I dilemmi della potenza USA e dell’impotenza Ue

L’unilateralismo di Trump scandalizza le capitali occidentali. Ma a ben vedere, la novità è più nello stile che nella sostanza. Gli Stati Uniti non si sono mai preoccupati di “concordare” con gli alleati le decisioni strategiche fondamentali adottate al fine di assicurare i loro interessi economici e finanziari e il loro primato politico, sapendo bene che alla base della loro supremazia globale c’era il primato militare, da preservare, e che da questo, dalla sua capacità di proiezione in ogni angolo della terra, derivava, a conti fatti, ogni beneficio economico e finanziario, a partire dal dollaro come valuta di riserva mondiale.

Il manifest destiny americano

Ciò è sempre stato vero, anche quando le scelte unilaterali sono apparse sub specie “multilaterale”. Partendo da Bretton Woods (chiedere a John Maynard Keynes) per arrivare alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro (Nixon e Kissinger, chi erano mai?) e poi all’”unipolarismo multilaterale” del primo post-guerra fredda (rileggere Charles Krauthammer) e alle guerre al terrore post 11 settembre (ricordare i neo-con e Bush jr) per concludere ora con l’unilateralismo dei dazi (e non solo) di Trump.

Il messianesimo wilsoniano, il multilateralismo rooseveltiano, le crociate anticomuniste da Truman a Reagan fino all’unilateralismo universalistico e neoliberale di Clinton e Bush jr culminato nella grande crisi dell’iperpotenza e nello smarrimento e nelle oscillazioni che passano da Obama a Trump con in mezzo Biden, tutto questo è stato sempre incanalato in un’idea di grandezza americana, di un destino ineludibile di supremazia, in una politica di potenza che è sempre rimasta il nocciolo duro di qualsiasi abito indossato dagli Stati Uniti sulla scena internazionale.

Trump, la politica in purezza

Trump è politica in purezza. Senza travestimenti. Nuda. Interesse senza valori e men che meno valori senza interessi. È vero. Qualche valore a cui richiamarsi c’è anche in Trump: l’America, ovviamente, e una certa America; ma anche la democrazia e la libertà e una “certa” antropologia. Valori comunque non da esportare. Nessun messianesimo e nessuna missione universale. Valori al massimo da usare come arma polemica verso gli alleati (o amici?). O anche per difendere gli amici da “persecuzioni” giudiziarie (vedere Netanyahu e Bolsonaro), magari con sanzioni daziarie, “persecuzioni” di cui Trump stesso si considera l’archetipo.

La politica resta sempre l’ultima istanza. Anche nella forma della guerra, che pure è espressione del suo fallimento. Anche quando è l’economia a guidare la politica: il primato dell’economia sulla politica avviene per delega della politica stessa, quindi è revocabile e temporaneo. Basta vedere come il free-trade è stato accantonato già dall’amministrazione Biden (dottrina Sullivan) in ragione del primato della sicurezza. Ora Trump dice, se non hai l’acciaio semplicemente non esisti. Non puoi chiedere alla Cina di venderti l’acciaio per costruire le armi che ti servono per combattere la Cina. Ovvio, no? Dietro i fatti economici, dietro le interdipendenze, dietro il libero mercato, ci sono sempre comunità politiche organizzate, cioè Stati, che decidono in base ai loro interessi sovrani, quali sono i limiti del gioco spontaneo delle regole di mercato e degli automatismi del capitalismo.

Trump è indifendibile. La caccia agli immigrati illegali. Con una polizia (ICE) che ora ha un bilancio superiore a quello della difesa italiano. E l’appoggio allo sterminio dei palestinesi. Raccapricciante. Eppure, Trump non può essere ridotto a una questione morale che intanto si risolve con un moto di rigetto e con gesti di indignazione. Né in politica estera né in politica interna. Sul piano interno, Trump è in primo luogo la reazione della gente comune che comprensibilmente e condivisibilmente si ribella al dominio di élites avide e corrotte e di minoranze a-nomiche e autistiche che pretendono di sfondare i confini della libertà e di reinventare la natura umana. È una reazione che si oppone alla s-democratizzazione della vita pubblica e alla sostituzione della politica con il diritto (vedere Orsina sulla spoliticizzazione e giuridicizzazione della vita pubblica). Poi c’è anche molto altro, certo: la Silicon Valley, Wall Street, le utopie o distopie tecnologiche e le fazioni della finanza a caccia dei fondi pensioni e del risparmio globale (c’è chi parla di “autunno braudeliano” dell’America). Ma se l’alternativa a Trump è il progressismo che l’ha prodotto ci sono ben poche ragioni per augurarsi il successo di una proposta che nel segno dell’umanità e della giustizia traveste il dominio in tecnocrazia e la politica in diritto.

Il mondo di ieri

Non sappiamo il mondo che verrà, ma non sarà quello di ieri. Non sarà quello evocato dai progressisti uniti – di cui la sinistra socialista e marxista è una piccola e subordinata costola (e negli Usa nemmeno quella) – contro i reazionari. Non sarà un “heri dicebamus…”, come non lo fu quello che si lasciò alle spalle i fascismi del secolo scorso. Fascismi, merita ricordarlo, che furono una reazione violenta e incontenibile delle comunità di esseri umani alla “società di mercato” (Polany) in cui le stava trasformando l’ascesa inarrestabile del capitalismo della prima lunga ondata della globalizzazione e dei tempi felici della belle époque: tutto era mercato e merce, dagli esseri umani alla terra e al denaro. Capitale, merce e mercato. E individui liberi, dispersi in folle solitarie. Sfociati nella carneficina delle trincee dei fronti orientali e occidentali. E nella rivoluzione bolscevica. Fu il primo, grande, colossale, indimenticabile fallimento del liberalismo, come complesso di dottrine economiche e antropologiche e anche come dottrine politiche di democrazia controllata e limitata, un fallimento dell’ideologia liberale (che culminò ben presto nel fallimento della pace e dell’ordine internazionale che avrebbe dovuto mettere al bando per sempre la guerra). Una “pace” imposta da quelle potenze liberali sopravvissute, ancorché tramortite, al disastro da loro provocato.

L’ordine neoliberale in frantumi

Ed oggi, eccoci di nuovo dinanzi a un fallimento colossale del liberalismo, nella sua versione neoliberale, con l’Ordine internazionale basato sulle regole in frantumi e con le potenze occidentali dominanti, che quel sistema e quell’ordine hanno imposto al mondo, che si ritrovano con le società ridotte a brandelli proprio dagli effetti di quel sistema che hanno dispiegato in tutto il globo. Società spaccate non solo socialmente ed economicamente ma anche culturalmente e antropologicamente, tanto che è possibile pensare che nel nostro stesso mondo occidentale si stia consumando un duro scontro “nella” civiltà (J.D. Vance, Samsun, Deneen). E tutto questo alla faccia dei Kant e dei Kelsen, alle filosofie della pace perpetua, al diritto che nasce dal diritto, al commercio che unisce, all’interdipendenza che inibisce e neutralizza le prepotenze della sovranità. E via cantando e turibolando.

Ed eccoci di nuovo a Trump. Con il mondo deragliato. Con la potenza dominante che non gliela fa più, ma che non si rassegna e che non sa ridimensionarsi (senza arrivare all’ipotesi estrema Kavanagh-Caldwell). Con l’Occidente (diciamo così, con la maiuscola) che ha perso la propria presa morale sul resto del mondo e reagisce alla perdita della supremazia civilizzatrice con moralismi progressisti, ambientalisti e antropologici (che dovrebbero restituirgli il primato che ha perduto e la giustificazione morale di cui ha assolutamente bisogno per se stesso e dinanzi a se stesso) oppure, nella parte che non si cura della giustificazione morale per se stessi e per gli altri, con atti di prepotenza da popolo eletto in stile veterotestamentario. L’Occidente ha sempre (avuto) un lato oscuro in cui rifugiarsi e che potrà sempre rinnegare in seguito, magari facendosene vanto per la sua lodevole (e unica) capacità di auto-correggersi.

Quale alternativa potrebbe mai prendere forma in questo contesto? Non ci sono alternative ideologiche al liberalismo. Non ci sono capisaldi antropologici. Il capitalismo (che è sempre politico, anche quando lo nega) è indiscusso: al massimo si pensa a moderarlo un poco. Si può puntare sul socialismo a Manhattan? Sugli Epstein-files? Sulla lotta all’ultimo voto per conquistare 35 collegi in bilico alla Camera dei rappresentanti (vedere il sito del Comitato nazionale democratico e un’analisi di Kazin)? Sì, si può fare tutto questo, certo. Sarà interessante? Forse. Manca poco più di un anno alle elezioni di medio termine.

E intanto Trump fa i conti con l’equazione impossibile degli Stati Uniti (Guzzi e Fassina). Deficit e debito insostenibili. Riduzione delle tasse. Aumento delle spese militari e risparmi sulla spesa sociale. Trump con i dazi sta cercando di fare pagare il conto del riequilibrio al resto del mondo, innanzitutto agli alleati e alla Cina. Con gli alleati sta avendo un notevole successo, sia nella Nato che con la Ue. D’altra parte, la Nato senza gli Usa non esiste e l’”Europa” (diciamo così), per autoconvincimento e autocondanna dei suoi governanti, senza la Nato sarebbe (bum!) una provincia russa.

L’Unione spoliticizzata ed esausta

Quanto alla Ue (diciamo di nuovo così) è inconsistenza politica allo stato puro. E stupisce vedere chi si stupisce per i “cedimenti” della baronessa dinanzi al golfista in Scozia. Trump è un soggetto politico. E che soggetto! Decide. Subito. La Commissione europea è un soggetto tecnico-giuridico. Non ha potere politico. È intrinsecamente incapace di negoziare politicamente. Quindi non si capisce di che cosa si lamentino quei sagaci sostenitori europeisti della Commissione che evocano una Ue diversa da quella che c’è (con autonomia strategica, voti a maggioranza, che sia eretta e non prona) ben sapendo (almeno questo dovrebbero saperlo) che se la Ue fosse quella che vorrebbero, la Ue nella sua attuale versione non esisterebbe letteralmente più: farebbe la fine che fece (finalmente) il Sacro romano impero della Nazione Germanica pochi anni dopo l’avvento di Napoleone.

E peraltro nulla si muove in questa Ue esausta nella propria natura spoliticizzante e regolatoria e incapace di alimentarsi nella spinta dei popoli che la compongono. Nemmeno gli oppositori sono capaci di immaginare qualcosa che cambi il gioco ed esca da questa imbarazzante paralisi pudicamente coperta dalle giaculatorie sulla “sovranità condivisa” e piani escatologici. Quel che si nota comunque è che l’unica cosa sovrana di cui l’Unione europea non ha difetto è la stupidità! Con questo tipo di alleati, Trump può cercare di fare tornare almeno in parte la sua equazione impossibile: pagare la riduzione delle tasse agli americani con i dazi (Miran) e avere un dollaro debole, senza che ciò metta in crisi il ruolo dominante del biglietto verde e i flussi di capitali verso gli Usa per finanziarne il debito. Magari riuscirà anche a consolidare il debito allungando le scadenze dei buoni del tesoro americano fino a un secolo. Volontariamente, bene inteso. Chissà.

