Per chi suona la campana

In questi tempi tristi, che con lo scorrere dei giorni si presentano sempre più come “tempi ultimi”, gettare uno sguardo meditato su quanto si muove e si agita nel mondo ecclesiale – e in generale nella comunità dei credenti – diventa una chiave interpretativa importante. La chiave per comprendere se possano ancora esistere degli argini alla rincorsa folle all’autodistruzione intrapresa da un mondo che non riesce più a trovare efficaci coordinate politiche, e non solo, che possano costituire gli orizzonti di riferimento per una nuova convivenza umana.

Uno scenario inquietante.

Il paradosso segnalato anche dall’ultima enciclica papale Magnifica Humanitas è che siamo finiti in un tunnel buio e apparentemente senza sbocchi, in cui la “ragione laica” sembra non avere più strumenti per contrastare una deriva protesa irreversibilmente verso la guerra. Sembra, anzi, che questa “ragione” sia in prima linea nell’incentivare e nell’accelerare un confronto militare che riconsegnerà i pochi sopravvissuti all’età della pietra. Per farsi un’idea di quanto rischia di materializzarsi con una Terza guerra mondiale non più a pezzi ma dilagante e devastante come un’interminabile sequenza di fuochi d’artificio, basta tornare per un attimo alle immagini iniziali de L’alba dell’uomo di 2001 Odissea nello spazio (1968) di Kubrick, a quelle immagini di violenza animale, bruta e incontrollata come unica forma di relazione tra umani nei tempi della preistoria molto prima della comparsa del logos. In effetti, a partire dall’ultima enciclica, a me pare che il papa americano sia tra le poche figure consapevoli del rischio di totale annientamento di un’umanità in preda alle convulsioni di dominio e sopraffazione esaltate dalle nuove tecnologie. Specialmente preoccupano le convulsioni prodotte dall’intelligenza artificiale (AI), uno strumento quasi fuori controllo – l’ultimo “incidente” è di poche settimane fa! – di cui non vanno solo denunciate le sue funzioni in ambito bellico – in tutti i teatri di guerra, dall’Ucraina all’Iran, è l’AI a farla da padrona – ma va in modo “rivoluzionario” rimessa in discussione alla radice quale prodotto conseguente dei padroni del mondo da cui è stata concepita e progettata per essere alla fine usata in gran parte come strumento di morte materiale e spirituale. Altroché neutralità e oggettività della tecnica e della ricerca scientifica! Non c’è nessun naturale sviluppo delle “magnifiche sorti e progressive” generato dai laboratori californiani, e non solo, c’è solo un’incontinente volontà di dominio sull’umanità intera.

