Siamo su un vulcano

Qual è il cuore del ragionamento di Favilli? Che «si è creata una frattura cognitiva, la difficoltà a capire l’universo mentale dei contemporanei di vicende neanche troppo lontane. Una frattura cognitiva talmente interiorizzata da influenzare anche alcune tendenze della storiografia sulle grandi rivoluzioni».

La rivoluzione come eresia

La vittoria dell’89 sulle ragioni del lavoro e dei subalterni è stata così profonda che reca con se’ in qualche modo anche una retroazione sul passato, sui suoi grandi fatti, sulle sue grandi rivoluzioni, quella Russa sicuramente, ma perfino quella dell’89 francese e fino a quella seicentesca inglese….tende a renderli inspiegabili, incomprensibili se non come grandi ‘errori’ della storia, a conferma che, avendo vinto la razionalità capitalistica, essa non solo non ha alternative, ma proprio in quanto tale, ogni ricerca alternativa, appunto, deve essere espunta, si configura come follia utopistica generatrice solo di tragedie. E così, fino al punto di non riuscire a spiegarsi i perché di una rivoluzione, di quel vulcano che erutta, di quella scossa tellurica profonda che smuove tutto e tutti, che apre un altro tempo della storia e nella storia, che vede entrare in campo altri protagonisti, altre speranze, altre possibilità. Di quell’utopia che diventa, appunto, storia. E così, chiude il suo lavoro Favilli: «la critica che va alla radice, considerata a pieno titolo connotato fondante del pensiero occidentale, è stata proclamata “eresia”».

La quiete della ricerca storiografica

Quella di Favilli è insieme una rappresentazione della situazione ma anche una denuncia del punto cui è giunta parte della stessa ricerca storiografica, anch’essa acquietata dalle teorizzazioni di fine della storia. Ma è una rappresentazione che al tempo stesso ci accompagna  a riscoprire le pulsioni di quel tempo, a vederne maturazioni e motivazioni profonde non riferite tanto alle vicende delle ‘decisioni’, delle ‘scelte’, delle ‘politiche’ che assunsero i rivoluzionari alla guida, ma ai sentimenti (si, credo si possa usare questa espressione ), alle passioni, alla rabbia accumulata in secoli di sfruttamento perfino, del mondo contadino, di quella servitù della gleba che in Russia solo nel 1861, e molto sulla carta, era andata a finire, e segnarono l’irrompere sulla scena di quella storia, per cambiarla davvero la storia successiva in tutto il mondo, di grandi masse di sfruttati. Ben oltre gli stessi argini nei quali le guide di quella rivoluzione immaginavano di dover incanalare quella spinta. Una storia cambiata, come ci ricorda Piero Bevilacqua nella densa prefazione, ad ogni latitudine, con la messa in movimento ovunque di grandi masse che hanno rivendicato per sé dignità e libertà. E questo, il crollo dell’Est non lo cancella. Ora, negando alla radice il senso stesso di questa storia, la sua comprensibilità e ‘dicibilità’ attuale, l’Occidente, che invece ne è stato protagonista in un percorso certo non lineare e predeterminato, segna anche una sua crisi profonda che, al momento, appare irreversibile. Questa contraddizione stringe il tempo presente e sembra non essere avvertita dai protagonisti del pensiero dominante che, infatti, stentano a capacitarsi.

