Morire di lavoro, morire sul lavoro

Ieri Pasquale Andriotta, corriere di 42 anni, ha perso la vita durante una consegna nel suo ultimo giorno di contratto con un’azienda che lavora in appalto con BRT a Piacenza.

Si è sentito male mentre era impegnato a scaricare il furgone. Ha perso i sensi ed è andato in arresto cardiaco, accasciandosi a terra. È scattato subito l’allarme e sul posto sono arrivati l’automedica del 118 e un’ambulanza della Croce Rossa.

I sanitari hanno lavorato a lungo per rianimarlo e stabilizzarne le condizioni. I tentativi si sono però rivelati vani: è morto poco dopo l’arrivo in ospedale. Morire di lavoro è morire sul lavoro. Sul luogo della tragedia sono intervenuti anche i carabinieri, che hanno avviato gli accertamenti per ricostruire l’accaduto.

Iscritto alla CGIL, è morto in una giornata in cui i suoi colleghi della società fornitrice BRT di Piacenza-Caorso erano in sciopero per denunciare sovraccarichi, carenze di organico e turni insostenibili. Era l’ultimo giorno del suo contratto a termine non ancora rinnovato, come da prassi… La FILT CGIL di Piacenza ha espresso “profondo cordoglio”, a cui ci uniamo. Il sindacato ha chiesto di fare luce sull’organizzazione del lavoro di quella mattina: quanti addetti in servizio, quante consegne assegnate, in particolare se l’assenza degli scioperanti avesse aumentato i carichi per chi lavorava e quali misure fossero state prese a fronte delle alte temperature. Tutto sacrosanto e doveroso, ma tutto maledettamente ingiusto e scandaloso.

L’immancabile nota del gruppo di logistica, in questo caso BRT, ha espresso “profondo cordoglio” per la scomparsa di Andriotta, precisando che il corriere era dipendente di “una società fornitrice dell’azienda nell’area di Piacenza” e che la morte è stata provocata “da un improvviso malore”. È, come sempre in casi simili, rivelatrice della reale funzione della interminabile catena di committenza e ditte appaltatrici nel settore, in particolare dei trasporti: un micidiale dispositivo per abbattere i costi e nel contempo scaricare all’ultimo anello debole ogni responsabilità.

A chi non è capitato nelle assolate giornate estive di scendere per offrire generi di conforto, come del caffè freddo o dell’acqua, e non trovare già più la persona? Se si fanno poche consegne, se cala la c.d. “produttività”, semplicemente non gli si rinnova il contratto in perenne scadenza. In un panorama informativo sconfortante, sempre più simile a quello dei rotocalchi, si è costretti a rimandare al film “Sorry We Missed You” di Ken Loach: una storia amara e non a lieto fine di una condizione sempre più diffusa, che ci restituisce l’istantanea delle odierne forme schiavistiche di lavoro di cui l’Occidente può menare vanto.

Servono quasi a niente i punti di “ristoro” che stanno spuntando come funghi in tutto il Paese, se non a dare sollievo per un attimo alle nostre coscienze, se non del tutto forcluse. In conformità a un concetto di lavoro come ciò che “fa accadere l’esistenza” (Marcuse) e non nelle forme degradate e disumane del “capitalismo crepuscolare”, servirebbe coraggio per adoperare la legge al fine di rendere illegali i principali mezzi di locomozione attualmente utilizzati e proibire che il servizio venga effettuato nelle ore più calde e proibitive. E da ultimo, ma per la verità sarebbe la prima cosa da fare in nome del principio — anch’esso dimenticato — di “piena e, soprattutto, buona occupazione”, rendere questi rapporti di lavoro da subito “dipendenti” e a “tempo indeterminato”.

[pubblicato su “La Fionda”, 1° settembre 2026]


Il rilancio del nucleare italiano tra potere e propaganda

Il 4 giugno 2026 la Camera dei deputati ha approvato, con 155 voti favorevoli della maggioranza e con il voto di Azione, 86 contrari e 8 astenuti, la legge delega sul “nucleare sostenibile” che riapre al nucleare in Italia. Hanno votato contro Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. Il Parlamento conferisce all’esecutivo, in spregio a ben due pronunciamenti referendari (avvenuti nel 1987 e poi nel 2011), il potere di disciplinare l’intera materia con propri decreti, da emanare nei prossimi mesi (il ministro Gilberto Pichetto Fratin: “oltre Natale non si andrà”).

L’uso politico del nucleare

Il ritorno al nucleare, che era stato annunciato dalla premier “in pompa magna” (dal palco dell’Assemblea generale di Confindustria lo scorso 26 maggio), in realtà è una cortina fumogena per nascondere ad un tempo il fallimento sulle rinnovabili e l’esosa dipendenza dal gas liquido americano. Per converso, la realtà vera ci restituisce l’immagine di un Paese alle prese con un caro energia esorbitante, conseguenza diretta degli obiettivi strategici mancati del PNIEC, il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. Per richiamare solo un dato, nel 2025 le nuove installazioni per la produzione di energia rinnovabile hanno registrato un arretramento del 6%. Si è dunque di proposito abbandonato un percorso che si stava rilevando promettente, come il modello spagnolo di abbattimento della bolletta energetica ha largamente dimostrato, per restare ancorati ad una dipendenza strutturale dal gas statunitense. Con gli impianti di rigassificazione a pieno regime, l’importazione di gas USA nel 2026 è arrivata ai 9-10 miliardi di metri cubi.  Dal 2022 al 2026, l’importazione di gas Usa è aumentata di oltre il 300%. Si tratta di un gas strutturalmente più caro (dal 20% al 40%) del vecchio gas siberiano pre-2022: per la liquefazione, il trasporto e ovviamente la rigassificazione. Per l’Italia ha comportato un costo aggiuntivo annuo tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro a seconda degli andamenti dei listini borsistici.

L’illusione dei piccoli reattori

Nel corso del suo intervento, molto applaudito dalla platea di Confindustria, il presidente del Consiglio ha fatto riferimento a “tecnologie più innovative, per realizzare mini reattori sicuri e puliti che possono consentire di avere maggiore sicurezza energetica, costi sensibilmente inferiori agli attuali […], rafforzando la sovranità industriale ed economica dell’Italia”. Ma dietro la retorica delle parole, si cela il vuoto pneumatico di una reale strategia energetica.

Nello specifico, la strategia dei piccoli reattori modulari, gli SMR, che sostiene l’intera narrazione è solo fumo negli occhi che camuffa un immobilismo strategico di fondo. Non sono materialmente disponibili in Occidente, come dichiarato dallo stesso Pichetto Fratin: “quando le nuove tecnologie saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio, l’Italia sarà pronta”. Il risultato finale, poi, di questo ennesimo miraggio varrebbe appena il 3,5% dell’elettricità italiana, entro il 2040, messo nero su bianco da fonti stesse del governo. Probabile, allora, che l’obiettivo non dichiarato ma effettivo sia un altro: facilitare l’ennesimo processo di speculazione finanziaria. Non è difficile immaginare che si moltiplicheranno gli strumenti costruiti su titoli di aziende impegnate nel nucleare. Già in questo momento è possibile acquistare sulle piattaforme europee una decina di Etf che si legano al nucleare, favoriti anche dall’inserimento del nucleare nella Tassonomia Green dell’Unione Europea. Con il voto parlamentare si è data così solo la stura all’ennesima avventura finanziaria, con grande soddisfazione in ultima istanza dei fondi americani che ringraziano.

Un caso esemplare di egemonia emergenzialista

Così si esprimeva Milton Friedman, capostipite della scuola economica di Chicago, agli albori della rivoluzione neoliberista: “Soltanto una crisi – reale o percepita – produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano […] fintantoché il socialmente inaccettabile diventa politicamente inevitabile”. Fedeli alla linea, l’esecutivo meloniano sfrutta l’attuale crisi energetica e i conseguenti rincari per imporre la transizione al nucleare. Anzi, è riduttivo parlare solo di transizione energetica.  Ciascuno di questi passaggi, come è stato in precedenza per l’emergenza terroristica e poi per quella pandemica, delineano nuovi rapporti di potere che esigono a loro volta riassetti politico-istituzionali in chiave sempre più autoritaria e un assoggettamento incondizionato per chi sta in basso.  La possibilità, ad esempio, di dichiarare i siti di interesse strategico nazionale prepara il terreno ad una ulteriore ondata di militarizzazione dei territori oltreché delle scuole e conseguente criminalizzazione del dissenso. Il nucleare civile, inoltre, non è mai completamente separabile da quello militare: non è certo un caso che il rilancio di questa fonte energetica su scala continentale proceda di conserva con il piano di riarmo imposto dalla UE. Dunque, in una prospettiva alternativa di trasformazione dello stato di cose esistente, si dovrebbe riguadagnare, sul piano delle idee, la genuina nozione di crisi, che rimanda alla critica e dunque alla concreta possibilità di poterla fronteggiare. Non così l’emergenza permanente, che nel tendere a normalizzare le crisi e le vere e proprie aporie del sistema, le farà assumere i tratti irreversibili di una malattia cronica da cui non si guarisce, al massimo non si muore.

Il buco nero delle scorie

Gli SMR riguardo al loro meccanismo di funzionamento permangono reattori a fissione, con la medesima lunga scia di scorie che l’Italia ha dimostrato storicamente di fare fatica a smaltire. Il “nuovo nucleare”, in quanto a tecnologia applicata, nasce già vecchio di settant’anni. Secondo l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, in Italia giacciono quasi 34 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, sparsi in una trentina di depositi temporanei. Uno dei principali, dove sorgono gli impianti di Saluggia, presentano profili di alta vulnerabilità della falda acquifera, come confermato dalle gravi alluvioni del 1994 e 2000. Non siamo ancora riusciti a individuare il sito per il Deposito Nazionale delle scorie a bassa e media attività, da controllare per circa 300 anni, e per smantellare le quattro vecchie centrali dismesse. Doveva essere operativo nel 2015, non vedrà la luce prima del 2039. Da anni esiste una mappa dei siti idonei, ma nessuna comunità locale, comprensibilmente, si è dichiarata disponibile, riconfermando così la sindrome “non nel mio cortile”, con il famoso acronimo NIMBY, Not In My Back Yard. La Sogin, società pubblica nata venticinque anni fa proprio per lo smantellamento e la gestione dei rifiuti, ha già sperperato senza costrutto ben oltre 5 miliardi di euro di soldi pubblici e dunque dei contribuenti italiani. Quanto al nucleare, la vera rivoluzione, quella che per davvero realizza “reattori sicuri e puliti”, non solo a parole (Meloni) – senza scorie e inesauribile – è la fusione. L’Italia è in prima linea: presso il Centro Ricerche ENEA di Frascati è in costruzione il progetto DTT, Divertor Tokamak Test, un’infrastruttura da oltre 700 milioni di euro a cui partecipano Eni e CNR. I principali programmi di ricerca prevedono i primi reattori dimostrativi solo verso la metà del secolo.

Cui prodest?

Si accennava poco sopra, i reali beneficiari di questa ennesima messinscena, sono quel   blocco di potere oligarchico che anche nel nostro Paese, come altrove, ha svuotato dall’interno la democrazia negli ultimi quarant’anni. Esso è costituito dal potere politico tradizionale, sempre più corrotto ed eterodiretto, dal potere più finanziario che industriale dei grandi gruppi energetici e dal più risalente ma in grande spolvero «complesso militare» riunificato nella nuova società mista. Questo triedro del potere trova una compiuta espressività nel circo mediatico e nel clero giornalistico di completamento. A corollario, poi, la interminabile filiera di consulenze plurimilionarie che si ingrassano all’ombra della committenza statale. Dentro questo quadro, la legge delega appena approvata funge da catalizzatore: non certo per sorti magnifiche e progressive di indipendenza energetica, piuttosto persistente sudditanza dall’estero che il nucleare accentua, perché l’uranio non si estrae dalle nostre parti e la tecnologia per le centrali verosimilmente andrebbe comprata da consorzi americani. La «sovranità energetica» esibita dal governo si rovescia nel suo esatto contrario: subalternità strategica sotto falsa bandiera.

Che fare

Occorre riprendere da dove si era partiti: dall’ambizioso obiettivo del PNIEC, che prevede per i prossimi anni di produrre quasi i due terzi, circa il 65%, dell’energia elettrica da fonti rinnovabili. E tra le fonti rinnovabili su cui puntare per mettere in sicurezza il Paese, oltre al solare e l’eolico, ci sono certamente l’idroelettrico e il geotermico, quest’ultimo inspiegabilmente sottostimato. Riguardo, poi, le emissioni quelle che sono più vicine allo zero sono le idroelettriche che sono intorno ai 4 grammi per kWh (il nucleare è tra i 50 e 120 grammi di anidride carbonica). Nel 2025 l’Italia ha installato solo 7,2 GW di nuova potenza da “energia pulita”. Per centrare i 131 GW del PNIEC al 31 dicembre 2030, le installazioni annuali nel quinquennio 2026-2030 dovrebbero salire a circa 10 GW all’anno, contribuendo ad abbassare drasticamente il costo dell’energia magari con il coinvolgimento diretto della mano pubblica. Dunque, il vero confronto è come sempre politico: tra ciò che possiamo realizzare nei prossimi quattro anni e ciò che forse arriverà tra quindici o vent’anni. Su scala continentale, occorrerebbe intraprendere la lotta più dura contro la nefasta ideologia mercatista. Il cui postulato è un sovraccarico regolatorio – fatto di vincoli, parametri e incentivi di mercato – che si traduce nello scaricare di fatto sui singoli i costi maggiori della transizione ecologica. Ci sono cose che il mercato che insegue risultati a breve termine, specie in un sistema fortemente finanziarizzato, non è in grado strutturalmente di fare. Occorrerebbe sbarazzarsi della credenza nel potere taumaturgico del mercato per governare la transizione con quello che serve: una politica industriale, vera, fatta di investimenti in formazione, ricerca, infrastrutture e produzione avanzata ad alto valore aggiunto. Il progetto europeo “dell’economia della conoscenza” nato sotto i migliori auspici è da subito miseramente naufragato per l’utilizzo improprio del mercato, lasciando l’intero continente in una condizione di cronica sudditanza tecnologica.

Elogio del conflitto

Certo, tutto ciò che serve non sarà frutto del caso o di una graziosa concessione dall’alto, ma servirà agire il conflitto per spostare i rapporti di forza mai così polarizzati. Il nucleare analogamente alla guerra è il nome che oggi prende il conflitto sociale. E riprendendo le parole d’ordine di Gramsci sull’istruirsi, agitarsi e organizzarsi (L’Ordine Nuovo,1919), bisogna che di quel conflitto se ne comprendano i termini, per orientare non una semplice azione ma un agire collettivo organizzato altrimenti velleitario. Il primo terreno di scontro sarà, dunque, quello dell’informazione, con una battaglia delle idee diffusa e radicale. Per passare, poi, al piano gramscianamente “superstrutturale” del diritto: se necessario, occorrerà imbastire nuovamente un referendum abrogativo – sarebbe il terzo –. Ma l’alfa e l’omega rimane la mobilitazione popolare non sporadica, che dovrà dare gambe e voce, in un crescendo, alla protesta, coinvolgendo associazioni, sindacati, enti locali e forze politiche contrarie al nucleare e, per converso, favorevoli ad un piano organico di rinnovabili decentrate sul territorio e sotto il diretto controllo del potere pubblico.


Contro l’ideologia della guerra

Pare proprio che la storia abbia calzato di nuovo «gli stivali delle sette leghe» e a passi da gigante ci stia conducendo motu proprio nel precipizio della guerra. E sarebbe l’Europa stessa, nel suo complesso, la prossima vittima sacrificale di uno scontro armato catastrofico diretto contro la Federazione Russa.

L’inadeguatezza della geopolitica e dell’economicismo

Il circo mediatico di completamento si incarica di condire il tutto con discorsi di «crolli», «crisi» e «catastrofi imminenti». A tale rappresentazione sull’inevitabilità dello scontro con la Russia contribuiscono attivamente anche esperti di geopolitica e taluni studiosi di economia. E anche questi ultimi pure anteponendo, come fattore esplicativo, il «profitto» rispetto alla più ricorrente «volontà di potenza», nella maggioranza dei casi, pur modificando l’ordine degli addendi, non sono in grado di cambiare il risultato in ordine alla narrazione dominante: lo spazio europeo sarebbe per tutti costoro in rotta di collisione ineluttabile con la Russia di Putin. Come la traiettoria di un meteorite proveniente dalle profondità dell’Universo.

La domanda allora smette di riguardare il Che fare per limitarsi a dettagliare solo il quando e il come tutto inesorabilmente si compirà. Ma da che cosa sono accomunati i due differenti racconti, quello geopolitico e quello più «economicista», da pervenire ad esiti perlopiù analoghi? In prima approssimazione, da un dato di partenza insormontabile che determina in anticipo i destini dell’uomo occidentale, solo che i geopolitici individuano nella sicurezza e la correlata «proiezione di potenza» questo vettore, mentre gli economisti, pur di orientamento critico, più deterministicamente identificano quel vettore nel meccanismo implacabile della «valorizzazione illimitata del valore», con un ricaduta quasi automatica sugli assetti istituzionali e le decisioni politiche che ne derivano. Ma cosa manca di essenziale a questi differenti «narrazioni» per evitare di relegare l’umano ad un ruolo di semplice comparsa o spettatore passivo? Forse ciò che della modernità politica ne è stata la principale «causa»: che sono i popoli e, segnatamente, chi sta in basso a fare la storia e a costruire quelle istituzioni sociali e politiche capaci di spostare dai pochi ai molti l’esercizio della sovranità. Al riguardo, vi potrebbe essere un’interpretazione della storia moderna con qualche fondamento, che interpreta le lotte, le rivolte e le rivoluzioni che l’hanno caratterizzata come un progressivo meccanismo di espulsione operato dal basso nei confronti dei «privilegiati». Secondo questa chiave, il conflitto sociale ha dapprima identificato il «nemico» per poi sconfiggerlo ed emarginarlo. Così è avvenuto dapprima coi re, poi con la nobiltà e da ultimo si è tentato di fare con la «borghesia» ad opera del «proletariato». Si potrebbe leggere allo stesso modo il lungo secolare travaglio degli assetti politico-istituzionali: dall’assolutismo monarchico, al liberalismo fondato sul censo e poi, a seguire, le recenti democrazie costituzionali nel frattempo archiviate e i vari «esperimenti profani» socialisti. Peccato solo che questo processo non si sia potuto svolgere nel vuoto pneumatico di forze collocate in alto che hanno solo subito rovesci ed esclusioni. In effetti, in una logica solo quantitativa, completamente ingenua, si sarebbe tentati di privilegiare il dato numerico dei tanti contrapposti ai pochi e ottimisticamente concludere la prevalenza necessaria del basso dei molti. Ma si dà il caso che quei pochi, esclusi o ridimensionati nella breve stagione socialdemocratica del secondo dopoguerra, ad esempio in Europa, sono anche i più potenti e in grado di contrattaccare. E così è stato. A seguito di una vera e propria rottura rivoluzionaria di paradigma socioeconomico in un’inedita lotta di classe scatenata dall’alto si è assistito all’archiviazione dello stato sociale keynesiano in una manciata di anni (gli anni ’70 del secolo scorso) e contestualmente ad una crescente concentrazione e centralizzazione di potere politico e finanziario che ha portato ad un ordine post-democratico oramai completato.