Se questo è il quadro, continuo in queste settimane a trascinarmi un cruccio generato da una contraddizione evidente, quasi plateale: nel momento in cui la “radicalità evangelica” del rifiuto assoluto della violenza nel nome di una “pace disarmata e disarmante” assume la forma della riflessione compiuta da parte della massima autorità spirituale del cattolicesimo romano (e del cristianesimo in generale), perché in Europa tra i massimi sostenitori dell’ineluttabilità della postura militare ci sono proprio coloro che si richiamano a quella fede religiosa? E fino a che punto potrà reggere il grossolano inganno linguistico mainstream per cui i sostenitori di tale postura sarebbero “i moderati”, mentre coloro che, anche all’interno del mondo cattolico, rivendicano il rifiuto della violenza e della guerra e il primato del dialogo e della diplomazia, sarebbero “gli estremisti”? È un po’ attorno a questi due quesiti che, magari lontano dai riflettori, in alcune comunità ecclesiali sta maturando una discussione ancora non egemone nel mondo cattolico. Sulle tracce lasciate in eredità da Papa Francesco e corroborate dalle riflessioni inequivocabili del suo successore, sta gradatamente prendendo forma una “radicalità evangelica” che mette progressivamente nell’angolo coloro che hanno praticato (e continuano a praticare) un liturgico pacifismo verbale (magari con gli alibi forniti dalle diverse parti politiche), per affermare con coerenza e rigore quel contenuto “non negoziabile” che è la pace con un mondo sempre più spinto sulla china della guerra. Non siamo ai primi passi e non siamo a casi isolati, perché il percorso spirituale in contrasto con “la guerra giusta” non nasce negli ultimi anni ma ha significativi antecedenti in Don Mazzolari e Don Milani, in Giovanni XXIII e nello stesso Giovanni Paolo II, fino agli ultimi due pontefici. Nonostante le capriole di qualche teologo improvvisato, la sostanziale rottura con la dottrina della “guerra giusta” di Agostino e Tommaso si è quasi interamente consumata in quel mondo ecclesiale sensibile e protagonista di una nuova sinodalità. La direzione intrapresa all’apparenza appare irreversibile, anche se credo sia ancora prematuro parlare di una nuova identità politica del mondo cattolico italiano edificata attorno a contenuti rigorosamente evangelici. Da una parte, esiste senz’altro un condizionamento religioso che fa sì che una parte ancora significativa della comunità dei credenti non riesca disgiungere la propria fede dall’assunzione di una visione del mondo che vede nell’altro, se non proprio un nemico, un pericolo da cui guardarsi come se questi appartenesse comunque a una pars infidelium. Da un’altra parte, la presenza nel mondo politico e istituzionale di molti cattolici in realtà assai più sensibili ai muscolari richiami euroatlantici rispetto ai richiami rigorosi della cattedra di Pietro, renderà la maturazione di questa identità non semplice né facile. Quella che è certa è l’accelerazione dei conflitti in corso con una possibile unificazione dei due più importanti teatri di guerra – Ucraina e Iran – che finirà per avvicinare in modo ineluttabile il momento delle scelte più o meno definitive.

 Un futuro imprevisto?

Rispetto a ciò, esistono comunque delle controindicazioni e dei possibili sviluppi, al momento imprevedibili, nel caso in cui, come credo, Papa Leone mantenga fermo il suo atteggiamento e il suo tono contro i “signori della guerra”. Da un lato, a prescindere dai mal di pancia di una parte del mondo dei credenti, l’autorità di un papa è sempre fuori discussione e diventerà difficile per qualche “nostalgico” provare ad allineare le posizioni della Chiesa di Roma a quelle smaccatamente “politiche” di un certo episcopato americano, oltretutto in parte coincidenti con il suprematismo occidentale di tante sette religiose di matrice luterana, anche se qualcuno potrebbe sempre essere tentato di giocare, magari per deterrenza, la minaccia dello scisma. Dall’altro lato, spingere l’acceleratore nella direzione di un pacifismo intransigente potrebbe a un certo punto comportare in Italia un fenomeno inedito e per molti versi sorprendente. E cioè la rinuncia da parte della componente dei credenti più sensibile ai contenuti spirituali del magistero papale a quelle forme di tutela e garanzia fino ad oggi assicurate loro dagli eredi di quei partiti che laicamente diedero in passato un contributo decisivo, dopo le rotture tra Chiesa e Stato successive a Porta Pia, all’impegno diretto dei cattolici nella vita politica del Paese. Tradotto, se un tempo era la DC, come partito laico, a presidiare le istanze politiche (ed etiche) più evidenti generate dall’unità dei cattolici (vera fino a un certo punto), ora quella tutela, oltre a essere improponibile vista la consolidata frantumazione politica del mondo cattolico, diventa assai problematica. Ciò, perché nessuna delle forze in campo da destra a sinistra per le posizioni assunte sulla guerra (e non solo) è in grado di interpretare l’orientamento dei credenti più vicini al magistero papale. Pure quelle formazioni che da sempre hanno avuto l’aspirazione di rappresentare quel mondo e di incamerarne il consenso, come il PD, nato con il concorso di significative componenti di matrice cattolico-democratica. E allora, un pacifismo radicale orientato da Leone che potrebbe, sul versante politico e civile, precipitare alla lunga in un vero e proprio neutralismo – scelta che al momento sembra essere l’unica garanzia reale per tenere il Paese fuori dalla guerra – finirebbe per richiedere un’autonoma presenza politica organizzata dei credenti sganciata dall’intero arco politico esistente. Un arco politico rimasto sostanzialmente unanime e latitante, subalterno sulle grandi questioni di fondo – le diseguaglianze sociali, la distribuzione della ricchezza, il destino del pianeta, il clima e l’abbandono delle energie fossili per quelle rinnovabili – ai poteri sovraordinati europei e americani. Potrebbe questa strada impervia e in controtendenza rispetto alla spinta identitaria tradizionalista e sostanzialmente anti-papale rimanere l’ultima carta da giocare, l’unico modo per dare rappresentanza politica a una comunità ancora in grado di immaginare evangelicamente un mondo “altro” prima di essere schiacciata dalle compatibilità imposte dai troppi “vincoli esterni”. Sarebbe l’imprevisto paradosso a decenni dal superamento del “partito dei cattolici”, quasi un’eterogenesi dei fini. Ma, a differenza del passato, questa presenza politica organizzata, piuttosto che misurarsi sulla propria ineludibile vocazione/funzione di governo (come, ai suoi tempi, la DC), finirebbe per fondare la propria legittimazione democratica su una distanza radicale dalle formazioni che tristemente stanno accompagnando la progressiva decadenza della democrazia liberale nel nostro Paese. Sarebbe questa una presenza non solo in nome del magistero papale ma pure in nome della Costituzione repubblicana alla cui stesura i cattolici concorsero allora (1946-47) in prima persona in modo decisivo. Sarà cosa tutt’altro che semplice, ripensando a un tentativo simile attuato nel dopoguerra dal Partito Cristiano Sociale del bibliotecario vaticano Gerardo Bruni che, dopo l’elezione di un parlamentare – lo stesso Bruni – alla Costituente non riuscì a sopravvivere nel nuovo mondo diviso in blocchi dalla “guerra fredda” e si dissolse nel 1948.