Un viaggio nella letteratura russa

C’è poi un ulteriore valore nel lavoro di Paolo Favilli, che è anche l’esplicitazione di una tesi, di una sua convinzione profonda: è attraverso la letteratura, attraverso l’arte che è possibile cogliere gli umori profondi che si muovono nella società. E in questo senso, il suo, è anche un viaggio in una grande letteratura, di valore universale, come quella russa appunto: «Tutte le espressioni letterarie, ad ogni livello, sono in grado di aprire la visione verso aree che rimangono precluse a testi politici, teorici, o teorico-politici». Solo l’alta letteratura, ha la possibilità di creare “l’intensità e il brulichio” dell’esistenza nella contingenza storica. Solo uno “scrittore di genio” riesce a dare una – dice Favilli appoggiandosi ad Alberto Asor Rosa – “carica visionaria” ai “segmenti” frantumati della vicenda storica. «La straordinaria fioritura della letteratura russo/sovietica alla fine e dopo la frattura storica costruita dall’arco1914-1921…è un campo preziosissimo di fonti per leggere, alla luce di una rottura rivoluzionaria che di per sé ha una valenza universalistica, il difficile rapporto tra universalismo e lineamenti di lungo periodo della storia russa». Anzi, ci dice Favilli, questa ricchezza letteraria, questo terreno di ricerca aperto, rappresentò in qualche modo anche un altro approdo possibile rispetto a quello burocratico-staliniano, si manifestò in modo vitale per tutti gli anni venti per quanto poi del tutto negletto sia dai detrattori della rivoluzione che dai costruttori del primato del partito e del suo capo su tutto.

Complessa la storia. Tanto più quando parli di mondo contadino, che perfino in quella rivoluzione, che poi sarà operaia, si vede protagonista assoluto, come dalla letteratura che Favilli chiama a ribalta si riscontra ampiamente: Gogol, Cechov, Il’ja Ehremburg, Pasternak, E.M.Dune. Gor’kij, Aldanov, Pil’njak, Platonov, Sergej Esenin, Babel e poi Vassili Grossman, Solochov, e prima di tutti loro Tolstoj, Dostoevskij.

Marx tra determinismo e politica

E sempre misurandosi con la Russia contadina perfino Marx – e Favilli da’ giustamente conto di questo passaggio che non è di poca rilevanza – ci ha lasciato quello che potremmo definire come un ‘frammento’ se volete ( non pari a quello sulle Macchine dei Grundrisse ma di sicuro ulteriore conferma della sua concezione assolutamente aperta e non predeterminata dell’esito rivoluzionario e dei suoi protagonisti e dei diversi tempi di cui tenere conto …): la risposta che Marx fornisce all’attivista rivoluzionaria russa Vera Zasulic che lo interroga – siamo nel 1881, a due anni soltanto dalla morte del filosofo – sul se a suo giudizio la comune russa, quell’obscina che vedeva la proprietà della terra condivisa , potesse rappresentare il fulcro di un processo rivoluzionario in Russia. Ebbene, a questo interrogativo Marx risponde con meditata riflessione, che attraversa diverse bozze per poi condensarsi nel finale: «L’analisi contenuta ne Il Capitale non fornisce quindi argomentazioni né a favore né contro la vitalità della comune russa. Tuttavia, lo studio specifico che ho condotto sull’argomento, compresa la ricerca di fonti originali, mi ha convinto che la comune rappresenta il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Affinché possa funzionare come tale, però, è necessario innanzitutto eliminare le influenze nocive che la assalgono da ogni lato, e solo in seguito garantirle le normali condizioni per uno sviluppo spontaneo». Affermazioni di grande importanza, come Favilli coglie: «Né la dissoluzione dell’obscina né il suo sviluppo come ‘elemento rigeneratore’ sono inscritti in una ‘fatalità’ storica bensì in una contingenza storica in cui operano elementi di determinismo, i diversi lineamenti di una storia di lungo periodo, e altri di volontarismo: le scelte politiche possibili».

Insomma, il corso della storia non è mai già dato e sempre rimane aperto ad altri esiti possibili. L’importanza di questa riflessione marxiana è colta appieno anche da un altro studioso che a Marx specificamente ha dedicato studi recenti e di grande fortuna in Giappone, Kohei Saito. Nel suo Il capitale dell’antropocene (Einaudi 2024), riprende anch’egli il caso della risposta alla Zasulic con questa valutazione di sintesi: «La cosa importante qui è l’inequivocabile riconoscimento da parte del filosofo della possibilità per la Russia di passare al comunismo senza l’esperienza di una fase capitalista (ovvero senza passare per “le forche caudine”, è sempre di Marx questa espressione)». È la certezza che il tardo Marx aveva abbandonato la visione eurocentrica di un progresso storico a binario unico. Tornando alla letteratura, ha ancora ragione Piero Bevilacqua che termina il suo saggio introduttivo a questo lavoro di grande interesse e profondità di Paolo Favilli ribadendo che «…la grande narrativa russa rende merito alla potenza spontanea delle masse, al loro protagonismo ribelle, al di là delle élite che intendono indirizzarle e dirigerle. Una grande lezione anche per la ricerca storiografica che invece di solito …sfiora appena i veri protagonisti della Storia per lo meno nelle grandi bufere rivoluzionarie: le masse anonime dei senza storia, le moltitudini di uomini e donne che rovesciano con il loro corpo e il loro sangue l’opprimente gabbia di un dominio secolare». E possiamo ben chiudere anche noi con queste sue parole.

