazionale. Il potere assoluto sul piano politico è stato decentrato con la costruzione dei corpi intermedi. Le camere parlamentari, i partiti, la magistratura, i sindacati. Ma ancora una volta, la riluttanza a porre dei limiti al potere economico ha permesso a quest’ultimo di scatenare contro questi corpi una vera e propria guerra. Attraverso i propri mezzi di informazione e i propri politici di riferimento, si è insistito prima sulla loro futilità, poi sui costi che comportavano e infine sulla necessità della loro compressione. Il tutto nel nome del valore del popolo. In maniera non molto diversa aveva proceduto il nazifascismo. Mentre celebrava il popolo e i lavoratori ne distruggeva tutele, organizzazioni e rappresentanze (parlamento, partiti, magistratura, sindacati). Nel nome di qualcosa che non è mai esistito (a ben vedere neppure nell’antica Grecia), né mai esisterà (ossia la democrazia diretta), abbiamo assistito al progressivo soffocamento della democrazia rappresentativa. Ma la distruzione dei corpi intermedi significa la distruzione dei contrappesi necessari a impedire l’accumulazione di un potere sempre più ampio: significa la rovina del decentramento.

Così, se la prospettiva populista favorisce il dispotismo, in quanto prende di mira le mediazioni presenti tra sovrano e popolo e i contrappesi che bilanciano il potere del sovrano, la prospettiva liberale non costituisce certamente un freno a questa deriva nella misura in cui appare restia a far valere il principio dell’equilibrio e della limitazione del potere alla sfera economico-sociale e a quella dei rapporti internazionali.

 

L.B. La democrazia si intreccia con il tema della questione nazionale. La contraddizione che spesso si è prodotta tra liberazione nazionale, ottenuta contro un sistema imperialista che vi si oppone e democrazia è forse la fonte di molte critiche contro chi ha l’ardire di schierarsi in difesa del paese aggredito anche quando questo appare sorretto da un sistema tutt’altro che democratico. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

E.A. Nell’ottobre del 1935, il Regno d’Italia, sotto il governo Mussolini, diede avvio alla spedizione coloniale contro l’Impero d’Etiopia. All’interno di quest’ultimo, per quanto in un progressivo declino, risultava ancora in vigore il sistema schiavista. Ci si trovava dunque al cospetto, possiamo ora affermare, di uno Stato tutt’altro che democratico. Nondimeno, il futuro partigiano e segretario della Cgil, Giuseppe Di Vittorio, invia ben presto in Abissinia i cosiddetti Tre apostoli: Ilio Barontini, Domenico Rolla e Anton Ukmar, poi combattenti partigiani a loro volta. Essi si uniscono nel continente africano ad altri membri dell’Internazionale Comunista e lì, dopo avere addestrato, in collaborazione con il Negus, i guerriglieri etiopi, organizzano la resistenza contro l’avanzata fascista. Questa resistenza, possiamo affermare, si configura in ultima analisi come una trincea democratica.

Eppure, l’Etiopia non costituiva de facto una dittatura, come abbiamo affermato e come la stessa pubblicistica mussoliniana non mancava di evidenziare? Indubbiamente, ma l’avanzata fascista risultava portatrice di una minaccia per la democrazia e la pace a livello mondiale ben maggiore di quella rappresentata dal sistema schiavistico etiope in decadenza. Per cui, allorché tale configurazione dispotica finiva per entrare in conflitto con un dispotismo di ben più ampie dimensioni e si trovava a frenarne finanche l’avanzata, il quadro conflittuale caricava sulle sue spalle la salvaguardia di istanze democratiche. In sostanza, la dittatura etiope, laddove si trovava ad arginare l’espansionismo fascista, costituiva, in ultima analisi, un baluardo di democrazia. Non per ciò che incarnava a livello strutturale, ma per la funzione che si trovava ad assolvere storicamente nel quadro dei rapporti di forza allora vigenti. Ritengo che confondere i due aspetti e diluire l’uno nelle acque dell’altro – al punto da attirare il sistema dentro la celebrazione della funzione o, viceversa, la funzione dentro la condanna del sistema – rechi tutt’altro che un buon servigio alla causa della democrazia.

 

L.B. Nel tuo libro critichi la visione attuale della democrazia come “piccolo borghese”, cioè come affetta da soggettivismo. A cosa ti riferisci? E quali sono secondo te le caratteristiche alternative che permettono di fare uscire il dibattito da una visione manichea della democrazia e della dittatura?