Il recupero del soggetto collettivo

Ad ogni modo anche in un quadro di rapporti di forze sovvertito, con l’alto e minoritario a dominare il campo, pare comunque che l’impianto interpretativo di fondo «classista», dei pochi contrapposti ai molti, venga confermato ed è comunque in grado di catturare molti più fenomeni storici del presente. Fra l’altro contiene implicitamente una indicazione addirittura «ontologica» conferita all’umanità dal grande idealismo classico tedesco: la verità intesa come coincidenza sempre da ricercare tra soggetto ed oggetto è più alla portata nello svolgimento della storia umana anziché nel mondo naturale e nei laboratori delle scienze naturali. Nel farsi storico non vi è un residuo fattuale esterno inattingibile, un dato irriducibile. Si può ambire, nel suo svolgimento processuale, mediante un agire collettivo di popolo, portatore di un’istanza di liberazione, a una sempre maggiore aderenza delle apparenti oggettività storiche (società, economia e politica) con le soggettività che le hanno generate, costruite. Insomma, fare del mondo storicamente inteso la casa dell’uomo.

Ora, quel tipo di approccio geopolitico e anche economicista sopra richiamato tende a sacrificare e fare svanire esattamente quell’elemento soggettivo e trasformativo che pare invece caratterizzare in via permanente lo scenario sociale e politico perlomeno dalla modernità in poi. L’essere sociale appare sacrificato in entrambi gli approcci, vuoi per una ricostruzione storica troppo compatta, solo istituzionale e ufficiale, che non tiene conto nella giusta misura delle dinamiche sociali e delle sue articolazioni e vuoi perché, nel secondo racconto, la struttura economica appare granitica nei suoi riflessi quasi meccanici sulla «sovrastruttura» politica, giuridica e culturale. E invece ci sono momenti di rottura dell’egemonia, come quello attuale, dove il capitalismo è in grado culturalmente e materialmente di offrire solo la guerra, che aprono uno spazio enorme per un recupero di consapevolezza delle coscienze in precedenza conquistate. E anche sul piano interno ai singoli Stati siamo in una congiuntura storica, una «qualità dei tempi» che si è fatta incandescente, contrassegnata da una perdita acclarata di legittimità degli ordinamenti politici e, per contrasto, dell’instaurazione crescente di una logica di puro dominio da parte dell’oligarchia dominante, che intende perseverare negli attuali scandalosi rapporti di forza economici in una cornice di sovranità ridotta a stato autoritario.

Il “quadrilatero” del potere occidentale

Ed allora forse risulterà più produttivo permanere nell’alveo di quell’analisi alternativa proposta che serve magari aggiornare alla luce della nuova fase in cui siamo entrati. Allora, come l’ascesa della «borghesia» dapprima e del «proletariato» poi avevano portato a dei rilevanti cambiamenti negli assetti di potere esistenti, anche l’affermazione della nuova «aristocrazia del denaro» si è condensata in un quadrilatero del potere i cui vertici sono rappresentati in Occidente dal potere politico tradizionale, dal potere finanziario dal potere mediatico e dal più risalente complesso militare-industriale. Quello che è accaduto con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, capofila del blocco capitalistico occidentale, è esattamente questo passaggio dalla post-democrazia a una forma di anarco-capitalismo a vocazione bellicista dovuta alla necessità di procacciarsi un «sottostante materiale» fatto di risorse e materie prime per continuare ad alimentare le varie bolle speculative sempre più pericolosamente ipertrofiche. Dunque, la guerra è una necessità non per la Storia ma per questa particolare e inquietante configurazione politica che l’Occidente collettivo si è dato.

Sul piano simbolico la caratteristica più ostentata è una peculiare concezione di libertà che non è più un diritto innato di tutti e neppure una prerogativa del mercato, che anzi deve essere segmentato e controllato, ma un privilegio di quei pochissimi che possono contare su di un potere pressoché illimitato di armi e denaro. Bisogna poi concedere che un siffatto potere neofeudale racchiuso in pochissime mani, obbligato a disconosce e sfruttare tutti quanti gli altri, dovrà dotarsi di un complesso sofisticato sistema di liturgie e simboli del potere che ne giustificano agli occhi dei più un ruolo scandalosamente sovraordinato rispetto alle masse sempre più immiserite ed abbrutite che si dovranno contendere le briciole. Da qui l’uso capitalistico della religione e il più sofisticato dispositivo di autolegittimazione messo a punto soprattutto da Peter Thiel e dalla sua cricca di teo-tecnologia nella felice formula coniata Carlo Galli.  Potranno così essere implementati a dismisura i capri espiatori che verranno battezzati coerentemente come «anticristici» per interporli e usarli letteralmente come spauracchi. La scommessa ben più prosaica è quella di abituarci poco alla volta in stile «rana bollita» mediante la normalizzazione della guerra alla nuova distopica condizione di assoggettamento e subalternità permanente.

L’antidoto di una politica dal basso “costituente”

Ma da quello stesso impianto interpretativo possiamo ricavare l’antidoto critico per l’azione. Come fatto cenno siamo nel bel mezzo di una rottura egemonica che la normalizzazione della guerra sta cercando molto a fatica di colmare. Si apre uno spazio non banale per una politica dal basso, magari non immediatamente istituzionale ma con potenzialità costituenti. E in questo caso la riattivazione di quel meccanismo di esclusione dal basso verso l’alto riguarderà esattamente il rigetto di quel dominio che una sparuta oligarchia armata sino ai denti sta esercitando per guadagnare tempo. La contraddizione determinata che la migliore tradizione del pensiero dialettico ci invita sempre a scovare è rappresentata dall’essere contro la guerra a cui il complesso militare ha sempre fatto ricorso nella storia per sigillare il traballante potere costituito.

In questo quadro già desolante è risultato ancora una volta manifesta l’inconsistenza impalpabile del liberalismo, che si scioglie come neve al sole ogni qual volta la cruda contingenza di rapporti di forza scandalosamente sbilanciati in alto ne richiedono l’archiviazione. Ma non per cambiarli quei rapporti di forza piuttosto blindarli con le maniere forti per assicurare la continuazione dell’accumulazione. Quando il gioco si fa duro, il capitalismo selvaggio e predatorio proietta il suo vero volto nella sfera politica, riponendo le «maschere di carattere» in precedenza esibite.

Siamo in un certo senso ad un bivio. O recuperiamo il filo interrotto bruscamente di una politica che dal basso, per quel che si può, e dall’alto delle istituzioni, per quel che si deve, dai «mondi vitali» e dalle istituzioni recuperi un disegno di liberazione coerente con le esigenze delle classi popolari oppure siamo perduti. Perché gli effetti sul corpo sociale e sulle antropologie dei singoli individui di questa assenza di orientamento e di finalità è devastante. Noi siamo «costruttori di senso» e dunque se non ce lo formiamo da noi questo senso attraverso il legame sociale, necessariamente ci viene propinato dall’alto in modalità aberranti. Da un complesso finanziario, militare e comunicativo che sta rendendo tossica e non solo in senso metaforico l’aria che respiriamo ogni giorno. Pensiamo sia questa la nuova frontiera dello scontro e del conflitto nei piccoli come nei grandi spazi del mondo che attualmente abitiamo, per «una società più ricca di vita collettiva» come immaginava Gramsci.


Il governo Meloni, il ponte immaginario

Vi è un racconto leggendario che si è intrecciato, fra l’altro, con la vicenda umana e la parabola politica di Masaniello (1620-1647). Le cronache del ‘600 narrano di un ponte – da costruire – che per la sua smisurata lunghezza avrebbe collegato il periferico e martoriato vicereame di Napoli direttamente con i magnanimi regnanti spagnoli sul suolo iberico. Quel ponte per intuibili ragioni non vedrà mai la luce…

L’Italia in orbita Trump

«Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza»: questo il laconico comunicato ufficiale fatto uscire da Palazzo Chigi dopo l’attacco militare proditorio statunitense del 3 gennaio 2026. Quell’attacco, è bene tenerlo a mente, ha portato al sequestro di un capo di Stato, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e alla sua deportazione coatta negli Usa. Con quella nota emanata nelle ore immediatamente successive all’impresa in stile coloniale, è definitivamente caduta l’ultima patetica bugia di poter erigere un ponte tra la Ue e l’America di Trump e, soprattutto, di essere propriamente la Meloni quel ponte.

Non poteva non accadere. Troppo facile infatti ipotizzare per l’Italia una traiettoria politico-strategica sempre più in un’orbita trumpiana. Del resto, è da tempo che siamo il più grande dei piccoli paesi europei piuttosto che il più piccolo dei grandi. È accaduto con la nuova suddivisione internazionale del lavoro conseguenza della tumultuosa globalizzazione a trazione statunitense varata all’indomani del collasso del sistema sovietico. E nell’attuale quadro di un crescente asservimento alle esigenze politiche dell’egemone a stelle e strisce, l’alternativa possibile non sembrerebbe realisticamente più appetibile: quella di recitare un ruolo di comparsa sul nostro continente, segnato dalla preponderanza quasi irresistibile di Inghilterra, Germania e, a distanza, Francia.

Un’amicizia pericolosa

Senonché, è sempre bene ricordare quanto andava ripetendo Kissinger: «che essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso. Essere loro amici è letale». Ora, vero è che la Meloni ha ribadito a più riprese ai cosiddetti «volenterosi» l’indisponibilità ad inviare a Kiev truppe italiane di «rassicurazione». Pur tuttavia, si osa forse dubitare che la premier e di conseguenza il nostro Paese impiegherebbero meno di un nano secondo a corrispondere ad un comando in tal senso, se provenisse direttamente dalla Casa Bianca?. Come aggravante, l’attuale governo ha piegato la riconfermata austerità europea alle esigenze dell’industria bellica americana da cui attingeremo per realizzare un piano di riarmo senza precedenti (a regime varrà il 5% del Pil). Anche il drenaggio del risparmio privato in favore delle Big Three (BlackRock, Vaguard e State Street) risulterà incentivato da alcune misure contenute in finanziaria sulla previdenza complementare e in generale sulle polizze assicurative. Il disegno piuttosto esplicito è quello di funzionalizzare e subordinare il vincolo europeo alle necessità di Washington e dei colossi di Wall Street. Per paradossale che possa apparire, nonostante le ripetute giaculatorie del governo sul valore della «nazione», l’attuale compagine governativa, per la sua estraneità storica al patto costituzionale, offre le più ampie garanzie di tenuta di quello schema eteronomo, a fronte di una Carta che per ovvie ragioni non si avverte come propria. L’avvio dell’ennesima stagione di riforme costituzionali, a partire dalla demolizione dell’indipendenza della magistratura, segnala una irrefrenabile volontà liquidatoria dei principi costituzionali. A valle di questo percorso è lecito ipotizzare un Paese più smarrito e ancora più vulnerabile alle incursioni da fuori. Altrimenti detto, una volta archiviata la Costituzione e il principio di autodeterminazione in essa contenuto, l’asservimento ai disegni di dominio altrui sarà pressoché totale. Per converso, le forze politiche e sociali che intendono contrastare questo disegno occorre che facciano tesoro della lezione realistica di Machiavelli, che nel libro III de I Discorsi ribadisce che «a volere che una setta o una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio». Dunque, una possibile via di fuga efficace richiederebbe non l’ennesima nichilistica «tabula rasa» ma un ritorno alla sostanza dei «principi» repubblicani. Ma chi potrebbe assolvere a questo compito? Servirebbe come il pane una soggettività politica pienamente consapevole da costruire ex novo oppure frutto di una radicale conversione di una formazione già esistente. In grado di rintracciare nel discrimine capitale/subordinati e capitale/ambiente le contraddizioni determinate per definire un perimetro, soggettivandolo in nome di interessi collettivi materiali concreti. Capace per questo di tenere assieme e tessere le tante differenze, magari costituendosi per questa via in «blocco sociale». Sul piano antropologico si tratterebbe di un fronte composito ma vasto, accomunato sociologicamente dall’essere in un rapporto di subordinazione funzionale rispetto al processo di illimitata «appropriazione privata del plusvalore socialmente prodotto».

La vera posta in gioco nella contesa Ue/Usa

Ora, si dà il caso che l’immane impero di debiti, quali propriamente sono diventati gli Stati Uniti, è alle prese forse con la più grande minaccia al suo dominio globale: la Cina. Ha individuato nel mezzo bellico ancora debordante l’arma disperata per rimescolare le carte e monopolizzare il mercato del petrolio. In ciò sperando di rilanciare un dollaro destinato a divenire altrimenti carta straccia.

Dal canto suo, La Ue accarezza l’idea di ripristinare il sogno infranto dell’antico unipolarismo perduto, che in effetti rappresentava una formidabile rendita di posizione per i principali attori del vecchio continente. La divergenza con il gigante statunitense in questa nuova fase della storia del mondo non è tanto sui «nemici» che sono gli stessi – Russia e soprattutto Cina – per entrambe le sponde dell’atlantico. La divergenza si gioca sulla natura della loro relazione interna. Il disegno complessivo, per Trump, sono le «sfere di influenza» da contrattare o contendere con le altre due/tre principali potenze mondiali. L’Europa in questo schema non riveste più il ruolo, sia pure tra mille virgolette, di alleato strategico ma quello di vassallo, da depredare ed eventualmente utilizzare in blocco come proxy, sul modello ucraino, nelle più aspre contese con i competitori strategici dell’impero americano. Dunque, la Ue vorrebbe mantenere il vecchio schema della spartizione sia pure fortemente sperequata dei bottini di guerra sui diversi scacchieri internazionali. Trump non è dello stesso avviso, reputa lo stesso spazio europeo un bottino di guerra da spolpare a partire dall’ingente risparmio su cui per il momento può ancora contare. Ad un’analisi meno di superficie, si coglie insomma che il motivo del contendere con Trump, da parte della Ue, non è quello di rivendicare un ruolo più autonomo piuttosto quello di essere considerati «soci di minoranza» di un comitato di affari unificato. Si è dentro la medesima logica predatoria, come dimostra l’accettazione senza batter ciglio dell’esorbitante aumento delle spese militari, sottraendo ulteriori risorse al morente stato sociale. Ma non si vorrebbe essere trattati e considerati, dalla parte degli europei, alla stregua di un proxy qualunque. La riprova è data dalla posizione appena più risoluta espressa sulla Groenlandia. Ma anche in questo frangente, non casualmente, questa linea è contrastata dall’eccentricità del nostro governo. In buona sostanza nel dare credito e corda a Trump, da parte della Meloni e del suo fido Crosetto, alle preoccupazioni di presunte mire russe o cinesi sull’Artico, si spalanca di fatto il vaso di pandora ad ogni pretesa acquisitiva da parte di Trump.

Dalla padella alla brace

I nostri attuali governanti, con la complicità di larga parte della classe politica, preso atto del ruolo di dominus degli Usa nei confronti della Ue, si sono limitati ad un’adesione solo retorica rispetto alle posizioni assunte da quest’ultima. Ma purtroppo lo scenario è molto più pericoloso ed inquietante da quello percepito dalle «anime belle» di chi ci governa e dei finti oppositori. Resta infatti da capire se questo rapporto sempre più stretto con una potenza imperiale di dimensioni globali ci ponga al riparo da pericoli o viceversa ci esponga a rischi addirittura superiori. La questione si pone in termini piuttosto stringenti e ultimativi in quanto l’amministrazione statunitense negli ultimi tempi pare determinata a giocarsi la carta delle operazioni militari a catena. Ora, i «volenterosi» costituiscono l’estremo patetico tentativo di tenere assieme le sempre più divaricate sponde dell’atlantico. La nostra presenza ad intermittenza ci sottrae allo schema atlantista tradizionale che si vorrebbe in extremis ripristinare, ma ci consegna ad un pericolo altrettanto letale, come ammoniva Kissinger. Vale a dire quello di essere assimilati ai governi fedelissimi di Trump. La qual cosa non ci deve lusingare ma massimamente preoccupare. Un rapporto bilaterale stretto ci consegna integralmente a dei rapporti di forza così sbilanciati che sarebbe semplicemente un continuo obbedire al comando dispotico di un padrone. Per la verità qualche significativo sporadico segnale di coinvolgimento diretto lo si è già avuto con l’invio di ben due navi, un cacciatorpediniere e una fregata, nel Mar Rosso per contrastare gli Houthi al largo dello Yemen. All’orizzonte potrebbero materializzarsi a breve ben altri scenari con coinvolgimenti massivi di uomini e mezzi. Prodromico in tal senso è l’annunciato coinvolgimento dell’Italia nel Board of Peace per Gaza.

Possibili vie di fuga: l’Unione mediterranea

L’operazione da tentare sarebbe invece verosimilmente un’altra. Per smarcarsi dalla morsa a due, a cui siamo allegramente destinati, si tratterebbe di provare a disarticolare il terzetto rappresentato da Starmer, Merz e Macron. E lavorare con la Francia strategicamente ad una «costituente mediterranea» con Spagna, Portogallo, Grecia e i Paesi dell’Africa settentrionale, con una proiezione pacifica e cooperativa verso il Sud e il Centro America. La prospettiva non è per nulla peregrina ed è risalente. Il primo a lanciarne l’idea fu il filosofo e diplomatico francese Alexandre Kojève (1902-1968) che, tra le sue memorabili lezioni sulla Fenomenologia dello Spirito hegeliane e le missioni all’estero, trovò il tempo di presentare al presidente Charles de Gaulle un progetto di «impero latino mediterraneo». Da noi ha avuto una gestazione lenta ma continua, si occuperanno direttamente del dossier negli anni Settanta sia Moro che Berlinguer. Negli ultimi anni il progetto è stato rilanciato dal filosofo Giorgio Agamben nel 2013, dopo la crisi dei subprime, e costantemente vi allude lo storico Luciano Canfora. Più di recente ne ha parlato l’ambasciatore Alberto Bradanini con buoni argomenti: «l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. In una proiezione di pace, stabilità e prosperità per i popoli». Ciò presuppone il superamento del modello funzionalistico che sottende all’attuale Ue e l’approdo ad un paradigma geo-storico, che tenga assieme politica, storia e spazio geografico. Quella di una «lega» dei Paesi mediterranei che tasti il terreno per una futura potenziale unione politica tra simili, per mentalità e ambiente naturale, fornita di un’adeguata consistenza demografica (circa duecento milioni di abitanti), appare in effetti una prospettiva realistica e soprattutto massimamente auspicabile.


Capitalismo crepuscolare. Fate presto

Qui conviene ritornare sia pur celermente alla crisi del 2007 e alla sua frettolosa e interessata interpretazione, da parte dell’establishment e dei vari ammennicoli mediatici, nei termini riduttivi di una semplice crisi finanziaria. Di contro, una più convincente letteratura critica recente l’ha poi correttamente inquadrata come Terza grande depressione del capitalismo moderno, dopo quelle di fine Ottocento e l’altra arcinota crisi del ’29 nello scorso secolo. Secondo questa analisi, essa si sarebbe aperta nel biennio 2007-2008 per mai più richiudersi e pertanto dopo oltre quindici anni ne saremmo completamente pervasi. In realtà, lo stesso pensiero mainstream ha finito con il reinterpretarla piuttosto cinicamente, utilizzando a sua volta le categorie del «pensiero negativo»: il negativo, cioè la crisi, è parte dell’ordine, non ci può essere ordine privo di negazione interna, con buona pace del «razionalismo moderno» e della sua pretesa di trattare la crisi con strumenti risolutivi. In effetti, si è constatato sul piano fattuale che la crisi si era dilatata e intensificata oltre misura. Si è cominciato allora a gestirla, governando non più sulla crisi ma attraverso di essa. E per questo è divenuta nel discorso pubblico, alimentato ad arte dall’élite dominante, «permacrisi»: la cui gestione non può che essere all’insegna dell’emergenza permanente, per l’appunto emergenzialismo. Tutto ciò con l’obiettivo di preservare quello che rimane del proprio ordine e delle gerarchie politiche e sociali in esso incorporate. Ironia della sorte, quella vita biologica che la politica moderna in Occidente aveva elevato a bene supremo da proteggere, come illustrato precedentemente, appare ora sempre più ostaggio, tramite i continui avvertimenti recapitati ad esempio dalla natura, del «modo di produzione capitalistico», che nella sua forma assoluta annichilisce l’ambiente e disumanizza la società, come le guerre più recenti con il loro carico di distruzione e di morti attestano. La crisi deve ritornare a essere nel discorso politico di chi sta in basso quella che è sempre stata in epoca moderna dopo la cesura dalla Rivoluzione francese: un’occasione per agire il conflitto nel vuoto di legittimità che si determina all’indomani della perdita di consenso, con una robusta battaglia di idee a fare da apripista. Condizione necessaria, sia pur non ancora sufficiente, è quella di costituire una soggettività politica consapevole di sé, ancorata ai «subalterni» e che si muova nell’ottica dello spostamento dei rapporti di forza in favore per l’appunto delle masse popolari. Così da provare perlomeno a rompere quell’inerzia che pare condurre inesorabilmente a una involuzione autoritaria degli attuali ordinamenti formalmente ancora democratici.