Non praevalebunt?

Forse lo scenario ipotizzato sembrerà a tanti azzardato, più fantasioso che futuribile. Sulla complessa “questione cattolica” però in questo Paese bisogna, da una parte, tenere conto di tutti gli elementi che alla becera vulgata mainstream sfuggono completamente, e, dall’altra, riflettere a fondo su quella longue durée (Braudel) che è racchiusa dal ciclo storico compreso tra i due Leoni (il XIII della Rerum Novarum e il XIV della Magnifica Humanitas) tra il XIX e il XXI secolo, riprendendo metodi e riflessioni che a loro tempo attraversarono anche il celebre intervento togliattiano di Bergamo del 1963, “Sul destino dell’uomo”. Questo per dire che quanto accade nel mondo ecclesiale, e nella comunità dei credenti in generale, non va mai banalizzato, magari ricorrendo alle solite superficiali categorie della ragione “politica” (destra/sinistra), perché quanto accade nel presente è sempre conseguenza di un passato. Tanto più all’interno di un’istituzione come la Chiesa di Roma, dove quasi nulla è lasciato al caso, dove – e in questa ultima enciclica la cosa è esplicita – il pensiero di un papa non rappresenta mai un’elaborazione solitaria ma interpreta sempre lo sviluppo di un’elaborazione lunga nel tempo promossa e messa in atto da chi lo ha preceduto. A differenza di tanto mondo laico, per il quale la storia sembra sempre essere iniziata qualche ora prima, la Chiesa di Roma prova a misurarsi sui tempi lunghi, a volte anche molto lunghi. La “pace disarmata e disarmante” che dà tanto fastidio alle idiozie dei cantori dannunziani di quart’ordine rapiti dalla suggestione estetica della guerra e delle armi, non ha niente di casuale e non nasce improvvisamente dal pensiero di un agostiniano nato a Chicago e vissuto in Perù. Quella invocazione alla pace è semplicemente l’epilogo di una riflessione e di un travaglio  reale passato attraverso concili, encicliche, testimonianze drammatiche e veri e propri conflitti interni al mondo ecclesiale – “ben scavato, vecchia talpa”, avrebbe detto Marx – che hanno progressivamente trasfigurato la Chiesa di Roma nella pressoché unica opposizione radicale alla mercificazione del mondo e allo strapotere dei mostri digitali e analogici contemporanei che si aggirano indisturbati dal Pacifico all’Atlantico, dall’Artide all’Antartide, conducendoci per mano alla distruzione del pianeta. Il futuro è ignoto, e a questo punto può accadere veramente di tutto, sia l’improvvisa e imprevista “irruzione del messia” (Benjamin), sia l’Apocalisse (S. Giovanni, attribuita).