E.A. Senza voler negare la rilevanza che i fattori soggettivi giocano nello sbilanciare un determinato regime politico-sociale in una direzione più democratica o più dispotica, ritengo viziata da soggettivismo ogni prospettiva che tende a ricondurre la configurazione di un determinato Stato unicamente alla volontà del governante di turno. A ben vedere, infatti, le condizioni oggettive svolgono spesso un ruolo preponderante. Nei Quaderni del carcere Gramsci sostiene che la soluzione dispotica tende a prendere il sopravvento quando le forze in lotta si equilibrano senza che nessuna riesca a prevalere in modo schiacciante sull’altra. È a partire da questa fase di stallo che si tende a sopperire alla perdita di egemonia mediante soluzioni repressive e censorie, aumentando sensibilmente il ruolo assunto dal potere militare nella vita statale.

Sempre nei Quaderni, inoltre, con riferimento alla Francia giacobina, Gramsci ricorda che “la Costituzione votata nel ’93 dalla Convenzione fu deposta in un’arca di cedro nei locali dell’assemblea, e l’applicazione ne fu sospesa fino alla fine della guerra”, poiché “anche la Costituzione più radicale poteva essere sfruttata dai nemici della Rivoluzione” ed era pertanto “necessaria la dittatura, cioè un potere non limitato da leggi fisse e scritte”. Vediamo che Gramsci riconduce la configurazione dispotica di un paese, da un lato all’equilibrio delle forze antagoniste interne, dall’altro allo stato d’assedio a cui esso è sottoposto dai nemici esterni (la Francia era bersaglio militare in quel momento della Prima Coalizione). In entrambi i casi, non tanto alla volontà soggettiva della classe politica che sta dirigendo il paese, quanto alle particolari condizioni oggettive in cui quel paese in quella data situazione si trova.

Ma oltre alla prospettiva soggettivista Gramsci mette in discussione la logica dicotomica in cui frequentemente tende a scivolare la cultura liberale. L’assetto dispotico che scaturisce dalla perdita di egemonia di un determinato blocco sociale e dall’equilibrio delle forze in lotta può assumere infatti a suo giudizio una configurazione “progressiva” o “regressiva”. Nel primo caso esso sprigiona anche importanti spinte emancipatrici: sviluppa, vale a dire, anche tendenze democratiche. Contro la prospettiva binaria sembra qui agire il principio di “compenetrazione degli opposti” che secondo Engels costituiva uno dei capisaldi della dialettica. Il che ci permette di capire che “dittatura” e “democrazia”, questi apparenti esclusivi, convivono spesso in una lunga serie di interregni. E come possono esistere dittature democratiche, così possono esistere democrazie dittatoriali: basti pensare alla costruzione storica della democrazia statunitense avvenuta parallelamente all’annientamento degli indiani a Est e alla schiavizzazione dei neri a Sud.  Per evitare di scivolare nelle logiche dicotomiche che avallano il manicheismo, sarebbe bene cessare di pensare alla “dittatura” e alla “democrazia” unicamente come modelli (cosa che destoricizza l’oggetto di discussione e astrae dalle sue condizioni reali) per imparare a pensarli altresì come processi. Quest’ultimo modo di ragionare ci illustra più efficacemente la compresenza di elementi opposti nelle vicende storiche in cui di volta in volta ci imbattiamo. Un paese può essere più democratico di un altro per quanto riguarda la scala nazionale e al tempo stesso più dispotico per quanto riguarda la scala internazionale. Ed è chiaro che non vi sarebbe confronto tra un dispotismo il cui raggio d’azione comprende il proprio territorio (o eventualmente i territori limitrofi) e un dispotismo il cui raggio d’azione mira ad estendersi per tutti e cinque i continenti. Quest’ultimo risulta indubbiamente il nemico più acerrimo della democrazia: non soltanto perché opera su una scala decisamente più ampia, ma anche per il fatto che con il proprio assedio e il terrore che incute ai paesi più fragili, tende a perpetuarne lo stato d’allarme e a irrigidirne a tempo indefinito le strutture politiche. La causa democratica non può dunque non passare in primissimo luogo per una resistenza nei confronti di chi ritiene di imporre la propria volontà a tutto il mondo, mediante strangolamenti economici e bombardamenti aerei contro questo o quel paese e mostra un disprezzo crescente verso la “rule of law” del quadro internazionale. La democrazia, in sostanza, non è compatibile con l’imperialismo e con la ragione suprematista.