L’assenza di una visione unitaria

L’energia politica pare continui a scorrere all’interno del corpo sociale, ne danno testimonianza gli innumerevoli focolai di rivolta e ribellioni, ma ciò che manca è una visione d’insieme unitaria in grado di riannodare la miriade di proteste e rivendicazioni che continuano a procedere in ordine sparso. Orwell ci ricorda nel suo capolavoro distopico, 1984, che lo scontento non può produrre mutamenti politici se non si incardina in «una visione generale dei fatti, finendo per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie». E tutte poi, queste rivendicazioni, con il medesimo tratto distintivo, siano esse di genere o riferite all’ambiente oppure più schiettamente sociali, dell’elemento competitivo orizzontale su quello conflittuale asimmetrico, del «basso» contro l’«alto». E questo segnala adattamento all’ordine esistente, che vien dato per assodato e considerato intrasformabile. Il celebre storico della filosofia, Neal Wood, così prova a riassumerne i termini della questione: «La competizione presuppone un disaccordo a proposito dei mezzi, ma un ampio accordo sui fini. È una gara: coloro che competono possono essere atleti sul campo, candidati per un incarico pubblico, membri di un’assemblea, professionisti o uomini d’affari rivali. Il conflitto invece è un esteso e intenso disaccordo sui fini e, di frequente, una riluttanza a sottostare alle regole del gioco che può trasformarsi sovente in lotta e rivoluzione». Ora, i soggetti politici attuali, quel poco che ancora resta in piedi del tradizionale sistema dei partiti in Occidente, da tempo si sono messi a coltivare quelle stesse paure che le urgenze connesse alle contraddizioni del modello di sviluppo generano, per un mero calcolo elettorale di corto respiro. Sempre in nome del dogma della negazione di ogni conflitto interno ed esterno alla riproduzione capitalistica, hanno abbracciato a loro volta il paradigma competitivo, indifferente rispetto al fine di un nuovo ordine sociale da edificare e nel quale «il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti». Dunque, la prima urgenza da fronteggiare, come si accennava sopra, è quella di una soggettività politica da costruire ex novo oppure quale frutto di una conversione radicale di una formazione già esistente; la congiuntura appare favorevole all’impresa e oltre modo necessaria. Pare che un «blocco sociale» di interessi condivisi tardi a coagularsi. Proprio per l’assenza di una soggettività politica «autonoma», che si pensi e agisca come attore conflittuale e non semplicemente competitivo. E che nell’individuazione dell’avversario, secondo il discrimine capitale/subordinati, perimetri un campo soggettivandolo in qualche modo in nome di un interesse collettivo, e per questo in grado di tenere assieme e tessere le tante differenze, magari espandendosi ulteriormente. Sul piano sociale si tratta di un fronte composito ma vasto, accomunato sociologicamente dall’essere in un rapporto di subordinazione funzionale rispetto al processo di valorizzazione del capitale.

La riconfigurazione funzionale della lotta di classe

Sulla riconfigurazione di classe da ripensare in chiave funzionale, così si esprime in maniera convincente Roberto Fineschi: «la dimensione di classe del conflitto va inquadrata in termini funzionali: l’altro del lavoro è il lavoro salariato. Qui lavoro salariato vuol dire molte cose: partita iva sono lavoratori salariati a cottimo, stagisti sono lavoratori a zero salario; non dobbiamo lasciarci ingannare dal mascheramento giuridico. Però, dato che chi ha effettivamente un lavoro è solo una parte di chi potenzialmente potrebbe lavorare, bisogna capire che chi è disoccupato o chi lavora in forme precapitalistiche sta dalla stessa parte di chi lavora: sono tutti subordinati funzionalmente all’estrazione di plusvalore e lavorano/non lavorano con modalità che sono dettate, gestite, orientate dal capitale». Si va così dai ceti medi impoveriti, si passa per le partite iva fittizie, o sfruttate all’inverosimile, per arrivare alle masse di lavoratori poveri, disoccupati, inoccupati o diversamente poveri. Non hanno tutti ovviamente un potere contrattuale elevato, questi gruppi eterogenei, ma potrebbero dare sostanza ad una formazione politica popolare e di massa, che assuma come proprio compito storico e orizzonte di senso quello di riannodare i fili bruscamente interrotti dalla controrivoluzione neoliberista, per realizzare il progetto di un nuovo socialismo di cui la Costituzione del 1948 traccia a grandi linee il percorso. Di una democrazia finalmente realizzata, non solo negli aspetti procedurali, pure importanti, ma nei suoi due cardini quali la libertà e l’uguaglianza […].

La sinistra irrilevante

A rigore questo non dovrebbe neppure essere un tema di esclusiva pertinenza della sinistra: la disgregazione sociale, la scomparsa del welfare, la lenta ma inesorabile erosione della classe media, che sempre di più sta sprofondando nella povertà, la pletora di giovani senza lavoro e istruzione, di periferie sempre più dilatate, dovrebbero essere temi politicamente trasversali alle culture politiche. Questi processi di disumanizzazione crescente non dovrebbero risultare indifferenti ad alcuna identità politica degna di questo nome. In realtà, a destra queste cose appaiono ad oggi sfruttabili solo sul piano elettorale, visto che la piattaforma politica messa in campo in occasione di ogni tornata elettorale appare essenzialmente un’articolazione del risentimento prodotto dalle conseguenze del «capitalismo crepuscolare». Non ci possiamo stupire di questo: le «destre» storicamente non hanno mai privilegiato la riflessione e l’articolazione della realtà ex ante, ma risentimento, reazione e, talvolta, violenza politica esplicita: tutte rigorosamente e ugualmente piegate al mantenimento dei rapporti di forza esistenti, possibilmente da sigillare. Diverso era stato il percorso storico a sinistra, come documentato dalla complessa vicenda, ad esempio, in Italia del Pci, il più grande partito comunista d’Occidente. A partire dai suoi strettissimi rapporti con la filosofia e più in generale con la cultura critica, a cominciare dal suo fondatore Antonio Gramsci. Berlinguer stesso dai suoi compagni di partito era considerato un «segretario filosofo». Al fondo c’era l’idea che per non legittimare indirettamente l’oppressione dell’uomo sull’uomo e lo sfruttamento sulla natura – l’ideologia in senso deteriore, come giustificazione –, occorreva munirsi di efficaci strumenti concettuali e analitici per una realistica comprensione del proprio tempo, delle condizioni oggettive di funzionamento che ne garantiscono la sussistenza e la riproduzione, delle contraddizioni che possono trasformare lo stato di cose esistente con l’ausilio di un robusto soggetto politico. Una sinistra, come per larghi tratti è quella attuale, che non sa, non dice, non pensa che la disgregazione sociale e le guerre abbiano origini da ricercare nei processi socioeconomici e che l’emergenzialismo è divenuto un dato strutturale su cui innescare una lotta per una contro-egemonia, è condannata all’irrilevanza. Una prassi politica che non ha il coraggio di pensare e poi sperimentare modi e forme alternative di produzione dei beni, di educazione, di formazione, di produzione culturale si condanna all’impotenza. La perdita secca di consensi elettorali riscontrata a «sinistra» un po’ ovunque non è che la certificazione della perdita di un ruolo sociale a favore delle «destre». Queste ultime si sono mostrate più capaci di fornire un megafono alla sofferenza del corpo sociale, al malcontento, supportate da un certo momento in poi dalle «oligarchie del denaro»; ma sono ben lungi dal volerne aggredire le cause profonde, anzi pronte a riprodurle, aggiungendone magari di ancor più devastanti, con un surplus di repressione. Sta all’altra parte, quella potenzialmente più numerosa e culturalmente più attrezzata dei «subordinati», riuscire a convertire, come è già successo per le precedenti Grandi depressioni, le guerre in possibili occasioni di vittorie popolari e contro le stesse guerre. Dal destino della guerra alla possibilità della rivoluzione, per mezzo di un soggetto politico capace di agire in quanto popolare e di massa.

Bibliografia minima

Fineschi, Violenza, classi e persone nel capitalismo crepuscolare (20 dicembre 2020) su https://www.sinistrainrete.info/teoria.

Fineschi, Capitalismo crepuscolare: approssimazioni, Indipendently published, 2022.

Imbriano, Marx e il conflitto. Critica della politica e pensiero della rivoluzione, Roma, DeriveApprodi, 2020.

E.H. Kantorowicz, I due corpi del re, Torino, Einaudi, 2012.

G. Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 1989.

V. Prashad, La Grande Crisi, il Tradimento delle Elite Europee e come tornare a vincere (9 gennaio 2024) su https://ottolinatv.it/.

C. Salvi, Dal PCI al PD. Brevi note sulla scomparsa della sinistra in Italia, Roma, Rogas, 2021.

N. Wood, Il valore dell’insocievole socievolezza, in A. Di Gesù, P. Missiroli (a cura di), Res Publica. Le forme del conflitto, «Almanacco di Filosofia e Politica», n. 3, Macerata, Quodlibet, 2021, p. 273 e ss.

[Tratto da: Salvatore Bianco, Fate Presto. Emergenzialismo come fase estrema del neoliberismo, Roma, Rogas, 2025]


Cinque sì, secondo Costituzione

Detto che chi predica l’astensione al referendum dell’8 e 9 giugno prossimi non vuol bene alla nostra Costituzione, l’interminabile diatriba che ne è scaturita rischia di mettere in ombra la posta in gioco davvero dirompente dei quesiti.

Si tratta infatti di un’occasione storica, pressoché unica, per milioni di cittadine e cittadini di esprimersi direttamente su questioni che riguardano la loro condizione materiale e sociale. Di per sé è un fatto di enorme rilevanza democratica e partecipativa.

Chi ha poi concepito i quesiti sul lavoro, la Cgil, pur nella limitatezza dello strumento abrogativo, si è misurato sapientemente con le tre principali direttrici su cui si è dispiegato l’attacco al lavoro senza precedenti, in nome della libertà del mercato, degli ultimi 35-40 anni. Che si può poi sintetizzare nella perdita di dignità del lavoro. La controrivoluzione neoliberista si è potuta affermare anche nel nostro Paese perché è riuscita a far passare i tre principi cardini della licenziabilità, precarietà e insicurezza del lavoro. A questo ultimo riguardo basta ricordare la dolorosa e vergognosa contabilità di tre morti di media al giorno sul lavoro e otre 500 mila denunce d’infortunio l’anno.

Ebbene, sul versante licenziamenti, l’operazione che pone in essere il primo quesito è quella di ripristinare l’Art.18 per le aziende con più di 15 addetti. Ciò comporta il diritto al reintegro nel posto di lavoro nei casi di licenziamenti ritenuti da un giudice illegittimi ovvero con motivazioni ingiustificate. Si tratterebbe di un formidabile puntello contro i licenziamenti facili che l’introduzione nel marzo 2015 del Jobs Act ha reso possibile. Ad oggi sono circa tre milioni e mezzo i dipendenti su cui grava un vuoto di tutela.

In linea di continuità col primo, il secondo quesito interviene sulle aziende fino a 15 addetti. In questo caso, non prevedendolo già lo Statuto dei lavoratori, non si è potuto fissare il principio della reintegra, ma comunque si è lavorato di fino ugualmente, abbattendo l’iniquo tetto delle sei mensilità in caso di licenziamenti illegittimi. Un modo spiccio e brutale per affermare l’integrale monetizzazione al ribasso del lavoro. Sarà un giudice del lavoro, nella sua recuperata centralità, a decidere una misura equa dell’indennizzo a seguito di un licenziamento ritenuto ingiusto, che tenga conto, per gli oltre tre milioni e 700 mila lavoratori interessati, dei carichi familiari e dell’età del lavoratore eventualmente coinvolto.

Sulla precarizzazione invece si pronuncia il terzo quesito che vuole ripristinare nel caso di rapporto di lavoro a tempo determinato, che riguarda attualmente due milioni e 300 mila persone, la causale obbligatoria sin dall’istaurarsi del rapporto, ribadendo così implicitamente che la regola è il lavoro stabile a tempo indeterminato. Causali, è bene precisare, non discrezionali ma che siano quelle previste dalla legge e dai contratti collettivi vigenti. Che il referendum e questo quesito in particolare si collochi in una congiuntura politica tutt’altro che favorevole alle ragioni del lavoro, con politiche smaccatamente classiste, è confermato dalla circostanza che tra i primi atti dell’attuale governo Meloni è stato quello dell’abolizione delle causali, che servono esattamente a segnalare il carattere transitorio e sporadico del lavoro a termine.

Il quarto quesito invece tende a restituire responsabilità piena in tema di sicurezza all’impresa appaltante o committente, che viceversa negli ultimi decenni ha teso a scaricare in basso, lungo i rivoli degli appalti e subappalti. Il meccanismo degli appalti da che era un modo per selezionare specializzazioni e competenze specialistiche è divenuta una insana corsa al massimo ribasso dei costi e allo scarico di responsabilità in nome dei “rischi specifici”, a detrimento della tutela di milioni di lavoratrici e lavoratori.

Una battuta sola sul quesito della cittadinanza, che riduce a 5 gli anni di residenza legale nel nostro Paese per poter fare domanda di cittadinanza italiana. Una misura di civiltà nei riguardi di due milioni e mezzo di cittadine e cittadini di origine straniera che qui vivono, studiano e lavorano. La narrazione tossica che si è provata ad imbastire si può condensare così: “volete evitare che si allarghino le maglie per dare la cittadinanza agli stranieri… non andate a votare!”. Occorre partire da questo ultimo assunto, che ruota intorno alla paura, per rilanciare la sfida al quorum, ribaltando l’idea malata di patria e conseguentemente l’idea di cittadinanza: la patria è solo quella che ci hanno consegnato i padri e le madri costituenti, quella di chi crede nella democrazia, nel valore del lavoro e nell’uguaglianza delle e tra le persone.

Ritornando ai 4 referendum sul lavoro, essi rappresentano un attacco al cuore di un modello di produzione e d’impresa malato che ci ha voluti potenzialmente tutti precari, licenziabili, mal retribuiti, ricattabili e a rischio. Esci di casa magari all’alba per recarti al lavoro per non farvi ritorno e non sai mai di chi sia la colpa e, quando arrivi almeno ad avere degli indagati, al committente non ci arrivi mai, perché l’unica responsabilità che la legge oggi ti consente di accertare è in capo al subappalto e ai progettisti: pesci piccoli al servizio dal pesce più grosso.

Non può essere così, lo dobbiamo ai morti di Suviana, Toyota, Brandizzo, Calenzano, Casteldaccia, Ercolano e di tutte le altre stragi di innocenti.

E allora la leva per convincere gli indecisi, i dubbiosi i riluttanti può essere questa: se passano i 4 referendum il lavoro sarà più stabile, sarà meno precario, sarà più sicuro, insomma sarà più libero nella società. E poi “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.


Piano Draghi, o dell’economia di guerra

Un dato su tutti: delle 50 più importanti società tecnologiche mondiali, appena quattro sono europee. Nel suo rapporto sullo stato comatoso dell’economia europea, pubblicato lunedì 9 settembre, Mario Draghi è stato chiaro: occorrono tanti soldi per «competere». Circa 800 miliardi di euro all’anno, corrispondenti al 4,5% del Pil comunitario nel 2023, per tre anni. Tanto per iniziare. La parola ripetuta ossessivamente come un mantra è quella di «autosufficienza», che per analogia richiama alla mente quella ben più sinistra di «autarchia». «l’Unione Europea dovrebbe orientarsi – afferma solennemente Draghi – verso l’emissione regolare di strumenti di debito comune per consentire progetti di investimento congiunti tra gli Stati membri». Siamo alla svolta keynesiana? Ma neppure per sogno. Si legge infatti nella relazione immediatamente dopo: «e contribuire all’integrazione dei mercati dei capitali».  La regia dell’operazione non sarà dunque affidata alla mano pubblica ma resterà saldamente in capo alle banche e ai fondi privati da far crescere, che avranno il compito di «drenare» il risparmio privato dei cittadini europei. Il tutto si svolgerà rigorosamente in ambito privato, di investimenti pubblici, magari in deficit, neppure a parlarne. E a beneficiare di questo “rastrellamento” di risorse senza precedenti non saranno ovviamente il lavoro povero, in grande espansione, la sanità pubblica, ovunque al collasso, la scuola o più in generale lo Stato sociale. L’urgentissima inversione di tendenza passa invece per il rilancio dell’innovazione, identificata senza riserve con l’energia, la difesa e la farmaceutica. «Per massimizzare la produttività – prosegue Draghi –, sarà necessario un finanziamento congiunto negli investimenti in beni pubblici europei fondamentali, come per esempio i settori più innovativi». Paradosso dei paradossi, ci si predispone a fronteggiare la crisi forse più grave dal dopoguerra con l’intensificazione di quelle stesse ricette e con la stessa classe dirigente che l’hanno prodotta.

I destinatari, mediante la sottoscrizione di titoli azionari da parte di risparmiatori, saranno dunque l’industria bellica e quella farmaceutica, perché in un contesto di «permacrisi» (C. Lagarde), precisa sempre Draghi, «la sicurezza è un prerequisito per una crescita sostenibile». Per le guerre presenti e future contro i virus e in primis contro la Russia, eletto a nemico assoluto.  E qui si disvela il misero inganno. Perché nel mentre ci si gonfia il petto rivendicando una presunta autonomia europea, rispetto all’ingombrante alleato americano, se ne assume senza batter ciglio l’agenda, con le sue priorità strategiche e geo-economiche. Ma forse è proprio questo il tacito scambio che vi è sotteso. Un guinzaglio appena più lungo da consentire la formazione di un qualche “campione” finanziario europeo, relativamente autonomo, del risparmio gestito, per il nuovo uomo finanziario che verrà (mutazione genetica ulteriore dell’homo oeconomicus). La contropartita sarà raccogliere il testimone dall’Ucraina per proseguire e rilanciare la guerra “per procura” contro la Russia di Putin, su scala continentale. Dunque, a tappe forzate si marcia verso un’economia integralmente di guerra, con tutto quanto il resto, ovvero l’essenziale, che rischia di finire alle ortiche. Non vi sarà spazio per la spesa dei singoli Paesi a sostegno del loro welfare, perché surclassata quella spesa dal debito comune super garantito e protetto a sostegno della macchina bellica da allestire, che alimenterà indirettamente per questo l’ennesima stagione di austerity. Il tutto confezionato nella solita cornice verticistica a contenuto tecnocratico. Un piano che umilia ancora una volta l’Europa dei popoli e dei cittadini per esaltare la centralità dell’onnipotente Commissione e dei suoi «epistocrati» (G. Preterossi). Che mirabile e lungimirante strategia!