Tertium non datur? Unicuique suum, non praevalebunt?


Magnifica Humanitas. O dell’energia della religione

Francamente la cosa paradossale a mio parere è che un contributo al rilancio di un pensiero critico al nostro squallido eterno presente venga da un’enciclica papale. Contro questa modernità idiota che ci sta conducendo a grande velocità all’apocalisse bellica non sono la politica, l’economia, la cultura, la scienza a porsi degli interrogativi di senso sulla follia umana sempre più autodistruttiva ma è la religione, il luogo più remoto dalla dilagante secolarizzazione, ad alzare una voce potente, un monito ineludibile, rispetto al disastro che incombe su di noi. Certo, senza arrivare alle estreme conseguenze di ipotizzare un’altra organizzazione sistemica del mondo ma, fino a prova contraria, questo non è compito di un papa che ovviamente si pone su un piano meno palpabile ma comunque assai perentorio di un pensiero rivolto a una rifondazione possibile della civiltà umana. La riprova del fastidio che suscita un ragionamento netto e difficilmente contestabile come quello di Magnifica Humanitas sta nello scarso richiamo e nel clamore ben sorvegliato delle grancasse mainstream rispetto a un’elaborazione papale in contrasto evidente con i padroni di quelle grancasse e con i relativi suonatori al loro servizio.

Intendo mettere a fuoco solo due questioni tra le tante sollevate dal testo di Leone XIV – una di metodo e una di merito – e chiudere con una domanda.

 

1. In un’epoca che ha svilito ed emarginato fino a liquidarla del tutto la memoria storica del nostro passato per cui guai a interrogarsi sulle cause profonde e remote delle attuali crisi mondiali ripensando alle strade che ci hanno condotto fin qui, il pontefice assume e fa propria tutta l’elaborazione papale ed ecclesiale dell’ultimo secolo – da Leone XIII (Rerum Novarum) a Francesco (Fratelli tutti) –, anche quella più discutibile, come conferma della coerenza che garantisce la forza della sua prima enciclica. Né improvvisazione, né casualità, solo sviluppo e approdo di un pensiero che rivendica innanzi tutto il primato dell’umanità su tutto il resto e dove è forte il richiamo continuo all’umiltà della Gerusalemme da ricostruire dopo l’esilio rispetto alla presunzione umana della fallace costruzione della torre di Babele. Così la Scrittura non è più solo liturgia o, peggio, lettera morta ma bussola di orientamento nel cammino della convivenza umana.

 

2. Nell’apoteosi ubriacante dell’ingresso dell’intelligenza artificiale nella vita di tutti e nella conseguente esaltazione del ruolo della scienza e della tecnica nell’indicare lo sviluppo umano come se tutto quello che sta accadendo attorno a noi in fatto di nuove tecnologie sia un elemento naturale indiscutibile come un fenomeno atmosferico o come una tempesta nel deserto, Magnifica Humanitas ci mette (finalmente, dico io) in guardia dalla presunta neutralità della stessa scienza e della stessa tecnica ricordandoci che queste rispondono al comando e assumono “il volto di chi le pensa, le finanzia, le regola, le usa”. Beh, rispetto ai peana unanimi di politici e intellettuali, imprenditori ed economisti, filosofi e poeti nei confronti dell’intelligenza artificiale è senz’altro un bel salto verso la riscoperta di una cultura critica ancora in grado di prendere le distanze da una realtà virtuale e mendace. Se ci fossero in circolazione meno soggetti embedded (ingaggiati) dai vari padroni occasionali non ci sarebbe stato bisogno di un papa per ribadire questa lampante verità.