[La versione francese dell”intervista è pubblicata alla pagina: https://materialistes.fr/article/dictatures-democratiques-et-democraties-dictatoriales]


Pace e guerra, una storia tormentata di Domenico Losurdo

D. Iniziamo da un nesso immediato: il tema centrale del tuo nuovo libro (“Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente”, Carocci, Roma) non può che richiamare alla mente, a quel lettore che ha seguito un poco il tuo percorso intellettuale, un altro tema a cui hai dedicato attenzione nel corso dei tuoi studi: quello della non-violenza (cfr. “La non-violenza. Una storia fuori dal mito”, Laterza, Roma-Bari 2010). Esiste un filo conduttore tra questi argomenti e tra queste due ricerche?

R. Il libro sulla non-violenza giunge a un risultato assai sorprendente per il comune lettore. Al momento dello scoppio della prima guerra mondiale Gandhi si offriva quale «reclutatore capo» di truppe indiane per l’esercito britannico e lanciava un appello alla mobilitazione totale: l’India doveva essere pronta a «offrire nell’ora critica tutti i suoi figli validi in sacrificio all’Impero», a «offrire tutti i suoi figli idonei come sacrificio per l’Impero in questo suo momento critico»; «dobbiamo dare per la difesa dell’Impero ogni uomo di cui disponiamo». Lenin invece esprimeva tutto il suo orrore per la carneficina che infuriava, invitava a porvi fine e promuoveva la rivoluzione in nome anche della pace. Tale pace doveva includere i popoli coloniali, dalle grandi potenze imperialistiche razziati a guisa di schiavi e costretti a combattere e a morire a migliaia di chilometri dalla loro terra per una causa che certamente non era la loro. In questo senso il libro sulla non-violenza ha gettato le basi per l’odierno libro su pace e guerra.

D. Nel tuo libro presenti, in relazione al tema della pace, un quadro della storia più complesso e intrecciato di quello che, di consuetudine, tende ad offrire il manicheismo della logica binaria: il cammino dell’umanità più che da scontri tra ideali di pace e ideali di guerra, appare scandito, soprattutto dopo l’avvento dell’età moderna, da conflitti tra diversi ideali di pace. Potresti illustrarci concretamente questo tipo di dialettica?

R. Alcuni decenni prima della rivoluzione francese a parlare di «pace perpetua» era l’abate di Saint-Pierre, che però intendeva far valere tale ideale solo per le potenze civili e cristiane dell’Europa. Esse erano chiamate a rappacificarsi e ad allearsi in modo da fronteggiare meglio i «turchi», i «corsari d’Africa» e i «tartari»; combattendo contro i barbari, esse potevano persino trovare «le occasioni per coltivare il genio e i talenti militari». Facciamo un salto di quasi due secoli. Nel 1907 il Premio Nobel per la pace era assegnato a Ernesto Teodoro Moneta (l’unico italiano insignito di tale riconoscimento), che quattro anni dopo non aveva difficoltà a dare il suo appoggio alla guerra dell’Italia contro la Libia, trasfigurata, nonostante i consueti massacri coloniali, quale intervento civilizzatore e benefica operazione di polizia internazionale. Peraltro, nel rivendicare la sua coerenza di «pacifista», Moneta aveva il merito di esprimersi con chiarezza: ciò che veramente importava era la pace tra le «nazioni civili», che legittimamente scaricavano «le loro energie esuberanti nel continente africano», e ciò «nell’interesse stesso della pace europea» (e occidentale). Ecco la prima distinzione che s’impone: si tratta di vedere se l’ideale della pace perpetua sia declinato in modo universalistico. In caso contrario esso può divenire una micidiale ideologia della guerra: negli USA della seconda metà dell’Ottocento, i campioni del Manifest Destiny e dell’espansionismo coloniale nel Far West si sentivano legittimati a decimare o annientare i nativi, considerati razze inguaribilmente bellicose che ostacolavano l’avvento della pace perpetua. Non si tratta di un capitolo di storia remota e senza alcun rapporto con il presente: ancora ai giorni nostri le infami guerre coloniali o neocoloniali che in Medio Oriente hanno distrutto interi paesi, provocato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi sono state presentate come operazioni di «peace-keeping» ovvero di «polizia internazionale»! Ma per avere un’idea di cosa si tratta, vediamo in che modo un filosofo di fama internazionale (Todorov) ha descritto il regime change imposto in Libia nel 2011: «Oggi sappiamo che la guerra ha fatto almeno 30.000 morti, contro le 300 vittime della repressione iniziale» rimproverate al regime che i macellai della NATO erano decisi a rovesciare. Una brillante operazione di «mantenimento della pace»!