Le incognite nell’equazione di Trump

Ma se il bastone militare e tecnologico possono tenere in riga gli euro-stupidi e se il Grande Israele, dal fiume al mare, che tiene sotto tiro tutti i vicini e minaccia l’Iran da lontano, può servire a disciplinare Arabia Saudita e affini, mantenendole nel campo americano, ben diversa è la situazione con la Cina, con la Russia, con l’India, con il Brasile, con la Turchia e con le altre potenze emergenti, Brics e non Brics. Qui Trump si è per ora e finora barcamenato, incontrando i limiti della superpotenza americana. O meglio trovandosi di fronte alla necessità di fare delle scelte e di verificare con queste scelte quale sia l’effettiva potenza degli Stati Uniti. Facciamo l’esempio delle sanzioni secondarie alla Russia per la guerra in Ucraina: significherebbe sanzionare l’India, la Cina, il Brasile, la Turchia e tutti i paesi che direttamente o indirettamente non hanno aderito alle sanzioni alla Russia e che direttamente o indirettamente continuano a intrattenere con essa rapporti commerciali. Gli Usa – e la stupida Europa – sarebbero in grado di farlo? Che effetti avrebbe una decisione del genere, peraltro fortemente caldeggiata dagli inestinguibili falchi anti-russi del Senato Usa? Avvicinerebbe la pace o preluderebbe all’allargamento della guerra?

E qui siamo all’incognita delle incognite nell’equazione di Trump: la questione della pace, della restaurazione della pace, a cui il presidente americano si è impegnato a votare i propri sforzi. Quando le guerre sono in corso la pace si raggiunge in due modi: sconfiggendo il nemico sul campo oppure facendo un accordo.

In Medio Oriente, Trump sembra avere optato per la vittoria sul campo di Israele con un realismo a prova di ogni umanità che potrebbe rivelarsi tale solo in apparenza: sottovaluta gli effetti dello sterminio dei palestinesi non solo per la nuova resistenza che provocherà, ma anche per gli effetti sull’opinione pubblica mondiale e per la stessa società israeliana che potrebbe non reggere gli effetti di una tale trasfigurazione della propria identità e delle proprie giustificazioni.

Diverso è il caso della Russia e dell’Ucraina. Qui Trump esita, oscilla. Non ha nessun legame sentimentale con i nazionalisti ucraini. Sa quali sono le condizioni russe per la pace: neutralità e disarmo dell’Ucraina. Probabilmente Trump non sarebbe contrario. Ma non è in grado di decidere, per resistenze interne agli Usa e per le pressioni euro-occidentali. La scelta per la Russia gli aprirebbe prospettive immense di collaborazione e di sviluppo economico e strategico (con l’allentamento, forse, dei legami tra Russia e Cina), ma gli aprirebbe un doppio fronte di conflitto interno e con gli alleati. Quindi Trump non sceglie e per non sceglier potrebbe in breve trovarsi costretto a fare quello che non voleva fare: sostenere la guerra contro la Russia. E i nazionalisti ucraini.

Si ritorna così al punto di partenza. Che cosa vuole Trump? Che cosa può fare Trump? L’accordo con la Russia è la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per un nuovo patto tra le potenze per ri-stabilire un ordine internazionale che abbia solide basi politiche. In assenza di un tale accordo, la guerra continuerà e i rischi che essa comporta aumenteranno con il mondo (o soltanto l’Europa?) che correrà il pericolo, per la terza volta in poco più di un secolo, di auto-distruggersi.

Letture:

Karl Polany, La grande trasformazione, Einaudi editore 1974.

Benn Steil, La battaglia di Bretton Woods, Donzelli editore 2015.

Nicholas Mulder, The Economic Weapon, Yale University Press 2022.

Charles Krauthammer, The Unipolar Moment, Foreign Affairs, 1990/1991, Vol. 70, No. 1, America and the World 1990/91, pp. 23-33 –  Council on Foreign Relations https://www.jstor.org/stable/20044692.

Alessandro Colombo, Il suicidio della pace, Raffaello Cortina Editore 2025.

Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, 24 November 2024.

Domenico Moro, La strategia globale dietro i dazi statunitensi secondo Stephen Miran, https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/30970-domenico-moro-la-strategia-globale-dietro-i-dazi-statunitensi-secondo-stephen-miran.html.

Jennifer Kavanagh et Dan Caldwell, Aligner la posture militaire mondiale sur les intérêts américains, Le Grand Continent, 11 julliet 2025, https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/11/doctrine-trump-caldwell-kavanagh/.

James. Donald Vance, Remarks by the Vice President at the Munich Security Conference, 14 febbraio 2025, https://www.presidency.ucsb.edu/documents/remarks-the-vice-president-the-munich-security-conference-0.

Samuel Samson, The Need for Civilizational Allies in Europe », U.S. Department of State, Substack, 27 mai 2025 https://statedept.substack.com/p/the-need-for-civilizational-allies-in-europe.

Patrick J. Deneen, Why Liberalism Failed, Yale University Press 2018.

Patrick J. Deneen, Regime Change, Forum 2024.

Democratic National Committee, We are the Democratic Party, https://democrats.org/.

Michael Kazin, Le Parti démocrate peut encore gagner, Le Grand Continent, 22 julliet 2025, https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/22/le-parti-democrate-peut-encore-gagner/.

Benjamin Braun et Cédric Durand, L’automne braudélien de l’Amérique, Le Grand Continent 27 julliet 2025 https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/27/trump-braudel-amerique/.

Gabriele Guzzi, Nei dazi di Trump si specchia la miseria delle élite europee, Il Fatto Quotidiano, 07 aprile 2025.

Stefano Fassina, Ecco la vera ragione dei dazi di Trump (e la giusta risposta), Il Fatto Quotidiano, 03 aprile 2025.

Stefano Fassina, Dazi, per vincere servono altri mercati e leader Ue, Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2025.

Giovanni Orsina, Ricreare la politica oltre i tribunali, Il Giornale, 23 luglio 2025.


Cos’è successo?

Qual era la domanda? Ripetiamola: le elezioni restituiranno alla Germania la stabilità politica e la forza economica che ha perduto negli anni della coalizione-semaforo?  La risposta è: probabilmente no. Vediamo perché. Le fratture che attraversano la società tedesca dal punto di vista territoriale, sociale, culturale e della visione del mondo sono profonde: non sarà facile ricomporle con una sintesi politica che risponda alle domande espresse dal voto e al consenso ricevuto dai partiti. Le posizioni divergono sul riarmo dell’Europa e i rapporti con la Russia e con Trump, sull’ambiente e sul clima, sulle scelte da fare per rilanciare l’economia, sui migranti e sul modo di rapportarsi alla destra dell’Afd.

Come hanno votato i tedeschi

Riepiloghiamo innanzitutto, come hanno votato i tedeschi e come sono suddivisi i 630 seggi di cui è composto il Bundestag. Primo dato, la bocciatura senza appello dei tre partiti della coalizione semaforo (Spd, Verdi, Fdp) che avevano vinto le elezioni del 2021 con il 52% dei voti e sommano oggi appena il 32,1%. Del governo di Olaf Scholz (Spd), che si era presentato con lo slogan ambizioso “Mehr Fortschritt wagen” (Osare più progresso) restano solo macerie. Il secondo dato è una buona impennata della partecipazione elettorale, che tocca l’82,5% (+ 6,2 rispetto al 2021), segno che la campagna elettorale aspra e controversa tra proposte politiche anche divergenti tra loro ha sull’elettorato un effetto mobilitante. Terzo dato, il successo dei partiti di opposizione di destra estrema (AfD), di centro-destra (Union) e di sinistra (Linke, ma anche Bündnis Sahra Wagenknecht-BSW che pure resta per 13.000 voti sotto la soglia del 5%). Nell’analisi del voto qui occorre differenziare. La Cdu-Csu vince le elezioni, è il primo partito con il 28,6%, ma è un successo in agro-dolce perché chiaramente sotto quella soglia minima del 30% che l’Unione aspirava a raggiungere (e risultato lontanissimo dal 40% e passa dell’ormai lontano 2013). Successo senza aggettivi è invece quello di Afd che raddoppia i voti, conquistando il 20,8% (+10,4, in termini assoluti sono più di 10 milioni di suffragi), diventa di gran lunga il primo partito nei Länder orientali, si proclama “Partito di massa” (Volkspartei) e si dichiara pronto ad assumere responsabilità di governo. Per Alice Weidel, candidata di punta di Afd, che ha potuto contare sul sensazionale appoggio esterno della nuova amministrazione Usa (Elon Musk e il vicepresidente J.D. Vance) si tratta di un risultato lusinghiero e che apre prospettive inesplorate. Successo anche per Die Linke con l’8,8% (+3,9), che può vantare di essere il primo partito a Berlino e di avere mobilitato una buona parte del voto giovanile: successo tanto più importante perché inatteso e conseguito nonostante la concorrenza di BSW, dovuto anche al drenaggio di elettori ecologisti delusi dalla “moderazione” dei Verdi, ma da non sopravvalutare visto il 9,3% che la Linke prese alle politiche del 2017. Lutto, invece, per BSW che pure raccoglie il 4,972% (2.486.670 voti), ma resta esclusa dal Bundestag. Sul deludente risultato hanno pesato l’ostilità dei media, una campagna di sondaggi volta ad accreditare l’idea del voto a perdere sotto la soglia del 5%, ma anche divisioni interne e scelte difficili sui migranti e sul rapporto con la destra, temi pressoché “intrattabili” a sinistra (non è da escludersi che ci siano contestazioni del risultato, dato il margine infimo dell’esclusione). Zero attenuanti per gli sconfitti. La Spd precipita al 16,3% (-9,3) e questa bruciante sconfitta sembra rinviare a uno smarrimento di identità ben più profondo della debolezza congiunturale riconducibile al candidato-cancelliere Scholz che peraltro non potrà non fare un passo indietro. Meno grave, ma politicamente molto significativa la sconfitta dei Verdi che si fermano all’11,6% (-3,1): il ministro dell’economia e del clima del governo uscente e candidato-cancelliere dei Verdi, Robert Habeck, non ha convinto e raccoglie i frutti amari di un “dirigismo ambientalista” molto costoso per l’industria e per le famiglie e la discesa del “clima” finita agli ultimi posti nelle preoccupazioni dei tedeschi, ben più in ansia per le questioni della pace e della sicurezza, del rilancio dell’economia e dell’ingiustizia sociale. Non pervenuti, infine, i liberali, fuori dal Bundestag con il 4,3% e più che dimezzati (-7,1): Christian Lindner, ministro delle finanze uscente, all’origine della crisi per la sua resistenza ad aumentare la spesa pubblica, ha già annunciato che lascerà la politica. Per fortuna dell’Unione e degli altri due partiti di sistema (Spd e Verdi), la frammentazione elettorale, grazie alla clausola di sbarramento del 5%, non si riflette nel Bundestag in cui entrano soltanto 5 partiti: l’Union con 208 seggi; la Spd con 120 seggi; i Verdi con 85 seggi; la Afd con 152 seggi (secondo partito!); la Linke con 64 seggi; e un deputato indipendente della minoranza danese. Questa composizione del Bundestag rende possibile una maggioranza a due (316 voti su 630) che sarebbe stata impossibile con 6 o 7 partiti, ma non assegna ai “partiti di sistema” (Union, Spd e Verdi) la maggioranza dei due terzi (421 seggi su 630) che occorre per modificare disposizioni costituzionali come il “freno al debito” (Schuldenbremse). Messa in conto l’attuale “pregiudiziale democratica” anti-Afd, la composizione del Bundestag rende pressoché obbligata, al momento, una maggioranza di governo formata da Cdu/Csu (Union) e Spd, con il cristiano-democratico Friedrich Merz come cancelliere.

