Senza patria, bastardi dell’umanità

Per motivare le ragioni storiche e culturali, finanche antropologiche della sinistra patriottica, partirei da una domanda: perché le destre nazionaliste si affermano ovunque in Occidente, al di là e al di qua dell’Atlantico? Quali sono le date, gli eventi rilevanti per spiegare la loro affermazione?

Sul piano macroeconomico, il periodo di riferimento è il 2007-2008, il tornante del collasso della finanza sub-prime negli USA. Cosa c’è sotto? L’impoverimento del lavoro e delle classi medie. L’indebitamento delle famiglie è condizione necessaria per i consumi di cittadinanza, per fare la casse media o muoversi verso i consumi da classe media. Il reddito da lavoro è insufficiente. Viene coniato l’ossimoro working poor.

Sul piano politico, gli effetti si manifestano compiutamente nel 2016: a giugno, nel Regno Unito, nel referendum pro-Brexit; a novembre, nella vittoria di Donald Trump per la Casa Bianca. Nell’editoriale de The Economist, il giovedì successivo allo sconvolgete risultato elettorale negli USA, è scritto: “History is back”. Era propagandistico il mantra di moda dopo l’abbattimento del Muro di Berlino: “La fine della storia e l’ultimo uomo” nel titolo del best seller di Francis Fukuyama. Invece, insieme ala Storia, anche la Politica è tornata.

In sintesi, si manifesta l’insostenibilità sociale, macroeconomica, ambientale, geopolitica e spirituale della regolazione neoliberista del capitalismo, in particolare nell’Unione europea, sua versione estrema, alimentata dal mercato unico tra sistemi nazionali radicalmente disallineati in termini di condizioni del lavoro, tassazione, welfare.

Qual è il segno prevalente, decisivo, del voto nel Regno Unito e negli USA? Domanda di protezione sociale e identitaria. Da quasi 20 anni, siamo in un “momento Polanyi”: una fase analoga agli anni 20 del ‘900, la fase illuminata dal Karl Polanyi nella quale il dominio del mercato, ossia la marginalizzazione della politica democraticamente legittimata, porta allo spiaggiamento economico e allo smarrimento identitario e diventa insopprimibile la domanda di protezione, appunto sociale e culturale.

La Brexit è il tentativo di mettersi fuori dal mercato europeo percepito, correttamente, come leva di dumping sociale e fiscale. Trump è l’uomo dei dazi, termine evocativo, al di là della effettiva funzione economica, di protezione del lavoro e delle comunità dissanguate dalla furia del mercato globale senza controllo politico, in particolare dopo l’ingresso della Cina nel WTO.

Emerge una forte domanda di comunità. Le domande di comunità sono, innanzitutto, domande di comunità nazionale, di appartenenza, di patria, la comunità politica di riferimento. Le domande di protezione sono rivolte allo Stato nazionale, garante e protettore della comunità nazionale, unica dimensione democratizzata e unica dotata di istituzioni di garanzia dei diritti sociali fondamentali.

Chi sono i principali protagonisti sociali del ribaltamento del tavolo globalista ed euro-liberista? Lavoratrici e lavoratori subordinati al mercato, dipendenti e autonomi, piccole imprese, vittime dei movimenti senza filtri di capitali, merci, servizi e persone. È il popolo. Sono le periferie. Le periferie sociali, i lavoratori precarizzati, impoveriti, impauriti avvertono l’insopportabile suprematismo etico della sinistra ufficiale: la ‘sentono’ distante moralmente e culturalmente, non soltanto socialmente e territorialmente, estranea, finanche colpevole.

Le loro domande di protezione si dirigono, inevitabilmente verso gli outsiders: da un lato, i movimenti definiti “populisti” dall’establishment e dai media mainstream (Podemos in Spagna, M5S in Italia, La France Insoumise in Francia, BSW in Germania) e, dall’altro, alle variegate destre nazionaliste e tradizionaliste, da ultimo, negli USA anche tecno-teo-populiste (la Lega Nord in Italia trasformata da Matteo Salvini in Lega nazionale; Rassemblement National in Francia; AfD in Germania, MAGA e i ‘broligarch’ a partire da Peter Thiel in USA).

In un “momento Polanyi”, per ricostruire “connessione sentimentale” (Antonio Gramsci) con le fasce di popolo più in difficoltà è necessario riscoprire il senso relazionale-identificativo, protettivo, solidaristico e cooperativo dei termini “Patria” e “Nazione”. Patria e Nazione, come pure famiglia e Dio, non sono categorie intellettuali, morali e politiche delle destre. Le destre le hanno prese in ostaggio con la complicità implicita delle sinistre liberal-progressiste cosmopolite, precipitate nell’individualismo proprietario e, senza cultura del limite, cadute nel nichilismo.

Il tentativo di Habermas di spostare il patriottismo sul piano della razionalità comunicativa non funziona. Il ‘suo’ patriottismo costituzionale è intrinsecamente elitario, soprattutto quando intende varcare i confini nazionali. La prassi comunicativa, esaltata da Habermas, non genera appartenenza sociale, non è una prassi di popolo. L’integrazione comunitaria, condizione necessaria per una democrazia sociale, non è possibile attraverso le procedure del discorso razionale e dell’agire comunicativo. Non si costruisce popolo attraverso l’agire comunicativo, tanto più popolo europeo. L’Unione europea può avere una natura democratica e di popolo soltanto se è incontro tra comunità nazionali che si riconoscono reciprocamente nelle loro specificità. Qui, Wolfgang Streeck ha indicazioni interessanti, da approfondire.

Nazione, Patria, Sovranità sono concetti ambivalenti. Semplifico, spero senza fare caricature. Da un lato, troviamo l’interpretazione risorgimentale e costituzionale, quindi il Nation building come condizione necessaria per la conquista delle libertà e dei diritti. La Costituzione italiana, scritta con il sangue dei partigiani impegnati nella Resistenza e nella guerra al nazi-fascismo, ne conferma la necessità e il senso progressivo, emancipativo, solidale di Nazione, Patria e Sovranità. L’art 67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione…”. Nella dimensione nazionale non vi sono individui, non vi sono soltanto persone, famiglie o classi, vi è la Nazione. L’art 52: “La difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino”, l’unico articolo della Carta dove un dovere è agganciato alla dimensione teologico-politica del ‘sacro’. Infine, l’art 1: “La sovranità appartiene al popolo”, anche qui è chiara la dimensione relazionale pre-politica.

