Fenicotteri rosa contro Trump, figlia
Il NO ha vinto. Ora costruiamo una coalizione costituzionale
La Costituzione è salva. Lo schieramento che ha scelto di difenderla ha battuto la controriforma voluta dalla destra di governo e questo è un momento di gioia che merita di essere celebrato. Dopo la gioia, viene il momento delle analisi e delle responsabilità.
Gli italiani hanno scelto con chiarezza: niente separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, niente sorteggi al CSM che avrebbero aperto la porta all’influenza parlamentare sulla magistratura, niente criteri politici per decidere quali reati perseguire. In sostanza, hanno detto no a ciò che molti hanno giustamente percepito come un tentativo di subordinare la magistratura al potere esecutivo.
Si mantiene così il modello costruito dai padri costituenti dopo il fascismo: giudici autonomi come presidio della democrazia. Certo, i problemi restano: giustizia lenta, tribunali intasati, un protagonismo eccessivo che porta ad errori. Ma il corpo elettorale ha preferito questi difetti noti ai rischi ben più gravi di una magistratura politicamente condizionata. Il messaggio è inequivocabile: l’indipendenza della magistratura non si tocca.
Per la prima volta dall’inizio della legislatura, il governo ha messo la faccia su una riforma identitaria e l’ha persa. Finisce l’aura di invincibilità del centrodestra. I dati sono impietosi: al Sud il NO ha stravinto (oltre il 66% in Campania), e gli under 34 hanno bocciato la riforma con il 61%. La narrazione della “modernizzazione” non ha convinto né le nuove generazioni né i territori dove i problemi reali si chiamano lavoro, sanità, diritti.
Meloni ha scelto di rispondere alla batosta con la linea del contenimento: nessuna dimissione, nessun dramma, e il solito “abbiamo mantenuto la promessa elettorale”. Diversamente e più furbescamente dalle dimissioni di Renzi nel 2016. Ma una sconfitta rimane una sconfitta, e nessun esercizio retorico può cancellarla.
Dentro la coalizione si sentono già scricchiolii. Forza Italia si “inchina alla volontà popolare” ma non si arrende, portando il peso di aver perso una battaglia storica di Berlusconi. La Lega fa i conti con un NO che ha prevalso persino in province storicamente di centrodestra.
Lega e FI coglieranno l’occasione per frenare l’egemonia di Fratelli d’Italia e rimettere sul tavolo i loro temi: autonomia differenziata, misure economiche per i ceti che vogliono proteggere e meno avventure costituzionali.
La sconfitta sul referendum della giustizia non è solo una ferita simbolica: rimescola l’intero calendario delle riforme. Il Premierato – l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, il vero progetto politico dei postfascisti di FdI- entra ufficialmente in zona di pericolo. Portare gli italiani a un secondo referendum dopo questa batosta sarebbe un harakiri politico senza appello.
Il governo rallenterà, cercherà mediazioni, forse cercherà di aprire tavoli con Azione e Italia Viva nella speranza di raggiungere i due terzi parlamentari ed evitare un nuovo voto popolare.
Ma il problema è strutturale: gli italiani hanno dimostrato di non voler toccare i pesi e contrappesi della democrazia, e il Premierato quei pesi li toccherebbe in profondità.
Con ogni probabilità, ieri è stata affondata non solo la controriforma della giustizia, è stato affondato anche il Premierato.
Sul fronte della legge elettorale, le opposizioni si batteranno unite con determinazione contro qualsiasi sistema costruito per blindare la maggioranza attuale. L’argomento è semplice e potente: questa maggioranza non rappresenta più il Paese.
Il quadro è chiaro: Meloni resta al governo, ma la stagione delle riforme a tamburo battente è finita. Inizia la fase della trincea.
Lo schieramento del NO è stato composto dal campo largo – PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra- da formazioni minori della sinistra e del civismo e dal sostegno determinante della CGIL.
Rispetto ai 10-11 milioni di voti strutturali di queste forze nelle elezioni politiche del 2022 e in quelle europee del 2024, il NO ha fatto un balzo straordinario: circa 14,8 milioni di voti. Sono milioni di elettori di sinistra che sono usciti dall’astensione per difendere la Costituzione.
Mai come questa volta i cosiddetti riformisti del PD e i centristi favorevoli al Sì hanno mostrato la propria inconsistenza.