Non sarà facile per l’Unione e per la Spd

I due partiti hanno tutta la professionalità necessaria e l’abitudine alla collaborazione parlamentare e di governo richiesta per trovare un’intesa. Ma facile, non sarà. Ci sono consonanze e dissonanze. Le consonanze riguardano la posizione pro-Ucraina e l’aumento delle spese per la difesa in una chiave “europea”, mentre le dissonanze riguardano l’economia e la politica sociale e queste dissonanze retroagiscono e relativizzano anche le consonanze. La Germania è entrata nel suo terzo anno di recessione. È un paese ricco, ma con un modello da buttare alle ortiche per la perdita del gas russo a buon mercato, per la sindrome di primo della classe nel perseguimento dell’obiettivo della neutralità climatica, per le minacce di dazi e le chiusure dei mercati che pregiudicano la politica mercantilista della crescita basata sulle esportazioni.

Il contesto geopolitico

Il contesto geo-politico rende il mercato europeo nuovamente interessante e indispensabile per la Germania. È un fattore che va considerato nel valutare e prevedere le spinte che vi saranno nell’iniziativa europea del nuovo governo. È chiaro che la Cdu-Csu di Merz per il rilancio dell’economia punta su una politica dell’offerta piuttosto che della domanda e che su questo con la Spd dovranno trovare una delle tante necessarie quadrature del cerchio richieste in questa fase. La Spd, per esempio, ha fatto campagna elettorale per aumentare da 12 a 15 euro all’ora il salario minimo, mentre la Cdu-Csu si batte per ridurre la spesa sociale e comprimere il “reddito di cittadinanza” (Bürgergeld). Sul piano della politica ambientale, la Cdu-Csu è per rinviare a data destinarsi la messa al bando del motore a benzina prevista per il 2035 e per una neutralità tecnologica che attenui divieti e obblighi previsti dall’attuale legislazione per i riscaldamenti domestici e l’efficienza energetica dei fabbricati (Heizungsgesetz). La Spd non ha su questi temi la rigidità dei Verdi (o anche della Linke), ma è pur sempre pienamente responsabile delle leggi fatte dal governo uscente. E poi c’è il tema enorme degli investimenti e dell’ammodernamento delle infrastrutture. E’ prevedibile che un punto centrale dei negoziati Union-Spd per il governo sarà la riforma dello Schuldenbremse (cioè rivedere l’obbligo del pareggio di bilancio scritto in costituzione) che peraltro è stato all’origine della crisi della coalizione-semaforo: il Tribunale costituzionale, dando ragione a un ricorso della Cdu-Csu, dichiarò infatti inammissibile (sentenza del 15 novembre 2023) l’utilizzo di una linea di credito di 60 miliardi, aperta per l’emergenza Covid, per fini diversi da quelli previsti e in un’annualità diversa da quella già disposta. La Spd ha collegato alla riforma dello Schuldenbremse anche la questione dell’aumento delle spese per la difesa (che per la Spd si potrebbero finanziare solo se c’è un via libera all’indebitamento). A parte che la Cdu-Csu è divisa sulla riforma dello Schuldensbremse, per cambiare la costituzione i tre partiti di sistema dovrebbero attingere anche a voti provenienti da uno dei due partiti di opposizione al sistema (AfD o Linke). Merz, che è un atlantista a tutto tondo (almeno di quell’atlantismo che precede il ritorno di Trump alla Casa Bianca), ha già segnalato l’intenzione di perseguire due obiettivi: primo, concludere un accordo di governo con la Spd prima di Pasqua (due mesi: dovranno darsi da fare, anche perché la Spd dovrà fare un congresso per rimettere insieme cocci e leadership e per dare il via libera all’intesa); secondo, restituire centralità politica alla Germania nell’Unione europea e assumere un’iniziativa sulla difesa che punti su una qualche autonomia dagli Stati Uniti (ha evocato discussioni con Francia e Regno Unito per la “condivisione europea” del loro ombrello nucleare e un rafforzamento pro-Ucraina e in chiave anti-russa del “triangolo di Weimar” con Francia e Polonia, allargato, come è già ora, a Regno Unito e Italia). Merz, nei mesi scorsi, ha anche sempre sostenuto l’invio di missili Taurus all’Ucraina (in grado di colpire in profondità la Russia), scontrandosi però contro l’insuperabile opposizione di Scholz.

Qualcosa c’è dunque da attendersi sul piano europeo e internazionale. Che cosa si vedrà, vista la permanente dipendenza della sicurezza tedesca dagli Stati Uniti e vista la intrinseca fragilità (moralismo e giuridicismo) e l’intrinseco opportunismo (mercantilismo) del – diciamo – “pensiero strategico” della Germania, almeno fino ad oggi. Su questa linea “autonomista” (quanto velleitaria e quanto realistica, si vedrà), Merz potrà però contare sul sostegno esterno dei Verdi, che, dal punto di vista internazionale, sono impegnati su una linea distintamente neo-con, anti-russa e anti-Trump: ultimi giapponesi, in difesa del cosiddetto” ordine internazionale basato sulle regole”. Sulla linea da tenere a proposito del riarmo e dell’atteggiamento da avere verso il “mondo-nuovo” inaugurato dal disgelo Usa-Russia, Merz non avrà probabilmente molto da temere dall’opposizione che certamente gli farà la Linke, la quale, tuttavia, nel suo inappagabile desiderio di giustizia – moralmente encomiabile ma politicamente inefficace – è contro ogni tipo di riarmo, ma anche a favore del ritiro senza condizioni delle truppe russe dall’Ucraina e, ovviamente, per una pace giusta e duratura nel pieno rispetto del diritto internazionale. Certo, la Linke non farà invece mancare l’opposizione sistematica sui temi sociali e contro ogni riduzione della spesa per il welfare, mentre si troverà in consonanza, e in concorrenza, con i Verdi sui temi liberal-progressisti dell’apertura ai migranti e dell’accelerazione delle politiche ambientali per raggiungere la neutralità climatica della Germania nel 2045 (cinque anni prima della scadenza prevista dagli accordi di Parigi), richiamandosi alla sentenza sul clima del Tribunale costituzionale del 24 marzo del 2021 che impose al legislatore di stringere i tempi per non violare i diritti di libertà delle generazioni future. Era un anno prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Ma è una sentenza alla quale Verdi e Linke si richiamano assai spesso.

Che fine farà il “cordone sanitario?”

E qui veniamo dunque al punto più delicato e imprevedibile del voto del 23 febbraio 2025. Il successo dell’estrema destra e la tenuta del cosiddetto Brandmauer (muro tagliafuoco o, meglio, “cordone sanitario”), in forza del quale l’Afd è esclusa non solo dal governo ma anche dalle cariche parlamentari. I commentatori più europeisti e anti-Trump, tedeschi e non, tendono a dire che il voto è andato molto bene: l’Afd non conterà molto e non avrà nemmeno il monopolio dell’opposizione, nella quale potranno inserirsi perfino i Verdi, uno dei tre partiti-pilatro del sistema. È una cosa che si può dire, ma che trascura alcuni fatti già accaduti e ignora del tutto quelli che possono accadere. Quelli già accaduti sono sostanzialmente due: primo, le “storiche” votazioni del Bundestag del 29 e del 31 gennaio, quando l’Union votò per la prima volta insieme all’Afd sul tema delle politiche restrittive sui rifugiati (ottenendo il 29 gennaio l’approvazione di una mozione parlamentare sull’argomento, grazie anche al voto di astensione dei dieci deputati di BSW, ma non riuscendo invece, due giorni dopo, a fare approvare una legge sulla “limitazione” dei ricongiungimenti familiare degli stranieri beneficiari di una forma di “protezione umanitaria”, in ragione di defezioni di deputati della Cdu, della Fdp e di BSW). Aggiungiamo qui, per completezza, che il voto comune Union/Afd/Fdp/BSW sui migranti è stato un propellente formidabile della significativa mobilitazione popolare contro la Afd (notevoli gli striscioni: “Wir sind die Brandmauer”, “siamo noi il cordone sanitario”) e della campagna elettorale della Linke. Secondo, l’appoggio esplicito all’Afd da parte dell’amministrazione Trump, con i tweet di Musk e con il discorso di Vance alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, incentrato sulla “denuncia” della repressione della libertà di parola in Germania e delle minacce per la democrazia in Europa che non verrebbero dalla Russia e da altri paesi autoritari ma “dall’interno” dei nostri stessi paesi (esempi presi da Romania, Regno Unito, Svezia e, appunto, Germania). Un discorso che ha indignato l’establishment tedesco, ma che ha fornito all’Afd una legittimazione di cui era finora completamente priva: da partito-paria, escluso perfino dai “Patrioti” europei di Orban e Le Pen, a partito-americano in Germania. Afd, a favore della pace in Ucraina e per la riapertura dei gasdotti con la Russia, si trova così a essere, al momento, il partito di Trump e di Putin. Difficile valutare le conseguenze di questo salto di qualità politico del partito della destra estrema. Ma difficile anche ignorarlo. Tanto più che nelle settimane che ci attendono, il fronte internazionale non resterà fermo in attesa della formazione del nuovo governo tedesco. Succederanno cose e magari qualche riflessione aggiuntiva e qualche revisione potrà essere suggerita anche a chi oggi pensa che l’Europa debba difendersi, via Ucraina, dalla minaccia russa alla nostra libertà e ai nostri valori e anche dalla minaccia dei nuovi oligarchi di Washington alla nostra cosiddetta democrazia liberale. I nodi politici verranno al pettine, sia in Germania che nell’Unione europea. E la stabilità politica e il rilancio economico tedeschi sono un orizzonte possibile, ma tutt’altro che certo.


L’eccezione era Biden. L’Unione lo capirà o si disintegrerà?

Le suggestioni si sprecano: tecno-destra, post-democrazia, antidemocrazia, tecnopopulismo, controrivoluzione, accelerazione reazionaria, nazionalismo plebiscitario e sciovinista. Quello che manca è la capacità dei critici di cogliere i segni della fine di un’epoca in cui si è creduto che si potessero governare il mondo e le nostre società senza la politica, affidando tutto – pace, libertà, uguaglianza, giustizia – all’economia, alla scienza, alla tecnica e al diritto.

Cambio d’epoca

È in questo cambio d’epoca che si inserisce Trump. La seconda vittoria di Trump segna, infatti, in modo definitivo e irreversibile la fine della “fine della storia” e della spoliticizzazione del mondo, sia nelle relazioni internazionali che nelle società democratiche. Purtroppo, più che lo sforzo di analisi, che comprende anche l’auto-analisi del soggetto osservante, come presupposto della critica e del giudizio, a guidare gli sforzi definitori dei liberali e dei progressisti sono l’indignazione e lo scandalo, motivi che più che a capire sono volti a esorcizzare con formule che suscitino spavento e condanna questo fenomeno temuto, oscuro e sfuggente che, peraltro, si credeva scongiurato. Questo approccio non aiuta ad afferrare (1) la profondità e il significato della rottura che Trump rappresenta; (2) le ragioni della sua forza politica; (3) la natura della sfida che tutto questo pone all’Unione europea. Proviamo a vedere in modo distinto questi tre punti.