Sul versante opposto all’interpretazione risorgimentale e costituzionale, c’è l’interpretazione dei regimi autoritari, estrema nel Fascismo e nel Nazismo. Dove nazione è razza, ius sanguinis, supremazia, dominio, identità statica, esclusivista, confessionale, organicista, corporativista, repressiva del conflitto sociale, ma conflittuale verso l’altro (lo straniero, il dissenso interno, il credente in altra religione), prima anti-semita, ora islamofobica e strumentalmente ultra-sionista.

Ciascuna interpretazione ha un versante interno e un versante esterno, coerenti ed inestricabili: l’interpretazione costituzionale è caratterizzata dal nesso stretto libertà-uguaglianza all’interno e cooperazione all’esterno; all’opposto, l’interpretazione autoritaria, lega restrizione delle libertà e gerarchia sociale all’interno e aggressività all’esterno. Nel caso delle medie potenze, come gli Stati europei, esalta il nemico alle porte, la Russia “minaccia esistenziale” insistono a ripetere le risoluzioni del Parlamento europeo e i comunicati conclusivi dei vertici dei Capi di Stato e di Governo.

Segnalo che l’ambivalenza appena abbozzata non è condivisa da filoni culturali e politici significativi. In questa fase storica, in larghissima parte della sinistra ufficiale, sia della sinistra cosiddetta “riformista”, sia di quella “radicale” o “antagonista”, i concetti di Patria e Nazione, finanche sovranità, non sono considerati ambivalenti, ma univoci: possono soltanto avere il senso inteso e praticato dalle destre. Insomma, sono interpretati come inevitabilmente regressivi. Da qui, la tendenza a considerare, nel migliore dei casi, subalterno alla destra nazionalista chi, da sinistra, li assume nella loro valenza costituzionale. 

Nella storia europea, Patria, come pure Nazione, nascono e si affermano come concetti emancipativi, solidaristici, cooperativi. In Italia, le principali culture politiche ne son segnate.

Scrive Giuseppe Mazzini, repubblicano (“Dei doveri dell’uomo”, 1860): “Senza patria, voi non avete nome, né segno, né voto, né diritti, né battesimo di fratelli fra i popoli. Siete i bastardi dell’umanità. … non vi illudete a compiere, se prima non conquistate una patria, la vostra emancipazione da una ingiusta condizione sociale; dove non è patria, non è Patto comune, al quale possiate richiamarvi: regna solo l’egoismo degli interessi, e chi ha predominio lo serve, dacché non v’è tutela comune a propria tutela”.

Benedetto Croce, filosofo illustre, liberale, dopo aver dolorosamente attraversato la buia stagione fascista e nazista, afferma: “[L’amore della patria] fu non tanto pervertito quanto piuttosto soppiantato dal cosiddetto nazionalismo, che accusava i suoi avversari, non già di essere ‘antipatriottici’, ma, come si diceva, antinazionalisti; e tuttavia una certa confusione rimase tra i due diversi concetti e i due diversi sentimenti, cosicché la ripugnanza sempre crescente contro il nazionalismo si è tirata dietro una sorta di esitazione di ritrosia a parlare di ‘patria’ e di ‘amor di patria’. Ma se ne deve riparlare, e l’amor di patria deve tornare in onore appunto contro il cinico e stolido nazionalismo, perché esso non è affine al nazionalismo, ma è il suo contrario”.

Per il versante socialista e comunista, richiamo un articolo di Palmiro Togliatti del luglio-agosto 1945 su Rinascita: “Assai spesso, i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti e dei socialisti, invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia. … È ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. La classe operaia moderna è il nerbo delle nazioni, non solo per il suo numero, ma per la sua funzione economica e politica. L’avvenire della nazione riposa innanzi tutto sulle spalle delle classi operaie. … Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trusts internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi”.

A confermare il patriottismo della sinistra, si potrebbero ricordare le pagine dolorose delle lettere di decine di ragazzi condannati a morte durante la Resistenza al fascismo. Si potrebbe richiamare la denominazione delle unità di partigiani nate su iniziativa delle sinistre durante la Resistenza: GAP, “Gruppi di Azione Patriottica”. Infine, si potrebbe sottolineare che, ancora oggi, la rivista ufficiale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) è “Patria indipendente”.

Perché, da qualche decennio, per larghissima parte dell’area progressista e, in particolare, per la sinistra, sia la sinistra di governo e, ancor di più la sinistra radicale o antagonista, Nazione, Patria e Sovranità sono diventate brutte parole della destra? Perché chi le richiama nel loro significato democratico e progressivo, viene etichettato dalle sinistre ufficiali come “rossobruno”?

La svolta regressiva si avvia con il ‘68, un movimento di liberazione straordinariamente positivo, plurale, complesso, finanche contraddittorio. Un movimento che, soprattutto a partire dagli anni ‘70, in alcune sue componenti interpretò i confini, le frontiere, la Patria, la Nazione, la Sovranità, lo Stato come divieti, prigioni per l’individuo, come fattore di gerarchizzazione e sopraffazione tra gli uomini e le donne, barriere all’universalità dei diritti e delle libertà, come strumenti di differenziazione dell’umanità dettati dal Capitale per fermare la carica travolgente delle “moltitudini”, per riprendere il lessico di uno dei maggiori intellettuali autori di tale linea, recentemente scomparso, Toni Negri.