Il voto parla chiaro: si vince a sinistra con un programma netto di difesa della Costituzione e di giustizia sociale. È la terza volta nella storia repubblicana – dopo il 2006 e il 2016 – che i cittadini bocciano una riforma organica della Carta proposta dalla maggioranza di governo. Il messaggio non potrebbe essere più esplicito: la Costituzione non si cambia, si applica.
Attenzione, però. Nelle elezioni politiche si vota per una visione di futuro, non solo contro qualcosa. Molti dei quattro milioni di elettori “aggiuntivi” che hanno votato NO potrebbero essere disponibili a mobilitarsi ancora con la stessa energia per pretendere l’attuazione integrale della Costituzione.
Perciò trasformare il voto referendario in un progetto politico è la vera sfida.
Una “Coalizione Costituzionale” rappresenterebbe una svolta non solo di nome, ma di sostanza. I numeri ci dicono che esiste già una maggioranza sociale e politica nel Paese, più avanzata e più forte degli stessi partiti di opposizione.
Un programma fondato sull’attuazione concreta degli articoli sociali della Costituzione -lavoro, casa, salute – ma anche di quelli su pace, ambiente, accoglienza, solidarietà ed eguaglianza sostanziale; sarebbe un programma capace di parlare a milioni di persone che oggi non si sentono rappresentate.
Se questa coalizione saprà mantenere l’energia di questi giorni, Giorgia Meloni non si troverà davanti una semplice alleanza elettorale. Si troverà davanti un blocco sociale che rivendica la propria identità nazionale non nel sovranismo, ma nel patriottismo costituzionale.
La domanda finale è quella più difficile: i leader di questa vittoria saranno capaci di mettere da parte le ambizioni personali per costruire davvero questo fronte unitario in vista del 2027?
L’assalto alla Giustizia. Ieri oggi domani
Quando, nel luglio del 1946, l’Assemblea costituente affidò alla Commissione dei 75 il compito di redigere il progetto di Costituzione, la questione della giustizia apparve subito cruciale. Il fascismo aveva piegato la magistratura al potere politico, riducendola a un’articolazione dell’esecutivo; occorreva dunque rifondarne i principi. La responsabilità venne assegnata alla Seconda Sottocommissione, presieduta da Umberto Terracini, e in particolare alla Sezione per la Giustizia, dove si confrontarono giuristi e politici di grande spessore: Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Costantino Mortati, Giovanni Leone, Palmiro Togliatti, Aldo Moro.
Il nodo principale riguardava la natura del pubblico ministero. Doveva essere un organo dell’esecutivo, come in alcuni modelli liberali ottocenteschi, o parte dell’ordine giudiziario, al pari dei giudici? La risposta non fu immediata. Calamandrei, con coerenza garantista, propose di inserire il pubblico ministero nello stesso ordine dei giudici, sottraendolo a ogni vincolo politico: «La stessa indipendenza – scrisse – hanno i magistrati del pubblico ministero nell’esercizio dell’azione penale». Per lui l’autonomia era garanzia di libertà dei cittadini, non privilegio di casta.
La discussione si concentrò poi su due principi destinati a entrare nel testo costituzionale: l’obbligatorietà dell’azione penale e l’autonomia del Consiglio Superiore della Magistratura. Il primo, voluto da Calamandrei e Dossetti, avrebbe impedito che la politica potesse scegliere se perseguire o meno determinati reati; il secondo, elaborato da Mortati, avrebbe assicurato l’indipendenza strutturale dei giudici e dei pubblici ministeri, sottraendo nomine e carriere al controllo governativo.
Dopo mesi di confronto, nella seduta del 26 novembre 1947 l’Assemblea respinse l’emendamento di Giovanni Leone che voleva il pubblico ministero come “organo del potere esecutivo”. Vinse la linea dell’autonomia: l’articolo 112 sancì che “l’azione penale è pubblica e il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitarla”, mentre gli articoli 104-107 collocarono i magistrati in un ordine indipendente, soggetto solo alla legge.
Nacque così uno dei tratti distintivi della Costituzione repubblicana: una magistratura autonoma e indipendente, ma responsabile davanti alla legge e al corpo democratico. In quella scelta, frutto di compromessi e di visioni opposte, si riconosce ancora oggi l’intuizione dei costituenti di difendere la libertà dei cittadini attraverso la separazione reale dei poteri e la garanzia della giustizia.
La Costituzione è stata scritta per spezzare la catena di comando politica-polizia-magistratura che il fascismo aveva saldato.