 

3. La (pessimistica) domanda finale che sarebbe da farsi è assai semplice: l’umanità a cui guarda Leone XIV è ancora in tempo per emanciparsi dai rischi enormi a cui sta andando incontro attraverso i processi incontrollati di accentramento, sorveglianza e schedatura a cui già da ora la sottopone l’intelligenza artificiale? Secondo me decisamente no! Forse potrebbe farlo in un’altra organizzazione sistemica del mondo non più in balìa dell’asse del male tra la Silicon Valley e Wall Street. Ma questo papa americano vissuto tra Chicago e il Perù non può dirlo. E, da parte nostra, sarebbe pretendere troppo.


“Comunismo un’altra storia”, parla Canfora

Pur accompagnando tutto il testo dalla prima all’ultima delle quasi quattrocento pagine è solo alla fine che a spuntare come di soppiatto è la grande verità. Una verità che può non piacere a molti ma si sa che Luciano Canfora non ha mai nascosto nulla, non ha mai menato il can per l’aia, non ha mai raccontato frottole: i suoi testi sono sempre stati esemplari per rigore filologico e ricostruzione storica. Stavolta, quasi nascosta (addirittura in nota), la grande verità deflagra attraverso una metafora di Domenico Losurdo in Utopia e stato d’eccezione: «La vicenda di Cristoforo Colombo che parte alla ricerca delle Indie ma scopre l’America può servire da metafora per comprendere la dialettica oggettiva dei processi rivoluzionari».

Sostanzialmente questo l’epilogo di un testo fondamentale se si vuole fare i conti per davvero e non per finta con la storia mondiale del comunismo – Luciano Canfora, Comunismo un’altra storia, Feltrinelli 2026 – in cui l’autore suddividendo il volume in due parti avvinghiate attorno a due date ad alto valore pratico e simbolico – il 1848 e il 1917 – ricostruisce con una dovizia impressionante tutti i passaggi che a tutt’oggi portano a ridiscutere e rivedere ciò che finora ha costituito quasi una dogmatica laica sulle vicende che hanno attraversato le rivoluzioni degli ultimi due secoli.

La cosa potrà non entusiasmare i cultori delle “magnifiche sorti e progressive” del marxismo cosiddetto occidentale ma alla prova dei fatti le argomentazioni di Canfora risultano alla fine tutt’altro che opinabili. La tesi di fondo è la sostanziale impraticabilità storica di una rivoluzione socialista in occidente speculare a una torsione in radicale contrasto con le premesse (marxiane) ortodosse egemoni per tutto l’Ottocento che vedevano le potenzialità rivoluzionarie presenti solo nel mondo capitalistico sviluppato (l’Europa).

Con la Rivoluzione russa del 1917 invece Lenin con il suo aggiornamento spericolato della “vulgata marxista” – in sintonia con il Gramsci di fine ‘17 di Una rivoluzione contro il Capitale – combinato con la sua grande duttilità tattica, al di là delle sue iniziali illusioni su un possibile sbocco rivoluzionario in Europa, condurrà l’esperimento sovietico – la rivoluzione in un paese arretrato – a fungere da bussola di tutte le vicende che porteranno all’emancipazione e all’indipendenza dei popoli colonizzati fino al consolidamento di una realtà – quella odierna del Sud globale – oggi decisiva per le sorti dell’intero pianeta. Nella meticolosa ricostruzione dei fatti attorno al 1848 Canfora, oltre a dimostrare in modo inoppugnabile la totale irrilevanza del Manifesto del partito comunista – uscito a marzo dopo i fatti di Parigi e non prima come molti fino ad oggi hanno sostenuto per avallarne il ruolo (immaginario e non reale) di detonatore dell’insurrezione – segnala la sostanziale impraticabilità nel corso storico degli ultimi due secoli di una rivoluzione comunista nel mondo sviluppato, non solo per la maggiore forza delle società borghesi europee rispetto alla società russa allora in decomposizione ma anche per i massacri subiti da sempre da parte di quella che l’autore definisce come la “sinistra repubblicana”: era già accaduto nel 1796 con il direttorio che manda a morte Babeuf, nel 1848 sarà il generale Cavaignac per conto della II Repubblica a massacrare 4000 “insorti comunisti”, per non parlare dei 40.000 fucilati da parte di Thiers nel 1871 (la Comune), per chiudere infine con il voto ai crediti di guerra della SPD nel 1914 in Germania che consoliderà irreversibilmente quelle che l’autore definisce come le “due traiettorie” che, con una valutazione forse blasfema per molti, la vicenda storica ci consegnerà squadernate in modo incontestabile: quella di un Marx e di un Lenin indiscutibilmente interni al pensiero comunista da una parte e quella di una filiera che, partendo da Engels, arriva fino a Togliatti a cui invece va ascritta la nascita e lo sviluppo del pensiero socialdemocratico, approdo consolidato del marxismo in Occidente, dall’altra.