Post scriptum

Abbiamo parlato di Russia, Rivoluzione, Letteratura, Utopia. Si può? In questo mondo in crisi, dove la guerra si è fatta discorso dominante e dove economia e potenza della tecnica si sono fatte politica in nome dell’antipolitica, si può parlare della Russia? Ovviamente, solo uno stupido può pensare a Putin come bilanciatore della logica di potenza dominante. È impossibile assegnargli una qualsiasi funzione progressiva. È egli stesso espressione della stessa logica. È espressione di una torsione autoritaria del nazionalismo russo. Va condannato per l’invasione dell’Ucraina che a buona ragione cerca e trova sostegni nella sua resistenza all’aggressione. Ma, detto con nettezza questo, cosa facciamo in Europa e in Italia? Ma davvero pensiamo che costruiamo più sicurezza per noi intanto, ricacciando quel grande paese fuori da ogni canale di dialogo? Parlo del paese, non del suo capo; della sua cultura, della sua storia. Cosa sono, cultura e storia loro? Altra cosa dall’Europa? E un’Europa che si pensasse non senza Putin – con cui anzi per lunghi anni si sono fatti affari – ma senza Russia, che Europa sarebbe? Ma davvero la nostra sicurezza va affidata al riarmo?

(…) Lo spirito del tempo grida…alle armi, alle armi…siamo in pericolo…dobbiamo difenderci…ma di grazia, scopriamo che siamo disarmati oggi? Parlo dell’Europa, che già oggi è una delle aree del mondo che investe di più in difesa. Certo già oggi significativamente più della Russia. Eserciti armati, avanzati tecnologicamente. Il deterrente nucleare diretto, Francia e Inghilterra, indiretto, Stati Uniti sul suolo europeo anche e nei suoi mari. E allora? Non ci basta? Andrebbe coordinato, integrato, migliorato, efficientato…tutto quel che si vuole, ma non è che oggi siamo indifesi, come sembrerebbe da certe posizioni e reazioni. E perché dovremmo portare al 5 % del PIL la spesa per la difesa? Aberrazione il solo pensarlo. E stiamo attenti a gridare…Esercito comune…senza prima avere ideato e costruito le istituzioni della sovranità democratica europea, senza avere dato al suo ’demos’ un potere reale: già oggi il nostro articolo 11 della Costituzione traballa. Figurarsi se, come per la moneta, la decisione finale dovesse essere posta in capo ad una tecnocrazia figlia dello stesso complesso finanziario militare…Non mi risulta quindi che oggi l’Europa non abbia la sua strumentazione militare. Vogliamo pensare che una potenza come la Russia, che dopo quattro anni drammatici non riesce ad avere ragione dell’Ucraina e di una porzione del suo territorio, immagini anche di muovere all’attacco dell’Europa? Così come è ridotta oggi? Tutto si può pensare. E allora abbiamo un sistema di difesa che va reso ancora più efficiente, insisto. Va bene. Ma attenzione, raddoppiare in pochi anni la spesa in difesa vuol dire un’altra cosa: significa, non solo sottrarre risorse fondamentali allo sviluppo, ma significa trasmettere al tuo interlocutore/avversario un altro messaggio, che alimenta la sua insicurezza e lo spinge a sopravanzarti su quel terreno del riarmo e del pericolo dell’errore nucleare.