Trump e la grande “deportazione”

«Finirò il muro e ci sarà la più grande operazione di espulsione (deportation), nella storia del nostro Paese». Trump docet. Se la politica o più verosimilmente il suo simulacro abbatte un altro tabù, con la fondata aspettativa fra l’altro che ciò produca consensi, allora stiamo entrando davvero in terra ignota o più banalmente riprecipitando agli inferi.

I “professionisti dell’informazione” dopo decenni trascorsi ad occuparsi solo di «chiacchiera, curiosità ed equivoco», si dannano l’anima per quello che sta accadendo nella società statunitense e già si preannuncia in quella europea. Si tratta in realtà di processi sostanzialmente analoghi in corso da tempo, solo con un differente gradiente di intensità, che vengono viceversa interpretati in modo infantile come “la calata dei Lanzichenecchi”.

Mai come in questo tumultuoso presente ci possono venire in soccorso due grandi filoni di pensiero che hanno preso avvio da quelli che Ricoeur appellava “i maestri del sospetto”, perché capaci di andare oltre le apparenze e scandagliare livelli di realtà più profondi e per questo più concreti. Mai come in questo caso la buona vecchia critica dell’economia politica inaugurata da Marx ci può tornare utile, per una disamina dei processi materiali in atto, assieme alla psicoanalisi fondata da Freud (interpellando magari i suoi esponenti più eterodossi). Possono fornirci più di una chiave interpretativa per provare a sciogliere l’apparente inestricabile oscurità entro cui si dibatterebbero le masse contemporanee.

Ebbene, quello che stiamo registrando sul piano storico empirico, nelle dimensioni socioeconomiche e antropologiche, sono le conseguenze devastanti dei maltrattamenti subiti dalle società occidentali a seguito della rivoluzione neoliberista realizzatasi a metà degli anni ‘70 del secolo scorso.  Per compendiarla basti richiamare l’aforisma lapidario pronunciato dal più grande economista del ‘900, J.M.Keynes, a suo modo un continuatore di Marx ma non esattamente un pericoloso bolscevico: «Quando l’accumulazione di capitale di un Paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose vadano male». Quel casinò ha assunto nel presente i tratti distopici di un mercato finanziario mondiale accentrato e concentrato in poche mani apparentemente avulso dall’economia reale.

Non ci si può illudere che una “società del rischio” (U. Beck) di queste dimensioni possa risparmiare antropologie dei singoli e soprattutto psiche collettiva, che nella realtà è stata sopraffatta e devastata. Società con un mercato si sono via via ridotte ad essere integralmente di mercato, secondo le analisi condotte da un altro pericoloso estremista, Karl Polanyi ne La grande Trasformazione (1944). Da allora, dopo la parentesi dei Trenta gloriosi (1945-1975), la logica aziendalista e dell’utilità è penetrata ovunque a dettare legge e corrodere il legame sociale. La mercificazione sistematica e contestuale di lavoro, moneta ed ecosistema, che sempre Polanyi ravvisa, ha smosso così tanto e così in profondità la psicologia dei popoli che interpretazioni ordinarie non bastano più e necessitano di un approfondimento ulteriore tramite studi poco convenzionali e apertamente eterodossi.

Allora, per ritornare agli annunci trumpiani, con cui si è aperto, sulla deportation prossima ventura – che è bene sempre tradurre con “espulsione”, “allontanamento” anziché il fuorviante “deportazione” –, a nostro avviso non è rilevante come invece pare esserlo per buona parte degli opinionisti se agli annunci seguiranno poi i fatti.  Conta che quegli annunci siano stati già formulati. Ciò significa che in quella enorme convention repubblicana, svoltasi a Milwaukee, ma soprattutto fuori, c’erano orecchie pronte ad ascoltare: una folla solitaria, fatta per lo più di individui sempre più isolati e impoveriti, che se le aspettava quelle affermazioni, le invocava quasi. Le espulsioni di massa sono la priorità.

Ora, al netto della rilevanza del fenomeno dell’immigrazione clandestina che non pare essere in discussione; anzi si è aggravato enormemente a seguito dei processi di globalizzazione selvaggia a trazione occidentale dopo l’implosione dell’URSS. Ma ciò che colpisce è la ricetta proposta che pare fare scandalo, per il razzismo di cui trasuda, solo presso una ristretta cerchia di intellettuali attempati e non certo in quell’ America profonda, stando perlomeno ai sondaggi commissionati in loco in tempo reale.

Ecco che siamo arrivati al punto di snodo decisivo. La società occidentale devitalizzata per i trattamenti neoliberisti subiti in questi decenni pare da ultimo aver quasi completamente smarrito quei tratti di umanità che in un passato non remoto, come testimoniato anche dalla filmografia di Ken Loach, parevano caratterizzarne comunque le reazioni. Quello che fa propriamente strappare i capelli e gridare allo scandalo il circo mediatico, paventando il ritorno imminente dei barbari. Che magari è un pericolo reale, ma va spiegato nella sua genealogia. Che cosa è potuto accadere nel frattempo che ha contribuito ad offuscare la mente e soprattutto «appestare l’anima» (Reich) dei ceti popolari? In prima battuta, l’intensificazione e l’estensione dei processi di sfruttamento e competizione tra autoctoni e immigrati irregolari sapientemente miscelata dal blocco oligarchico dominante per alimentare una concorrenza orizzontale in luogo di un conflitto verticale servo-signore. In virtù poi di quegli stessi processi di spersonalizzazione e reificazione integrale, che l’uso capitalistico delle tecnologie ha implementato, la risposta che si articola è nei termini elementari di un ostacolo da abbattere, di un ingombro da rimuovere; con le parole acclamate di Trump: «Siamo diventati una discarica per il mondo, che ride di noi».

E qui dovrebbe esser messo un punto fermo inemendabile: che umani non si nasce ma si diventa; detto altrimenti, che l’umanizzazione dell’essere umano non è un dato di natura né un risultato acquisito una volta per sempre, ma l’esito fragile di un processo culturale esposto a mille insidie che se non costantemente rilanciato mediante l’educazione, il lavoro e le pratiche del riconoscimento, da curare a partire dalle aule scolastiche, si disperde e si rovescia nel suo esatto contrario. L’umano può a certe condizioni e in certi contesti sostenere un livello di frustrazioni, ma non oltre una certa soglia e soprattutto non per un tempo illimitato. Altrimenti è inevitabile subentri il rancore e da ultimo gli odi. “Passioni tristi” che ci fanno assumere una postura persecutoria che ci induce alla ricerca ossessiva del capro espiatorio. E una volta identificato o più spesso cinicamente additato da chi sta in alto, è inevitabile si proiettino su di esso le peggiori cose, fino ad arrivare a forme estreme e tragiche di «sadismo collettivo». E la storia del passato ed anche la cronaca odierna è piena di esempi del genere, che stanno pericolosamente fermentando.

Ecco, quel temine “deportazione”, con tutto l’impianto concettuale e simbolico che si porta dietro, fatto risuonare nella convention repubblicana fra il tripudio generale senza creare scandalo alcuno, da chi tra qualche mese con ogni probabilità siederà alla Casa Bianca, lascia attoniti. Attesta che una ulteriore soglia che si reputava inviolabile è stata invece varcata, in un crescendo di disumanizzazione, che trova un suo corrispettivo in quel quotidiano massacro di innocenti in terra di Palestina, che si sta consumando nella sostanziale indifferenza dei governi occidentali e nel silenzio assordante dei media dominanti.

La salvezza non può che venire dalla resistenza e poi dalla testimonianza delle stesse vittime, come è sempre avvenuto nella storia, se sopravvissute al massacro e alle stragi; naturalmente ciò si può fermare o prevenire se dei pezzi crescenti di establishment si staccano dal troncone ufficiale principale e decidono di giocare una partita in proprio. Forme di “diserzione” sul piano individuale si registrano qua e là nelle redazioni e in alcune riviste ma perlopiù si riversano in instant book che ne recano testimonianza. Ingoiati dal buco nero dell’industria culturale. Viceversa, devono riguardare le redazione delle principali testate giornalistiche ed emittenti televisive e soprattutto   devono essere organizzate e non condotte da “lupi solitari”. Quei pochi soggetti collettivi ancora superstiti: partiti, sindacato, associazioni e movimenti dovrebbero incoraggiare dal basso, se attraversati al proprio interno da forme di scissione/rifondazione, processi di dissenso crescente in una circolarità basso-alto. Solo così si sarà in grado di riaprire una prospettiva di cambiamento ed emancipazione. Senza che vi sia una rivolta salutare anche all’interno delle élite, frutto del risveglio di coscienze da troppo tempo sopite, risulta difficile immaginare un futuro migliore anzi più semplicemente un futuro.


Hegel e la guerra

Per paradossale e contro intuitivo che possa sembrare lo sguardo esclusivamente illuministico sulla guerra e, più in generale, intorno al “negativo” espone la razionalità al più catastrofico dei suoi scacchi. Se ne erano accorti gli esponenti di punta della “teoria critica” della Scuola di Francoforte, M. Horkheimer e T. Adorno, che nel loro capolavoro Dialettica dell’Illuminismo (1947) provvedono a fissarne i passaggi argomentativi chiave.

Dialettica dell’illuminismo

Da  un punto di osservazione non invidiabile, siamo  tra il 1942 e il 1944,  ma ricco di suggestioni teoriche, espongono in quel libro dai tratti profetici e visionari la tesi che il nazifascismo non era stata una «parentesi», come il mondo liberale da lì a poco si sarebbe affrettato a liquidare, piuttosto la scaturigine stessa della intera civiltà moderna, il suo esito più probabile, frutto avvelenato  di quell’inevitabile  rovesciamento dialettico dell’approccio solo formalistico e dunque debole della ragione illuministica. Il difetto strutturale di quel filone culturale è rintracciato in un eccesso di soggettivismo che impedisce all’io di entrare fino in fondo in relazione con l’oggetto.  Con due conseguenze, se riferite al mondo storico e sociale, entrambe nefaste: che i rapporti di forza e di dominio in esso contenuti, a partire dal macro fenomeno della guerra, non vengono neppure scalfiti e meno che mai imbrigliati e che la soggettività, concepita da Kant in termini solo formalistici e astratta, è destinata all’inevitabile scacco conoscitivo e al conseguente rispecchiamento narcisistico.  Esito nichilistico fra l’altro già precocemente annunciato nella riflessione del Marchese de Sade, ampiamente richiamato dagli autori, illuminista e contemporaneo di Kant, che non fa mistero nei suoi scritti di porsi come il suo “doppio”. Con chiarezza adamantina, così si esprimono: «Gli scrittori “neri” della borghesia non hanno cercato, come i suoi apologeti, di palliare le conseguenze dell’illuminismo con dottrine armoniose. Non hanno dato ad intendere che la ragione formalistica sia in rapporto più stretto con la morale che con l’immoralità. Mentre i chiari o sereni coprivano, negandolo, il vincolo indissolubile di ragione e misfatto, società borghese e dominio, gli altri esprimevano senza riguardi la verità sconcertante». (Dialettica, p.128)

Dialettica hegeliana

Dunque, un guadagno teoretico decisivo da parte dei maestri francofortesi che andava custodito gelosamente e se del caso riaffermato. Invece è stato disperso al pari di buona parte del patrimonio critico novecentesco.  Esso così si può condensare nella formula sintetica adoperata dagli autori: «Elementi soggettivi sono ciecamente introdotti nella datità solo apparente dell’oggetto. Solo il lavoro autoconsapevole del pensiero (secondo l’idealismo leibniziano e di Hegel: la filosofia) può tornare a sottrarsi a questa allucinazione». (ibidem, p.207). E in effetti, da sponde diametralmente opposte a quelle del Marchese de Sade, Hegel non avrebbe comunque mai potuto concepire un libretto come il kantiano Per la pace perpetua (1795). Anche se andrebbe comunque di molto attenuata quell’immaginetta iconica da filosofo morale a tutto tondo, quel testo resta in ogni caso una prestazione di pensiero, per dirla con le stesse grammatiche hegeliane, attribuibile all’«intelletto astratto» o «regno del dover essere» che dir si voglia. Nondimeno, in quell’aureo libretto non è difficile imbattersi in autentiche perle di realismo come quando il filosofo di Königsberg afferma che rispetto alla «monarchia universale», secondo la ragione, è mille volte da preferire un assetto di «Stati vicini e indipendenti», sia pure in tensione fra loro. Difatti un’unica potenza che «soverchi le altre» è sempre sul punto di rovesciarsi in «dispotismo senza anima» e finire per cadere «in preda all’anarchia». Per ritornare ad Hegel, ciò che glielo avrebbe impedito sono i due cardini del suo filosofare. Il carattere intrinsecamente dialettico della realtà che non permette di espungere dal suo processo l’«immane potenza del negativo» che la guerra in massimo grado rappresenta. E poi più di fondo la storicità che esige di stare dappresso al fenomeno anzi, meglio, all’effettività storica («Wirklichkeit») della guerra con la controindicazione tassativa di non vagheggiare astratte paci, per giunta perpetue.

Paradigmi in lotta

Il guadagno speculativo è indubbio e consiste nel non considerare la guerra come qualcosa di esterno e staccato ma tutto interno al piano del reale che nel suo insieme va scandagliato e compreso.  Non così l’approccio kantiano, il quale portatore di una logica a suo modo stringente ma della “scoperta scientifica”, soltanto fenomenica, non riesce a misurarsi fino in fondo, dovendo tener fermo il principio d’identità, con la lacerazione del reale in quanto tale. In particolare, quando trasla il suo impianto discorsivo e categoriale al mondo storico e sociale, da quello della natura, accade che questo mostra tutta le sue crepe. Il «noumeno» quale fondo inconoscibile del mondo naturale trasposto nel mondo della storia ne va a costituire, come detto sopra, quel nucleo oscuro e inattingibile che si cerca poi di aggirare con la retorica talvolta da «anime belle» e comunque sempre sterile del «dover essere.» Il paradigma kantiano non è in grado di concepire e, dunque, di pensare l’unità di soggetto ed oggetto perché il suo terreno di elezione è la natura, con la sua irriducibile alterità, e non ancora coerentemente la storia. Non così per Hegel, che utilizza il paradigma dell’unità di soggetto e oggetto; esso se gli procura più di qualche equivoco ed incomprensione con gli scienziati del tempo, dispiega tutta la sua potenza euristica sul terreno che più gli interessa, ovvero quello della storia come processo. Lo spartiacque manco a dirsi risiede nella «splendida aurora» della rivoluzione francese, appresa nel pensiero, che Hegel non smetterà mai di esaltare. Era stata la dimostrazione più clamorosa e plastica di quella identità soggetto-oggetto poi adottata. Di una soggettività che mediante la prassi rivoluzionaria si era oggettivata nelle nuove istituzioni della Repubblica. Lo spirito del mondo aveva cosi compiuto un altro balzo in avanti nel suo processo di progressiva autocoscienza umana all’insegna della libertà.

Un approccio di metodo che Hegel programmaticamente assume e rivendica nell’Introduzione ai Lineamenti. Quel reale che si fa razionale e viceversa, rivendicato in esplicito, è la metafora più compiuta di quella identità di soggetto ed oggetto che Hegel aveva concepito come paradigma nella Fenomenologia e mai più dismesso, pure al cospetto di un clima di caccia alle streghe che dal 1817 si era fatto rovente all’Università di Berlino. Certo gli esiti del Terrore che ne erano scaturiti da quella rivoluzione, con le teste che venivano mozzate come cavoli, facevano dubitare Hegel su di una perfetta trasparenza e rispecchiamento dei due termini nell’immediato e lo inducono a porre al culmine della sua architettura, il sapere filosofico e non certo la prassi rivoluzionaria. In ogni caso il metodo dialettico è salvaguardato.  Ed è salvato il principio che la sostanza, ovvero la realtà del mondo storico e sociale, è il soggetto: il risultato consapevole dell’agire trasformativo dell’essere umano mosso dall’urgenza di rendere il mondo sempre più coincidente con la sua essenza di essere libero (che si porta dietro necessariamente l’uguaglianza). Un guadagno speculativo in termini di concretezza e realismo difficilmente rinunciabili anche nel presente.

L’Unione europea e il ritorno del rimosso

Non sottrarre la guerra dall’orizzonte storico vuol dire anche esercitare ancora una qualche forma di controllo su di essa e non solo sul piano teorico. Vuol dire porsi in uno schema di ragionamento di tipo dialettico e non manicheo, che tende viceversa a separare, rimuovere la guerra confinandola in un luogo non meglio precisato dell’irrazionale. Ma come ammonirà Freud più tardi non c’è cosa più rovinosa per il singolo e per la comunità che essere esposti al «ritorno del rimosso». È quanto, ad esempio, sta succedendo all’Unione Europea in questi ultimi anni, che avendo espulso kantianamente dal proprio orizzonte di pensiero colpevolmente il tema della guerra e non dotandosi di alcun pensiero strategico al riguardo, adesso se la ritrova in casa senza possibilità alcuna di saperla interpretare adeguatamente e comprenderla. Ed allora si assumono pose francamente macchiettistiche che poco si addicono alla gravità del momento.

Kant, Hegel, Marx

Ma vediamo più da vicino il diverso approccio alla guerra, rispetto a Kant, di Hegel. Ogni Stato tende a entrare in conflitto con gli altri Stati e purtroppo per risolvere le loro contese non c’è un giudice al di sopra dei singoli Stati: «La concezione kantiana di una pace perpetua, mediante una lega degli Stati, la quale appiani ogni controversia, e, in quanto potere riconosciuto da ogni singolo Stato, componga ogni dissenzione, e quindi renda impossibile la decisione per mezzo della guerra, presuppone l’umanità degli Stati, che dipende da ragioni e riguardi morali, religiosi o di qualsiasi natura, in generale, sempre da una volontà sovrana particolare, e, quindi, resta affetta da accidentalità». (Hegel, Lineamenti, par. 333, aggiunta). E poco sopra si legge: «Il principio del diritto internazionale, in quanto diritto universale, che deve valere in sé e per sé fra gli Stati, a differenza del contenuto particolare dei trattati positivi, è che i trattati, come quelli dai quali dipendono le obbligazioni degli Stati fra loro, devono essere osservati». Dunque, il fondamento del diritto internazionale è il rispetto dei trattati: «Ma poiché il rapporto tra essi ha per principio la loro sovranità, essi sono, pertanto, nello stato di natura gli uni di fronte agli altri, e i loro diritti hanno la loro realtà non in una volontà universale costruita a potere al di sopra di essi bensì in una loro volontà particolare». Marx avrà gioco facile ad individuare nel modo capitalistico della produzione in vorticosa ascesa la causa prima di questa dissociazione, tra la vocazione del popolo alla pace e la trasformazione degli Stati in «comitati d’affari della borghesia». Il superamento di Hegel consisterà nel sostituire la parola Stato con quella di classe e la parola guerra con quella di rivoluzione, tendenzialmente mondiale.