È così che il marxismo, nato come teoria della rivoluzione nei paesi sviluppati, verrà dal movimento socialista di questi paesi sostanzialmente depotenziato e ridimensionato nel mentre, prevalentemente grazie a Lenin, verrà “riconvertito” in un formidabile strumento politico, teorico ed ideale dei paesi e dei popoli tenuti sotto il giogo del sottosviluppo dalla dominazione coloniale. E in questo senso sarà oltremodo decisivo quanto accadrà in seguito allo scoppio della guerra civile in Russia scatenata dai “bianchi” e dai diversi sostenitori del ritorno al potere dello zar in cui sarà feroce l’impegno delle potenze occidentali, le cosiddette democrazie, nel sostenere e combattere la giovane repubblica dei soviet, spauracchio onnipresente negli incubi delle cancellerie e delle classi dominanti occidentali (britanniche e francesi in primis) dove solo gli USA di Wilson cercheranno in modo goffo e maldestro con missioni prima sollecitate e poi sconfessate di venirne a capo con un dignitoso compromesso.

Se non fosse per la radicale distanza di contesto politico e ideale tra i protagonisti di oggi e quelli di allora e se ci fermassimo agli schemi preordinati della geopolitica finiremmo per incontrare una singolare coincidenza con la situazione odierna segnata dalla guerra russo-ucraina e dall’impetuoso riarmo europeo intanto a sostegno, come anche allora, della stessa Ucraina e comunque, in prospettiva, in incrollabile funzione anti-russa, D’altronde come ci ricorda Luciano Canfora – non è la prima volta che lo fa! – il movimento della storia non è né ciclico né lineare, il movimento della storia, comunque sempre sorprendente, è una spirale: ripete sempre sé stesso non passando mai per lo stesso punto!


Padroni del mondo e servitù volontaria

«La servitù volontaria prende il posto della proibizione imposta» (Mario Tronti). E’ la tragica consapevolezza a cui arriva uno dei maggiori filosofi italiani ricordato come promotore negli anni ‘60 del secolo scorso del tanto discusso operaismo (Operai e capitale, 1966) e come spericolato incursore teorico armato di una volontà di ricerca mai quieta, mai pacificata, che lo porterà attraverso la cosiddetta autonomia del politico e il corpo a corpo con il grande pensiero conservatore novecentesco – Carl Schmitt in particolare – a un’ultima fase della sua vita in cui dopo aver ricoperto anche ruoli istituzionali – è stato Senatore della Repubblica – si sarebbe come fermato a riflettere sulla storia del secolo “grande e terribile” (il ‘900), fortemente intrecciata con la sua, in una condizione da lui stesso definita di monachesimo combattente lasciando il chiacchiericcio filosofico «ai tanti che fanno filosofia in piazza» [quasi tutti gli ospiti abituali degli insopportabili festival estivi…].