È questa spirale che va spezzata. E chi la spezza? Maurizio Ferrera riprende su la Lettura del Corriere della Sera del 12 luglio, il senso della riflessione di uno studioso statunitense, Charles Glaser della George Washington University: “la deterrenza funziona solo se viene percepita come difensiva. Quando il rafforzamento militare di uno Stato appare all’avversario come preparazione di un’offensiva, si innesca la cosiddetta security dilemma: ciascuno si arma per sentirsi più sicuro, ma finisce per rendere tutti più insicuri”

È nell’interesse dell’Europa, e dell’Italia, oggi, qui ed ora, delineare una strategia di politica, di sviluppo comune, nella quale ci sia un posto, per come lo vediamo noi, anche per la Russia. E la sicurezza per l’Ucraina non è portarci bombe nucleari (e vale lo stesso per la Polonia o i paesi baltici), ma immaginare una grande fascia al confine tra Russia e Europa, denuclearizzata e, progressivamente, ad armamenti in modo bilanciato ridotti. È difficile da costruire? No, di più, difficilissimo! Ma questa è una prospettiva strategica che sfida la Russia sul terreno che essa denuncia di più – e non senza ragione a seguire non un pericoloso estremista filoputiniano ma quel Kissinger che di tutto questo se ne intendeva: l’accerchiamento e la minaccia portata sotto i suoi confini. Rispondere e sfidare su questo punto la Russia significa dare il più grande e vero aiuto oggi all’Ucraina e alla fine della guerra che patisce. E, al netto di improbabili accadimenti, comunque, alla fine, saranno Zelensky e Putin a dover firmare un accordo. O no?

[Articolo già pubblicato su “InfinitiMondi”, 17 luglio 2026]


Repubblica in festa, strage dei braccianti

Ho cercato in rete i nomi dei quattro braccianti morti ieri nelle campagne di Amendolara. Non li ho trovati. Neanche da morti hanno una identità di persone. L’unico nome conosciuto è quello di Taj Mohammad Alamyar, sopravvissuto alla strage.

Ha ragione da vendere Andrea Fabozzi che nell’editoriale del Manifesto di oggi fa sentire tutto lo sdegno e l’indignazione per quanto accaduto e recrimina sul fatto che le celebrazioni della Repubblica avrebbero dovuto ieri, in diretta, incrociare la tragedia calabrese: sarebbe stato un messaggio doveroso.

Voglio insistere su un punto di fondo però che vedo molto poco presente sulle analisi dei giornali di oggi.

Tanti giornali si soffermano sulla realtà del profondo Sud, quasi a dire, fatti di un paese lontano dalla modernità.

Intendiamoci, vi sarà un motivo per cui leggi contro l’ipersfruttamento e il caporalato conquistate dalle lotte dei lavoratori, con la CGIL e la FLAI in prima fila, insieme a Libera e a tutto il mondo dell’associazionismo e volontariato laico e cattolico, rimangono in larga misura inattuate.

Vi sarà un motivo del fatto che filiere di gestione criminale del lavoro, proprio come in questo caso ultimo, che seppur gestite in zone grige o completamente nere poi però in un punto sono costrette ad emergere, e cioè nel rapporto con l’azienda produttrice, che certo in nero non è, non vengono individuate e colpite con sistematicità.

Vi sarà un motivo se oggi, quando tutto e tutti siamo tracciati, inquadrati da una telecamera, filmati da un drone, ascoltati da sofisticati congegni, rielaborati da algoritmi potentissimi…nonostante questo, siamo ancora qui a scoprire casi del genere.

E vi sarà pure un motivo che rende, perfino per quelli che arrivano gestiti dai decreti flussi dei governi – figurarsi per chi approda sulle nostre coste per disperata speranza – difficile, improbo, estenuante il percorso di legalizzazione, fino al punto da respingerne i più in quella clandestinità dove i margini per lo sfruttamento si dilatano a dismisura, fin quasi a non avere limiti di disumanità, come in questo caso, o in quello – chi lo ricorda ancora? – di Satnam Singh.

La verità è molto più semplice di quel che possa apparire. E va gridata.

Non c’è un residuo di sottosviluppo in casi del genere.

Non è il sommarsi dei ritardi del sud del mondo con i ritardi del sud d’Italia.