D. Molto spesso Hegel, in quanto teorico del conflitto, viene accusato di promuovere una giustificazione della guerra. Nel tuo libro poni invece il suo pensiero come un contributo filosofico alla realizzazione della pace, ben maggiore di quello di Fichte e persino di quello dello stesso Kant (che, possiamo dire, costituisce una sorta di precursore del diritto internazionale). Se solitamente il passaggio Kant-Fichte-Hegel, viene presentato come un allontanamento dall’idea di pace, nel tuo libro questo passaggio coincide con uno sviluppo di questo concetto. Puoi chiarire questo punto?

R. Al di là di Hegel, occorre non perdere di vista le altre figure centrali della filosofia classica tedesca. Sull’onda della lotta da lui promossa contro l’occupazione semicoloniale da Napoleone imposta alla Germania e all’Europa, Fichte sviluppa una teoria della rivoluzione nazionale che è al tempo stesso rivoluzione sociale. Attraverso la mediazione di Lenin, grande ammiratore della sollevazione antinapoleonica, tale teoria svolge un ruolo centrale nelle rivoluzioni anticoloniali del Novecento. Se si volesse attualizzare la lezione dell’ultimo Fichte, occorrerebbe promuovere un movimento di protesta e di ripulsa contro le basi militari che gli USA e la NATO hanno installato in Europa che minacciano di coinvolgere rovinosamente l’Europa in una guerra decisa sovranamente da Washington. È lo stesso Brzezinski, già membro dell’amministrazione Carter e tuttora influente stratega statunitense a parlare dei presunti alleati degli USA come di «vassalli». Questi – possiamo aggiungere – sono costretti a erogare risorse finanziarie e carne da cannone per le guerre dell’Impero americano, così com’erano costretti a fare gli Stati tedeschi per le guerre dell’Impero napoleonico.

D. Per quanto riguarda Kant, la «pace perpetua» da lui invocata non solo ha una dimensione universalistica ma comporta la condanna della schiavitù nera, abolita dalle correnti più radicali della rivoluzione francese ma fiorente nel liberale Impero britannico (e nella stessa repubblica nordamericana nata da una costola di tale Impero). Vale la pena di aggiungere che la «pace perpetua» auspicata da Kant presuppone un rapporto di eguaglianza tra i diversi Stati e non ha nulla che fare con il dominio planetario imposto da uno Stato o da un gruppo di Stati, non ha nulla a che fare con la «monarchia universale», agli occhi del filosofo tedesco sinonimo di «dispotismo senz’anima». William Pitt, primo ministro della Gran Bretagna liberale che, in nome della libertà, pretende di rovesciare il governo rivoluzionario francese è bollato da Kant quale «nemico del genere umano». Siamo in presenza di una sorta di denuncia ante litteram della politica di regime change, ai giorni nostri messa in atto da Washington (spesso con la complicità subalterna di Bruxelles). È vero, Kant è stato più volte invocato dall’Occidente nel corso delle sue «operazioni di polizia internazionale»; ma agli apologeti della «monarchia universale» e del regime change noi possiamo ben rispondere: «giù le mani da Kant!». A coloro che, in nome di presunti valori universali, pretendono di dettar legge nel mondo intero, il grande filosofo della pace ha obiettato in anticipo: «la natura sapientemente separa i popoli»; a ciò provvede la «diversità delle lingue e delle religioni»; il tentativo di unificare il mondo sotto il segno del dispotismo internazionale si scontra pertanto con la resistenza dei popoli e finisce col produrre un’«anarchia» sanguinosa.

R. È giusto peraltro sottolineare l’importanza tutta particolare di Hegel. Pochi hanno riflettuto sul fatto che il bilancio critico da lui tracciato dell’ideale della «pace perpetua» è una critica severa delle guerre condotte in nome di questo ideale! Per dirla con Engels, la pace perpetua promessa dalla rivoluzione francese si trasforma con Napoleone in una guerra ininterrotta di conquiste. È la medesima conclusione a cui giunge Hegel. Con la disfatta di Napoleone e l’avvento della Restaurazione la Santa Alleanza conduce le sue spedizioni punitive e le sue guerre agitando essa stessa la bandiera della «pace perpetua»; e anche in questo caso calzante e pungente è la critica di Hegel: voler assicurare la «pace perpetua» mediante l’esportazione con la forza delle armi di questo o quel regime politico significa rendere la guerra non solo perpetua ma anche totale.