Kant ha sì elaborato l’ipotesi di una pace perpetua, ma questo progetto, dice Hegel, è astratto. La legge vale tra gli individui perché c’è un’autorità superiore, ma nei rapporti tra gli Stati, chi punirà chi viola il diritto internazionale, come si farà a ristabilire il diritto? Non è da una pur volenterosa lega degli Stati che può venire la risoluzione delle controversie internazionali. Kant non avendo ipotizzato una sovranità sovranazionale, limitandosi ad una molta ipotetica Lega fra Repubbliche ha reso, ad avviso di Hegel, velleitario, l’ha relegato nel campo del dover essere: che per il filosofo berlinese equivale ad una bestemmia. Occorre però evidenziare anche che nel sistema hegeliano la trattazione dei rapporti fra gli Stati ha luogo all’apice dello spirito oggettivo, quello dell’eticità, che fa seguito a diritto e morale, e ne costituisce la sintesi. In un filosofo sistematico non può essere casuale. L’esistenza di una pluralità di Stati è condizione anche del loro reciproco riconoscimento. Come l’individuo non si umanizza davvero se non entra in rapporto con gli altri individui, così il singolo Stato non è veramente tale senza un rapporto con gli altri Stati. Certo, tale rapporto è una lotta per il riconoscimento e in qualsiasi momento può degenerare in un conflitto anche armato. Ma come per il singolo individuo può evolvere positivamente, per l’individuo grande, che è lo Stato, può magari sfociare in una federazione fra due o più Stati che per la pace comune decidono di dotare di forza sufficiente un arbitro terzo sovranazionale. È utile a tale riguardo, nell’ottica del contenimento della guerra, richiamare il paragrafo 338: «Nel fatto che gli Stati si riconoscono reciprocamente per tali, resta, anche nella guerra – condizione di non giuridicità, di violenza e accidentalità – un vincolo, nel quale essi valgono, l’un per l’altro, come qualcosa che è in sé e per sé; sì che, nella guerra stessa, la guerra è determinata come qualcosa che deve essere transitorio. Essa contiene, quindi, la determinazione di diritto internazionale, per cui in essa è conservata la possibilità della pace, e, quindi, per esempio, sono rispettati gli ambasciatori, e, per cui, più in generale, essa non è fatta contro le istituzioni interne e la vita pacifica di famiglia privata, né contro le persone private».

Il tribunale della storia

Ma con la Prima e poi la Seconda guerra mondiale questo residuo di ottimismo espresso da Hegel è venuto definitivamente a mancare i processi materiali fattisi nel frattempo sempre più pervasivi e le ideologie come «potenze materiali» di completamento (G. Lukacs) hanno squarciato quell’ultimo velo di Maya. Le popolazioni inermi nel Novecento e in questo scorcio di secolo attuale sono state deliberatamente prese di mira e sterminate, senza compassione alcuna.

Dunque, le piste di emancipazione possibili contenute in embrione nei Lineamenti sono state disattese e in parte rovesciate. Le due principali indicazioni di conferire più poteri agli organismi internazionali e più contenuto etico e dunque umano agli Stati sono stati clamorosamente smentiti dall’unico vero tribunale, quello della storia. Gli Stati oggi nella migliore delle ipotesi governano per il mercato, come candidamente asserito dall’allora cancelliere Angela Merkel, nelle sue sempre più accentuate proiezioni mercatiste globali. Riguardo poi gli organismi internazionali, sarebbe dovuto essere il destino dell’Onu, che per certi versi e fino ad un certo punto ha beneficiato della guerra fredda e della suddivisione in blocchi ideologici contrapposti; per essere relegata dopo la caduta dell’URSS e il varo della globalizzazione a trazione statunitense ad un ruolo via via sempre più marginale, quasi di solo magistero etico-morale. Ne abbiamo una ennesima riprova in queste ultime ore con una dichiarazione che ne certifica l’impotenza (ONU: «L’umanità è sul filo del rasoio»). Uno Stato universale, unico, è poi per Hegel oltreché un’aberrazione concettuale, essendo lontano anni luce dal suo concetto di «universale concreta», una impossibilità sul piano operativo. In quanto lo Stato è un grande individuo, «e quindi è esclusivo». Ogni Stato è geloso custode della propria sovranità, in quanto in essa ritrova con giusta ragione la propria ragion d’essere e di esistere.

Il mondo multipolare che sia pure fra mille contraddizioni e travagli sta prendendo forma potrebbe segnare paradossalmente fuori tempo massimo il rilancio dell’ONU che senza assurgere a distopico Stato mondiale avrebbe il compito, su mandato dei circa duecento Stati che lo compongono, di emettere sentenze e comminare pene in grado di far rispettare con l’uso necessario sia pur proporzionato della forza. Di una forza autonoma e superiore a quella esercitabile dai singoli Stati in un quadro di crescente disarmo multilaterale.


Critica alle magnifiche e progressive sorti dell’IA

Ogni ordine sociale e politico che si rispetti, anche il più malconcio quale quello attuale di matrice neoliberista, necessita per non tirare definitivamente le cuoia di un racconto collettivo autocelebrativo, che ne esalti le magnifiche sorti e progressive o, più realisticamente, lo faccia apparire come il meno peggio tra quelli esistenti. Il compito risulta alquanto arduo per un tecno-capitalismo occidentale che pare scontare da tempo un deficit strutturale di autolegittimazione ideologica e costretto ad appellarsi in misura crescente a risorse esterne per costruire un quadro di normatività volto ad assicurare obbedienza individuale e collettiva (L. Boltanski-E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, 2014).

Apocalittici e integrati?

Più in particolare, l’occidente collettivo da qualche decennio a corto di buoni argomenti, per effetto delle cattive prestazioni del mercato deregolamentato e capace solo di scagliare anatemi in basso, per aver vissuto al disopra delle proprie possibilità, da ultimo sta battendo il chiodo in modo quasi compulsivo sulle mirabolanti imprese della cosiddetta “intelligenza artificiale”. Tanto da far sospettare, per l’intensità e la reiterazione del tema, che si stia allestendo l’ennesima cattiva teologia di completamento, a fronte di un paradigma socioeconomico che fa acqua da tutte le parti. Una spia di questa deriva fideistica a cui stiamo assistendo è data dalla costituzione della ricorrente dialettica tra gli “apocalittici” e gli “integrati”, per applicare le categorie oramai classiche di Umberto Eco. Dunque, ancora una volta non una sana discussione basata su argomentazioni razionali piuttosto la contrapposizione priva di mediazione possibile fra tecnofili ortodossi, da una parte, ed epigoni del luddismo dall’altra.

È un effetto collaterale che il sistema mette in conto e forse addirittura propizia. Perché il bello di queste due posizioni apparentemente antitetiche è la comune condivisione, sia pure con una tonalità emotiva opposta, della irresistibilità del processo. Si tratta di un caso da manuale di come un ordine discorsivo dominante riesca a veicolare come presupposto indiscutibile quello che a tutti gli effetti è un posto, da precisi interessi di accrescimento di potere politico ed economico da parte di una ristretta aristocrazia finanziaria ben decisa a comandare

Lo storytelling del Giano bifronte

Basterebbe ricordare ad entrambe le fazioni in lotta che la tecnica è consustanziale all’umano a partire dalla scena originaria del primo antropoide che ha utilizzato un bastone per prendere un frutto dall’albero. E che forse il tema vero, come per l’economia del resto, sta nel governo politico della tecnica secondo finalità emancipativi e non di oppressione e sfruttamento. Ma come accennato è però nel manico il difetto. In un tipo di narrazione orchestrata sapientemente dal mainstream dove l’intelligenza artificiale viene presentata come un Giano bifronte, capace di strabiliare da un lato ed intimorire dall’altro, con toni messianici alternati ad altri decisamente più cupi e millenaristici. Come ogni canone teologico che si rispetti. E per imbrogliare ulteriormente le carte agli occhi di quella pletora di creduloni in cui buona parte di noi si è trasformata, si annunciano prototipi di robot sempre più simili all’uomo, nelle movenze e nell’aspetto esteriore (M. Zuckerberg). Quasi ad orologeria, poi, si fanno uscire notizie di prime aggressioni di ingegneri umani della Tesla ad opera dei propri corrispettivi artificiali, solo giganteschi in quanto a dimensioni. E poi il Fondo Monetario Internazionale, non proprio l’ultima fra le istituzioni di questo «mondo grande e terribile» che stima in una percentuale di circa il 60% la perdita di posti di lavoro per effetto della messa a terra dell’intelligenza artificiale. A chiudere il cerchio l’ubiquitario Elon Musk che dichiara una flotta di navicelle spaziali pronte a salpare per colonizzare Marte, se tutto dovesse andare storto come pure un certo storytelling pare avvalorare.Tradotto tutto questo in termini di “struttura”, il neoliberismo è in crisi irreversibile ovunque, da tempo, e l’homo oeconomicus che gli sta sopravvivendo non pare attrezzato per sostenere la nuova fase. Una fase in cui un paradigma socioeconomico, nelle due varianti ordoliberista e neoliberista, non è più in grado di sostenere lavoro e benessere diffuso ed ha la disperata urgenza di sostituire l’egemonia perduta con forme di potere più verticali e pervasive che, nella continuità granitica dell’accumulazione, assicurino in pari tempo, tramite i dispositivi automatici, forme di obbedienza e disciplinamento personalizzate. L’AI è il corrispettivo sul piano interno di quello che la guerra rappresenta sul versante esterno: l’estrema risorsa ideologica da parte di una nomenclatura allo sbando, intenta perlopiù a guadagnare tempo (W. Streeck, Tempo guadagnato, 2013).

Niente di umano

Per fortuna ci viene in soccorso il vecchio Marx, che da buon dialettico ci avverte che ogni epoca produce solamente quei problemi che è in grado di risolvere in linea di principio. E pertanto in questo procedere di pari passo di pensiero é cosa diventa decisivo l’utilizzo del pensiero critico, che è sempre un risalire dal semplice ed astratto, della propaganda, alla complessità e concretezza del reale come risultato, merce quasi introvabile nel nostro concitato presente. Al riguardo, ci spiega il fisico e matematica Stefano Isola nel suo ultimo saggio sull’argomento (A fin di bene: il nuovo potere della ragione artificiale, 2023) che l’AI di ultima generazione è solo un sofisticato sistema di calcolo statistico sia pure di una potenza mai vista prima. Pertanto non ha niente di umano e non ha nulla a che spartire col sogno prometeico di replicare il cervello umano e magari sopravanzarlo accarezzato negli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso e ben presto accantonato. Dunque, le centinaia di esemplari di intelligenza artificiale che vengono esposti, quasi come in un circo, nelle mostre e fiere di mezzo mondo o si mettono in funzione nella forma impalpabile degli algoritmi sono in realtà un concentrato di potere statistico e poco altro. A cui sempre più spesso, è qui sta l’inghippo, si attribuiscono compiti predittivi e previsionali fuori portata. È in questo interessato riorientamento nei modi di utilizzo, allo scopo di controllo/obbedienza e profitto, non certo nella intelligenza artificiale in quanto tale che si annidano i principali rischi e le incognite per l’umanità.

Un automatico farsi uguale delle cose e degli uomini.

Il tema non è l’utilità dell’AI, che è fuori questione, piuttosto del suo utilizzo perverso: predittivo e previsionale. Si tratta infatti di un esclusivo formidabile strumento statistico che può accompagnare proficuamente e sgravare i compiti e gli obiettivi del genere umano, ma non è in grado di rimpiazzarlo nelle decisioni ed intenzioni, che si ridurrebbero in questa maniera a medietà statistica; perché strutturalmente incapace, l’algoritmo, di una razionalità libera nel fine, essendo bloccato «nella ripetizione conformistica di ragionamenti che traggono dal passato, che proiettano linearmente nel futuro ipotecando, nel frattempo, il presente»(C. Galli, Democrazia, ultimo atto? 2023). E invece assistiamo ad un utilizzo improprio crescente, come normatività predittiva personalizzata, pur non avendone le caratteristiche ontologiche per farlo. In proiezione futura ne risulterebbe un mondo umano inchiodato ad una dimensione di eterno presente riprodotto su basi statistiche senza imprevisti, un automatico farsi uguale delle cose e degli uomini. Senza possibilità alcuna di salti politici e cambiamenti di paradigma. Senza più l’uomo.


La favola della “società signorile di massa”

Se si volesse una forma esemplare, nei suoi tratti anche estremi, del tipo di racconto emergente intorno ad una società italiana in crisi di lavoro, occorre riferirsi senza esitazioni a Luca Ricolfi, sociologo, professore di Analisi dei dati all’Università di Torino, che tra un saggio del 2019, La società signorile di massa, ed una serie di più recenti interviste, delinea un regime sociale, per l’appunto signorile e di massa, che si sarebbe instaurato nel frattempo in Italia.

Gente che non lavora

«La tesi che vorrei difendere – dichiara in avvio l’autore – è che l’Italia è un tipo nuovo, forse unico, di configurazione sociale. La chiamerò società signorile di massa, perché è l’innesto, sul suo corpo principale, che rimane capitalistico, di elementi tipici della società signorile del passato feudale e precapitalistico». L’enunciato è preceduto dall’espediente retorico del marziano esploratore, che consente al sociologo di imporre il suo quadro di realtà, riducendo le altre fosche narrazioni circolanti a mere fantasie o a luoghi comuni; osservando la penisola, questo viaggiatore dello spazio, troverebbe tantissima «gente che non lavora, oppure lavora poco e trascorre degli splendidi fine settimana in luoghi di vacanza», famiglie con due o più case di proprietà, barche ormeggiate, ristoranti pieni, eccetera.

Che la formula adottata non sia per nulla provocatoria, ma vada presa alla lettera, è dimostrato dalla mole impressionante di dati forniti per descrivere un Paese che prospera, a suo dire, come una sorta di Bengodi, dedito a consumi opulenti e sfrenati che coinvolgerebbero perlomeno tre quarti della popolazione, a fronte di una parte attiva di lavoratori di appena il 39.9% e con un sistema scolastico indulgente che forma una gioventù che «può permettersi il lusso di consumare senza lavorare». Fa eccezione la «infrastruttura paraschiavistica» costituita, per una buona parte, da immigrati sfruttati e irregolari, contigua in alcuni sui segmenti all’economia illegale, risorsa strategica a disposizione – asserisce Ricolfi – dell’intera società signorile, anche se numericamente contenuta in circa 3 milioni di addetti.

Il migliore dei mondi possibili

Con una società così delineata, saremmo seriamente autorizzati a pensare di vivere, se non nel migliore dei mondi possibili, perlomeno nel mondo migliore per i più, surclassando la società dei due terzi più volte richiamata a suo tempo da Bobbio. Che l’intento nascosto sia allora quello celebrativo? In realtà, si chiarisce quasi subito che questo consumo opulento, di massa, altro non sarebbe che lo sperpero delle ricchezze accumulate dalle generazioni precedenti. Si spende e spande quello che i padri e i nonni con spirito di sacrificio avevano messo da parte dal dopoguerra e con rinnovato vigore durante il “boom economico, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Ma come nella storia della formica e della cicala, l’inverno, magari impersonato da qualche istituzione sovranazionale, non tarderà a presentare il suo conto e nei prossimi anni ci si potrebbe trovare a scegliere, ammonisce l’austero Ricolfi, se solo finire subito come la Grecia o preferire «un’argentinizzazione lenta».

Stando ai suoi numeri, circa cinquanta milioni di italiani sarebbero da considerare signori, per la semplice circostanza di «vivere sopra la soglia di povertà». La nozione stessa di consumo opulento, a parte scontare il solito limite della media del pollo, è intesa meccanicamente come il surplus dei consumi eccedenti il livello di sussistenza, fissato nella magra quota di 500 euro mensili pro capite. Ora, pure ammesso che i bisogni essenziali corrispondano a quella soglia statistica, di sicuro non fa in automatico di chi la supera, magari di un soffio, sic et simpliciter un signore. In realtà, l’opulenza si scopre consisterebbe nel «soddisfare esigenze che in passato solo i signori potevano permettersi», tipo acqua corrente e servizi igienici in casa. Scontando una qualche delusione, si scopre insomma che la silhouette del signore è ritagliata su quella del tempo che fu e non certo tarata sul presente. Anche la condizione servile, «paraschiavistica», assume così il suo reale significato: quello di garantire al capitalismo contemporaneo, attraverso lo sfruttamento intensivo di milioni di lavoratori, come ha fatto notare nei suoi lavori l’economista Mario Pianta dell’Università di Urbino, un regime di consumi ancora inclusivo perché a costi contenuti, a fronte della caduta verticale del reddito medio familiare, dai valori del 2008, di circa il 13%.

Il vero fulcro dell’intero impianto discorsivo risiede però nella sua forma. Il notevole sforzo quantitativo, esibito da Ricolfi, è difatti permeato di quel particolare codice narrativo che ha preso campo nell’occidente europeo, sino a divenire racconto dominante, all’indomani dello spartiacque rappresentato della grande crisi del 2007/2008. Questo tipo di narrazione, rispetto “ai ruggenti anni novanta” che inneggiavano all’eccesso, privilegia i toni austeri ed un registro esplicitamente penitenziale.  Nello specifico, tradisce il sospetto che un regime di consumo alimentato dal debito individuale, solo paventato come rischio futuro – «diventeremo come i nobili decaduti, nevroticamente impegnati a sostenere il nostro modo di vita facendo debito» –, in realtà sia un dispositivo già attivo da tempo nel nostro Paese.

I giovani troppo “choosy”

Anche la descrizione senza sfumatura alcuna dei giovani, che scelgono di restare disoccupati e farsi così mantenere a vita dalle famiglie, sviluppando «un subconscio successorio», risente dell’uso di quello stesso codice con un intento in questo caso inquisitorio più che colpevolizzante. Non solo non avrebbero una formazione adeguata per colpa di una scuola dilaniata al suo interno da un «donmilanismo dilagante», che ne avrebbe minato il principio di autorità, ma soprattutto non si adeguerebbero, questi «giovani choosy», alle nuove condizioni del mercato del lavoro, al ribasso verrebbe da concludere, visto che Ricolfi porta ad esempio il rinomato pizzaiolo piemontese disperato per la mancanza di camerieri per il suo esercizio.

Oltreché per l’infrastruttura paraschiavistica, la società signorile di massa è tale, come si diceva, per i consumi su larga scala che si sorreggono su di una struttura sociale in cui il non lavoro supera di gran lunga il lavoro. Ora, a parte l’inclusione dei pensionati e dei giovanissimi, quindicenni compresi, nella colonna del non lavoro senza particolari distinguo, che fa impennare notevolmente il gap con la colonna dei produttori, la contrazione progressiva del lavoro è in realtà un fenomeno strutturale  di lunga durata, che non riguarda le presunte attitudini psicosociali delle generazioni,  ma l’esasperazione delle dinamiche interne al capitalismo, il quale ricercando sempre il massimo dell’efficienza rimpiazza progressivamente le risorse umane con le macchine e, da ultimo, con la robotica e l’intelligenza artificiale.

Più in generale, la formula adottata, dallo studioso, della società signorile di massa, per descrivere il presente, evoca piuttosto un ritorno ad un condizione feudale caricaturale, aggravata dal carattere di massa che avrebbe assunto. Manca o talvolta è solo accennato un elemento di contesto, un quadro di riferimento generale, per cui tutto rischia di ridursi, come si accennava, a delle mutazioni antropologiche che un po’ misteriosamente a fine anni settanta sarebbero intervenute, sancendo il passaggio da una generazione di padri, tutta dedita al risparmio ed al sacrificio, a quella dei figli improvvisamente imbelli e inclini allo sperpero delle risorse familiari accumulate. Per arrivare poi all’oggi, dove un’intera comunità da operosa che era si è fatta pigra ed oziosa. Tutte queste modificazioni, insomma, si sarebbero svolte nel vuoto pneumatico di un contesto che, se non problematizzato e storicizzato, con evidenza si considera neutro o, peggio, naturale e soprattutto inemendabile. Questa vistosa falla conduce Ricolfi a personificare, suo malgrado, quello stesso marziano richiamato all’inizio: le ricette ricalcano così il mantra della crescita da rilanciare a tutti i costi, attraverso l’abbattimento dell’ipernormativismo – tanto per cambiare – e la meritocrazia, soprattutto a scuola e all’università, che nel frattempo hanno fatto in tempo a dimostrarsi fallimentari.