Poi, dopo l’abbattimento del Muro, nell’89, il dispiegamento dell’ideologia e del dominio neo-liberista ha completato l’opera di demonizzazione dell’appartenenza nazionale, del valore positivo della Patria, della funzione democratica essenziale della Sovranità. Erano ostacoli al dispiegamento del mercato centrato sull’individuo consumatore, schiavo del consumismo, ma raccontato come unico sovrano. L’egemonia neo-liberista arriva come ‘rivoluzione passiva’ (ancora una categoria gramsciana) su tutte le sinistre, riformiste, radicali, antagoniste, attraverso la celebrazione del valore della libertà di movimento assoluto di capitali, merci, servizi e persone: un valore intrinsecamente progressivo.

Nel “vecchio continente”, la demonizzazione diventa europeismo fideistico, teologia politica sostituiva dell’orizzonte socialista.  

Eppure, proprio le sinistre cosmopolite, global e alter-global, entrano sistematicamente in contraddizione con le loro stesse posizioni ideologiche quando sbattono con la realtà politica. Ad esempio, sull’endemico conflitto israelo-palestinese, sostengono, giustamente, la prospettiva “due popoli, due Stati”. In particolare, esprimono, giustamente, solidarietà e sostegno al popolo palestinese nella richiesta di permanere sulla propria terra. Li supportano, giustamente, nella rivendicazione di un proprio Stato, definito inevitabilmente da confini e frontiere, tratti divisivi e, in quanto tali, essenziali per riconoscere e coltivare la propria identità.

La contraddizione diventa ancora più stridente quando il concetto di patria viene riferito in termini positivi alla dimensione europea, come pure si ribalta nella dimensione continentale, il concetto di sovranità. Insomma, il significato negativo nel significante è questione di scala. Patria: per l’Ue si può dire; per la propria nazione, no. Sovranità europea è progressivo, sovranità nazionale regressivo, come se, oltre i confini dell’Ue non ci fosse comunque l’altro, trasformato in nemico dalla dimensione nazionale. Si è arrivati finanche a introdurre la categoria di “nazionalismo europeo” (Fabbrini, Il Sole 24 ore, 13/03/26).

Oggi, è decisivo per chi è impegnato nella sfida per la centralità della persona, per la dignità del lavoro, per la giustizia sociale, per la conversione ecologica, per la pace, riappropriarsi dei concetti di Nazione, Patria e Sovranità.

È insopprimibile la domanda di legami sociali, di riferimenti solidi, identitari, di storia, di limite. Il confine, dato di realtà magistralmente colto da Franco Cassano in “Pensiero meridiano”, è condizione di identità: senza confini non c’è identità, non ci può essere sovranità, quindi libertà della persona. Il confine, come la frontiera, non deve essere muro. Certo divide. La divisione può essere distinzione, non separazione e tanto meno leva di sopraffazione. In quanto linea di divisione, può essere anche linea di incontro, non deve essere soltanto linea di scontro. Certo, il confine e le identità rischiano di diventare negazione dell’altro, ossia la visione regressiva dei concetti nazione, patria e sovranità. Ma il rischio è ineliminabile. Va affrontato con piena consapevolezza dei pericoli. Ma va affrontato.

L’irrinunciabilità alla declinazione costituzionale di Nazione, Patria e Sovranità implica, inevitabilmente, la rideclinazione delle relazioni tra gli Stati dell’Ue. L’integrazione europea non va avanti, non può andare avanti, al di là dei nostri desiderata, con operazioni dall’alto, in riferimento ad un inesistente popolo europeo. Il popolo ha irrinunciabili radici nazionali e l’integrazione può procedere soltanto come incontro di popoli e comunità nazionali, non come loro superamento. Scrive in “Sommersi e salvati” Primo Levi, ebreo, partigiano, sopravvissuto ad Auschwitz (pag. 145): “Eppure non mi sento di negare che uno spirito di ogni popolo esiste (altrimenti non sarebbe un popolo), una Deutschtum, una italianità, una hispanidad: sono somme di tradizioni, abitudini, storia, lingua, cultura. Chi non sente in sé questo spirito, che è nazionale nel miglior senso della parola, non solo non appartiene per intero al suo popolo, ma neppure è inserito nella civiltà umana”. Solo se ogni popolo del continente avrà consapevolezza della propria storia, della propria cultura, della propria identità, soltanto se ogni specifica storia, cultura, identità sarà conosciuta da ogni altro popolo del continente, si potranno riconoscere i tratti comuni. Soltanto così si potranno definire e condividere le necessarie politiche pubbliche europee.

Insomma, gli Stati Uniti d’Europa sono una pericolosa astrazione tecnocratica. Insistere sull’eliminazione del principio di unanimità nel Consiglio dei Capi di Stato e di governo Ue, in assenza di una vera costituzione europea legittimata dal consenso popolare, implica svuotare ulteriormente le democrazie nazionali e compiere un atto di “sovversivismo dall’alto”.

Prima o poi, riusciremo a discutere, senza scomuniche preventive di sovranismo, di qual è l’Europa possibile e non soltanto dell’Europa necessaria sognata dalle élite illuminate? Non è ancora chiaro che l’affidamento al pilota automatico per la rotta funzionalista porta a sbattere?