Certo, dare fuoco a delle persone è una drammatica eccezione. Così come lasciare ferito e sanguinante davanti ad un ospedale una persona, scaricata lì come un pacco di cui liberarsi.

Sono estremizzazioni certo, ma di un sistema normale di sfruttamento e di produzione di lavoro servile quando non anche direttamente schiavile, proprio come nel caso degli ultimi che hanno pagato con la vita il loro ribellarsi a quella condizione di schiavi.

E questo sistema non è un’escrescenza del passato. No! Insisto su questo punto fondamentale, senza capire il quale non capiamo poi niente del contrasto effettivo da porre in campo anche rispetto a questi fenomeni.

È espressione più moderna possibile della modernità in cui siamo immersi.

È espressione di quella logica malata e ammalante che vive nella torsione più recente del neocapitalismo che somma processi di concentrazione monopolistica spinti all’estremo, a competitività esasperata e ad un produttivismo esasperato con la compressione di tutte le voci di costo, lavoro e ambiente in primis.

E la produzione del cibo delle filiere globali è uno dei paradigmi più evidenti del sistema.

Lavoro servile e schiavile per la raccolta delle fragole nella piana di Sibari in modo non dissimile da Almeira in Spagna. Lavoro eguale per la raccolta dei pomodori nella piana di Foggia o sulle colline delle Langhe o per le mele della Val di Non o per la rucola sotto le serre della Piana del Sele o nei mercati generali di Milano o negli allevamenti intensivi statunitensi che risucchiano lavoro migrante dal Messico.

E il tutto che poi si traduce in quel cibo a ( relativamente ormai ) poco prezzo, chimicizzato e ultraprocessato, che alimenta (e ammala), i consumatori occidentali, e sempre di più quelli omologati di tutte le metropoli ovunque nel mondo, e che ha due canali privilegiati di distribuzione/spaccio mi verrebbe da dire: gli spazi di panino/hamburger/alette di pollo/bacon/bibita dolce gassata di cui si alimenta la narrazione da status symbol e i templi della grande distribuzione organizzata, in espansione e crescita ovunque, anche nel Mezzogiorno dove si accatastano sempre più vicini insieme alle catene di gdo locali e regionali sempre più aggressive.

Quelle filiere di cibo che nascono dallo sfruttamento del lavoro sono quelle che alimentano i prodotti per questi due canali di distribuzione.

E attenzione, non dimentichiamo, sfruttamento qui ma sfruttamento anche lontano, come nelle terre africane e asiatiche delle monocolture che disalberano i sistemi locali di produzione di cibo contadino alimentando fame e migrazioni.

Entrambi questi canali, sono quelli attraverso i quali si alimenta nel modo possibile una fascia ampia di popolazione che va da chi sta appena appena sopra il livello di povertà a coloro che vivono con un solo reddito in famiglia, o hanno più figli, o sono pensionati: in Italia vuol dire che cala il tuo potere di acquisto ma per questa via puoi continuare a nutrirti. Ovviamente, la gdo non è solo questo, né trovi solo questo al suo interno. Ma senza questo, non sarebbe gdo.

Così come non è che tutta l’agricoltura intensiva sia produttrice di criminalità. Non sarebbe neanche il caso di sottolinearlo. In tante realtà produttive c’è rispetto del lavoro, dei suoi diritti. Si diffondono i bilanci sociali. Ma il segno dell’agricoltura intensiva, bene che vada, è comunque quello dell’uso massimo di chimica di sintesi e di sfruttamento della natura.

Ecco perché dobbiamo vederlo comunque il modello generale. E un sistema/modello che chiudendo tutto lo spazio tra produzione e distribuzione tende a schiacciare e mettere fuori gioco quell’altro modello di produzione di cibo che invece si fonda su altri principi, su altri valori di sostenibilità umana e ambientale: quell’agricoltura contadina e di qualità che già oggi è un’alternativa praticata e praticabile tanto da poter in poco tempo diventare l’altro modello di riferimento. Se solo, ad esempio, si smettesse di garantire all’agricoltura intensiva l’80% delle risorse comunitarie destinate al settore e magari le si indirizzasse, in alternativa, proprio all’agricoltura contadina e di qualità, incentivando la nascita di una nuova generazione di imprese cooperative fondate su nuove capacità tecniche, sulla valorizzazione comune del lavoro giovanile e femminile, compreso quello migrante. Formando una nuova leva di geologi, agronomi, architetti, ingegneri, biologi, informatici, storici dell’agricoltura, di tecnici della terra, di chimici e cuochi, esperti di gestione delle acque, esperti per i processi di rinaturalizzazione, esperti per l’agricoltura biologica e rigenerativa, per il marketing….da porre al servizio per i prossimi dieci anni almeno, di un grande programma di conversione ecologica della produzione di cibo e di valorizzazione del sapere e del lavoro a questo dedicato.