La guerra permanente contro il lavoro

Sarà pur vero che a parlare siano solo i numeri, come lo studioso ribadisce ossessivamente in varie interviste, ma l’impressione complessiva che si ricava è tutt’altra, di una condanna senza appello nei confronti di una società, la nostra attuale, che avrebbe abbandonato da tempo le virtù del capitalismo per ripiombare nei vizi del feudalesimo precapitalistico, basato sulla rendita e sul consumo parassitario. Si sarebbe potuto scoprire invece che una parte almeno di quei vizi, che si imputano ad una volontà regressiva della società italiana, in realtà sono il portato dell’esasperazione di quello stesso modello economico tanto decantato che, strappando con la politica ed agendo in proprio, ha fatto della competizione e della guerra al lavoro il suo unico credo, posto a fondamento di un nuovo ordine basato sulla sovranità del mercato. E’ forse questo il tarlo che sta consumando dall’interno il tessuto sociale e la democrazia, meno una presunta generazione di giovani viziati e non disposta al sacrificio, che caso mai sono  il portato di un certo spirito del tempo e non la sua causa scatenante; così come l’infrastruttura semi-schiavistica, per quota parte, più che dal popolo indistinto dei presunti signori, è sfruttata ed umiliata da un’agguerrita minoranza di veri signori che ne comprano la mano d’opera lecita e più spesso illecita e criminale, non solo al Sud, per ingenti e istantanei guadagni.

In conclusione la nostra società non è né signorile e né tantomeno «signorile di massa», ma soffre di quegli stessi mali acuti che si ripropongono parossisticamente come terapia. Spiace costatarlo, dissolvendo forse l’ultima illusione, ma l’attuale configurazione sociale non è un regresso ma rispecchia, anche da noi con le sue ovvie specificità, la forma neoliberista che nel frattempo il capitalismo si è dato, dichiarando una guerra permanente contro il lavoro e i ceti popolari.


L’ambientalismo del giardiniere

Un nuovo spettro si aggira da tempo per il mondo: il neutralismo ambientale. Secondo questa eccentrica scuola di pensiero in continua ascesa, la devastazione ambientale sarebbe un evento ineluttabile al pari di un qualsiasi cataclisma naturale e/o asteroide proveniente dalla profondità degli spazi intergalattici. Poco o nulla aggiunge la sua radice antropica. La «falsa coscienza» di questo approccio è fuori questione, considerato i pulpiti da cui certi discorsi vengono pronunciati: i consessi più esclusivi e privati della finanza globale, da dove in modo alquanto acrobatico essa si soggettivizza come la più disinteressata e filantropica benefattrice del pianeta e dell’umanità. Questa narrazione che si fonda, come si accennava, su di un paradigma irriflesso naturalizzante, secondo cui l’emergenza ambientale al massimo si può sfidare (secondo i canoni classici della competizione neoliberista), risulta particolarmente pericolosa sotto un triplice aspetto: 1) decontestualizza il fenomeno, ne 2) normalizza la gestione in termini economici e da ultimo 3) stabilizza il sistema ibernando gli attuali asimmetrici rapporti di potere.

In primis, estrapolare la questione ambientale dal suo contesto storico di riferimento – di tardo e crepuscolare capitalismo –, presentandola viceversa come emergenza permanente, consente di invisibilizzare le concrete responsabilità, fungendo in buona sostanza da velo di maya per coprire l’intrinseca politicità dei nodi strutturali in gioco. Nel contempo, riconverte il problema dell’ambiente nei termini di una sfida che deve riguardare e coinvolgere tutti e ciascuno, nella stessa misura. Ed è esattamente questa neutralizzazione, in ordine alle responsabilità, che fornisce il pretesto per quel genere di considerazioni a reti unificate, che non si farebbero abbastanza sacrifici. Se tutti diventiamo parimenti responsabili, anzi colpevoli, ciò vuol dire in buona sostanza che non ci sono contraddizioni oggettive da interpretare, modelli economici da valutare e ordini socioeconomici magari da superare. Superfluo forse rimarcare, per la buona riuscita dell’impresa comunicativa, la circostanza tutt’altro che banale di concentrare nelle proprie mani la quasi totalità dei mezzi di produzione del consenso e dunque dell’ordine del discorso dominante.

Ma la conseguenza più subdola è quella della normalizzazione. Considerata come una realtà a sé stante, la crisi ambientale si ipostatizza, diventando un elemento irreversibile del paesaggio e perciò stesso esige un intervento strutturale per gestirlo, amministrarlo piuttosto che ridurlo o eliminarlo. Come una malattia non debellata che si cronicizza, la crisi ambientale non risolta diventa uno squilibrio interno al sistema da mettere a frutto. Si tratta di un ulteriore capitolo ad una narrazione ben collaudata racchiusa nella formula trasversalmente adottata, da “destra “e da “sinistra”, di governo dell’emergenza.

Aggiungiamoci, e siamo alla terza ricorrenza, il neo-millenarismo apocalittico sparso a piene mani, con una fine del mondo annunciata sempre più imminente, ed avremo la tempesta perfetta di un tipo di ambientalismo imposto dall’alto che anziché sparigliare diviene la migliore polizza assicurativa al mantenimento dell’attuale status quo di rapporti di forza mai così squilibrati.  Detto altrimenti, i grandi fondi internazionali di investimento, i nuovi padroni del vapore – come oramai è di regola nella civiltà neoliberista – hanno fiutato da un po’ nell’ambiente una fonte rinnovabile di profitto, costruendoci su un racconto adeguato allo scopo.

Si aggiunga che quello stesso riduzionismo naturalistico – agito dall’alto – è stato da tempo introiettato dai modi di pensare e di agire collettivi diffusi in Occidente, divenendo talvolta senso comune e comportamento irriflesso. Ci riferiamo ad “una costellazione di concetti, percezioni, consuetudini e valori attraverso cui vediamo la realtà” (Kuhn) che come in un incantesimo pare renderci incapaci di riportare nei suoi giusti binari, fenomeni e situazioni che così sospesi in una oggettività posticcia appaiono separati e resi neutri in quanto a responsabilità sin troppo umane e di classe.

È venuto il tempo che questi modi del pensiero ancora largamente dominanti in Occidente e dunque nel mondo a fronte delle nuove insorgenze lascino il campo a forme e pratiche più avvertite eticamente, fra l’altro già ampiamente sperimentate dal basso, che procedono più che per concetti e catene causalistiche interminabili intrecciate con l’utile, mediante il pensiero analogico e dunque rintracciando le somiglianze, le inferenze e per questo più in grado di dare conto delle corrispondenze, da particolare a particolare. Verrebbe quasi da dire recuperando il nesso tra micro e macro cosmo dei maestri antichi. Le urgenze storiche insomma stanno presentando un conto salatissimo al razionalismo moderno che non ha fatto altro che separare, distinguere ed oggettivare, accumulando un quantitativo di polvere sotto il pianeta impressionante.

Sta a questo pensiero critico in formazione ed ai movimenti che in questi mesi si sono battuti per un cambio di paradigma economico, e non solo, sventare le grandi manovre per spoliticizzare il problema dell’ambiente. Sta a tutti quanti noi impedirlo dal basso con un sussulto di partecipazione politica ed emotiva assieme, perché come ripeteva il sindacalista e ambientalista Chico Mendes, strenuo difensore della foresta Amazzonica, trucidato dagli squadroni della morte «l’ambientalismo se non è anche anticapitalismo finisce per essere giardinaggio».


Africa senza storia o storia senza Africa?

In uno tra i più brevi e densi Dialoghi che compongono le Operette morali, quello che si svolge tra la Natura ed un Islandese, Leopardi trova del tutto scontato, senza che si registrino oscillazioni di sorta tra autografi e stampe conclusive, personificare la prima con il continente africano, «nella forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di occhi e di capelli nerissimi». Siamo, secondo l’autografo leopardiano, nel maggio 1824 ed è probabile che a Leopardi fossero noti alcuni di quei tanti resoconti avventurosi redatti dai molteplici esploratori, inglesi e francesi perlopiù, che dell’Africa ne annotavano quasi sempre i rigori del clima e del territorio. E le molto sommarie partizioni dell’Africa più interna avvenivano perlopiù su basi orografiche e ideografiche non certo statuali.

Pertanto, non deve meravigliare più di tanto che in quegli stessi anni, sia pure in ben altro contesto culturale, Hegel nelle sue memorabili lezioni di filosofia della storia, quale apporto più originale al suo sistema del periodo berlinese, nel semestre invernale 1830-31 in particolare attribuisca un analogo ruolo esclusivamente naturalistico all’Africa, collocandola di fatto ai margini della «storia universale». Per Hegel la storia del mondo è il grande scenario della vita degli stati, i quali ne sono protagonisti assoluti. Lo Stato è la forma in cui un popolo perviene all’esistenza storica. In questa particolare ottica il filosofo tedesco può arrivare a dire che «l’Africa è una parte del mondo che non ha storia, essa non presenta alcun movimento o sviluppo, alcun svolgimento proprio».  Non risuoni, poi, come particolarmente scandalosa quella esclusione anche alla luce del principio enunciato da Hegel nella sua Scienza della logica (1812-16), secondo il quale, a dispetto di quanto sostenuto da Adam Smith appena quarant’anni prima, la ricchezza delle nazioni non risiede nei beni, come erroneamente teorizzato, ma negli strumenti, nei macchinari che servivano a produrli. Da ciò che produce, insomma, e non da ciò che si consuma.  Acutamente Hegel coglie che sotto i suoi occhi si sta componendo quella civiltà della tecnica che avrà sempre più voce in capitolo nel farsi del mondo.

Ora, in un contesto geografico e climatico estremo quale quello africano, alla luce di quel parametro tecnico di sviluppo così valorizzato, ne discende come in un teorema geometrico l’irrilevanza dell’Africa nella grande storia, che è poi l’interesse principale del filosofo di Stoccarda. Certo, in Hegel non manca la ripresa di tutta una serie di luoghi comuni e pregiudizi poco gradevoli, fino al richiamo in esplicito dell’immancabile cannibalismo, tipici di una sedimentata ottica eurocentrica. Ma non sono quei pregiudizi a sancire l’esclusione dalla storia che conta, casomai a suffragarla. Detto in breve, per Hegel, l’Africa non ha fatto la storia del mondo – e probabile non la farà mai! – per il suo clima e il suo territorio troppo estremo ed accidentato. Per un filosofo, come si accennava che ripone nello sviluppo dei mezzi produttivi la chiave del benessere dei singoli popoli e della loro incidenza nella storia del mondo, sarebbe un controsenso non escludere dal teatro del mondo un continente che presenta un’eccedenza naturale a fronte di mezzi tecnici pressoché inesistenti.

Non sarebbe pertanto appropriato e in ogni caso poco produttivo mobilitare la categoria di razzismo per il teorico, in epoca moderna, della dialettica «servo-padrone». Del resto è lo stesso Hegel che, nel motivare il suo sostegno incondizionato ai ribelli dell’isola caraibica di Santo Domingo per l’abolizione della schiavitù contro i loro padroni, in un passo delle sue lezioni sulla filosofia del diritto ribadisce che il servo «ha il diritto in ogni momento di spezzare le sue catene: anche se nato da schiavi, anche se tutti i suoi progenitori erano schiavi, il suo diritto è imprescrittibile». Almeno fino a quando sussisterà un’umanità offesa e tagliata fuori in via di principio dai circuiti del riconoscimento.

Più grave piuttosto è l’uso violentemente ideologico che si farà di questa esclusione, per alimentare un immaginario collettivo scopertamente razzista a sostegno della colonizzazione tardo-ottocentesca dell’Africa. Quando l’ulteriore vertiginoso sviluppo tecnologico al traino delle rivoluzioni industriali susseguitesi, avrebbe consentito, se opportunamente condiviso con quel continente, una emancipazione da quella condizione di minorità ambientale e climatica. Viceversa, nel quadro complessivo di un consolidamento del sistema capitalistico, via via che si scopre il valore degli africani e dell’Africa come merce, si procede per dirla con Nancy Fraser a razzializzare quelle popolazioni. Il crescente disprezzo per i neri dell’Africa da parte degli europei diviene allora un prodotto dell’imperialismo europeo, che trovò in narrazioni come quelle di Hegel, che nascevano in ben altri contesti e con differenti finalità, il precedente illustre per costruire un immaginario compatto di più lunga durata, coerente sul piano simbolico con le conquiste imperialiste che si succedevano in un crescendo di svalutazione e disumanizzazione. Detto altrimenti, via via che si faceva azione concretissima il discorso della potenza degli stati mediante l’ampliamento del proprio spazio territoriale a scapito di quello altrui, venivano reimmessi in circolo impianti discorsivi e categoriali che erano serviti a giustificare sul piano ideologico la tratta atlantica degli schiavi nel Sei-Settecento. Anche l’esclusione della storia del mondo dell’Africa teorizzata su basi filosofiche discutibili da uno dei più grandi filosofi della modernità è finita per confluire in quell’unica narrazione, mirante a giustificare dapprima la riduzione in schiavitù e più tardi, con l’avvento del colonialismo imperialista di fine Ottocento, la sottrazione dell’autodeterminazione politica.

Come si diceva, si è fatto uso della categoria critica di razzializzazione messa a fuoco da Nancy Fraser, che assieme ad ulteriori tre presupposti rappresentano, a suo dire, le condizioni di possibilità non economiche del capitalismo in tutte le sue varie fasi di sviluppo. Per dare innanzitutto giustificazione morale a se medesimo, ma soprattutto garantirsi sul piano pratico, a danno dell’ecosistema e dell’umanità, la propria riproduzione senza misura. Sia consentito a conclusione riportare in forma sintetica le quattro condizioni non economiche, comprensive della razzializzazione (che qui abbiamo adoperato):

«La prima è una quantificabile sacca di lavoro non remunerato intento alla riproduzione sociale e include il lavoro domestico, mettere al mondo e crescere i figli; la cura degli adulti, inclusi i lavoratori salariati, degli anziani e dei disoccupati, ovvero tutto ciò che è volto a creare e supportare un essere umano. […]

La seconda condizione non economica indispensabile per un’economia capitalista è una grande riserva di ricchezza espropriata alle persone sottomesse, in particolare per motivi razziali, ovvero razzializzate. […]

Una terza condizione non economica indispensabile per un’economia capitalista è una grande quantità di doni e/o contributi a basso costo provenienti dalla natura non-umana, che costituiscono l’indispensabile sostrato materiale della produzione capitalista. […].

Quarta e ultima condizione non economica indispensabile per un’economia capitalista è la grande quantità di beni pubblici forniti dagli Stati o da altri poteri non privati».

In questo modo  ci si ricollega ai grandi teorici dei limiti del mercato: non solo  perché esso non è in grado di autoregolarsi, come sostenuto da Karl Polanyi, ma soprattutto perché non è autosufficiente e come un parassita è costretto ad attingere da ambiti non suoi, in quanto il suo fondamento risiede altrove: negli ambiti per l’appunto della riproduzione sociale, dei beni pubblici e soprattutto della ricchezza sottratta alla terra e risorse minerarie espropriate a interi popoli e continenti come l’Africa, considerati inferiori e nella migliore delle ipotesi bisognosi di assistenza. Poco c’entra Hegel in tutto questo, moltissimo le convulsioni tragiche del medio e tardo- capitalismo.

Se il capitalismo ha assunto la configurazione di una compiuta civiltà del denaro, a sua volta quantitativo e astratto, che a seconda delle convenienze del momento attribuisce statuti  di inferiorità e disumanità, appoggiandosi e distorcendo all’occorrenza il contenuto delle tradizioni di pensiero, per facilitare ovviamente la depredazione e lo sfruttamento, il pensiero critico che ne prospetta il superamento dovrà a sua volta avere la massima ambizione di ripensare radicalmente la società nel suo complesso. Rivelatrice in proposito una frase della Fraser nella quale è ben condensato il principio ispiratore di ogni società socialista futura: «dove le società capitalistiche subordinano l’imperativo della riproduzione sociale ed ecologica alla produzione di merci, di per sé destinate all’accumulo, i socialisti devono capovolgere l’ordine: trasformare il nutrimento delle persone, la salvaguardia della natura e l’autogoverno democratico in priorità sociali massime, che battono efficienza e crescita».

Bibliografia minima

  1. Fraser, Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo? Roma 2020.

G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della Storia, Bari 2013.

G.W.F. Hegel, Propedeutica filosofica, Firenze 1977.

  1. Leopardi, Operette morali, Milano 1986.


Crisi politica dell’Europa e “deoccidentalizzazione”

È risaputo che le guerre con il loro carico di atrocità disvelano la consistenza politica dei singoli attori coinvolti. Intervistato da Il Riformista, nel marzo scorso, Mario Tronti così si esprime sul conto dell’Europa: «questa guerra ci sta mostrando un animale impolitico di strane sembianze: un’Unione economica europea con l’elmetto della Nato. Più che una grande assenza quella dell’Europa ufficiale di oggi è una piccola minuscola presenza senza voce, emarginata e subalterna». In effetti, la pandemia, prima, e la guerra in Ucraina, poi, sono servite a mostrare il vero volto dell’Europa: un sistema istituzionale sovraordinato ai singoli Stati a forte vocazione amministrativa, concepito per assecondare le presunte sorti magnifiche e progressive del mercato, come ripetuto anche di recente da Angela Merkel. Ebbene, la tesi che si proverà ad argomentare è che l’attuale quadro di fragilità politica dell’Europa, a fronte di uno scenario internazionale in rapido deterioramento, non è l’accadimento di un destino cinico e baro piuttosto il frutto avvelenato di precise scelte fatte che molto probabilmente, quello scenario, hanno contribuito ad alimentarlo.

La “seconda” globalizzazione occidentale

Ora, un’analisi critica che ambisce a rendere ragione di quello statuto eminentemente amministrativo che caratterizza l’Europa ufficiale, come appellata da Tronti, non potrà non concentrarsi su quel paradigma economico che ha fatto da cornice a quella costruzione e l’ha resa in qualche modo possibile. L’Unione Economica Europea si colloca, infatti, in quella particolare temperie epocale che in rapida sequenza ha visto il crollo, per implosione, dell’Urss, la celebrazione delle economie di mercato e degli annessi sistemi istituzionali informati al credo liberal-democratico, suggellata dalla fine della storia proclamata da Francis Fukujama. Da qui il varo da parte del blocco occidentale della seconda globalizzazione, dopo quella tentata e finita nel sangue di fine Ottocento, di cui stiamo registrando nel presente gli esiti fallimentari. Si comprende agevolmente come in un contesto culturale e ideologico siffatto, l’Europa è stata intesa dai suoi “architetti” semplicemente come infrastruttura a carattere amministrativo che rispondesse alle esigenze di un mercato sempre più ampio ed integrato e tendenzialmente globalizzato

La lotta di classe dall’alto

Ebbene, una soluzione di questo genere sarebbe stata impensabile nel “glorioso” trentennio (1945-1975) keynesiano imperniato sugli Stati, sostenuti da partiti e sindacati, che avevano tutti per obiettivo la piena occupazione e il controllo politico del movimento dei capitali. Non a caso nei primi anni Settanta il capitalismo occidentale segna la sua crisi più drammatica, che corrisponde ad un crollo verticale del saggio di profitto e una fase economica di prolungata stagnazione nella crescita e simultanea esplosione incontrollata dei prezzi – quel fenomeno che nei manuali di storia è riportato con l’espressione «stagflazione». Tra i fattori scatenanti va annoverata la sciagurata e infinita guerra in Vietnam con tutto il suo strascico di squilibri finanziari, dovuti agli incontrollati quantitativi di dollari stampati e immessi nel sistema valutario per fare fronte alle necessità militari. Circostanza che il mainstream si guardò bene dal denunciare in quanto era funzionale al nuovo corso che si intendeva avviare e che Gallino ha racchiuso opportunamente nella formula della «lotta di classe dopo la lotta di classe».  Il nuovo modello economico che prende forma e che orienta sin dall’inizio il progetto europeo è impostato non più sull’obiettivo strategico della massima occupazione, ma il nemico diventa l’inflazione, esplosa effettivamente a seguito della grave crisi petrolifera del ’73; lo scopo diventa quello di ricostituire ed ampliare il «tasso naturale» di disoccupazione, di cui abbiamo traccia evidente ancora nel relativamente recente Trattato di Lisbona (2007).