La produzione necessaria di beni comuni e di regolazioni europee non passa, non può passare, dalla cancellazione delle appartenenze nazionali in riferimento ad un’astratta, impossibile, a-storica, “Nazione europea”, “Patria europea”, “Sovranità europea” e ad un altrettanto astratto, impossibile, a-storico “popolo europeo”. Invece, può realizzarsi attraverso sentieri alternativi alla strada federalista percorribile soltanto sul piano tecnocratico e autoritario. Può passare per la cooperazione tra Nazioni, Patrie, Sovranità, popoli. Insomma, come indicato anche nel Rapporto dei 12 esperti franco-tedeschi del settembre 2023, incaricati di redigere un progetto per la riforma istituzionale dell’Ue, l’integrazione, anche nel suo ambito più ristretto, la “vecchia Europa”, può essere inter-governativa, non federale. Più che a riprodurre il funzionamento dello Stato nazionale a scala europea, dovremmo impegnarci ad individuare forme istituzionali originali in grado di coniugare democrazia nazionale e policy sovranazionali. È il percorso di ricerca per la demoicracy  europea, portato avanti da studiosi di grande autorevolezza. Kalypso Nicolaïdis, professoressa di Relazioni internazionali all’Università di Oxford, consulente di vari governi europei e delle principali istituzioni comunitarie, definisce così la demoicracy: “è un’unione di demos, intesi come Stati e cittadini, i quali governano insieme ma non come un solo demos. Essa rappresenta una terza via rispetto a due alternative, entrambe le quali fanno coincidere la democrazia con un solo demos: in quanto demoicracy in fieri, l’Unione Europea non è né un’Unione di Stati democratici come vorrebbero i “sovranisti”, né un’Unione in via di divenire uno Stato democratico, come vorrebbero i “federalisti”. L’Unione Europea intesa come demoicracy dovrebbe rimanere un processo orientato alla composizione delle tensioni derivanti dal perseguimento di una reciproca apertura tra popoli diversi. […] In quanto demoicracy, l’Unione Europea richiede ai suoi popoli non soltanto di aprirsi l’uno verso l’altro, ma di riconoscere reciprocamente i rispettivi assetti politico-istituzionali e tutto ciò che li costituisce: i rispettivi passati, i loro patti sociali, i loro sistemi politici, le loro tradizioni culturali, le loro pratiche democratiche”.

Insistere sui principi di libertà, eguaglianza e fraternità è sterile senza valorizzarne il presupposto sentimentale e materiale evocato dalle parole della Costituzione: Nazione, Patria, Sovranità.

[Articolo pubblicato su La Fionda, 15 aprile 2026]


L’Europa paga dazio. Serve un cambio di rotta

Ieri, il Presidente Trump, attraverso una maleducata lettera alla Presidente von der Leyen, ha annunciato dazi generali del 30% sulle importazioni dall’Ue. La reazione della nostra Presidente del Consiglio, del cancelliere Merz, di altri governi dell’Unione e della Commissione europea è stata: continuiamo a negoziare. Domanda: dopo aver piegato la testa sull’assurdo e insensato aumento di spesa militare al 5% del Pil per larga parte finalizzato ad acquistare armamenti Made in USA; dopo aver accettato di comprare a Washington il gas necessario all’Ue a un prezzo 3-4 volte maggiore di quanto prima pagato a Gazprom; dopo aver approvato in sede G7 esclusione delle multinazionali statunitensi dalla tassazione minima condivisa in sede OCSE, cosa dovremmo ancora sacrificare per ridurre i dazi imposti dalla Casa Bianca? Gli standard minimali di sicurezza inclusi nell’European Digital Act? Gli standard sanitari e ambientali previsti per l’import di prodotti dell’agro industria nei nostri mercati?
Prima di genufletterci ancor di più, siamo sicuri che il mercato americano sia condizione esistenziale per le economie europee? Qui non è questione di ridurre i danni provocati dal cavallo pazzo a capo dell’impero occidentale in attesa che passi la nottata. Qui siamo di fronte a nodi strutturali. Non è ancora chiaro che la lunga stagione mercantilista è finita e gli Stati Uniti non possono più fare il consumatore globale a debito per assorbire l’export e alimentare la crescita di Ue e Cina?
Se le classi dirigenti europee invece di continuare a farsi e farci umiliare, smettessero di negoziare con l’Amministrazione Trump e iniziassero a discutere un’agenda di riconversione di parte delle attività europee verso la domanda interna? La risposta dei ‘controdazi’ può essere uno scatto di dignità fuori tempo massimo, ma non cambia il quadro.
Va radicalmente spostato il terreno di gioco. Se invece di impegnarsi a spendere, in media, 2 punti di Pil Ue (quasi 300 miliardi di euro all’anno) per comprare altre valanghe di armi USA dedicassimo le risorse indicate in sede NATO per finanziare investimenti nelle nostre infrastrutture materiali e immateriali (anche il catalogo incluso nel Rapporto Draghi può andar bene)? Se invece di continuare a svalutare il nostro lavoro, cominciassimo a migliorare salari e redditi delle microimprese e il loro conseguente potere d’acquisto? Se invece di fare eccezioni sulla tassazione delle multinazionali, introducessimo un’imposta uniforme sul fatturato maturato nell’Unione europea dalle imprese di qualsivoglia nazionalità (quindi eliminassimo i paradisi fiscali interni, ad esempio in Olanda e Irlanda, e sanzionassimo le imprese con residenza nei paradisi fiscali extra-Ue)? Se iniziassimo a farci carico direttamente del difficile negoziato con la Russia per far terminare il massacro del popolo ucraino e ricostruissimo relazioni commerciali minimali con Mosca, senza rinunciare al potenziamento della nostra capacità difensiva e alla protezione della sicurezza di Kiev? Se provassimo a costruire una partnership commerciale equilibrata con la Cina e i Brics in generale e a costruire intese nelle istituzioni finanziare multilaterali (FMI e Banca Mondiale, in primis)?
Il punto politico non è fare ulteriori e più dolorose offerte al Dio irato per salvare un passato manifestamente insostenibile, sul piano economico e spirituale, sia dall’altra parte che da questa parte dell’Atlantico. Ma prendere atto che la storia a egemonia e dominio occidentale è davvero finita e che è finita la sua ultima versione: il capitalismo a regolazione neoliberista e mercantilista. Il principale ostacolo all’avvio di un’altra Storia non è Trump che, all’opposto, ne può essere levatore involontario. L’ostacolo sono la stragrande maggioranza delle nostre classi dirigenti della politica, della comunicazione, della cultura: dopo essere state protagoniste della tramontata stagione e aver esaltato le sorti magnifiche e progressive del primato assoluto dei movimenti di capitali, merci, servizi e persone realizzato a scala globale e nel mercato unico europeo, come possono interpretare credibilmente un paradigma alternativo? Servirebbe un cambio di classi dirigenti per un cambio di agenda. Ma dove sono classi dirigenti adeguate al ritorno della Storia e della Politica?