La rottura. Il tramonto del progetto neoliberale

Nel “mondo nuovo” di Trump, la storia non ha una direzione prefissata. Il mondo non sta convergendo verso la liberaldemocrazia. Ci sono gli Stati Uniti, con il loro “destino manifesto”, il loro eccezionalismo e i loro interessi. Ma nella loro volontà di primeggiare nel mondo e di non avere rivali non c’è nessuna missione universale: c’è il realismo nazionalistico di Teddy Roosevelt e non il messianesimo internazionalistico di Wilson o di F. D. Roosevelt. Pensa che gli Stati Uniti siano “sfruttati” dal resto del mondo e non crede all’Ordine internazionale basato sulle regole. Trump è un “revisionista”. Dovrà vedersela con il resto del mondo, che non la vede sempre allo stesso modo. Il fatto che non veda il mondo attraverso il prisma della superiorità morale degli Stati Uniti e che non voglia imporre al mondo, a priori, il modello politico occidentale non è di per sé negativo. Quello che è certo è che questo approccio segna il tramonto del grande progetto neoliberale degli ultimi quarant’anni. L’idea di unificare il mondo tramite il mercato e il libero scambio (globalizzazione) e di uniformare le società e le forme politiche con l’individualismo dei diritti e dei consumi (giustizia globale) si è infranta contro le asprezze della storia, contro la pluralità delle comunità, delle civiltà e, non per ultimo, dei bisogni non solo materiali degli stessi individui umani. Questo progetto di spoliticizzazione del mondo, di desovranizzazione degli stati (tranne gli Usa, garanti del tutto) e di riduzione dell’umano a oggetto era stato fatto proprio dal capitalismo americano ed europeo che ne erano diventati il motore e lo strumento (hardware), affiancati da filosofie della storia e da codici di validità universali (software). Il capitalismo americano si è accorto prima di altri del fallimento di questo titanico disegno neoliberale (qualcuno ha ritenuto di poterlo declassare a “utopia liberale”) che anziché unire il mondo lo divideva (nuove rivalità, nuove potenze e nuove guerre) e anziché uniformare le società le frammentava e le polarizzava, a partire da quelle occidentali (nuovi squilibri sociali e nuove fratture culturali e antropologiche). A fare la guardia al bidone vuoto sono rimasti i liberal-progressisti con il loro cosmopolitismo e le loro universali tavole della legge (diritti umani). È qui che si inserisce Trump, a suggello di questo fallimento. Ed è qui, accanto a lui, a partire dalle big-tech, che troviamo il grande capitale e la grande finanza americani. Qui c’è un rovesciamento, difficile da decifrare, che in parte ha a che vedere con la specificità statunitense, ma che nell’essenza rinvia al cambio d’epoca, e che vede il capitale farsi politica, assumendo in modo quasi diretto l’indirizzo degli affari di governo (Musk, ma non solo). Sembra che il libero capitalismo americano, in questa nuova fase di confronto diretto con il capitalismo di stato cinese, dopo avere a lungo prosperato nel mondo coltivando il primato dell’economia sulla politica, ricerchi ora, per il proprio rilancio in una nuova fase, la simbiosi con il potere politico (oggi Trump) e con i suoi mezzi (lo Stato e la sua forza). Cadono allora le mediazioni delle regole del mercato e dello scambio (dazi etc) così come cadono le finzioni dell’ordine liberale internazionale che, peraltro, non riguarda solo l’economia, ma la vita associata, i diritti degli individui e il modo di organizzare la polis. Che cosa ci aspetta? La storia è tornata. E con essa, il “politico”. Negarlo non serve, meglio farci i conti.

La rivolta contro il mondo liberal

La forza di Trump è il consenso. Consenso non effimero, che affonda le radici in un sommovimento profondo della società americana. Trump ha vinto le elezioni staccando di un buon margine gli sfidanti democratici sia nel voto popolare che nel voto degli Stati (con l’emblematica eccezione di Washington-DC, dove i democratici hanno preso più del 90% dei voti). Di questo blocco sociale si è detto più o meno tutto: più basso è il reddito e meno elevata è l’istruzione, più alto è il voto per Trump (quindi forgotten-men, working class povera, ma anche neri e ispanici che si attribuiscono più possibilità di miglioramento sociale con i conservatori piuttosto che con i liberal, e, infine, i capitalisti libertari e visionari della Silicon Valley). Ma quello che si può aggiungere è la “rivolta” della gente comune contro il “controllo” da parte degli esponenti di quella che alcuni analisti hanno definito “professional managerial class” (PMC) di ogni aspetto della propria esistenza, del modo di pensare e delle decisioni ammesse: di questa classe che istruisce, educa e disciplina fa parte un ampio spettro di “agenti”, più o meno pubblici (dal maestro d’asilo ai professori di Yale, dal funzionario del comune al medico, dal conduttore televisivo al giornalista…), uniti in larghissima maggioranza da un comune credo ideologico e culturale di tipo liberal che predica uguaglianza di genere, non discriminazione, emergenza climatica, politiche green, disciplina alimentare, autocontrollo linguistico e così via. È al mondo liberal costruito negli anni delle presidenze Obama e poi della presidenza Biden che la gente comune si è ribellata. Il voto della gente comune ha imposto la svolta. Trump dovrà fare i conti con le promesse che ha fatto. E ha subito detto che la sua sarà una rivoluzione del buon senso. È bizzarro dire che questa è una sconfitta della democrazia. La vittoria di Trump sembra piuttosto il contrario: un esempio potente della forza della democrazia americana. E il modo in cui Trump ha immediatamente iniziato a dare seguito a quanto promesso, con la raffica di executives orders di cui sappiamo, fa pensare ad una “democrazia adulta” che consente alla politica di affrontare e di decidere di cose basilari (a partire dalla questione antropologica di fondo dell’esistenza di due soli sessi, che tanto piace irridere ai progressisti conformisti di nuovo conio – e si vedrà quanto questo indirizzo sia compatibile con il post- e trans-umanesimo dei padroni libertari delle tecnologie). Può non piacere. Come può non piacere (e fare male) la caccia ai migranti irregolari e la loro deportazione. Così come può non piacere l’idea che lo stato si ritiri da una serie di ambiti e che le decisioni vengano spostate dal livello amministrativo a quello politico (il programma DOGE, di cui dovrebbe essere responsabile Musk). Ma non è forse questa la forza della democrazia americana e della sua Costituzione? A differenza di quella “democrazia”, che si vorrebbe indissolubilmente associata all’attributo “liberale”, e nella quale, per essere all’altezza del suo ideale normativo, la “politica” può e deve occuparsi di tutto tranne che delle questioni essenziali, riservate ai mercati, ai giudici, ai tecnici e agli scienziati.

Lo sgomento europeo, ma l’Unione non è innocente

L’idea di affrontare il mondo senza il pregiudizio di categorie manichee (democrazie vs autocrazie) e di suprematismi morali (ordine internazionale basato sulle regole) così come la restituzione alla politica e alle maggioranze di un potere decisionale che il liberalismo anti-democratico aveva loro sottratto, non può che lasciare sgomente le élites dell’Unione europea. Circondati dai barbari, a est, a sud, e ora anche a ovest, gli europei vengono esortati dai loro capi e maestri a rinchiudersi nel loro giardino e a difenderne il tesoro di principi e di valori universali custodito nei Trattati, fingendo di essere ciò che non sono: un’entità politica con una volontà e non, invece, un mercato e un’unione doganale con una moneta prevalente. Certo, un mercato sui generis, che per l’ideologia inscritta nei trattati (versione ordoliberale del neoliberalismo spoliticizzante di cui sopra) si estende all’intera esistenza umana (si parte dal mercato e dal consumatore per arrivare all’individuo-cittadino e alle sue libertà e diritti fondamentali); e con un Parlamento, che è poco più di un’assemblea di co-regolazione del mercato, ma che pretende di compensare la propria impotenza (non ha diritto di iniziativa legislativa né poteri fiscali o di pace e di guerra) con proclami irresponsabili e dannosi per le buone relazioni con il resto del mondo e per il buon senso. E poi l’intergovernatività in tutto ciò che politicamente conta. Come può un’Unione che non ha il senso politico di un interesse comune, fare fronte comune contro Trump? Nel “mondo nuovo” di Trump, che è poi il “mondo nuovo” tout-court, l’Unione europea si troverà a fare i conti con tutte le proprie anomalie, con la propria incapacità di scegliere e decidere, ovvero con le conseguenze inattese di decisioni ritenute obbligate e impolitiche: ricordo qui, in primis, la decisione di perseguire l’associazione e poi l’inclusione delle repubbliche ex-sovietiche di Georgia, Moldavia, Ucraina e Bielorussia che, diversamente da quanto propagandato, lungi dall’allargare l’area della pace, della libertà e della democrazia, nei paesi a cui sono state socchiuse le porte del nostro giardino, hanno promosso divisioni sociali, conflitti politici, guerre civili e guerre guerreggiate. L’Unione europea non è innocente. È soltanto incapace di pensare al mondo in termini politici. Tanto incapace da avere abbracciato la causa dei nazionalisti ucraini contro sé stessa, mettendosi al seguito degli azzardi anglo-americani e a rimorchio delle ossessioni anti-russe di baltici, polacchi e scandinavi, incapace di pronunciare le due parole che avrebbero potuto evitare la guerra: neutralità e diritti costituzionali per russofoni e russofili. A maggior gloria della potenza americana. Ma pare illusorio, pensare che l’Unione possa cambiare grazie al braccio di ferro doganale con Trump o rincorrendo con quintali di programmi di carta la competitività perduta o, addirittura, facendo debito per razionalizzare l’industria della difesa e rendere interoperabili ventisette eserciti (di cui ventitre già nella Nato). Come se questi ventisette paesi condividessero una comune analisi geopolitica e una comune definizione dei rischi e delle minacce a cui sono esposti. L’Unione avrà già il suo bel da fare per evitare che le tendenze elettorali avverse nei vari stati-membri si ripercuotano sulla sua struttura e sulla sua capacità di funzionare. Ci vorrebbe una rifondazione politica consapevole e invece sarà già tanto se non ci sarà una deflagrazione imprevedibile. Il “politico” in Europa non riesce a emergere.

E allora intanto?

Dalla “ri-politicizzazione” del mondo possono venire cose buone (riconoscimento pattizio di nuove realtà e di nuovi equilibri multipolari) o cose cattive (nuove guerre di ogni tipo, economico, ibrido, guerreggiato), ma certo nulla di buono può venire dal guardare il mondo di oggi e di domani con gli occhi di ieri, perseguendo l’obiettivo più o meno dichiarato di restaurare un mondo che non c’è più e che non può più esserci, anche perché non poteva esserci e, infatti, non c’è mai stato. La mia opinione è che chi volesse lavorare a un’alternativa politica a Trump e al trumpismo, anziché sfinirsi nella costruzione di fronti contro la destra e di leghe liberali e democratiche che sognano il bel mondo che fu, farebbe meglio a mettere all’ordine del giorno una riforma maiuscola del capitalismo (una nuova Bretton Woods, tanto per cominciare) e a dirsi e a dire ad alta voce che la sua concezione dell’umano, del senso della persona e della sua libertà, va in senso opposto alle filosofie del gender e alle faustiane possibilità offerte dalla scienza nell’epoca della riproducibilità tecnica della vita.