Quanto lavoro nuovo e buono c’è da creare. E quanto Appennino, vera riserva di biodiversità oggi in abbandono, ci sarebbe da ripopolare.

Siamo arrivati troppo lontani dal punto di partenza?

Forse.

Ma forse è questo l’unico modo per ribaltare per davvero questa realtà così profondamente malata e ammalante che, tra gli altri, proprio un visionario come Carlo Petrini ci ha insegnato a leggere criticamente. E su cui uno storico del valore di Piero Bevilacqua continua a stimolare nuove riflessioni.

E, neanche a dire: non sarebbe il caso che proprio su questi temi così fondativi di una idea di società e di convivenza, chi vuole essere alternativa a questa destra investa momenti di lavoro largo e comune con tutti quelli, e sono tanti, che proprio su questo riflettono, praticano, lottano?

Si, sarebbe proprio il caso!

[Articolo già pubblicato su “Infiniti Mondi”, 3 giugno 2026]


L’insostenibile leggerezza di von der Leyen. E compagnia

E’ difficile davvero spiegare le ragioni di questa capitolazione: non c’è altro termine per definirla. Inutile girarci intorno.

Passo dopo passo una imbelle e pavida classe dirigente europea sta affossando l’idea stessa di Europa con scelte che avranno due conseguenze certe: una accresciuta e sempre più indiscutibile dipendenza dagli USA e il costo della fiera che sarà scaricato sulle spalle dei ceti popolari e del mondo del lavoro, o perchè agli impegni si farà fronte dirottando risorse enormi dalla coesione sociale e dagli investimenti o perchè si attingerà ad un ulteriore incremento del debito che, con i suoi effetti e il suo servizio, graverà ulteriormente sui bilanci dei singoli Stati, ovvero con un mix delle due cose,

C’è una evidente scelta nel nucleo di classe dirigente raccolta intorno alla presidenza americana, altro che problemi di temperamento: gli USA si sentono in declino e minacciati e reagiscono facendo valere non la forza di una visione inclusiva e persuasiva ma la brutalità diretta del richiamo all’ordine, della forza del loro potente dispositivo militare. E dettano le condizioni. Non esistono accordi tra pari, neanche tra alleati storici: noi dettiamo legge e voi vi adeguate.

E l’Europa di adegua. Si accuccia. Minata dalle posizioni dei sovranisti che, contro l’idea stessa degli interessi nazionali sopra tutto e per ossequio politico, hanno strutturalmente indebolito ogni capacità di reazione adeguata europea: e qui davvero l’azione del Governo italiano delle destre è stata nefasta. Ma minata anche dalla debolezza politica della Germania che si è ulteriormente annichilita con il suo nuovo governo a guida centro-moderata ma con appoggio SPD. E minata dalla posizione dell’Inghilterra che pur fuori dall’UE, con l’Europa ha stabilito nuove connessioni ma al cui Governo non è parso poi vero di poter dimostrare la sua coerenza neo-atlantica.

E minata dalla mancanza di una visione politica che la faccia uscire dall’angolo in cui è.

Ha ragione da vendere Lucrezia Reichlin sul Corriere di oggi: le conseguenze di questa nefasta capitolazione saranno di lunghissimo periodo e potranno giungere, se non rapidamente corrette, a mettere in discussione la prospettiva stessa del progetto europeo in se’.