L’economia di Francesco

All’ipocrisia indossata dalle ‘autorità’ in arrivo al ‘funeral party’ per Papa Francesco, denunciata da Travaglio, si accompagna il tentativo di normalizzare il messaggio eversivo del pontefice appena scomparso. Viene raccontato come “il Papa degli ultimi” per ridimensionarne la portata etico-politica a innocuo promotore di assistenza sociale, funzionale a sollecitare un minimo di auto-contenimento ai padroni del mondo, finito il conflitto sociale e sconfitto il lavoro come soggetto politico. Insomma, l’incasellamento ideale per puntellare lo squilibrato e pericolante ordine economico e politico dato.

Evangelii gaudium

È rimossa la radicalità della sua parola, instancabile, controcorrente, coraggiosa per il primato dell’umano sulla Guerra, sull’Economia, sulla Tecnica. Eppure, Papa Francesco parlava chiaro. Nutrito dalla dottrina sociale della Chiesa, interpretava la guerra come conseguenza ultima di un’economia ingiusta e la corsa al warfare come copertura del fallimento delle classi dirigenti sul welfare. Lo scriveva nell’ “Evangelii gaudium” (Eg), esortazione pubblicata a pochi mesi dall’elezione a Vescovo di Roma.

La denuncia della fase neo-liberista del capitalismo post ‘89-91 è netta sin dall’avvio del suo magistero: “questa economia uccide … Oggi tutto entra nel gioco della competitività … Si considera l’essere umano in sé stesso come bene di consumo che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello ‘scarto’ che, addirittura, viene promossa (Eg #53). … In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della ‘ricaduta favorevole’ … Si è sviluppata la globalizzazione dell’indifferenza” (Eg #54). La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano (Eg #55).

Un’economia della vita

Qui sta la negazione inappellabile del mainstream: il primato dell’umano è irrinunciabile. Oramai, dovrebbe essere evidente: l’antropologia liberista fondata sull’individualismo utilitaristico, ossia sulla massimizzazione dell’utilità individuale attraverso la relazione con l’altro affidata al mercato e alla tecnica a-morale, è insostenibile. Era antropologicamente infondato l’intero racconto a sostegno dell’imperialismo USA dopo la vittoria della Guerra fredda: l’ideologia de “La fine della Storia e l’ultimo uomo”, riassunta nel titolo del best seller di Francis Fukuyama, non ha piegato la realtà. “La realtà è superiore all’idea”. Così, la prospettata pacificazione globale liberal-democratica è naufragata. Ha vinto la speranza: la persona irriducibile a consumatore.

La controffensiva di Francesco muoveva dal riconoscimento dell’insostenibilità del “nostro capitalismo”. Insostenibilità ambientale, sociale, relazionale e, in primis, spirituale: “L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, prima di essere un cercatore di beni è un cercatore di senso” (Assisi, 24/09/22). Il 1° Maggio 2019, nella giornata dedicata alla dignità del lavoro, con una lettera aperta rivolta, in particolare, a giovani economisti, promuoveva gli incontri annuali di Assisi per l’“Economia di Francesco”. Al primo ritrovo, così si rivolgeva ai presenti: «Voi siete chiamati a diventare artigiani e costruttori della casa comune, una casa comune che sta andando in rovina. Diciamolo: è così. Una nuova economia, ispirata a Francesco d’Assisi, oggi può e deve essere un’economia amica della terra, un’economia di pace. Si tratta di trasformare un’economia che uccide in un’economia della vita, in tutte le sue dimensioni».

Il cammino per ridefinire il fondamento antropologico dell’economia politica e promuovere lo sviluppo umano integrale va portato avanti, innanzitutto nelle università. L’evento dell’Economia di Francesco, previsto a Roma dal 28 al 30 novembre, può essere incisivo.

[Articolo già pubblicato su “Il Fatto quotidiano” del 25 aprile 2025]


Una lezione, non solo per la sinistra tedesca

Il voto per il parlamento tedesco di domenica scorsa rispecchia fedelmente quanto la Germania, ancor più di ogni altro socio del club continentale, sia destabilizzata dal ritorno della Storia. Il “wandel durch handel”, ossia l’esportazione della democrazia attraverso i mercati globali, ha funzionato al contrario: le democrazie occidentali, alimentate dal welfare State, sono divenute oligarchie sempre meno liberali. Profetico Emmanuel Todd nella “Disfatta dell’Occidente”. L’ordine neo-liberista globale, ancor più feroce nell’interpretazione mercantilista dominante nell’Unione europea, era insostenibile. Dal 2016, si accumulano evidenze: la Brexit, la prima vittoria di Donald Trump, poi l’ascesa ovunque delle destre nazionaliste e reazionarie.

La rimozione della realtà

La guerra permanente a Mosca ne ha aggravato le conseguenze. Tuttavia, anche in Germania, la più colpita, ha prevalso la rimozione della realtà. La leva per rimuovere è stata, anche qui, la questione migranti. Trattata sul piano identitario, è stata utilissimo capro espiatorio per chi la cavalca (AfD), ma altrettanto utile sostegno esistenziale per chi ha fatto scudo (Linke). Indubbiamente, l’arrivo senza adeguata integrazione dei migranti è un fattore di destabilizzazione culturale e sociale. Va affrontato con umanità e pragmatismo, ma certo è nodo politico di secondo piano rispetto alle cause strutturali della deriva.

La rimozione forzata dei nodi di fase non ha funzionato. Anche nel voto tedesco, lavoratori e classi medie in cerca di protezione sociale e identitaria si sono rivoltate contro il mainstream politico e culturale. In un contesto segnato dall’incapacità di prendere atto del tornante storico, senza prospettive credibili, in particolare nei Länder dell’Est, il voto ha punito, in misura diversa, i partiti protagonisti della costruzione della democrazia e del primato economico tedesco dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Innanzitutto, i partiti della ‘coalizione semaforo’. Collassa il suo consenso. Non si era mai verificata una tale caduta: dal 51,8% al 32,3%. Il partito guida, la Spd, crolla di quasi 10 punti percentuali (dal 25,7% al 16,4%). I liberali finiscono sotto la soglia di accesso al Bundestag. Soltanto i Verdi resistono.