Old economy e new economy

Lo sviluppo economico, in base a questo nuovo paradigma via via dilagante, prima nell’anglosfera e poi in Europa, è inteso come una oggettività, matematicamente misurabile e dimostrabile – tanto che in luogo della parola economia nei vari dipartimenti di economia e cancellerie di Stato si preferisce quella di econometria (per segnalare la stretta parentela con la matematica e la statistica, più che con la politica), con una sua propria logica interna di equilibrio nella formazione dei prezzi e allocazione di merci e capitali, liberi questi ultimi di muoversi per ottimizzare i profitti e «delocalizzare» ovunque. Con le quattro sacre libertà scolpite nei vari Trattati europei, a partire da quello programmatico di Roma del ’57, della «libera circolazione di capitali, servizi, merci e persone» si ponevano le basi per un progressivo disimpegno dall’industria manifatturiera, la Old Economy, a favore della New Economy, tanto decantata non a caso a quei tempi dal laburista inglese Tony Blair. Mentre la prima, infatti, assicurava occupazione stabile e redditi dignitosi, la seconda creava colossi tecnologici che svettavano, per redditività, nei listini di Borsa. Non è dunque frutto del caso che nel 2019, a consuntivo di una stagione economica sciagurata, mentre in Germania la quota della manifattura era del 20% del PIL, in Cina aveva raggiunto il 28%. In Italia era scesa al 15%, in Francia al 10% e in Gran Bretagna addirittura al 9%. Ma per un paradigma economico deflattivo e dove soprattutto la disoccupazione non era più un problema, la Old Economy rappresentava, con i suoi bassi profitti oltretutto su tempi lunghi, per la nuova oligarchia finanziaria nel frattempo egemone, solo un vecchio arnese da accantonare. Le Big Tech e soprattutto la finanza hanno contribuito a concentrare al massimo i capitali, perché i profitti sono elevati e istantanei (il tempo di un click), mentre tutta la struttura intermedia costituita da centinaia di migliaia di professionisti tende a sparire risucchiata dagli sviluppi informatici.  Il che ha creato in neppure troppo tempo un diffuso disagio sociale che ben presto si è trasformato in protesta politica di segno per lo più regressivo. In un contesto di individualismo spinto ed assenza di soggetti collettivi organizzati, nel frattempo rasi al suolo, non poteva essere altrimenti.

Le nuove oligarchie del denaro

Ora, delle classi dirigenti, politiche ed imprenditoriali, consapevoli del loro ruolo, avrebbero avviato una profonda autocritica ed una correzione di rotta; non così le nuove “oligarchie del denaro” nel frattempo consolidatesi in un contesto globale i cui processi di soggettivazione sono perlopiù improntati, nella migliore delle ipotesi, a codici e statuti tecnocratici, nella peggiore si auto-rappresentano ed agiscono da meri gruppi di interesse senza scrupoli. Così la crisi si è avvitata su sé stessa. Si è passati da un sistema turbo-capitalistico arrembante, analizzato con dovizia di particolari da Luciano Gallino, ad una fase di ripiegamento tecno-capitalistico, dove l’utilizzo massivo dell’elettronica si è sdoppiato: oltre a garantire alti profitti è servito ad intensificare nei Paesi dell’Unione, sia pure in forme diversificate, la sorveglianza ed i controlli dentro e fuori i luoghi di lavoro. Il meccanismo di accumulazione basato per lo più su bolle finanziarie non si è fermato, con i relativi e immancabili scoppi quale si è avuto modo di constatare anche in tempi recenti. L’ideologia meritocratica mirante a congelare i rapporti di forza e il sistema di valutazione onnipervasivo hanno completato il quadro. La situazione è così grave che, come ha sottolineato in un bel saggio Giulio Azzolini, non è più «il tempo di generici appelli agli Stati Uniti d’Europa». Anche la diatriba che ha visto contrapposti due giganti Wolfgang Streeck e Jürgen Habermas, tra disintegrazione e più integrazione, appare «un’alternativa di retroguardia» rispetto alle urgenze attuali. La crisi è profonda perché attiene alle modalità concrete della convivenza tra popoli e culture differenti, con prospettive economiche che restano inconciliabili, e che ogni ulteriore ingegnosa messa a punto solo istituzionale rischia di aggravare. Insomma, il nodo non è istituzionale ma politicocostituzionale. Pare che in questi giorni si sia consumata l’ennesima fuga in avanti con l’annuncio, da parte della Commissione europea, di un piano da un miliardo di euro per aumentare le produzioni di munizioni nel vuoto assoluto, ancora una volta, della politica. Il discorso di Scholz al Parlamento europeo annuncia questo nuovo corso di «austerità militare», con la Germania a fare da locomotiva per conto degli Stati Uniti «nell’organizzare e, soprattutto, finanziarie il contributo europeo alla guerra» (W. Streeck).

La “permacrisi” dell’Europa e il “dovere” di resilienza

L’Europa con la sua intima vocazione tecnocratica pare esposta più di altri ai nuovi assetti a-democratici che il “capitalismo bellico” ha in serbo per le varie comunità umane. L’emergenzialismo o «permacrisi», secondo l’eloquente neologismo evocato nell’aprile scorso da Christine Lagard, potrebbe avere lo scopo di fare introiettare ai subalterni che all’Ordine, per sua natura inemendabile, è connaturato il negativo senza possibilità alcuna di poterlo dialetticamente superare. Ne consegue, nei vari ambiti, la promozione di codici di comportamento all’insegna della resilienza che punti sulle risorse adattive in luogo dell’immaginazione trasformativa. Paradossalmente in una prospettiva di trasformazione dello stato di cose esistente si dovrebbe riguadagnare la genuina nozione di crisi, che rimanda invece alla critica e dunque alla concreta possibilità di poterla governare. Non così, viceversa, l’emergenzialismo che nel tendere a normalizzare la crisi, ne farà assumere i caratteri irreversibili di una malattia cronica da cui non si guarisce, al massimo non si muore. Un vasto programma che convocherebbe una sinistra, sociale e politica, da ripensare e, forse, da rifondare. A noi toccherà coltivare senza posa la fiammella del pensiero critico ed il senso del collettivo, senza i quali non si dà politica ma solo ribellioni senza avvenire.

Testi citati nell’articolo

Il Riformista, 21 marzo 2023.

Azzolini, Dopo le classi dirigenti, Bari, Laterza, 2017.

Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Bari, Laterza, 2019.

Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Torino, Utet, 2020.

Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Bari, Laterza, 2012.

Habermas-W.Streeck, Oltre l’austerità. Disputa sull’Europa, Castelvecchi, 2020.


Il diritto di guerra e di pace

Nell’ambito delle iniziative promosse dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, quest’anno il tradizionale appuntamento con il Laboratorio di analisi politica curato dal Professor Carlo Galli metterà a tema la guerra. Nell’ultimo dei tre incontri previsti, il 4 aprile, verrà presentata la prima traduzione italiana integrale del capolavoro del filosofo olandese Ugo Grozio, De iure belli ac pacis (1625), al termine di un’impresa collettiva (tutti perspicui e indispensabili anche i contributi di Francesco Ingravalle, Giulia Maria Labriola, Merio Scaccola, Gabriella Silvestrini, Claudio Tommasi, Stefano Visentin) destinata a lasciare una traccia, che ha coinvolto in veste di curatori, lo stesso Carlo Galli e Antonio Del Vecchio. Non è casuale, poi, che l’opera veda la luce proprio a Napoli e sia curata dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. C’è quasi una circolarità di destino: la prima traduzione parziale è infatti napoletana e risale al 1777. Riguardo l’Istituto, invece, è la conferma di un primato filosofico acquisito da tempo che trova pochi altri esempi in Italia e in Europa.

Sulla propensione degli Stati a farsi la guerra

Il fascino di quest’opera è nell’essere parte integrante dello sforzo teorico intrapreso per conferire nuovo fondamento razionale allo Stato moderno, dopo che le guerre civili di religioni avevano reso inservibile quello teologico. Non prive di fascinazione sono poi le avventure biografiche dell’autore. Laureatosi in legge all’Università di Leida, Ugo Grozio (Huig de Groot,1583-1645), uomo di temperamento mite, si schierò contro le tesi rigidamente predeterministiche dei seguaci calvinisti di F. Gomar. Per questo, dopo il Sinodo di Dordrecht (1618), venne condannato al carcere a vita. Con la complicità determinante della moglie evase due anni dopo, nascondendosi all’interno di una cassa di libri, e riparò definitivamente a Parigi. Là scrisse l’opera che lo ha reso giustamente celebre come fondatore, perlomeno secondo Pufendorf, della «scuola del diritto naturale».
In un inizio secolo segnato da controversie e crescenti guerre religiose l’originalità di Grozio è consistita nel concentrarsi non prioritariamente sui singoli stati ma sul loro sistema di relazioni e sulla propensione tra loro a farsi la guerra. Tanto che Hegel lo celebra quale teorico «del diritto esterno degli Stati» (Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, §7). Forse anche per quella scelta di ambito, vista la volontà di promuovere la concordia anziché la discordia, il presupposto antropologico, che rappresenta nell’opera la seconda peculiarità del discorso groziano, non è identificato nella dimensione solitaria e ferina dell’essere umano bensì nella sua inclinazione alla socievolezza. Ne consegue che il diritto positivo, che deve garantire un ordine giuridico stabile non si pone in contrasto ma in continuità con quel diritto primigenio.

Una variante giuridica del razionalismo politico moderno

Più in generale, quella di Grozio si può tranquillamene configurare come la variante giuridica del razionalismo politico moderno. Non prevale in questa prospettiva alcuna fuga in avanti, nel segno di un normativismo formalistico astratto (Kant); meno che mai un salto in una dimensione solitaria della decisione sovrana (Hobbes). Ciò comporta un prezzo teorico, consistente in un sovraccarico di casistiche di prove giuridiche a sostegno della prassi da promuovere e/o giustificare nel presente. Il passato, dunque, non viene abrogato come in Hobbes piuttosto assorbito dalle esigenze dei tempi perigliosi in cui si trova a vivere e pensare. Pur se schiacciato e non fatto rivivere nelle differenze qualitative delle varie epoche e civiltà, questo passato recuperato in tutte le sue più minute articolazioni consente all’autore di rendere ragione della molteplicità del mondo storico che ha di fronte. Il paradigma non dichiarato ma attivo nella sua opera è che il mondo storico e politico sia un libro scritto a caratteri giuridici. Questo consente di aprire una prospettiva, sia pure ancora embrionale, di auto-fondazione della società mercantile e commerciale in ascesa. Poi ripresa e sviluppata da Hume e da Smith (in antitesi secca con l’impianto hobbesiano che riconosce come naturale solo il diritto alla vita e la proprietà come diritto derivato).
Nella visione groziana il «diritto naturale» così rinvenuto precede sicuramente quello «civile», ma sul piano logico all’insegna della giuridicità è in una linea di sostanziale continuità con esso. Anzi è così stabile e durevole che Dio stesso non lo potrebbe scalfire. Detto altrimenti, la società internazionale degli Stati gravida di tensioni è sì orfana della centralità di Dio ma può ancora beneficiare almeno in parte della sua sostanza che in una sorta di processo emanativo informa le molteplici e plurali relazioni, che in quanto giuridiche si confermano essere saldamente razionali. Ne consegue, che i trattati tra gli Stati valgono a prescindere dalle singole confessioni di appartenenza, perché le diverse fedi rispondono comunque ad un’unica trama giuridica che sottende a quei rapporti.

La guerra assorbita nel diritto

Grozio, dunque, pacifista ante litteram? Niente affatto. La guerra non è negata, tantomeno stigmatizzata, solo assorbita nel diritto, il che attirò l’inevitabile condanna di un Kant. In particolare, il suo immanentismo giuridico non gli consente di espungere la guerra dalla storia ma neppure di glorificarla come «guerra giusta». La guerra in un certo senso per Grozio è la conferma sia pure traumatica della sussistenza di una trama razionale della realtà storica concreta. I diritti se non si possono reclamare davanti ad un giudice è nei campi di battaglia che rifluiscono e trovano sfogo. Mai però per sovvertire piuttosto per ritrovare un equilibrio momentaneamente interrotto. La guerra così intesa da Grozio non rischia mai di deragliare da uno schema tribunalizio di controversia puntiforme, con entrambi i contendenti che hanno titolo per far valere torti e ragioni. Sul punto Carlo Galli, nella sua densa Prefazione così si esprime: «La guerra [per Grozio] è una decisione non decisionistica ma giudiziaria, proprio come la politica non soltanto è la forma unitaria della società ma una manifestazione della sua giuridicità plurale e differenziata» (p. XVIII).
Grozio è un testimone illustre di un paradigma politico ancora operante, che prescrive che con la contingenza storica occorre misurarsi, senza i tagli tipici del razionalismo costruttivistico del moderno. Molto più semplice transitare dalla sua «coscienza giuridica» all’autocoscienza critica dei limiti della modernità svolta da Hegel. È un possibile auspicabile controveleno al normativismo universalistico astratto alla Kelsen ed al decisionismo acefalo del politico degradato che sta intossicando il tempo presente.


Poveri d’Europa, povera Europa!

Parole che risuonano “inattuali” rispetto alla narrazione guerrafondaia dominante, ma tanto più necessarie per interpretare il nostro presente. Ma chi sono oggi questi poveri di cui parlava il filosofo francese, contro cui la guerra si accanisce?

Poveri, occupabili

Per stare al caso italiano, sicuramente quelli rilevati dalle indagini statistiche: circa 13 milioni di persone, tra poveri relativi ed assoluti. Ed in questo dato non sono ricompresi i tanti semi schiavi che lavorano in clandestinità nelle campagne del Sud e del Nord, al soldo dei nuovi caporali. Se poi ci si prova ad attraversarli quei numeri, lo scenario che emerge è ancora, se possibile, più inquietante. Si scopre che una parte consistente di quell’«esercito industriale di riserva» è costituita da lavoratori che pur lavorando sono sotto la soglia di sussistenza. La triste conferma di una saldatura ormai tra povertà e lavoro è nella circostanza che circa un 20% degli attuali percettori di Reddito di cittadinanza risulta occupato. Ora, se chi lavora nel nostro Paese ha bisogno di un assegno integrativo per vivere, come si può pensare che lo possa fare senza alcuna protezione sociale chi rientra nella categoria di «occupabile»? Che sono, nella perversa formula escogitata dal governo, tutti coloro che rientrano nella fascia di età tra i 18 e i 59 anni, senza disabili o minori a carico.

Chi ha tracciato la rotta?

Ma, per ritornare al discorso principale, tutto ciò non deve sconvolgere più di tanto: c’è sempre del metodo in ogni apparente follia. Il nostro Paese rappresenta solo il caso più estremo e per questo utilmente paradigmatico di un processo di svalorizzazione ed impoverimento del lavoro che ha riguardato, sia pure in modi differenziati, tutta L’Europa, dopo che nell’anglosfera i referenti politici del neoliberismo montante, Thatcher e Reagan, avevano tracciato la rotta. E non lasciamoci fuorviare dalle statistiche, che vanno come tutte le cose umane sempre interpretate. Si cita spesso il caso italiano degli ultimi 30 anni di arretramento dello stipendio medio del 3%, in controtendenza con gli altri Paesi e con la Germania in particolare. Ma si omette di ricordare che gli incrementi registrati in quei Paesi non sono serviti a riequilibrare la forbice tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Anzi quella divaricazione si è intensificata come documentato da Brancaccio nel suo recente saggio Non sarà un pranzo di gala.

Redistribuzione alla rovescia

Ma come si inserisce la guerra in questo quadro già desertificato da un quarantennio di regime neoliberale? Come ogni guerra, intensificando ed accelerando i processi di divaricazione tra ricchezza e povertà già in atto, aggiungendo così un tratto classista alla polarizzazione. Una ricerca pubblicata di recente stima che per effetto della guerra i poveri assoluti nel nostro Paese aumenteranno di un altro 10%. La decisione poi di portare al 2% del Pil le nostre spese militari ha comportato una riduzione uguale e contraria delle risorse previste per il servizio sanitario nazionale. Le quali, al pari di quelle destinate alla scuola e alla ricerca, avrebbero dovuto conoscere una rivalutazione sostanziosa alla luce della spirale inflazionistica in atto.

Il caso dei beni energetici

Ma se volessimo individuare il fenomeno più emblematico della redistribuzione alla rovescia che questa guerra sta determinando, questo va rintracciato nella vicenda che sta riguardando i beni energetici. L’aumento del prezzo del gas e dell’elettricità sta creando nel Paese una vera e propria emergenza sociale che colpisce pesantemente i ceti popolari: chi per vivere ha bisogno di lavoro e chi disperatamente lo cerca perché non lo trova o l’ha perso. Non così per i grandi player globalisti dell’energia, che stanno macinando in virtù di dinamiche speculative incontrollate extra profitti record. Non pare vi sia traccia nella manovra finanziaria annunciata di un inasprimento della tassazione a carico ad esempio di Eni e Enel, aziende che oramai di pubblico conservano traccia solo nel nome. Per giunta con un inganno sotteso: l’aliquota sugli extra profitti passa, nominalmente, dal 25 al 50%; ma l’inganno sostanziale è nella platea imponibile che si riduce, passando dalle 11 mila aziende della prima stesura draghiana alle 6-7 mila dell’attuale versione. Così facendo si programma una riduzione del gettito che dall’iniziale 12 miliardi si riduce a soli 2,5 miliardi. Dunque, con una politica che si conferma strutturalmente non solo incapace di correggere un meccanismo di trasferimento di risorse dal basso verso l’alto, ma che si fa parte attiva per alimentarlo. Studi indipendenti riferiscono che alla fine del primo anno di guerra una famiglia media composta da 4 persone perderà circa 2500 euro in termini di potere d’acquisto. Lo Stato sociale che era, sia pure tra mille carenze, il nostro principale vanto rischia di trasformarsi nell’ombra di sé stesso. Per non parlare della disoccupazione sempre più dilagante, specie nel Sud dove alcune imprese rinvengono nell’emergenza bellica il pretesto per feroci riorganizzazioni aziendali con perdite cospicue di posti di lavoro. Un lavoro, dunque, sempre più umiliato e insicuro abbinato, fuori dai luoghi di produzione, ad una rete di protezione sociale oramai residuale, come ha mostrato l’impatto della pandemia sul servizio sanitario nazionale.