Oggi con la riforma che vuole la destra si intende separare le carriere per creare le condizioni per ricondurre l’azione penale a priorità decise dall’esecutivo.
È il vecchio mito della destra missina e neofascista dell’“fascismo che funzionava” perché c’era chi comandava; lo stesso che i costituenti hanno neutralizzato con l‘autonomia del Consiglio Superiore della Magistratura, quale organo di governo dei magistrati, con l’obbligatorietà dell’azione penale e con polizia giudiziaria alle dipendenze dell’autorità giudiziaria.
Separare le carriere non è privo di conseguenze perché prepara il terreno per colpire l’autonomia del pubblico ministero, cioè di quella parte della magistratura che svolge le indagini.
In questo modo, a imitazione del passato, si torna a trasformare la giustizia in un fatto politico, a ridurla a una specie di politica criminale di governo, emanando direttive e indirizzi ai pubblici ministeri.
Ecco perché l’attacco alla Costituzione sul tema della giustizia viene per primo: si vuole demolire un meccanismo che tutela tutti, soprattutto i più deboli.
Diciamolo senza giri di parole: questa destra non ha mai condiviso la cultura costituzionale; considera “funzionante” il modello del comando e a quello, nei fatti, si ispira, cominciando a smontare l’architettura della giustizia per rimettere i magistrati sotto l’ombrello dell’esecutivo
Macron, troppo poco, troppo tardi
Macron annuncia che anche la Francia riconoscerà lo Stato Palestinese.
Come ha fatto la Spagna di Sanchez e come hanno già fatto molti paesi in Europa e quasi tutti nel resto del mondo, tutta l’Asia, l’Africa e l’America Latina.
La Francia fa un passo importante ma è ancora troppo poco e troppo tardi.
Invece, l’Italia di Meloni giudica il ricoscimento addirittura “prematuro”.
Si trova allineata con Trump, che ieri si è pure arrabbiato e ha detto che le parole di Macron “non contano nulla”, incitando Israele a “ripulire tutto”, cioè a continuare l’opera di sterminio dei palestinesi.
La conferma dell’esistenza di nuova internazionale nera guidata dal presidente americano che annovera tra i suoi membri di primo piano Meloni e Netanyahu.
L’Italia sta in mezzo ad un presidente americano golpista e un presidente israeliano criminale di guerra.
La rivista Time può pure pubblicare il volto di Meloni in prima pagina ma nulla potrà cancellare questa vergogna della politica estera italiana ai tempi della estrema destra al governo.
D’altra parte, la stessa rivista statunitense esprime preoccupazione, quando scrive che la Presidente del Consiglio italiana è «al passo con la schiera globale di leader autoritari in ascesa; i quali vogliono consolidare il potere esecutivo, reprimere i media, esercitare il controllo sul sistema giudiziario, prendere di mira gli immigrati senza documenti e limitare alcune forme di protesta».
Il riconoscimento dello Stato palestinese è un atto dovuto, atteso da decenni, sancito da risoluzioni ONU mai rispettate. Chi oggi lo ostacola, come fa il governo di destra, si schiera dalla parte dell’apartheid e della pulizia etnica.
Meloni dice di difendere i valori occidentali, ma nei fatti difende solo l’Occidente colonialista e guerrafondaio, quello che si oppone al diritto internazionale quando non serve i suoi interessi.
Ci sono momenti in cui la Storia separa chi ha avuto il coraggio di stare dalla parte della giustizia da chi ha voltato lo sguardo per servilismo e opportunismo. L’Italia meloniana oggi è dalla parte sbagliata.
Mentre altri paesi europei compiono passi nella direzione giusta, l’Italia resta immobile, prigioniera di una linea estera, subalterna a Trump, che calpesta i diritti umani e la dignità dei popoli.
Si può essere celebrati dalle copertine dei giornali e allo stesso tempo condannati dalla coscienza collettiva.
La grande maggioranza degli italiani non può non rilevare l’esistenza di “due standard” da parte del mondo occidentale e dell’Europa, che metteno le sanzioni alla Russia di Putin e che assistono complici al genocidio dei palestinesi a Gaza.
L’Italia meloniana sembra persino aggiungere qualcosa di suo, in perfetto stile con il principio che gli affari giustificano tutto e perciò finché c’è guerra c’è speranza.