D. Che rapporto sussiste tra l’ideale rivoluzionario e quello pacifista? Sono essi compatibili?

R. L’idea universalistica di pace perpetua è emersa ed è diventata un’aspirazione e un movimento di massa in occasione della rivoluzione francese e, con una forza tutta particolare, con lo scoppio della rivoluzione d’ottobre. Si tratta di due rivoluzioni che rispettivamente hanno finito col promuovere o hanno promosso in modo consapevole e organizzato la lotta contro il sistema coloniale (e il pregiudizio razziale a esso connesso). La rivoluzione del 1789 sfocia in Santo Domingo-Haiti nella grande sollevazione degli schiavi neri diretta da Toussaint-Louverture. Nel 1917, subito dopo la rivoluzione d’ottobre, Lenin fa appello agli «schiavi delle colonie» a spezzare le loro catene. L’universalismo mette radicalmente in discussione da un lato l’assoggettamento coloniale e la schiavitù o semi-schiavitù coloniale e dall’altro l’idea per cui le «razze superiori» sarebbero destinate a dominare quelle «inferiori» e i popoli di cultura superiore sarebbero chiamati a dettar legge a quelli di cultura inferiore. È in questo contesto politico-ideologico che l’idea universalistica di un mondo senza guerre può ispirare un movimento di massa. Peraltro, l’esperienza storica ha dimostrato quanto sia difficile realizzare nella pratica tale idea: si tratta di un processo di apprendimento che è ben lungi dalla sua conclusione.

D. Per tracciare un’altra comparatistica interna alle tue ricerche, come si concilia il concetto di “pace” con quello di “lotta di classe” (cfr. D. Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica Laterza, Roma-Bari 2013)?

R. Nelle colonie, dove un intero popolo è assoggettato, privato della sua terra, deportato e spesso decimato, la «questione sociale» si presenta come «questione nazionale» (ovvero la lotta di classe tende a configurarsi al tempo stesso come lotta nazionale). L’osservazione è di Marx, il quale per altro verso osserva: «La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude», come dimostra in particolare il ricorso contro i nativi a pratiche genocide. La lotta degli «schiavi delle colonie» è una grande lotta di classe e al tempo stesso una lotta per la pace (e contro le forme più brutali di guerra e di violenza).
D. Nelle le pagine del tuo libro sembra agire in profondità la lezione hegeliana, soprattutto attraverso i concetti di “particolare astratto” ed “universale astratto” che proprio in cagione della loro astrattezza, vale a dire del mancato riconoscimento dell’alterità, si rovesciano ciascuno nel proprio contrario. Emblemi della seconda di queste due categorie appaiono quelli che chiami “Impero britannico” ed “Impero americano”. Puoi darci alcune spiegazioni?

R. Oggi si discute molto di universalismo e di relativismo. Occorre però tener presente una terza posizione: l’«empirismo assoluto», che secondo Hegel ha luogo allorché si conferisce il crisma dell’universalità anche a un particolare assai controverso o del tutto inaccettabile. Oggi è facile imbattersi nell’espressione «interessi e valori americani» oppure «interessi e valori occidentali»; ed è altrettanto facile imbattersi nella tesi per cui valori occidentali e americani sarebbero al tempo stesso universali. In tal modo gli stessi interessi imperiali diventano espressione di indiscutibili valori universali. È un empirismo assoluto abbastanza esplicito. Allorché poi un paese determinato pretende di essere la «nazione eletta da Dio», l’empirismo assoluto si manifesta nella sua forma più crassa e volgare. Ed esso, per dirla con Hegel, è «uno stravolgimento e una truffa»; è un atteggiamento inaccettabile non solo sul piano logico e «scientifico» ma anche su quello «etico».
Occorre tuttavia tener presente che nell’empirismo assoluto può finire col cadere anche un entusiasmo rivoluzionario poco meditato e piuttosto ingenuo, che esige l’esportazione della rivoluzione, ignorando le peculiarità, le sensibilità, gli interessi di ogni singola nazione. Secondo Hegel, invece, l’universale è autentico solo nella misura in cui sa abbracciare il particolare. Si tratta, agli occhi di Lenin, di una «formula eccellente»!