La lezione tedesca. Il successo annunciato di AfD

La scossa è arrivata dalle elezioni regionali della Turingia e della Sassonia (01 settembre 2024), seguite da quelle del Brandeburgo (22 settembre 2024). Alternative für Deutschland (AfD) si è affermato come primo partito in Turingia (32,8%), è arrivato secondo in Sassonia, con il 30,6% dei voti a poca distanza dalla CDU (31,9%) e secondo partito in Brandeburgo (29,23%), superato di poco dalla Spd (30,89%, +4,7), che, tuttavia, ha potuto arginare l’ascesa della destra solo “cannibalizzando” i voti di Cdu (12,10%) e Verdi (4,13%), suoi alleati nel governo regionale, che, insieme hanno perso più del 10%. Se AfD fosse arrivata prima in Brandeburgo, il governo federale, forse, non avrebbe retto. Così, invece, continuerà a traccheggiare per un anno. Mentre è diventato un rompicapo formare, nei tre Laender orientali in cui si è appena votato, governi stabili che, da una parte, escludano AfD, e che, dall’altra, non concedano troppo al nuovo partito di sinistra Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), che ha svuotato la Linke e che, alla sua prima prova, ha ottenuto ovunque risultati a doppia cifra, e senza il cui apporto è aritmeticamente impossibile formare maggioranze sia in Turingia che in Brandeburgo.

AfD, partito nazionalista, euroscettico e razzista

AfD è un partito di destra, di destra estrema, nazionalista, euroscettico, che batte tutti i tasti della sicurezza e dell’ordine, con una forte agitazione rivolta contro i migranti e gli stranieri, in particolare contro i rifugiati (richiedenti asilo o protezione umanitaria), che in Germania sono 3,48 milioni (a cui si aggiungono 13,9 milioni di stranieri regolari su una popolazione di 83,4 milioni di abitanti). Altro elemento che caratterizza AfD è la propaganda contro l’Islam e per la difesa di ciò che è autenticamente tedesco, fino a sostenere programmi di Remigration a sfondo razzistico (ancorché presentati come incentivi al rimpatrio volontario). AfD è contro il multiculturalismo e si batte perché la cultura tedesca sia formalmente riconosciuta come la Leitkultur (cultura-guida) della società. Ma la celebrazione del Deutschtum o il richiamo – esplicito o meno – al Völkisch (riferimento al popolo/Volk in senso etnico), con tutto ciò che evoca della tradizione tedesca culminata e degenerata nel nazionalsocialismo, pur presente, non esaurisce né rende conto della capacità di questo partito di destra di attirare consensi e di presentarsi come una forza democratica, leale verso la Costituzione, ingiustamente discriminata dai partiti tradizionali, e interessata solo a rappresentare gli interessi del popolo, che sarebbero ignorati dal governo e  dall’establishment.

Ritenere che l’AfD sia un fenomeno sostanzialmente circoscritto ai Laender della ex-Germania comunista, come spesso si dice e si sostiene, è inesatto se non fuorviante. È vero che AfD ha all’est un seguito doppio (28-30%) rispetto a quello di cui gode nei più popolosi Laender dell’Ovest (12-14%). Ma i risultati delle elezioni europee del giugno 2024, ci offrono questo quadro: AfD è risultata il secondo partito tedesco con 6.325.890 voti (15,8%, con un + 4,9% rispetto alle elezioni precedenti), dietro soltanto alla CDU-CSU (11.949.117 voti, pari al 30,00%) e prima della Spd (5.551.545 voti, pari al 13,9%, in calo di 1,9 punti) e dei Verdi (4.738.227 voti, pari a 11,9%, in calo di 8,6 punti). Dei 6 milioni e passa di voti raccolti da AfD, quasi 4 milioni e mezzo sono stati espressi nei Laender occidentali. Secondo gli analisti, AfD ha raccolto tra i giovani, ovunque, un risultato superiore alla media del partito o a quello raccolto dagli altri partiti, lasciando intravvedere una tendenza diversa da quella di una gioventù tutta orientata verso l’ambientalismo radicale (Friday for future) o verso il libertarismo individualistico (Pride di vario genere). Sono fenomeni che richiederebbero studi e approfondimenti meno occasionali. I risultati elettorali ci indicano un fenomeno assai rilevante. Tanto più che alle politiche del 2021, AfD aveva ottenuto “solo” 4.809.223 voti (10,4%, in calo di 2,2 punti) e con una partecipazione al voto del 76,4% (quasi il 12% in più rispetto alle ultime europee).

E, ora, secondo tutti i sondaggi, in vista delle elezioni federali fissate per il 28 settembre 2025, AfD è stimata sempre come secondo partito, tra un massimo del 19,5% e un minimo del 17%. Sono i sondaggi che vedono in testa la CDU-CSU (tra il 35,5 e il 31%), e il crollo dei partiti della coalizione-semaforo, che faticherebbe a raggiungere il 30% dopo avere avuto il 52% dei voti alle elezioni del 2021. La Spd sarebbe tra 14 e 16%; i Verdi tra 11 e 13%; e i Liberali a rischio quorum, tra il 4 e il 5%. Pare indiscutibile che AfD intercetti una parte rilevante del diffuso malcontento verso il cancelliere Olaf Scholz (Spd) e verso il governo di coalizione attuale (Ampelkoalition, formata da Spd, Verdi e Liberali), il più impopolare della Germania del dopoguerra. L’opposizione alla guerra in Ucraina e al costoso sostegno in armamenti e aiuti al regime di Kiev è un altro catalizzatore di consensi, così come la critica all’accelerata transizione ecologica voluta dai Grünen e agli effetti di de-industrializzazione e aumento del costo della vita che tali politiche comporterebbero.

Il fenomeno Sahra

L’unica forza politica che sembra in grado di sottrarre consensi ad AfD, intervenendo sui suoi terreni preferiti con un discorso che si colloca però sul lato opposto dello spettro politico parrebbe essere il Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW) – forza di sinistra sociale in senso tradizionale, ma euro-critica, favorevole a contrastare l’immigrazione irregolare, contro la transizione green a spese dei meno abbienti e lontana dai modelli antropologici liberal-gender -, che ha ottenuto il 6,2% dei voti alle europee (2.456.460 voti) e percentuali a due cifre in Turingia (15,8), Sassonia (11,8) e Brandeburgo (13,5). E che i sondaggi in vista delle elezioni federali, già sopramenzionati, stimano tra un massimo del 10 e un minimo del 6%.

Il successo, ancorché relativo, di forze politiche che, dai lati opposti dello spettro politico, mettono in discussione aspetti fondamentali del “consenso di sistema” (guerra in Ucraina, rapporto con la Russia, politiche europee, priorità green, immigrazione, sicurezza) non dovrebbero indurre le classi dirigenti tedesche a interrogarsi sui risultati delle scelte compiute negli ultimi quindici/venti anni e sul vuoto politico piuttosto largo che ora viene riempito proprio, e in primo luogo, da AfD?

La Germania, da egemone a minore sotto tutela

È un discorso troppo lungo per essere fatto qui, se non per brevi cenni. Ma si può  ben dire che la Germania si è trovata a passare dalla posizione di “egemone” d’Europa a quella di “minore sotto tutela” del Vecchio continente, sia per la propria incapacità di assumere il ruolo di leadership e di responsabilità a cui era stata chiamata ai tempi della crisi finanziaria e della crisi dell’euro tra il 2008 e il 2013 (a cui si sottrasse con la linea “ognun per sé”: austerità, austerità, austerità!), sia per la incapacità di difendere politicamente e in modo conseguente i propri interessi economici e geopolitici – il gas russo a buon mercato e l’interscambio con la Cina – prevenendo lo scoppio della guerra in Ucraina e mettendo in chiaro, a questo fine, i limiti della propria lealtà agli interventisti di Washington e agli atlantisti baltico-polacchi (evitando così anche le penose autocritiche che ne sono seguite da parte dei suoi massimi dirigenti politici su Putin sull’espansionismo russo). E senza dimenticare la leggera e repentina decisione della cancelliera Angela Merkel (CDU) di abbandonare il nucleare, sull’onda del disastro di Fukushima (2011) e poi di accogliere da un giorno all’altro un milione e passa di rifugiati siriani e non solo, in arrivo dai Balcani (2015), con una decisione solitaria e improvvisa, maturata sulla scia di un moto di solidarietà e di umanità che le valse molti elogi e complimenti ma che sottovalutava, come i fatti si sono poi incaricati di dimostrare, gli effetti sociali e politici, immediati e a lungo termine, di uno sforzo di tale portata.

Questo stato di cose, che si potrebbe anche definire “disastro”, è riconducibile a scelte fatte dai governi di cui Angela Merkel (CDU) fu cancelliera, l’attuale presidente della Repubblica, Frank Walter Steinmeier (SPD) fu ministro degli esteri e in cui, dopo lo scomparso Wolfgang Schaeuble (CDU), fu ministro delle finanze l’attuale cancelliere, Olaf Scholz, assecondato ora al governo dal vicecancelliere Robert Habeck (Verdi), dal ministro delle finanze, Christian Lindner (FDP), e dalla bellicosa ministra degli esteri, Annalena Baerbock (Verdi). Ora, Friedrich Merz, leader della CDU, ritenuto possibile prossimo cancelliere, prova a contenere AfD spostando a destra il partito che fu dominato dalla Merkel. A differenza di Merkel e di altri, su Russia e Ucraina, Merz non ha bisogno di fare autocritica: antagonista sconfitto dalla ex-cancelliera, rimasto lontano dalla politica attiva per un decennio (2009-19), dedicandosi agli interessi del fondo americano Black-Rock in Germania e in Europa, Merz, che fu beniamino di Schaeuble, può vantare un atlantismo a tutto tondo.

Il cordone sanitario contro AfD, fino a quando?

Tuttavia, che cosa succederà in Germania nel prossimo futuro e a medio termine, è difficile dire. Con chi governerà la CDU/CSU dopo le elezioni del prossimo anno, se le vincerà, come tutto lascia oggi pensare? È indiscutibilmente vero che lo spazio per l’opposizione di destra, e non solo, si presenti assai ampio. Emblematico l’attacco rivolto da Alice Weidel, co-capogruppo di AfD al Bundestag, durante il dibattito sul bilancio (11 settembre 24), a Scholz, bollato come “cancelliere del declino” della Germania, condito con il sarcasmo per i risultati elettorali dell’SPD, ridotto a Splitterpartei (partitino) in Turingia e Sassonia, appesantito dall’elenco delle industrie in crisi (a partire da Volkswagen) e dai durissimi attacchi al governo per le mancate espulsioni di stranieri in attesa di espatrio, in particolare dopo l’attentato di Solingen del 23 agosto scorso (tre morti, accoltellati da un giovane islamista siriano cui era stato rifiutato l’asilo e che avrebbe già dovuto essere espulso). In questo contesto, la linea del sistema dei partiti tradizionali, delle istituzioni statali e della società civile è quella di fare muro contro l’AfD (Brandmauer), di isolarla a ogni livello con un “cordone sanitario”, denunciandone al contempo l’estremismo e mettendone in dubbio la lealtà costituzionale e la democraticità.