L’oligarchia e la democrazia come silhouette

Questo impressionistico excursus per dire che dal lato dei poveri, perseguitati come non mai dalle logiche impersonali e speculative della guerra, c’è a pieno titolo, e non solo in Italia, il frammentato e disperso mondo del lavoro. Nonostante sia un popolo consistente, da tempo è sprofondato nell’invisibilità. Chi si muove a sua volta per lavoro lo intercetta, questo popolo, per lo più all’alba e lo percepisce quasi come uno sciame. Accomunato, anche se non sempre lo sa, da una condizione precaria, che comporta appunto la necessità del lavoro per vivere. Dopodiché sul piano empirico-fattuale, per effetto delle circostanze, si può far parte dei lavoratori poveri o semplicemente poveri di lavoro, specie se si è giovani, donne e si vive al Sud. Questo esercito disperso e disilluso è privo di una rappresentanza politica, che reclama da tempo come un viandante reclama l’acqua nel deserto. Anche se inconsapevolmente, da questi bassifondi, si richiede in modi scomposti e politicamente scorretti una cosa sola: che la si faccia finita con l’oligarchia che ha usurpato da noi – come altrove – la democrazia, di cui ha mantenuto, per il momento solo la silhouette. Democrazia, una bellissima parola, la cui etimologia rimanda, è sempre bene tenerlo a mente, al governo non del popolo ma dei poveri, con cui coincideva il popolo nell’antichità e non solo. I ricchi, quelli che fanno la guerra, per ritornare a Sartre, non hanno bisogno né della democrazia né della politica piuttosto le temono, come un vampiro teme la luce


L’intervista. Con gli occhi della CGIL, parla Massimo Bussandri

Il 29 aprile scorso è stato eletto quale nuovo Segretario Generale della Cgil Emilia Romagna, Massimo Bussandri. A lui ci siamo rivolti per alcune domande sui temi intorno ai quali ruota l’ultimo numero del web magazine, la “sinistra assente”. Nel ringraziarlo per la disponibilità, inizio subito con una considerazione ed una domanda di carattere generale, prima di entrare sui temi più specifici. In una delle sue ultime uscite pubbliche, prima di rassegnare le dimissioni, Draghi aveva ribadito ancora una volta che la vocazione del suo governo era quella del fare, “Questo governo – sottolineava- è costruito per fare”. Ora, senza altre specifiche questo approccio consegna l’azione di governo ad una questione di mezzi più che di fini, magari decisi da altri in contesti economico-finanziari sottratti al controllo democratico. Quali sono a tuo avviso i punti principali di una ipotetica agenda di governo che una politica rinnovata dovrebbe porre al centro della sua azione?

Nel provare a rispondere al quesito, potrei partire richiamando i temi che saranno al centro dell’imminente Congresso che prenderà avvio, con le assemblee di base, a partire dalla fine di settembre prossimo per concludersi con il Congresso nazionale Confederale nel marzo 2023. L’orizzonte profondo è quello della costruzione di un nuovo modello di economia e di società, che faccia perno su una ritrovata centralità del lavoro. I punti salienti da affrontare nel concreto dell’azione di governo sono: l’emergenza salariale, che riguarda sia i redditi da lavoro che le pensioni; l’emergenza precarietà; il welfare pubblico, da rilanciare con forza mediante investimenti in particolare nella sanità pubblica; la sicurezza sul lavoro. Occorre poi definire le modalità di un governo necessariamente pubblico delle tre grandi transizioni strategiche: quella demografica, quella ambientale e quella digitale. Come accennavo, la tensione di fondo dovrebbe essere l’aspirazione a un modello di società e di economia decisamente alternativo a quello che ci ha condotti dritti in una crisi climatica senza precedenti e sull’orlo di una guerra globale.

Parlami dell’emergenza salariale…

Secondo l’Ocse l’Italia è l’unico Paese europeo che negli ultimi trent’anni ha registrato una regressione del salario medio annuale del 2,9%. Già prima del Covid eravamo il “Mezzogiorno d’Europa”. Pandemia e guerra hanno funzionato come acceleratori e moltiplicatori di disuguaglianze già in essere. In questo Paese, da ogni emergenza si esce ogni volta sempre più diseguali e questa è già in qualche modo la “spia” di una latitanza della sinistra nella sua funzione storica quantomeno “minima” di soggetto politico redistributore della ricchezza, latitanza con la quale facciamo i conti da almeno un ventennio: paradossalmente, oggi corriamo il rischio di una uscita politica completamente a “destra” proprio quando il lavoro e le fasce sociali più in difficoltà avrebbero un disperato bisogno di “sinistra”.

Naturalmente quello che si è venuto a determinare in termini di emergenza salariale chiama in causa anche il nostro ruolo di sindacato, ci interroga sul perché non siamo riusciti a fare redistribuzione mediante le politiche contrattuali, anch’esse da rivedere, e ci interroga su come siamo organizzati per fare contrattazione (una contrattazione, fra l’altro, che sempre più dovrà divenire acquisitiva). Certo, le condizioni di contesto non hanno aiutato: una deregolamentazione sempre più selvaggia del lavoro ha isolato i sindacati. Nello specifico, l’assenza di una legge sulla rappresentanza sindacale ha consentito la proliferazione di “contratti pirata” (al CNEL risultano depositati ben oltre 900 contratti, dei quali circa 2/3 sottoscritti da sindacati di comodo che non rappresentano niente e nessuno); una vera e propria giungla che favorisce il dumping contrattuale e salariale, creando una specie di bazar della contrattazione nel quale le imprese possono scegliere a menù e che nuoce gravemente al lavoro, schiacciando verso il basso le dinamiche retributive.

Massimo, pensi come me che gli squilibri sono tanti e tali che non è più possibile andare avanti con questa rigida suddivisione dei compiti tra Stato e Mercato, col primo rigorosamente “funzionale” al secondo, come pure tenne a rimarcare la Merkel poco prima di lasciare?

Anche lo Stato dovrebbe riorientare le proprie priorità. Quando si dice che lo Stato è stato assente nell’ultimo trentennio neoliberista, si dice una verità molto parziale. Risorse pubbliche anche ingenti sono state spese, ma indirizzate prevalentemente a sostegno di un mercato che non ha fatto redistribuzione. La spesa pubblica va riorientata verso una funzione sociale, di riduzione delle disuguaglianze. L’idea di riallineare le spese militari al 2% del Pil non è altro che la prosecuzione di un’impostazione di spesa pubblica nella direzione sbagliata. Nelle tre grandi transizioni il ruolo dello Stato diventa fondamentale: pensiamo ad esempio alle sfide della digitalizzazione, che è una grande opportunità per il mondo produttivo così come nel rapporto tra cittadini e Stato, ma se lasciata a se stessa, senza governo pubblico, rischia di essere un ulteriore fattore di allargamento delle disuguaglianze.

Sull’emergenza gas, ad esempio, cosa ritieni si debba fare, in questo caso anche al livello europeo?

E’ chiaro che si tratta di un problema vivo e reale, che rischia di impattare tanto su lavoratori e pensionati e sulle loro famiglie, quanto sulla tenuta produttiva delle imprese: nel nostro territorio, come nel resto del Paese, il sistema produttivo dipende ancora in larga misura dal metano, che in Emilia-Romagna copre il 52% del consumo interno lordo. Un problema che richiede interventi coordinati a livello europeo in grado di mettere un tetto ai costi e provvedimenti urgenti nella direzione di svincolare i costi dell’energia da quelli del gas, come peraltro richiesto da più parti. Vorrei tuttavia sottolineare come all’origine del rincaro vi siano stati anche forti elementi di speculazione, che vanno colpiti, e non vorrei nemmeno che in autunno partissero tentativi di “speculazione occupazionale”, cioè un utilizzo in qualche modo “peloso” dell’emergenza gas per riorganizzare le imprese su fabbisogni occupazionali ridotti. In Italia più che altrove, poi, scontiamo anche i pesanti ritardi nell’investimento sia pubblico che privato sulle fonti rinnovabili: certo, lo scenario di guerra ci sta facendo precipitare nell’emergenza gas, ma già la grave crisi climatica annunciata da almeno un ventennio avrebbe dovuto suggerire ai Governi di questo Paese un impulso molto più forte e deciso alle energie alternative, che non solo sono rinnovabili, ma aumentano il grado di autonomia energetica del Paese.

Sulla precarietà, invece?

Siamo anche in questo caso tra i Paesi europei con il più alto tasso di precarietà. Credo che il precariato sia ormai non solo una condizione lavorativa, ma una condizione sociale a 360 gradi. Non esiste più un modello universale di precarietà. Oggi esistono, a differenza del passato, tanti tipi di precarietà, siamo nella società delle mille precarietà difficili anche da contestualizzare: c’è quella in qualche modo “storica”, di ingresso nel mondo del lavoro; c’è quella diventata purtroppo strutturale anche nel pubblico impiego e nella manifattura, con il proliferare di contratti a termine e somministrazioni anche per la copertura di funzioni produttive stabili; e poi c’è quella addirittura permanente, la “stabile precarietà” (se non fosse un ossimoro) del terziario e della logistica arretrati, quella dei mille lavoretti a chiamata e delle tante “partite iva” usate e abusate. Come accennato, si fa fatica ad intercettare e rappresentare questi lavoratori, in particolare quelli ascrivibili all’ultima tipologia. Questa precarietà dilagante non consente alle nuove generazioni, che in buona parte la subiscono, di mettere in campo progetti di vita maturi e consapevoli ed è ormai questione che va affrontata anche in sede di contrattazione sociale territoriale, oltre che rafforzando i tratti inclusivi della contrattazione “classica” di categoria.

Ritengo, caro Salvatore, che al punto in cui siamo giunti non basti l’azione contrattuale, ma occorra agire anche la leva legislativa. Va rivista profondamente la legislazione sul lavoro. A partire dal nostro Congresso andrà proposto al Paese e alle forze politiche un bilancio sociale della legislazione del lavoro elaborata negli ultimi due decenni e culminata nel Jobs Act. Come si è tradotta sulla pelle viva dei lavoratori? Ha prodotto redistribuzione delle garanzie, come era nelle previsioni, oppure un allargamento macroscopico dell’area della precarietà e del lavoro povero? Ancora, ha aumentato la base occupazionale oppure il lavoro si è indebolito ulteriormente, divenendo più ricattabile e povero? La tesi nostra confermata dai fatti è che la moneta cattiva scaccia sempre la buona e mai il contrario.

Siamo in una fase storica nella quale credo vada superato il dilemma che spesso si è riverberato anche nel nostro dibattito: primato della contrattazione contro primato della legislazione. In questa fase, per provare a mettere mano all’emergenza salariale e all’emergenza precarietà, abbiamo bisogno di agire entrambe le leve e se quella contrattuale dipende in larga misura da noi, per agire la leva legislativa abbiamo bisogno di una rete di alleanze sociali e di corrispondenze politiche. Servirebbe, ad esempio, rimettere mano da parte di una politica rinnovata ad una riforma fiscale per spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle pensioni, che oggi lo sostengono per oltre l’80%, alle rendite, ai profitti esosi e ai grandi patrimoni. L’ultima parziale riforma fiscale, a cui ci siamo opposti con uno sciopero generale assieme alla UIL, si è dimostrata essere tutta a favore dei redditi superiori ai 40 mila euro. Ribadisco, non abbiamo bisogno di “flat tax”, non occorre abbassare ma spostare il peso del gettito fiscale, perché la posta in gioco è uno stato sociale da rilanciare con forza e non da liquidare.

C’è una specifica questione sociale che riguarda la nostra regione? Se sì, quali sono a sua volta i termini?

La nostra regione è un territorio storicamente forte, ma non vive isolata dal contesto generale e non può farcela da sola. Vorrei sottolineare un aspetto piuttosto preoccupante: il saldo demografico negativo, in cui la denatalità non è più compensata da un saldo migratorio positivo interno, soprattutto dal Sud, che finora ha contribuito a rendere fortemente competitiva la manifattura di questa regione. E’ quello che gli studiosi chiamano “inverno demografico”: l’Emilia Romagna è ormai una regione costituita per oltre un quarto da anziani, con una popolazione in età lavorativa sempre più ristretta e concentrata nelle fasce di età più alte. Sarebbe miope credere che la questione demografica non impatti sul nostro modello di sviluppo, visto che abbiamo bisogno di attrarre manodopera da altri luoghi, di evitare le migrazioni verso l’estero (anche il nostro territorio, negli ultimi anni, non è stato immune dal fenomeno della “fuga dei cervelli”) e anzi di attrarre nuovi talenti. Così come sarebbe miope credere che la questione demografica non impatti sul nostro modello sociale. Con una popolazione sempre più anziana la conseguenza è la messa a rischio dei sistemi di protezione sociale e la pandemia ha poi aggravato questa situazione sul fronte sanitario. Per scelta politica nazionale, mancano all’appello le risorse per coprire le spese sostenute da tutte le Regioni per l’emergenza Covid. La priorità accordata con voto quasi unanime del Parlamento alle spese militari, come accennato, non aiuta. Nella nostra regione il saldo passivo è di almeno 500 milioni. Si rischia un cambio di paradigma in negativo. Siamo arrivati ad assistere all’appalto di alcuni punti di pronto soccorso, con medici che escono dal sistema pubblico per rientrarvi come soggetti privati associati, con costi che lievitano per le casse pubbliche. Falle che vanno tamponate immediatamente, altrimenti diventa alto il rischio che il privato si accaparri i pezzi più appetibili e remunerativi della sanità, lasciando una sanità pubblica residuale per i più poveri e fragili, con un bisogno di cura che lascia il campo alle esigenze di profitto del mercato. Non lo possiamo consentire.

Si sta poi affacciando il tema, che diventerà esplosivo nei prossimi anni, di quella che io chiamo la “generazione grigia”: lavoratrici e lavoratori ultra-sessantenni, che le riforme pensionistiche di stampo draconiano del decennio passato costringeranno a lavorare fino a 68-69 anni. Uomini e donne spesso figli di genitori molto anziani da assistere, spesso genitori di figli in condizioni di precarietà da aiutare, talvolta nonni di nipotini da accudire. Una generazione di “quasi-anziani” che rischia di dover sostenere il mondo sulle proprie spalle. Un tema oggi molto sottovalutato ma che impone una seria riflessione sui sistemi di protezione sociale.

La nostra regione ha sempre mostrato nella sua lunga ed esaltante storia manifatturiera una speciale inclinazione all’export, detto altrimenti una vocazione “mercantilista”. Reputi che la nuova situazione geopolitica da un lato e la crisi conclamata della globalizzazione richiedono una messa in discussione di quella particolare vocazione?

E’ un modello che nasce anche dal protagonismo e dalle intelligenze delle lavoratrici e dei lavoratori. Vocazione manifatturiera, vitalità produttiva, eccellenze: quasi una necessità l’export. Sarà da rivedere? In un contesto, che in tanti preconizzano, di almeno parziale de-globalizzazione, con scambi commerciali per blocchi continentali omogenei, il quadro di riferimento si stringe e le catene del valore si accorciano. L’export difficilmente potrà essere a tutto campo come lo è stato in un passato anche recente.

Ritorno ai temi più dibattuti in questo momento nel Paese, il sindacato a me pare giustamente abbia aperto al salario minimo, stando però attenti a conciliarlo con la contrattazione. Ci puoi spiegare più nel dettaglio questa posizione che secondo me arricchisce la discussione sul tema?

I termini del dibattito stanno cambiando. Il salario minimo costruito come salario legale puro, svincolato dalla contrattazione, continua a presentare a mio avviso molte criticità, perché concede una “via di fuga legale” a chi non vuole sottostare ai contratti. Ma legare il salario minimo alla contrattazione, a cui venga finalmente attribuita un’efficacia erga omnes sostenuta da una legge sulla rappresentanza sindacale aprirebbe una prospettiva diversa, a cui guardiamo con favore. Faccio questo ragionamento: nello scenario internazionale l’Europa, se nelle prospettive nefaste che la guerra sta aprendo non vuole finire come il vaso di coccio tra i vasi di ferro, deve sostenere la domanda interna attraverso la tutela dei redditi medio-bassi, lo stesso vale per il nostro Paese. Puntare su un reddito legale tout court, sganciato dalla contrattazione, porta con sé il rischio di una compressione ulteriore dei redditi da lavoro e di un lavoro ulteriormente impoverito, in perfetta continuità con le politiche degli ultimi decenni; legare invece il salario minimo alle dinamiche della contrattazione, all’efficacia erga omnes dei contratti e alla certificazione della rappresentanza offre una prospettiva completamente diversa.

Le polemiche sul reddito di cittadinanza?

Come ti è noto, non siamo mai stati “tifosi” del reddito di cittadinanza, la nostra idea fondamentale era e rimane quella di un “lavoro di cittadinanza”: riteniamo cioè che lo Stato debba determinare le condizioni di una piena e buona occupazione. E’ innegabile, tuttavia, che nell’emergenza degli ultimi due anni e mezzo il reddito di cittadinanza abbia fatto da parziale cuscinetto, impedendo lo scivolamento di decine di migliaia di famiglie nella condizione di indigenza. Nel nostro territorio, numeri alla mano, è sempre rimasto uno strumento residuale. Le polemiche, fra l’altro alimentate proprio da settori imprenditoriali della nostra regione, sul reddito di cittadinanza come fattore ostativo al reperimento di manodopera sono del tutto pretestuose, se pensiamo ai numeri davvero molto ristretti dei percettori. La manodopera non si trova perché, come detto, continua a calare la popolazione in età lavorativa e dunque è più difficile incrociare domanda e offerta, e poi perché fortunatamente in Emilia-Romagna molti giovani sono ancora nelle condizioni di poter rifiutare contratti indecorosi e salari sotto la soglia della dignità.

Per ultimo ti chiedo le tue previsione e, perché no, speranze per la nostra regione e più in generale per il nostro Paese collegandole al prossimo Congresso della Cgil, che si celebrerà dopo le elezioni politiche

Ci attendono due sfide, entrambe decisive: la prima è la necessità di allargare gli spazi della democrazia e della partecipazione nel Paese, dentro e fuori dai luoghi di lavoro; la seconda, sfidare la politica e soprattutto la sinistra alla ricostituzione di una rappresentanza politica del lavoro, quasi assente negli ultimi vent’anni. Questo darebbe più forza anche a noi nel nostro sforzo di rappresentanza sociale del mondo del lavoro.

Sono sfide difficili da sostenere perché il nostro Paese è nel pieno di un’emergenza democratica, anzi quell’emergenza democratica si aggira per l’intera Europa come uno spettro; solo, da noi è più acuta che altrove, certificata dalla scarsa partecipazione al voto in tutte le ultime tornate elettorali. Le masse popolari non vedono più nella politica lo strumento di risoluzione dei loro problemi, questo è un fatto pericoloso. E lì dentro c’è anche una parte del mondo che noi rappresentiamo.

Gli scenari pericolosi possono essere di due tipi: o quello di una presa del potere da parte di una destra autoritaria e anticostituzionale oppure l’altro, quasi altrettanto allarmante, di un governo tecnocratico che faccia a meno del popolo, con l’affacciarsi un “populismo dell’élite”, sia pure nel quadro di rispetto delle forme esteriori di democrazia e libertà. Il fatto è che sempre più persone considerano la democrazia un esercizio inutile, è un sentimento che come prima organizzazione di massa del Paese abbiamo il dovere di contrastare perché, se dovesse diventare strutturale, saremmo all’esaurimento della ragione politica del ‘900 che recava la promessa di emancipazione delle classi subalterne. Da qui la sfida alla politica per rilanciare una rappresentanza larga del lavoro che possa prendere ispirazione, ad esempio, dalla nostra Carta dei Diritti del 2016.

La principale nota di speranza, forse e nonostante i luoghi comuni, è data da tanti giovani e giovanissimi, quelli dei “Fridays for Future” e non solo, che incarnano con le loro stesse forme e stili di vita un modello sociale ed economico alternativo non solo al neoliberismo, ma per certi versi allo stesso paradigma economico capitalistico. Un’istanza di trasformazione radicale che proviene da mondi differenti rispetto a quelli tradizionali del movimento operaio, che esige una rappresentanza sociale allargata. Dobbiamo avere l’umiltà di riconoscerlo e al tempo stesso l’orgoglio e la convinzione di riconnetterlo col mondo del lavoro, da cui non si può prescindere per una prospettiva di emancipazione che preveda un cambio di modello di sviluppo. Ecco, per concludere, occorre creare ponti di relazione con i movimenti sociali, giovanili, ambientalisti e pacifisti in grande fermento.