D. Evidentemente la ricostruzione storica e filosofica da te compiuta non ubbidisce a un interesse di semplice erudizione ma giunge a misurarsi con alcuni problemi centrali del nostro tempo. Nel volume viene mostrato come attualmente sia in corso una guerra psicologica condotta dagli Stati Uniti ai danni di Russia e Cina. Una guerra che, possiamo dire, ha già riversato in Occidente una ondata di russofobia e sinofobia suscettibile di assumere le conformazioni più svariate. A questa si aggiunge una guerra economica, anch’essa già in atto. Ma il più forte timore è che queste opere di destabilizzazione, già di per sé gravide di conseguenze drammatiche sulla vita collettiva, preparino sin da ora l’eventualità dell’annientamento sul piano militare. Puoi illustrarci i rischi reali riguardo a quest’ultimo aspetto?

R. Diamo la parola a un analista autorevole e non sospetto di simpatie comuniste. Sergio Romano ha richiamato più volte l’attenzione sul fatto che gli USA aspirano da un pezzo a garantire a sé stessi «la possibilità di un primo colpo [nucleare] impunito». È questa aspirazione a spiegare la denuncia da parte del presidente Bush jr., il 13 giugno 2002, del trattato stipulato trent’anni prima. Era «l’accordo forse più importante della Guerra fredda», quello in base al quale USA e URSS si impegnavano a limitare fortemente la costruzione di basi antimissilistiche, rinunciando così al perseguimento dell’obiettivo dell’invulnerabilità nucleare e quindi del dominio planetario che tale invulnerabilità dovrebbe garantire. Il paese che pretende di essere la «nazione eletta da Dio», l’unica «nazione indispensabile» e circonfusa dall’aura dell’«eccezionalismo», vorrebbe assicurarsi un monopolio di fatto delle armi di distruzione di massa e dunque una sorta di potere di vita e di morte sul resto della popolazione mondiale. Tutto ciò non promette nulla di buono…

D. Su «La Lettura» del «Corriere della Sera» (03/07/2016), Antonio Carioti sembra implicitamente riabilitare una logica argomentativa cara ad Ernst Nolte, sia pure aggiornata ai giorni nostri: l’Occidente e gli Stati Uniti hanno commesso crimini atroci, ma si tratta di congiunture, effetti collaterali sopportabili pur di scongiurare quella che costituisce la più grande minaccia per la pace: il superamento del sistema capitalistico. Questo, qualora si verificasse, trasformerebbe invero il pianeta in un cumulo di “formicai” o di “cimiteri”. Sì che le guerre di Wilson o Bush jr sarebbero ben poca cosa in confronto alla spietatezza di Lenin o Mao, campioni, assieme al socialismo, non già dell’ideale di pace, ma dell’intolleranza e della violenza di classe. Che cosa risponderesti a queste accuse? Il sistema capitalistico resta pur sempre, come il Corriere vuole indurre a pensare, il più pacifista, il meno violento, dei sistemi realmente possibili?