Finora questa linea è stata rispettata sia al Bundestag che nei Landtage (Parlamenti regionali). Con l’eccezione dell’effimera elezione di un Capo del governo liberale, in Turingia, nel febbraio del 2020, con i voti sia della CDU che dell’AFD, immediatamente rintuzzata dalla Cancelliera Merkel che definì quel voto “imperdonabile” e costrinse la CDU locale a fare marcia indietro. Alla lunga, tenere questa posizione sarà più difficile. Basti pensare che AfD dispone ora di una minoranza di blocco in Brandeburgo e in Turingia, dove per la nomina di incarichi pubblici di garanzia si richiede una maggioranza dei due terzi. Dal punto di vista istituzionale, l’Ente per la difesa della Costituzione (Bundesamt für Verfassungsschutz-BfV), una specie di intelligence civile incaricata di monitorare tutte le minacce all’ordine democratico-costituzionale provenienti dall’interno, classifica formalmente AfD come un “caso sospetto” (Verdachtsfall) di “estremismo di destra”, in attesa di pronunce definitive, tra corsi e ricorsi e contro-ricorsi, da parte dei Tribunali ordinari competenti.

Appigli in tal senso non mancano. Sono piuttosto note le vicende di Biörn Höcke, leader di AfD in Turingia, condannato per avere usato slogan che rinviano a parole d’ordine del partito nazionalsocialista, ma che non esita nemmeno ad appropriarsi di parole d’ordine del movimento pacifista dei primi anni ’80, come Frieden schaffen ohne Waffen (Creare una pace senza armi); o di Maximilian Krah, escluso dalla stessa AfD, per avere dichiarato come candidato-capolista alle europee, a liste ormai  chiuse e campagna in corso, e quindi eletto, che “non tutti i membri delle SS naziste erano criminali”.  Le dichiarazioni di Krah, rese al quotidiano italiano Repubblica, sono state peraltro occasione di rottura con il Rassemblement National di Marine Le Pen e con il gruppo Identità e Democrazia (dal quale ultimo hanno poi preso forma nel nuovo Parlamento i “Patrioti per l’Europa” su iniziativa di Viktor Orban, Marine Le Pen e Matteo Salvini, mentre AfD è riuscita a costituire un altro gruppo, ancora più a destra, denominato “Europa delle Nazioni Sovrane”).

Vicende, queste, che rientrano a pieno titolo nell’analisi che il BfV fa di AfD, ritenuta contigua in gran parte al mondo dell’estrema destra, che include anche neonazisti vari, e che viene definito come un universo che si caratterizza per una concezione “etnica” del “popolo” e che quindi attribuisce agli essere umani un diverso valore a seconda della loro appartenenza, in contrasto con i valori della Costituzione che assicurano l’inviolabilità e l’uguaglianza della “dignità umana” (Menschenwürde) e una concezione civica e non etnica del popolo (più Demos che Volk) e della cittadinanza. Secondo il rapporto 2023 del BfV, presentato nel giugno scorso, oltre un terzo degli iscritti a AfD (10mila su 30mila) sarebbe portatore di concezioni ideologiche di estrema destra e il partito sarebbe permeabile a contatti e contaminazioni con la galassia estremista: ha fatto scalpore la notizia che dirigenti di AfD parteciparono a Potsdam, il 25 novembre 2023, a un incontro con gruppi estremisti, tra cui l’austriaco Martin Sellner, leader di Identitäre Bewegung Deutschland (IBD), e teorico della Remigration, per discutere di progetti di rimpatrio di massa di immigrati illegali, richiedenti asilo e altri stranieri. Da questa e altre notizie, nei mesi che precedettero le elezioni europee, prese poi forma una consistente controffensiva democratica, con manifestazioni di protesta e di denuncia di centinaia di migliaia di persone in moltissime città tedesche, fino alla richiesta di dichiarare illegale AfD.

E’ tuttavia lecito dubitare dell’efficacia di questa strategia di isolamento ed esclusione che comporta tra l’altro un complesso e interminabile contenzioso giudiziario sia dinanzi alla giustizia amministrativa ordinaria che dinanzi alla Corte costituzionale (Bundesverfassungsgericht) che devono accertare da un lato la validità delle accuse di “estremismo” presentate dal BfV, oppure, dall’altro, la “costituzionalità” di leggi che, magari con escamotage discutibili, vorrebbero escludere, per esempio, la Fondazione di partito di AfD (Desiderius Erasmus Stiftung) dal finanziamento pubblico (le Fondazioni di partito ricevono in Germania poco meno di 700 milioni di euro l’anno per attività che vanno dalla formazione politica alla diffusione dei principi e dei valori democratici, sia in Germania che all’estero). A parere di molti, tutta questa guerriglia pubblicistica e legale sulla “natura” antidemocratica del partito di destra nazionalista, non farebbe altro che favorire AfD che può così presentarsi come “vittima” di un establishment, non solo politico ma anche economico mediatico e culturale, chiuso a riccio su stesso, che esclude le novità, e che è il contrario di ciò che dice di essere: non democratico ma anti-democratico, che fa di tutto per tenere fuori dal gioco un partito democratico.

L’identità in evoluzione di AfD

Quanto all’AfD stessa, non si può certo dire che il suo profilo politico e ideologico siano chiari. I suoi esponenti si presentano sul sito di partito come “liberali e conservatori” e come “convinti democratici”. Chiedono forme di democrazia diretta, come in Svizzera, e si dichiarano rispettosi della Costituzione. Ai cittadini, si propongono come “autentica alternativa” contro tutti coloro che dicono che non ci sono alternative. Quanto alla storia tedesca, dicono di riconoscersi nelle rivoluzioni del 1848 e del 1989. Un po’ poco per capirci qualcosa, come conferma anche la scelta sorprendente di intitolare la Fondazione di partito niente di meno che a Erasmo da Rotterdam. Qualcosa di più si capisce forse dal Programma fondamentale del partito (Grundsatzprogramm): Europa delle nazioni, sovranità, sicurezza, controllo rigoroso dell’immigrazione, critica radicale della transizione ecologica, difesa della famiglia naturale e opposizione alle teorie gender… D’altra parte, il partito nacque nel 2013 per iniziativa di un gruppo di economisti che criticava l’euro e l’Unione monetaria, viste come fonte di divisione e non di unione dei popoli europei. Poi ha sviluppato una vita propria e degli inizi non è rimasto molto. Ha occupato uno spazio politico vuoto, lasciato vuoto dalla razionalità universalistica neoliberale e capitalistica, che restringe solo a sé stessa, e alle sue varie anime e correnti, lo spazio della legittimità democratica. Intanto, in questo spazio vuoto, AfD si è professionalizzata, ha preso dimestichezza con le assemblee elettive e con le campagne elettorali: l’identità di destra, nazionalista e conservatrice, è chiara, mentre restano vaghi i riferimenti storici e culturali.

Il destino incerto della Germania

Si potrebbe dire che i successi elettorali di AfD e la sua persistente tenuta, più che alla forza intrinseca del partito sia dovuta agli insuccessi dell’establishment tedesco e alla sua incapacità di pensare il mondo in modo politico, prigioniero come è di una formazione mercantilista e di una vocazione culturale volta a giuridicizzare i problemi  e a inseguire soluzioni di principio in schemi ideologico-normativi che evocano – con l’andare del tempo e con l’accumularsi degli insuccessi – insorgenze e risorgenze che forzano la griglia della democrazia protetta/guidata e del paternalismo democratico che hanno caratterizzato la Bundesrepublik Deutschland nel dopoguerra. Insorgenze e risorgenze che sollevano timori e interrogativi più che fondati sul destino del paese più importante dell’Europa occidentale.

Riferimenti/Fonti

https://wahlen.thueringen.de/datenbank/wahl1/wahl.asp?wahlart=LW&wJahr=2024&zeigeErg=Land

https://www.wahlen.sachsen.de/landtagswahl-2024-wahlergebnisse.php

https://wahlergebnisse.brandenburg.de/12/500/20240922/landtagswahl_land/ergebnisse_land_120.html

https://www.destatis.de/DE/Themen/Gesellschaft-Umwelt/Bevoelkerung/Bevoelkerungsstand/_inhalt.html

https://www.faz.net/aktuell/politik/inland/hoechststand-3-5-millionen-fluechtlinge-in-deutschland-19996580.html

https://www.bundeswahlleiterin.de/europawahlen/2024.html

https://www.wahlrecht.de/index.htm

https://www.kas.de/de/monitor-wahl-und-sozialforschung/detail/-/content/wahlanalyse-der-landtagswahl-in-sachsen-am-1-september-2024

https://www.bundestag.de/mediathek?videoid=7614870#url=L21lZGlhdGhla292ZXJsYXk/dmlkZW9pZD03NjE0ODcw&mod=mediathek

https://www.bundesverfassungsgericht.de/SharedDocs/Pressemitteilungen/DE/2022/bvg22-053.html

https://www.verfassungsschutz.de/SharedDocs/publikationen/DE/verfassungsschutzberichte/2024-06-18-verfassungsschutzbericht-2023.pdf?__blob=publicationFile&v=14

https://www.nzz.ch/international/stiftungsgesetz-im-bundestag-verabschiedet-afd-wird-wohl-dagegen-klagen-ld.1765041

https://www.afd.de/grundsatzprogramm/

 


L’Europa che c’è, l’Europa che vorremmo

La mia intenzione è quella di fornire alcuni spunti per una riflessione critica sull’Unione europea, spunti guidati dalla convinzione che avremmo bisogno di un’Europa che avesse: i) una visione del mondo propria e autonoma; ii) poteri che poggino su una solida base democratica; iii) che rispetti le Costituzioni e le identità storiche e culturali dei popoli che la compongono; iv) che desse al vincolo sociale e occupazionale qui e là menzionati nei trattati la stessa importanza che dà ai precetti dell’equilibrio di bilancio e della stabilità monetaria.

L’Europa come costola della NATO

Ma l’Europa che c’è non è questa. È quella che nella sessione inaugurale del Parlamento, a Strasburgo, ha adottato come suo primo atto una risoluzione sulla guerra in Ucraina, analizzata secondo lo schema ben noto della “guerra di aggressione illegale, non provocata e ingiustificata”, che non parla di pace o di negoziati, che sostiene l’ingresso dell’Ucraina nella Ue e nella Nato e che, tra l’altro, invita gli Stati a destinare lo 0,25% del loro Pil per sostenerla militarmente. La risoluzione, proposta da Popolari, Socialisti e Democratici, Liberali, Conservatori e Verdi, è stata approvata con 495 voti a favore, 137 contrari e 47 astensioni. In un certo senso, l’Europa che c’è è ormai una parte della Nato (soltanto Austria, Irlanda, Cipro e Malta non ne fanno parte). Si considera subalterna e complementare alla strategia Nato, a trazione USA, che ha celebrato a Washington il suo 75. esimo anniversario nel luglio scorso, e con essa condivide l’obiettivo di neutralizzare i tentativi di «minare l’ordine internazionale basato su regole (che) stanno rimodellando il panorama politico globale», come si legge nell’Agenda strategica della Ue approvata nel Consiglio europeo del giugno scorso. La Ue, dunque, come un “service” della Nato, specializzata in sanzioni e approfondimenti giuridici, come ha avuto modo di scrivere Wolfgang Streeck.