Per il campo conservatore, il dato della CDU/CSU non è particolarmente confortante. Certo, arrivano primi, ma anche per loro si tratta del peggior dato raggiunto dopo una legislatura all’opposizione. Anche qui, nessuna sorpresa. Dall’opposizione, hanno sostanzialmente condiviso le decisioni cardinali del governo Scholz, ancora più supini all’amministrazione Biden di quanto lo sia stato il Cancelliere. Nè si sono distinti per indicare la direzione di marcia nella terra incognita. La ‘grande coalizione’ prevista Berlino ora vale meno del 45% in termini di consenso popolare.

AfD, partito razzista e autoritario, analogamente a quanto avviene ad ogni longitudine occidentale, raccoglie le domande di protezione sociale e identitaria e il favore degli oligarchi di Washington. ‘Vassallo felice’ della Casa Bianca, come gli altri ‘patrioti’, si consolida fuori dal governo, sempre più incisivo sul senso comune e sull’agenda politica. Il 20,8% in media federale, arriva al 34% ad Est e fa di AfD di gran lunga il primo partito.

Una lezione, non solo per la sinistra

Sull’altro lato del campo, la centralità della questione migranti ha invertito i rapporti di forza a sinistra, dove la Linke raggiunge una meta straordinaria (9%), mentre BSW, l’alleanza guidata da Sahra Wagenknecht, si ferma a ridosso del 5% e rimane fuori dal Bundestag. Dopo l’ottimo debutto al voto del 2024 per il Parlamento europeo (6,2%) e dopo gli eccellenti risultati di settembre scorso in Turingia, Sassonia e Brandeburgo (13,7% in media), le aspettative erano più ambiziose. Ma una parte del suo elettorato ad Est è tornata alla Linke, forse perchè BSW è apparsa equivoca verso AfD nei drammatici voti al Bundestag a fine Gennaio, oltre che troppo accomodante nel negoziato per approdare al governo della Turingia insieme a CDU e Spd.

Per la Spd, è di gran lunga il peggior risultato dalla sua fondazione nel 1887, anno di nascita del partito capostipite del movimento operario, modello per l’impianto ideologico e l’organizzazione politica socialista, socialdemocratica, laburista europea. Non è un caso nazionale. Il risultato dei socialdemocratici tedeschi esprime la perdita di senso politico distintivo e dell’originaria funzione di rappresentanza dell’universo del lavoro subordinato dell’intera famiglia politica socialista protagonista del migliore ‘900. In tale contesto, va letto il successo della Linke: la somma dei suoi voti con quelli della Spd precipita al 25,2% dal 30% del 2021. L’aggiunta dei Verdi porta l’arretramento a 9 punti percentuali. Insomma, è un travasamento di voti in un campo sempre più ristretto. Il paradigma espresso dalla BSW, schiacciato dalla strumentalizzazione politica e mediatica estrema, rimane decisivo per uscire dal recinto. Va coltivato. L’esclusione dal Parlamento è un handicap pesante. Tuttavia, i voti raccolti sono un patrimonio significativo, anche perché BSW è l’unico partito che sottrae voti a AfD.

Domande inevase

Le domande lasciate fuori dal passaggio elettorale ritornano inesorabili: quale Germania? Quale Europa? In un quadro di realismo, segnato dalla costruzione di una difesa comune europea, le classi dirigenti tedesche intendono essere protagoniste della rideclinazione di relazioni politiche e commerciali con la Russia, condizione necessaria per conquistare un minimo di ‘autonomia strategica’ sul piano economico e politico, ossia per arrivare a quell’ “indipendenza” dagli USA prospettata a caldo da Friedrich Merz, Cancelliere in pectore? Su tale discriminante, trainano una cooperazione rafforzata fondata sulla valorizzazione delle democrazie nazionali? Si misurano con l’urgenza di superare l’impianto ordoliberista della politica economica dell’Unione, soffocante camicia di forza per la stagione keynesiana da interpretare? Guidano il consolidamento degli strumenti di debito congiunto?

Le risposte a tali domande sono o dovrebbero essere, innanzitutto, a carico della famiglia socialista, della sinistra ufficiale e di chi ha cercato di riconquistare fasce di popolo delle periferie. Vale per la Germania. Vale dappertutto. È il terreno di ridefinizione del progressismo o comunque si soglia chiamare una visione utile agli interessi del lavoro.


Occidente senza Storia, Storia senza Occidente

Quali sono le ragioni alla base della scelta, compiuta dall’associazione “Patria e Costituzione” e dalle riviste di cultura politica “La Fionda” e “Fuoricollana.it”, di riproporre per il terzo anno consecutivo, quale epicentro della scuola di politica, l’analisi dello scenario internazionale?

L’urgenza di nuove decisioni

L’interpretazione del nesso nazionale-internazionale è fondativa e distintiva delle soggettività politica. È l’eredità più feconda degli “ordinovisti” di Torino, in primis Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. Ma, oltre al dato strutturale, vi è un dato “congiunturale”. Tale nesso, sempre centrale, oggi è ancora più rilevante. Perché? Lo riassume efficacemente Wolfgang Streeck nel suo ultimo saggio (Globalismo e democrazia. L’economia politica del tardo neoliberismo, Feltrinelli 2024): «Molto prima della pandemia e della guerra in Ucraina, la marcia verso una dottrina economica globale, politicamente immune alla democrazia e programmaticamente svuotata di dimensione politica per mano dello Stato, si è interrotta; al suo posto è cominciata la ricerca di un’alternativa che, secondo alcuni non esisterebbe, ovvero una rifondazione della politica, ridotta sotto il regime globalista a una semplice valvola delle forze di mercato governata dallo Stato». Siamo dentro una fase di transizione, post neoliberista e post globalista: «la crisi a lungo maturata … dell’ordine internazionale di tipo occidentale ha messo il mondo di fronte all’urgenza di nuove decisioni».