R. Nel tracciare il bilancio degli ultimi due secoli di storia, l’ideologia dominante, assunta da Carioti come un dogma indiscutibile, fa astrazione dalle colonie. Se invece superiamo questa astrazione arbitraria e falsificante, ecco che il quadro cambia in modo radicale. A metà dell’Ottocento, a proposito dell’Irlanda, colonia della Gran Bretagna, Beaumont, il compagno di Tocqueville nel corso del viaggio in America, parla di «un’oppressione religiosa che supera ogni immaginazione»; le angherie, le umiliazioni, le sofferenze imposte dal «tiranno» inglese a questo «popolo schiavo» dimostrano che «nelle istituzioni umane è presente un grado d’egoismo e di follia, di cui è impossibile definire il confine». In quello stesso periodo di tempo, Herbert Spencer, filosofo liberale e neoliberista, descrive in che modo procede l’espansionismo coloniale (portato avanti in primo luogo da paesi di consolidata tradizione liberale): all’espropriazione degli sconfitti fa seguito il loro «sterminio»: a farne le spese non sono solo gli «indiani del nord-America» e i «nativi dell’Australia». Il ricorso a pratiche genocide in ogni angolo dell’Impero coloniale britannico: in India «è stata inflitta la morte a interi reggimenti», colpevoli di «aver osato disobbedire ai comandi tirannici dei loro oppressori». Circa cinquant’anni dopo, Spencer si sente costretto a rincarare la dose: «siamo entrati in un’epoca di cannibalismo sociale in cui le nazioni più forti stanno divorando le più deboli»; occorre riconoscere che «i bianchi selvaggi dell’Europa stanno di gran lunga superando i selvaggi di colore dappertutto». L’espansionismo coloniale stimola una competizione sfociata nella carneficina della prima guerra mondiale: per dirla con lo storico statunitense Fritz Stern, è «la prima calamità del ventesimo secolo, la calamità dalla quale scaturiscono tutte le altre». Sì, Hitler si propone di imitare Gran Bretagna e Stati Uniti: mira a stabilire le «Indie tedesche» in Europa orientale oppure a promuovere qui un’espansione coloniale simile a quella a suo tempo verificatasi nel Far West della repubblica nord-americana. In modo analogo si atteggia l’Impero del Sol Levante: perché dovrebbe essere disconosciuto al Giappone il diritto all’espansionismo coloniale e imperiale di cui fa larghissimo uso la Gran Bretagna? Solo l’accecamento ideologico e manicheo può negare il merito storico acquisito dal movimento comunista nel mettere in discussione il sistema colonialista mondiale.
Disgraziatamente, la lotta tra colonialismo e neocolonialismo da un lato e anticolonialismo dall’altro è ben lungi dall’essersi conclusa. Ai giorni nostri, in particolare in Medio Oriente, le guerre scatenate da Washington e da Bruxelles, e il cui carattere neocoloniale è non poche volte riconosciuto e sottolineato dalla stessa stampa occidentale, stanno provocando un disastro dopo l’altro. Invece di prendere atto di questa realtà, Carioti grida allo scandalo per il fatto che il sottoscritto si esprime con «benevolenza» anche a proposito della «Siria sotto il regime della famiglia Assad, descritta come un’”oasi di pace di pace e libertà religiosa”». Il giornalismo brillante non ha tempo e voglia per la precisione filologica. Diversamente Carioti si sarebbe accorto che a suscitare la sua indignazione è un articolo dell’«International Herald Tribune» del 30-31 luglio 2011, p. 4 (Tim Arango, Despite upheaval, Syria beckons to Iraqis). Conviene riportarne alcuni passaggi.
«In Irak, la Siria rappresenta ancora qualcosa di simile a un’oasi. Gli irakeni cominciarono a rifugiarsi di là per sfuggire la guerra diretta dagli USA e il susseguente bagno di sangue della violenza settaria. Nel corso della guerra, la Siria ha accolto circa 300 mila rifugiati irakeni, più di qualsiasi altro paese nella regione (a quello che riferisce l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati). In questi giorni, anche se la Siria deve fronteggiare i suoi disordini, sono pochi gli irakeni che ritornano in patria. In effetti, sono molto più numerosi gli irakeni che partono per la Siria di quelli che ritornano in patria».
Oggi, la situazione è cambiata in modo radicale. Ma chi è il responsabile della catastrofe che è sotto gli occhi tutti? Una cosa è certa. Come documenta il mio libro, già nel 2003 i neoconservatori USA progettavano in modo esplicito e pubblico il cambiamento di regime a Damasco. D’altro canto, anche Sergio Romano ha osservato: già da un pezzo la Siria era stata inserita dai neoconservatori nel novero dei paesi «considerati un ostacolo alla “normalizzazione”» del Medio Oriente; «nell’ottica dei neoconservatori, se gli Stati Uniti fossero riusciti a provocare un cambio di regime a Baghdad, Damasco e Teheran, la regione, soggetta ormai all’egemonia congiunta degli Stati Uniti e di Israele, sarebbe stata finalmente “pacificata”». Sennonché, i custodi dell’ortodossia atlantica gridano allo scandalo anche per tesi che si possono leggere tranquillamente sull’«International Herald Tribune» o che sono espresse da autorevoli editorialisti del «Corriere della Sera» (il quotidiano al quale collabora anche Carioti).

D. Oggi abbiamo visto assegnare premi Nobel per la pace al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama e al dissidente cinese, Liu Xiaobo. A contraddistinguere l’amministrazione del primo è stato lo scatenamento della guerra contro la Libia, il sostegno garantito ad Israele durante le operazioni militari “Piombo fuso” e “Margine di protezione”, il supporto economico e militare al terrorismo di matrice islamica in Siria contro il governo di Assad, il sostegno ai tentativi di colpo di Stato militari in Venezuela e il supporto del golpe di Majdan in Ucraina, realizzato con un considerevole protagonismo di formazioni filonaziste come Svoboda e Pravy Sektor. Il secondo ha esplicitamente sostenuto ed esaltato il colonialismo occidentale ai danni della Cina. Possiamo dire che l’idea di “pace” abbia subito, negli ultimi lustri, una preoccupante involuzione? E quali sono state le ragioni storiche che l’hanno determinata?