Uno non si può scegliere l’Europa che vorrebbe, quella ideale, a cui guarda con simpatia, e alla quale si sente legato culturalmente ed emotivamente. L’Europa che c’è è quella che ha eletto presidente della Commissione per i prossimi cinque anni, Ursula von der Layen, con i voti di una maggioranza cosiddetta “europeista”, composta da Popolari, Socialisti e Democratici, Liberali e, di fatto, dei Verdi, più qualche delegazione nazionale dei Conservatori. Ursula von der Leyen che, al di là del merito, ha presentato un programma che costerebbe tra gli 800 e i 1000 miliardi l’anno, senza spendere una sola parola su come reperire quelle risorse (la Ue ha un bilancio proprio di poco più di 150 miliardi l’anno). Non è un po’ assurdo? Il debito comune del Pnrr e del Sure non conta: è un’eccezione. In quel momento, per usare un’espressione impiegata recentemente da Paolo Gentiloni, l’Europa attraversò il Rubicone. Vero. Ma poi è tornata indietro. Ed è di nuovo dall’altra parte di quel Rubicone. Ripeto la domanda: non è un po’ assurdo?

Il bivio: Europa del welfare o del warfare?

Questa è l’Europa che c’è. E qui potremmo anche fermarci. Ma è questa Europa a essere campo di gioco obbligato della politica italiana, per il governo e per le forze politiche. Quindi è logico e inevitabile che in quel campo ci si muova, a partire dal giudizio e dalla presa di posizione sulle sue politiche e sui suoi programmi: che sono, innanzitutto, “impopolari” (Fassina). Quindi, certo, visto la centralità che il tema della guerra ha assunto nel discorso europeo, si tratta di schierarsi, oggi, prima di tutto, semplificando, a favore di un’Europa del “welfare” piuttosto che di un’Europa del “warfare”: beni pubblici legati all’istruzione, alla salute, al sostegno dei redditi di chi ha bisogno invece che a favore di carri armati per l’uso che se ne vuole fare ora. E fin qui ci siamo. Ma questo stare dentro l’Europa non significa rinunciare a immaginare un’Europa diversa, capace di pensare il mondo in modo meno moralistico e manicheo e capace di fare politica, riconoscendo che la politica è scelta, creatività e lungimiranza, e smettendola di pensare che la politica possa essere superata e resa superflua dalle “regole”. Dunque, fare i conti con l’Europa che c’è non significa che uno debba esserne contento e soddisfatto, o addirittura che debba esserne “devoto” (come spesso si richiede), che non possa e non debba criticarla mettendone in discussione il metodo di funzionamento e la sua stessa natura, pur, ripeto, facendone parte e agendo nel contesto dato.

Laicizzare la discussione sull’Unione europea

Per farlo bisogna in primo luogo “laicizzare” la discussione, liberandola dai tabù e dall’approccio fideistico e religioso. Una minuzia, per spiegarmi. Lo scorso 19 aprile, su “La Stampa”, un corrispondente riferisce della presentazione-discussione del rapporto-Letta al Consiglio europeo. La cronaca inizia così: “Non appena è iniziata la discussione al Consiglio europeo, i miscredenti sono subito venuti allo scoperto avanzando i loro dubbi”. Che vogliamo farne dei “miscredenti”? Dopo le elezioni europee, Gentiloni, cito ancora lui, si rallegrava della conferma di una maggioranza europeista nel parlamento appena eletto, caratterizzata da tre elementi: 1) richiesta di + Europa; 2) appoggio all’Ucraina; 3) difesa dello Stato di diritto. Tutti gli altri sarebbero fuori: anti-europeisti! Il fatto che realizzare questo programma – ulteriore accentramento di competenze a Bruxelles senza rifondazione democratica/revisione dei Trattati; fare guerra alla guerra, rischiando la Terza guerra mondiale e trattare gli Stati membri come alunni a cui insegnare come organizzare il loro Stato democratico – possa comportare divisioni serie all’interno dei singoli paesi e tra i diversi paesi, non è tema di riflessione per i “credenti”. I credenti non si interrogano nemmeno più sul senso dell’Unione, sui suoi risultati: la difendono come è da chi secondo loro vorrebbe smontarla, vogliono espanderla per come è perché non sanno come cambiarla, ma sono consapevoli che quel che c’è non va bene e che dovrebbe esserci qualcos’altro, di più e di diverso, e lo evocano in continuazione senza sapere come realizzarlo, ma mostrando fiducia che questo “di più” arriverà prima o poi. Tutti quindi allineati a celebrare l’Unione ircocervo (non è una Federazione, ma nemmeno una semplice Organizzazione internazionale: Cassese, Fabbrini) o in attesa fiduciosa dell’evento messianico (quando la Francia offrirà alla Ue la sua deterrenza atomica e il suo seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’ONU: Prodi).

Il dubbio che non tutto sia andato bene, che ci siano storture di fondo da correggere, ma che appaiono incorreggibili, viene respinto e classificato come anti-europeismo. Eppure, tanti lo dicono: 1) ci sono almeno due vizi di origine (la rinuncia alla difesa comune e l’idea che l’integrazione economica avrebbe portato di per sé all’Unione politica – Panebianco, Moavero e altri); 2) la scelta funzionalista ovvero la spoliticizzazione tecnocratica con il passaggio da regole nell’interesse di tutti a regole a favore di qualcuno (ordoliberalismo di mercato, fiscale e monetario), con significative limitazioni di sovranità e “assorbimento” di democrazia (metodo “democro-voro”: esemplare il “semestre europeo” che sui bilanci degli Stati dà alla Commissione più poteri di quanti ne abbiano i parlamenti nazionali) (oltra alla critica diffusissima della “zoppia” dell’Unione monetaria priva di unione fiscale); 3) risultati mediocri in un campo decisivo dell’”identità europea” come percepita dai suoi costruttori: l’economia sociale di mercato altamente competitiva, scolpita come obiettivo principe dei Trattati, ha segnato il passo tanto verso gli Usa che verso la Cina (Panetta) (un solo dato: la produttività europea negli ultimi 20 anni è calata del 20% rispetto a quella USA; e un solo memo: la dimenticata “Strategia di Lisbona” del marzo 2000 che, senza metterci un soldo, sbandierava l’obiettivo di fare dell’Unione “la più competitiva e dinamica economia della conoscenza del mondo entro il 2010). Questa economia sociale di mercato altamente competitiva ha funzionato invece benissimo come competizione interna utile a ribassare i salari e a comprimere il welfare (Fassina e ammissione Draghi); 4) risultati deludenti nel campo centrale della pace, missione storica dell’integrazione: l’Unione ha fallito in Jugoslavia, inizio anni ’90, e in Ucraina, incapace di pensare il mondo in chiave politica e di considerare/immaginare che la candida e intenzionalmente neutra, presentata come generosa e disinteressata, politica di vicinato e di allargamento verso est, nei paesi ex-Urss, potesse produrre anziché armonia divisione, lacerazione civile e quindi tragedie (Cacciari). Merita ricordare che l’allargamento dell’Unione non ha mai preceduto l’allargamento della Nato, ma, anzi, al contrario, lo ha seguito, come una conseguenza: quando ha cercato di precederlo (o sostituirlo) si è rivelato un colossale fallimento (politica di vicinato orientale).

La chimera della sovranità europea

Il punto è che non puoi essere quello che non sei: un conto è la sovranità (cosiddetta) condivisa, (cioè la neutralizzazione della sovranità che non viene rivolta, come potrebbe, dagli uni contro gli altri) e un altro conto è disporre di UNA sovranità ed esercitarla! Il soggetto politico non c’è né si vede come potrebbe nascere, allo stato delle cose. Una revisione dei trattati: una fondazione democratica dell’Unione, una costituente europea non sono alle viste (a meno di considerare, come mi è capitato di leggere recentemente, che l’attuale “maggioranza” del Parlamento europeo vada vista come il soggetto di una fase costituente già in atto che è destinata a sfociare nella “maturazione” delle condizioni necessarie alla revisione dei Trattati – Manzella).

Più realisticamente, è immaginabile che l’Unione andrà avanti (o avanti e indietro) nel solco della continuità. Gli “europeisti” hanno il timone in mano e perseguiranno il loro disegno di “+ Europa”. Vediamo come potrà svolgersi questa azione e con quali risultati. Ma intanto accantoniamo l’idea che esista l’europeismo al singolare: esistono governi nazionali (più o meno forti) ed esistono (più o meno deboli) partiti europei. Le differenze linguistiche rendono praticamente impossibile l’esistenza di un’opinione pubblica europea. Gli europeisti hanno idee diverse tra loro. Spesso il loro europeismo è un altro modo di interpretare e declinare l’interesse nazionale: la Francia è per un’Europa ad egemonia francese come la Germania è per il riarmo tedesco piuttosto che per la difesa europea (Panebianco). Ci sono poi europeisti che spingono e altri che frenano, alcuni accalorati e altri tiepidi…

Quindi, il campo degli europeisti è un “campo largo” in cui convivono posizioni e linee contrastanti. Da un lato, possiamo dire che sono uniti (almeno a parole) da: a) continuità nell’integrazione e nel metodo funzionalista; b) estensione delle politiche da affidare alla Commissione; c) primato del diritto europeo su quello nazionale. Ma nel campo “europeista” c’è una tensione permanente sulla “stabilità fiscale” (rigoristi vs lassisti), sul “debito comune” (favorevoli e contrari), sulle risorse dell’Unione (aumentare o meno il bilancio) e sull’Unione bancaria (prima la riduzione dei rischi e poi la garanzia comune dei depositi oppure viceversa). E c’è anche un campo di tensione permanente sulla questione non meno cruciale di come si possa o si debba passare da un’Unione economico-monetaria a un’Unione politica (cioè dalle sovranità condivise-neutralizzate a una sovranità effettiva e attiva), che riguarda in sostanza l’Unione della politica estera e di difesa: in questo campo si brancola nel buio, si va da chi evoca limpidamente una revisione dei Trattati (Moavero) a chi suggerisce di procedere intanto nell’ambito dei Trattati esistenti, magari forzandoli un po’  (cooperazioni rafforzate, voto a maggioranza) (Prodi e altri) (ma con forti argomentazioni in senso contrario da parte di chi teme che la rinuncia al diritto di veto non sia bilanciata da una più adeguata legittimazione democratica delle istituzioni così potenziate) (De Mattia).

Più concreta sembra essere la partita per una maggiore integrazione sul piano del mercato e delle prospettive economiche che fa capo a proposte e idee contenute nei rapporti Letta/Draghi che, ipotizzando un’ulteriore accentramento di competenze economiche e fiscali in capo all’Unione, propongono: unione dei capitali e dei risparmi e completamento del mercato comune (Letta) ovvero politica industriale e protezione commerciale europea da fare con debito comune per recuperare competitività, capacità tecnologica e autonomia industriale (Draghi). Il consenso sul costo delle politiche che la Ue si propone di realizzare nei vari settori (digitale, difesa, ambiente), con il Green Deal trasformato in Industrial Clean Deal, stimato tra gli 800 e i 1000 miliardi l’anno per x anni, va di pari passo con il dissenso su come finanziarlo. Eurobond? Una significativa capacità fiscale autonoma dell’Unione? In proposito nulla ha detto Ursula von der Leyen nel suo discorso al Parlamento europeo il 18 luglio scorso (Buti-Messori). Ammesso che gli europeisti spinti ottenessero qualche risultato sul piano dell’accentramento (con qualche “contentino” magari sul piano sociale), e c’è da dubitare del fatto che ciò possa accadere in modo significativo e in tempi ravvicinati (Dilmore-Il Mulino), come rapportarsi a questa possibilità?