Il 23 luglio, ieri l’altro, si è svolto un incontro tra lo Stato Maggiore della Difesa italiano e le Forze Armate israeliane, convocato attraverso la Direzione Nazionale degli Armamenti (Dna) e l’Aiad, federazione che riunisce le aziende italiane dell’aerospazio e difesa. Nonostante il ministero della Difesa abbia definito l’incontro una normale “prassi tecnico-militare” (“Staff Talks”) senza fini commerciali, emergono forti dubbi sulla reale natura dell’iniziativa.
La convocazione inviata alle aziende parla esplicitamente di rapporti “in essere, pregressi o in divenire” con Israele e della discussione di un nuovo piano di cooperazione bilaterale, lasciando intendere che vi siano contatti commerciali attivi o in fase di definizione, nonostante il governo continui a dichiarare la sospensione delle nuove licenze di export militare verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023.
Il sospetto è che, pur bloccando formalmente le vendite di armi, l’Italia stia mantenendo attive collaborazioni in settori tecnologici e dual use (civile-militare), contribuendo così alla macchina bellica israeliana.
Quella che ogni giorno bombarda sui civili inermi, blocca i rifornimenti umanitari.
Modello Milano, no grazie!
La Procura di Milano ha chiesto l’arresto dell’assessore all’urbanistica Tancredi e di altri politici, imprenditori, immobiliaristi e architetti.
Le accuse sono pesanti: falso e corruzione.
Nel mirino è tutta la gestione urbanistica del Comune di Milano che avrebbe fatto passare per ristrutturazioni e approvato senza piani attuativi quelle che invece erano demolizioni di vecchi comparti e stabilimenti e costruzioni di nuovi edifici, grattacieli con volumi analoghi o persino superiori.
L’aver “bypassato” questa regola non è solo un tecnicismo: è un ribaltamento del potere urbanistico.
Di qui è derivata, infatti, una politica di deregolamentazione, smantellamento delle norme urbanistiche, paesaggistiche e ambientali, edilizie e urbanistiche fino alla riduzione della tassazione per i progetti di trasformazione urbana.
E’ il cosiddetto modello Milano di sviluppo che ha portato ad una “incontrollata espansione
edilizia” dove a dominare sono stati gli interessi privati immobiliari e finanziari piuttosto che quelli dei cittadini e di un equilibrata collaborazione tra pubblico e privato.
Insomma, le istituzioni hanno rinunciato al loro ruolo di pianificazione e progettazione urbanistica.
Oggi il mercato immobiliare di Milano è tra i più speculativi in Europa, mentre migliaia di case sono vuote o destinate al lusso. Manca una visione pubblica della città come luogo dove vivere, non solo dove investire.
Se c’è stata corruzione e falso, se ci sono stati reati, toccherà alla procura dimostrarlo ma il punto politico che emerge è il governo delle città riguardo alla questione più importante della loro vita concreta : i processi di trasformazione edilizia e urbanistica.
Un tema di cui non si discute da tempo, nemmeno a sinistra, dando per scontato che a prevalere debba essere la privatizzazione degli spazi e uno sviluppo dominato dalle mere logiche del mercato.
Eppure nella storia della sinistra non sono mancati esempi in senso contrario a quelli milanesi.
Pierluigi Cervellati, architetto e assessore all’urbanistica nelle giunte PCI e PSI del Comune di Bologna tra il 1964 e il 1980, è stato il promotore di un vasto piano di espropriazione e ristrutturazione dei centri storici di Bologna negli anni Sessanta–Settanta.
Un progetto strutturato per conservare e valorizzare l’intero tessuto storico urbano il cui obiettivo era non solo di tutelare la struttura urbana storica nella sua organicità ma anche preservare gli abitanti tradizionali e le attività quotidiane mediante espropriazione favorire l’edilizia popolare, limitando la speculazione e garantire alloggi a basso costo.
È proprio di questo che bisognerebbe discutere per approntare una nuova legislazione urbanista che assuma e rilanci i principi alla base del modello urbanistico della città di Bologna ai tempi di Cervellati e non certo il modello neoliberista della Milano di Sala.
Non è in discussione, per quanto mi riguarda, l’onestà e la trasparenza del sindaco, ma una questione ben più importante e fondamentale per un programma di governo della sinistra veramente alternativo alla destra.
Altro che una legge salva Milano!
Serve, invece, una legge nazionale per la rigenerazione urbana guidata dal pubblico; “serve un piano di edilizia pubblica nei centri storici”; serve restituire potere ai Comuni nel definire l’interesse generale”.