R. Come ho spiegato in precedenza, a lungo l’idea di un mondo senza guerre, l’idea di «pace perpetua» è stata declinata con lo sguardo rivolto esclusivamente all’Occidente. Certo, questa tradizione è stata messa radicalmente in discussione dalla rivoluzione d’ottobre, Sennonché, dopo il trionfo conseguito dall’Occidente e dal suo paese-guida nella guerra fredda, a Washington, Bruxelles e in altri capitali non pochi si sono abbandonati all’illusione di poter tornare al buon tempo antico. E così, il ritorno alla grande delle guerre coloniali o neocoloniali è andato di pari passo con il conferimento del premio Nobel per la Pace ai protagonisti e agli ideologi delle guerre coloniali e neocoloniali. Oltre a Obama, sono stati insigniti Liu Xiaobo (che, rimpiangendo la «breve» durata del dominio coloniale in Cina, di fatto celebra le guerre dell’oppio) e l’Unione Europea (dimenticate o ridotte a bagattella sono le guerre in Vietnam, in Algeria, in Jugoslavia…).

D. Ad uno spirito pacifista oggi che cosa diresti? Come prevenire le guerre? E quali le dinamiche concrete da attivare, nel nostro presente, affinché l’ideale della pace perpetua non rimanga una vaga utopia?

R. Il primo compito di chi vuole realmente lottare contro i pericoli di guerra è di liberarsi dalle mitologie dominanti. Nel 2000 un libro scritto da Hardt e Negri (Impero) e subito coronato dal successo mondiale assicurava che, grazie alla globalizzazione affermatasi a ogni livello, si andava affermando, anzi si era già affermata la «pace perpetua e universale». Del tutto superata era la categoria leniniana di imperialismo: «occorre ricordare che, alla base dello sviluppo e dell’espansione dell’Impero, c’è l’idea della pace»; «il suo concetto è consacrato alla pace». Tutti sono in grado di misurare l’enorme danno che la diffusione di tale mitologia ha provocato al movimento per la pace, oggi che il pericolo di una guerra su larga scala è tornato all’ordine del giorno.
E, tuttavia, non basta prendere coscienza della crescente pericolosità della situazione mondiale. A suo tempo Hegel ha chiarito che un’azione rivoluzionaria è tale se è una «negazione determinata». A sua volta Lenin insiste sulla necessità di un’«analisi concreta della situazione concreta». Occorre comprendere le caratteristiche particolari del mondo in cui viviamo. Piuttosto che ragionare per analogia rispetto al passato, occorre tener presenti e non perdere mai di vista le novità della situazione presente.
Alla vigilia della prima e della seconda guerra mondiale c’erano due coalizioni militari contrapposte; ai giorni nostri c’è in pratica una sola gigantesca coalizione militare la (NATO) che si espande sempre di più e che continua a essere sotto il ferreo controllo statunitense. Alla viglia della prima e della seconda guerra mondiale i principali paesi capitalistici si accusavano reciprocamente di scatenare la corsa al riarmo; ai giorni nostri, invece, gli Stati Uniti criticano i loro alleati perché non dedicano maggiori risorse al bilancio militare, perché non accelerano a sufficienza la politica di riarmo. Chiaramente, la guerra a cui si pensa a Washington non è la guerra contro la Germania, la Francia o l’Italia, ma quella contro la Cina (il paese scaturito dalla più grande rivoluzione anticoloniale e diretto da uno sperimentato partito comunista) e/o la Russia (che con Putin ha avuto il torto, dal punto di vista della Casa Bianca, di scuotersi di dosso il controllo neocoloniale cui si era piegato o adattato Eltsin). E questa guerra su larga scala, che potrebbe persino varcare la soglia nucleare, gli Stati Uniti sperano all’occorrenza di poterla condurre con la partecipazione subalterna, al loro fianco e ai loro ordini, di Germania, Francia, Italia e degli altri paesi della NATO. È contro questo pericolo di guerra concreto che siamo chiamati a lottare.