Il solco tra tecnocrazia di Bruxelles e democrazie nazionali

Questa maggiore integrazione, renderebbe l’Europa migliore, più forte, più sociale e, last but not least, più democratica? O sarebbe piuttosto vero il fatto che si allargherebbe ancora di più il deficit democratico dell’Unione e che si approfondirebbe il solco tra la tecnocrazia europea e le democrazie nazionali? Questo è un nodo fondamentale irrisolto. Si può accettare il trade-off più integrazione e meno democrazia nazionale, di cui già facevo cenno più sopra? C’è chi ritiene che il problema non esista: il parlamento europeo è eletto a suffragio universale e rappresenta i cittadini/popoli europei; i governi che compongono il Consiglio sono tutti espressione di democrazie nazionali rodate e funzionanti; la Commissione è espressa dal Consiglio e gode della fiducia del Parlamento… Questa argomentazione ignora la natura politica ibrida e irrisolta di tutte le istituzioni dell’Unione nonché il carattere rigido e ideologicamente segnato dei Trattati e, in particolare, dell’Unione economico-monetaria: a) il parlamento europeo non ha nessuno dei poteri tipici di un parlamento democratico e sovrano (iniziativa legislativa, poteri di bilancio e imposizione fiscale e di indebitamento, poteri di pace e di guerra); la Commissione è allo stesso tempo un organo politicizzato (cosiddetta fiducia del Parlamento e relativa maggioranza) e un organo tecnico (risponde al Consiglio e non è composta da Commissari espressi dalla maggioranza parlamentare bensì da Commissari designati dai governi nazionali secondo le maggioranza nazionali); per di più la Commissione è organo esecutivo e ha poteri giudiziari (istruisce le procedure di infrazione) e ha il monopolio dell’iniziativa legislativa; il Consiglio è invece il deus-ex-machina dell’Unione ed è un organo intergovernativo e confederale votato alla difesa delle prerogative sovrane in capo agli Stati piuttosto che al loro superamento); b) inoltre, l’impianto dell’Unione economica e monetaria definito dai Trattati è tutto tranne che neutro, visto che è fortemente impregnato dei principi dell’ideologia ordoliberale, ignota alla Costituzione italiana e, in particolare, non proprio sovrapponibile  ai suoi articoli 3, dedicato alla Repubblica che rimuove gli ostacoli all’uguaglianza dei cittadini, e 41-42-43, sull’iniziativa economica privata, la funzione sociale della proprietà e l’iniziativa economica dello Stato (a dispetto, direi, della costituzionalizzazione del vincolo europeo inserito nel 2012, agli articoli 97 e 119, nel quadro della riforma sull’equilibrio di bilancio). L’ideologia ordoliberale, come ripresa nelle norme europee, vede nel mercato concorrenziale la fonte di legittimazione dello Stato (che realizza la propria missione nel garantirne il buon funzionamento) e ne affida un presidio non meno importante a una Banca centrale indipendente e votata a garantire la stabilità della moneta e prevede pertanto il divieto degli aiuti di stato, vieta la monetizzazione del debito ed esclude un’unione fiscale pur prescrivendo un coordinamento stringente delle politiche fiscali nazionali. È vero che alcune “regole” sono state sospese durante la pandemia e altre sono state di fatto violate per un periodo (monetizzazione del debito da parte della BCE): ma si tratta, al momento, di eccezioni alla regola e non della regola.

C’è di più. I Trattati, tuttavia, non si limitano alla parte prescrittiva economico-monetaria ma si soffermano anche su parti ideali-programmatiche definendo valori (art. 2: L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini) e visioni del mondo e delle relazioni internazionali (Art. 21: L’azione dell’Unione sulla scena internazionale si fonda sui principi che ne hanno informato la creazione, lo sviluppo e l’allargamento e che essa si prefigge di promuovere nel resto del mondo: democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, principi di uguaglianza e solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni unite e del diritto internazionale.”). Sono testi molto, molto impegnativi. Questi testi peraltro non sono stati elaborati da Assemblee costituenti, composte da rappresentanti popolari eletti con un preciso mandato, ma dai rappresentanti di governi, per il tramite di funzionari (diplomatici e giuristi), e sono stati quindi ratificati (a pacchetto chiuso) dai parlamenti nazionali. La ratifica parlamentare si è rivelata l’unica strada affidabile visto l’insuccesso ripetuto di tentativi di ratifica referendaria in Francia, Olanda, Danimarca e Irlanda. A parte la natura contraddittoria e talvolta schizofrenica dei Trattati (slanci idealistici-universalistici accompagnati da freni alle competenze dell’Unione a garanzia di quelle nazionali e subordinazione agli obiettivi competitivo-concorrenziale degli  obiettivi della piena occupazione, dell’equità e della coesione sociale), sempre più i Trattati vengono considerati una specie di super-costituzione che prevale sulle Costituzioni nazionali e che si impone su di esse attraverso il primato del diritto europeo (la cui interpretazione è affidata a una Corte di giustizia, i cui componenti, art. 19 TUE,  sono “nominati di comune accordo dai Governi degli Stati membri”) e attraverso un’interpretazione estensiva delle competenze dell’Unione a fare valere le disposizioni comuni (dal mercato si arriva ai valori e il tutto è sovrastato dello Stato di diritto) negli Stati membri anche mediante dispositivi applicativi originali e innovativi che consentono di interferire sulle scelte politiche dei governi nazionali e di chiedere spiegazioni ed esigere modifiche (tra le varie procedure in atto: il semestre europeo, il rapporto sullo stato di diritto, la “protezione” dei fondi europei con la previsione di condizionalità per la loro effettiva attribuzione). Il Rapporto sullo Stato di diritto meriterebbe un approfondimento ad hoc: io sono rimasto colpito dal modo paternalistico e dalla sufficienza con cui viene ignorata la dialettica politica e democratica che si esprime nei parlamenti nazionali – si parla con le autorità e con i portatori di interesse – come se ci fossero risultati “oggettivi” da raggiungere, privi di alternative, indifferenti alle vicende specifiche, con raccomandazioni sulle cose da farsi e valutazioni sui compiti fatti o non fatti. L’Unione europea come esaminificio… Questo del rapporto tra “super-costituzione” europea applicata con procedure tecnico-burocratiche, che si vorrebbero sostanzialmente spoliticizzate, ma che sono fortemente politiche, e rispetto delle democrazie nazionali è un problema enorme che rinvia al nesso irrisolto tra unità e differenza, tra democrazie europea (carente) e autonomie nazionali assoggettate a scrutini discutibili con metodi discutibili.

La legittimazione democratico-sociale dell’Unione

Tirando una prima provvisoria conclusione, in forma di domanda: nel rapporto con la Ue c’è un problema di politiche (welfare o warfare come dicevamo all’inizio – ricordo che la Svizzera provvede alla sua difesa con l’1% del PIL – e si può naturalmente allargare il discorso a tutto l’ambito “green”, all’agricoltura, ai trattati di libero scambio, al commercio esterno e via dicendo),  certamente: ma, mi chiedo, possiamo accontentarci di porre il problema delle politiche e di risolverlo con richieste specifiche alternative, collocandoci all’opposizione di questa maggioranza, diciamo così, nell’Europarlamento e dell’equilibrio attualmente vigente nel Consiglio, formulando proposte e avanzando idee, ovviamente, o non c’è anche, e non meno importante, un problema “costituzionale” che attiene ai Trattati, alle competenze dell’Unione in relazione alla sua legittimazione democratica e al rapporto di rispetto e di leale collaborazione tra Unione e Stati membri? In tal senso dovrebbero essere sempre presenti proposte di cambiamenti irrinunciabili e urgenti dei Trattati nel senso di dare vita a un’Europa democratica e sociale. Qualche spunto: i) opporsi allo scambio più integrazione e meno democrazia (a partire dalla critica del semestre europeo e ora del nuovo patto di stabilità), proponendo un processo europeo costituente con la partecipazione democratica dei popoli; ii) trasformare l’Unione economico e monetaria in Unione del lavoro e della solidarietà (cambiare lo Statuto della BCE, debito comune, politiche sociali); iii) rispetto delle democrazie nazionali e delle identità dei popoli e fermare la deriva tecnocratica e omologante (ripensare e rivedere il rapporto sullo Stato di diritto); iv) moratoria di ogni allargamento, e ripensare a costruire un sistema di sicurezza e di cooperazione europea a partire da una soluzione negoziata ed equilibrata del conflitto russo-ucraino.

Ripensare l’Europa

Vaste programme, certo. Non è semplice elaborare una linea che difenda la democrazia nazionale (anche contro la Ue) mentre promuove un europeismo democratico e sociale, realistico e utopico allo stesso tempo (ma non messianico): occorre un ripensamento di fondo sui temi della sicurezza e della pace che bandisca ogni manicheismo. Per cambiare l’Europa che c’è e per tirarla fuori dalla palude impolitica e spoliticizzata in cui si è cacciata con i propri dogmi ordoliberali e con la propria concezione moralistico-legalitaria delle relazioni internazionali (del tutto subalterna, peraltro, a un certo mondo statunitense), occorre ri-pensare il mondo in cui siamo oggi e quello recente da cui veniamo. Ma questa è un’altra storia.

 

Testi di riferimento

Cingolani Stefano, Patto con la UE: l’importanza delle riforme e il ruolo dei corpi intermedi, Il Foglio, 23 agosto 2024.

Dilmore Norberto, Le elezioni europee, le elezioni francesi e il «nemico cassetto», Il Mulino, 19 luglio 2024.

Buti Marco / Messori Marcello, Il piano von der Leyen. Europa, chiari gli obiettivi non le risorse, Sole 24 Ore, 21 luglio 2024.

Cacciari Massimo, L’Europa dica se vuole fermare l’escalation, La Stampa, 13 luglio 2024.

Cassese Sabino, Le strade per contare nella UE, Corriere della Sera, 30 giugno 2024.

De Mattia Angelo, Milano Finanza, 15 agosto 2024

Fabbrini Sergio, Nomine UE, perché l’Italia è rimasta isolata, Il Sole 24 Ore, 07 luglio 2024.

Fassina Stefano, L’agenda anti-popolare di Ursula reloaded, Huffington Post, 19 luglio 2024.

Ferrera Maurizio, L’Unione che ci serve, Corriere della Sera, 16 giugno 2024.

Meloni Giorgia, Corriere della sera, intervista 20 luglio 2024.

Manzella Andrea, Continuità nel segno di Ursula, Corriere della Sera, 18 agosto 2024.

Panebianco Angelo, Note geo-politiche. Un Europa costretta a crescere, Corriere della sera, 14 giugno 2024.

Panetta Fabio, Considerazioni finali Banca d’Italia, 31 maggio 2024.

Prodi Romano, intervista di Paolo Valentino, Corriere della Sera, 11 luglio 2024.

Streeck Wolfang, The EU after Ukraine, “American Affairs”, Volume VI, Number 2, 2022.