Il risultato di questa riflessione, inteso anche come lascito teorico della sua opera che attraversa sessant’anni di storia di questo Paese, è stato il testo postumo Il proprio tempo appreso col pensiero (Tronti è scomparso il 7 agosto 2023) che ho appena finito di leggere insieme ad un altro volume all’apparenza appartenente a un altro mondo, un mondo completamente diverso, quello del Kenya, ex colonia britannica indipendente dal 1963: Decolonizzare la mente del grande intellettuale, scrittore e letterato africano Ngugi wa Thiong’o, scomparso anche lui poco tempo fa.

Ho l’abitudine, a volte fine a sé stessa, di incrociare la lettura di due testi contemporaneamente per misurarne le possibili interlocuzioni e stavolta non sono rimasto deluso! In effetti attraverso il racconto e la riflessione serrata di due “irriducibili” è emersa nitidamente ai miei occhi la cifra della nostra epoca, di questo allucinogeno ventunesimo secolo: è finalmente giunta per i padroni del mondo l’era della servitù volontaria, l’epoca in cui la recinzione al pensiero e alle azioni dei subalterni, dei “perdenti”, non è data tanto dall’imposizione anche violenta della volontà dei più forti, dei vincitori della globalizzazione, quanto dalla convinta sottomissione dei più deboli – la stragrande maggioranza – alla volontà di dominio e di supremazia degli stessi padroni del mondo e ai loro desideri più inconfessabili. Emerge il gusto impagabile della sottomissione al capitale, ai vecchi imperi coloniali mai morti, ai nuovi imperi sempre più voraci da parte di coloro che avrebbero dovuto essere argine contro questa delirante e suicida organizzazione del mondo in un quadro di resa unilaterale di quei gruppi dirigenti che avrebbero dovuto rappresentare una forma di resistenza a vecchi e nuovi domini e che spesso invece si sono trasfigurati in fattivi e zelanti collaboratori degli stessi dominatori.

È la parabola comune alle forze della vecchia sinistra europea e alle nuove classi dirigenti africane, spesso garanti della continuazione del saccheggio delle risorse umane e naturali che l’Africa possiede in abbondanza. Da qui la comune consapevolezza, di Tronti e di Thiong’o, che senza una propria cultura, un proprio pensiero sulla storia non è possibile alcuna autonomia e nessuna piena affermazione della dignità umana dei subalterni: l’autore keniota da un certo momento in poi non scriverà più in inglese, la lingua dei colonizzatori, e comincerà a scrivere in gikuyu, la lingua del suo villaggio in cui avvierà anche un esperimento teatrale nello stesso idioma individuando proprio nel teatro la forma più diretta di comunicazione con la popolazione contadina e dove incontrerà un consenso travolgente per lui causa di molti guai giudiziari.

E, anche se può risultare sorprendente – per qualche “anima candida” pure imbarazzante – i processi molto affini in atto negli ultimi quarant’anni in Africa e in Europa finiscono per condurre i due volumi a un epilogo molto simile: infatti se i gruppi dirigenti post coloniali africani «la vedono allo stesso modo [dei vecchi colonizzatori] e implorano di fatto una ricolonizzazione dei loro paesi per diventarne i governatori neo-coloniali, residenti in moderne fortezze e felici come neo-schiavisti dei loro stessi popoli» (Thiong’o, p.95), i gruppi dirigenti delle sinistre italiane ed europee, in preda «a una deriva antropologica e culturale [hanno finito per abbracciare] un lento graduale totalizzante processo di imborghesimento [al punto che è] impressionante osservare come, in molti, di quel passato […] in cui hanno addirittura esercitato funzioni dirigenti [nelle organizzazioni del movimento operaio], non sia rimasto niente , ma proprio niente, in un voluto e coltivato vuoto di memoria, in una disponibilità all’ascolto delle sirene del tutto è cambiato, senza più ripugnanza per lo stato delle cose esistente, ogni passione spenta, ben accomodati nelle generose pieghe offerte dai dispositivi ben oliati di ricchezza e potere: tranquillamente passati dalla pretesa di egemonia a una pratica di subalternità» (Tronti, p.27).

Alla fine del XVI secolo de La Boétie mai avrebbe immaginato la fortuna della categoria di “servitù volontaria” per capire lo stato delle cose e del mondo di cinque secoli dopo!