“Nuove decisioni”. Proprio così. L’interruzione della lunga marcia della regolazione neoliberista, cominciata dalla fine degli ‘70 e proseguita con una dirompente accelerazione dopo l’89, è definitiva. Non è una pausa. Il mondo unipolare Made in USA non ha retto l’ascesa di altri grandi attori regionali e planetari: non soltanto la Cina, l’India, il Brasile, la Corea, l’Arabia Saudita, soltanto per citarne alcuni. Anzi, il mercato senza confini, l’Economia senza Politica, preterintenzionalmente, l’ha favorita con i movimenti no borders di capitali, merci, servizi e persone. Dopo quattro decenni, è venuta fuori una scomoda verità: un’unica dottrina planetaria de-nazionalizzata, quindi de-democratizzata, affidata al “libero mercato”, alla governance globale e alla tecnocrazia, è intrinsecamente insostenibile, in quanto ingovernabile e radicalmente squilibrata sul versante sociale e umiliante sul piano antropologico.

La pandemia da Covid-19 e la guerra in Ucraina sono, al tempo stesso, conseguenza e suggello dell’insostenibilità di tale dottrina. Da tempo, fin dalla “Grande recessione” del 2007-2008, è evidente, a partire dai due epicentri della rivoluzione neoliberista, gli Stati Uniti con l’elezione di Trump alla Casa Banca e il Regno Unito con la Brexit, il ritorno della Politica, quindi dello Stato, a protezione delle società. In sintesi, siamo entrati in un nuovo tornante Polanyi.

L’illusione di un “ordine della guerra”

In tale quadro, proviamo a capire quali scenari si prospettano. Le forze e gli interessi impegnati per la centralizzazione imperiale, fallito il tentativo di legittimarla attraverso un crescente benessere economico per le classi medie, tentano la via militare? Puntano ad una ricostruzione della guerra “fredda-calda”, come scrive Antonio Cantaro, con la Cina nelle vesti dell’Unione Sovietica? Oppure, le parti più consapevoli e realiste delle classi dirigenti occidentali, i settori più intelligenti – quindi “generosi”, nel senso richiamato da Salvatore Minolfi – riconoscono la multipolarità del pianeta e si cimentano nella tessitura di un regime multilaterale, dove sistemi regionali di Stati, senza eccessive gerarchie al proprio interno, cooperano e edificano le condizioni necessarie per proteggere le classi medie e gli interessi del lavoratore?

I segnali arrivati negli ultimi anni, in particolare dai governi dell’Europa, non sono confortanti. Di fronte a una Storia in grado di fare a meno dell’egemonia occidentale, la “Storia senza l’Occidente” (ancora, efficacemente, Cantaro), l’Occidente appare senza Storia, senza la capacità di storicizzare la sua plurisecolare, ma non eterna, centralità. A causa della quarantennale fase di de-politicizzazione dell’economia, teorizzata e praticata, le classi dirigenti occidentali e, in particolare, quelle europee sembrano aver perso consapevolezza della natura degli eventi e dei compiti della Politica. Da Washington, si tenta di sostituire il controllo globale tentato con il mercato senza confini, con un illusorio ordine della guerra.

Dalla storia alla propaganda

Il fronte negli Stati Uniti è sostanzialmente bipartisan. In tale scenario, dalla Casa Bianca, Democratica o Repubblicana che sia, si punta a fare dell’Unione europea il “dipartimento civile della NATO globale” per fronteggiare le sfide poste dalla Cina e dalla Russia. La “resistenza” dei protagonisti del global south, aggregato variegato e disallineato per costituzione, ad arruolarsi nel campo occidentale è rappresentata e affrontata come un illegittimo vulnus al “diritto internazionale”, inteso come a-storico, naturale. Rimossa la Storia, l’analisi degli accadimenti viene sistematicamente piegata alla propaganda. Domina il presente assoluto. Così, la guerra per procura della NATO in Ucraina incomincia il 24 febbraio 2022 in conseguenza dell’invasione, “non provocata e ingiustificata” delle forze militari russe. In medio oriente, prima del 7 ottobre 2023, la martoriata area tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo era pacificata e il massacro senza fine del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania è una inevitabile conseguenza collaterale del “diritto di Israele a difendersi”, dopo il pogrom del 7 ottobre nei Kibbuz a confine con “la Striscia”.

L’Europa, tra warfare e welfare

Nei primi panel della scuola proveremo ad indagare in che misura siamo prossimi alla “Terza guerra mondiale” e il senso del controcanto “pacifista” solitario, almeno in Occidente, della Chiesa di Roma nel decennio di Papa Francesco. Poi sposteremo il focus proprio sulla fine degli Stati Uniti come “impero globale” alla vigilia delle elezioni presidenziali.

Da qui, arriveremo alla lettura della vicenda europea o, meglio, degli orientamenti prevalenti nelle principali nazioni dell’Unione europea. Siamo al bivio: tra warfare e welfare. Nonostante tutto, vogliamo esserlo. Con l’ottimismo della volontà, proponiamo una rotta alternativa a quella affidata dai principali governi e opposizioni del Continente alle spregiudicate mani di Ursula Von der Leyen, rieletta alla Presidenza della Commissione, subito dopo il voto a Strasburgo da parte di Popolari, Socialisti, Liberali, Verdi e Conservatori meloniani di una risoluzione per la continuazione della guerra in Ucraina.

Di primaria importanza per la strada da percorrere è il rapporto con gli Stati Uniti, in particolare la relazione tra Ue e NATO. Anche qui riprendiamo un passaggio dell’analisi contenuta nel citato lavoro di Streeck: «decisivo in tal senso è probabilmente anche il rapporto che gli Stati Uniti vorranno o dovranno consentire all’Europa occidentale di avere con Russia e Cina. Non mancano in Europa occidentale le forze che vedrebbero con favore un ammorbidimento delle tensioni con la Russia, anche dopo gli orrori della guerra in Ucraina. … Oppositori di una tale politica sono gli Stati dell’Europa orientale».