Nella strategia USA, l’Europa, terzo PIL mondiale e area ricca, diventa la gallina dalle uova d’oro sulla quale scaricare non poco della ricostruzione del primato americano. Intanto, già nello slogan MEGA c’è tutta una visione del mondo nella quale si annuncia non solo una strategia di confrontation a tutto campo con la Cina ma anche che non c’è spazio per una co-partnership europea, declassata, l’Europa, a continente di profittatori da ricondurre rapidamente all’ordine del nuovo ordine neoimperiale.

E così è l’Europa in quanto idea stessa che viene schiacciata dal peso politico ed economico impostole da Trump: in pochi mesi, 5% di incremento per le spese Nato, a cui l’Europa aggiunge 850 miliardi di euro di riarmo e ora l’Accordo testè annunciato aggiunge 600 miliardi di investimenti diretti dell’Europa negli USA ( il trasferimento cioè in blocco di tutti i nuovi progetti di apertura di centri produttivi e di servizio delle più grandi aziende europee non più in Europa ma direttamente negli Stati Uniti ); oltre 700 miliardi per acquisto di gas e petrolio americano; oltre 600 miliardi per acquisto di armi. A questo poi si aggiungono la conferma del 50% di dazi su acciaio e alluminio e il 15% praticamente lineare su tutte le esportazioni negli USA. E così, dopo aver drenato ricchezza da tutto il mondo per finanziare il suo debito, che è diventato esorbitante, ora, gli USA, drenano risorse dirette a sostegno della loro economia. Nel frattempo il dollaro ha perso con Trump circa il 15% del suo valore: questo vuol dire che già oggi per importare dall’estero gli USA devono spendere il 15% circa in più a cui si aggiunge il 15% dei dazi appena accordati. Quindi un prodotto europeo non deve scalare una barriera del 15 ma circa del 30% per raggiungere il mercato americano. Interessante oggi su questo il Manifesto con l’articolo di Luigi Pandolfi.

Se tiriamo le somme, stiamo parlando di un impegno che vale nei prossimi anni per l’Europa, più dell’equivalente dell’intero PIL italiano, oltre 2000 miliardi di euro che dall’Europa prendono la via degli USA.

Un fatto enorme sotto il cui peso l’Europa viene schiacciata e va in frantumi. Esplode socialmente. E viene azzerata come soggettività globale.

Del tutto insostenibile.

Eppure, su questo si sta procedendo.

A questo ci stanno conducendo le illuminate classi dirigenti della stagione neoliberista europea. Con concorso attivo ancora oggi del Partito del Socialismo Europeo che sostiene l’attuale Commissione.

Ecco quanto invece ci sarebbe bisogno di un’altra Europa, con altra visione, capace di fermare Israele nel genocidio a Gaza ( così lo definiscono anche importanti e coraggiose ONG israeliane ); capace di difendere l’Ucraina anche costruendo un proprio terreno di confronto con la Russia; capace di costruire intese con i BRICS là dove cioè invece la politica americana impedisce di guardare; capace di investire quelle risorse invece sulla costruzione di un inedito e inclusivo modello sociale; capace di investire nel recupero del gap tecnologico e di decidere alti standard di vita e di diritti a casa propria, per indurre tutti a salire a quel livello invece di scendere noi ai livelli più bassi di tutela dei diritti e del lavoro (vedi da ultimo proprio i morti di Napoli come quelli di Brandizzo di ieri e di tutti i luoghi di lavoro ).

Ma chi incarna oggi questa idea di Europa così necessaria ma anche così lontana?

Piccoli siamo diventati.

E gli industriali italiani si consolano chiedendo il recupero per mano pubblica dei miliardi che i dazi gli fanno perdere ( e sempre il lavoro paga….). E il PD continua nelle sue dichiarazioni giustamente polemiche con il Governo ma nulla muove nella costruzione di un altro profilo suo sull’Europa , sul suo ruolo, in discontinuità con le sue stesse posizioni del trentennio e degli ultimi trenta giorni.

Von Der Leyn rimane ancora la Presidente sua e del PSE.

I fatti dimostrano che galleggiare in tempo di tempesta non si può e la nave si sfascia.

[Articolo già pubblicato su Infiniti Mondi. Bimestrale di pensieri di libertà]