Insomma, per andare al nodo concreto: l’ulteriore allargamento ad Est, dall’Ucraina, alla Moldavia, alla Giorgia, ai Balcani, consegnerebbe l’Ue alla sostanziale irrilevanza politica, funzionale in ambito atlantico alla disperata difesa del primato degli USA. Insomma, un grande e sempre più feroce mercato di svalutazione del lavoro e di impoverimento della democrazia. Invece, un’Europa orientata a rigenerare il welfare, organizzata come cooperazione di democrazie nazionali sovrane, nel senso di dotate di un margine di autonomia nell’interpretazione del “vincolo esterno”, dovrebbe maturare soggettività politica e attuare la sua distintiva vocazione di porsi come ponte tra Occidente e Oriente e tra Nord e Sud del pianeta per un ordine globale multilaterale.

Progressismo senza storia. È tempo di dare una scossa

Purtroppo, le principali forze della sinistra politica, non soltanto ma soprattutto in Italia, tendono ad ignorare i condizionamenti del “sovranazionale” sul “nazionale”. Invocano, di continuo, liste della spesa sulle quali costruire convergenze nell’area progressista: dalla sanità, alle pensioni, dal potere d’acquisto delle retribuzioni, agli investimenti green socialmente sostenibili. Quando sono di fronte alla contraddizione tra vincolo esterno e vincolo interno, invocano ritualmente “gli Stati Uniti d’Europa”, un obiettivo sempre a portata di mano in forza di qualche “funzionalismo”: prima era la moneta, poi la conversione ecologica, ora la difesa militare.

È costoso sul piano politico riconquistare quegli spazi di manovra che, nell’osservanza delle appartenenze di campo geopolitico, pur venivano difesi e agiti nella vituperata Prima Repubblica. Ad Agosto scorso, nel 70-esimo anniversario della scomparsa di Alcide De Gasperi e nel 60-esimo di quella di Palmiro Togliatti si è ricordato come entrambi maturarono la statura di statisti proprio per la capacità di var valere l’interesse nazionale tra Washington, Roma e Mosca. Al ruolo di Togliatti “rivoluzionario costituente” dedicheremo un panel con testimonianze di figure di spicco del “suo” PCI.

Per la costruzione di una credibile coalizione progressista, dalla parte della pace, del lavoro, della natura e del primato dell’umano l’unità antifascista non basta. È necessaria un’adeguata analisi della fase storica e una coraggiosa discontinuità di paradigma e di agenda. Proviamo a dare (darci) qualche scossa.


Spagna, “il Socialismo è protezione”

Applausi meritati a Pedro Sanchez per l’intelligenza istintiva e il coraggio di anticipare le elezioni politiche in piena estate e, ancor di più per i nostri standard, all’inizio della sua presidenza dell’Unione europea (noi saremmo ricorsi a un “governo tecnico” per non fare brutta figura a Bruxelles). L’appuntamento spagnolo è stato raccontato e finanche combattuto da ampi settori del Partito Popolare Europeo, rappresentati dal suo capogruppo Manfred Weber, e dalle destre nazionaliste, guidate da Giorgia Meloni, come passaggio per accumulare il capitale politico decisivo per l’Opa sul prossimo Parlamento di Strasburgo e la conseguente Commissione di Bruxelles. L’alleanza tra il Partido Popular e Vox sarebbe dovuta essere esemplare per ridefinire gli equilibri politici del nostro continente. Invece, con una straordinaria partecipazione al voto, superiore al 70% nonostante il clima torrido, gli elettori e le elettrici spagnole hanno dato prova inequivocabile che il mix nazionalista-conservatore-reazionario ha una grande forza, ma non ha sufficiente capacità espansiva.

Il risultato non era affatto scontato. Anzi, i sondaggi fino all’ultima settimana prima del voto accreditavano un governo guidato da Alberto Nunez Feijòo sorretto, grazie ai voti di Vox, da una maggioranza assoluta. Invece, vi sono le condizioni per dare continuità all’esperienza di Pedro Sanchez e Yolanda Diaz, guida di Sumar, la neonata piattaforma elettorale della sinistra.

Attenzione però ad analisi confortanti. Attenzione a riproporre la narrazione consolatoria del “vento di destra” e del suo improvviso affievolimento. Vi sono specificità storiche, istituzionali e innovazioni in termini di cultura politica a spiegare la “remuntada” rispetto alla disfatta delle elezioni amministrative del 28 maggio scorso.

Primo. La Spagna ha una conformazione istituzionale speciale: porzioni ampie del suo territorio, rilevanti soprattutto sul piano economico e demografico, sono “piccole Patrie”, ancor più sentite in una fase di spiaggiamento economico e smarrimento identitario, minacciate dall’omologazione centralista, innanzitutto culturale, resuscitata ed incarnata da Santiago Abascal, il capo di Vox. Il risultato del PSOE deve molto all’incremento dei voti ricevuti in Catalogna e nei Paesi Baschi. In Spagna, oggi, il Partito Socialista Operaio è l’unico partito della Nazione, nel quadro costituzionale dato.

Secondo. In Spagna, la sensibilità ai pericoli della destra reazionaria è più acuta in quanto la memoria del Franchismo è vivida: nelle elezioni amministrative rimane silente, ma quando la posta in gioco è il governo nazionale ed il potere legislativo si riaccende e mobilita anche le fasce meno attive dell’elettorato, in particolare femminile spaventate dall’offensiva machista e regressiva di Vox.

Terzo. Oltre che per il timore degli avversari, il consenso al fronte progressista spagnolo ha tenuto in quanto la coalizione di governo uscente ha potuto rivendicare importanti risultati sul terreno economico e sociale. Ricordiamo che l’esecutivo Sanchez-Diaz, incoraggiato dalle misure prese dal “Conte II”, fu l’unico, oltre al nostro, a bloccare i licenziamenti durante la fase più acuta della pandemia. Ricordiamo anche l’innalzamento del salario minimo e le norme per i congedi parentali e per l’uguaglianza salariale tra uomini e donne. Ricordiamo, soltanto per citare i provvedimenti di maggiore rilevanza, gli efficaci interventi -più volte da noi proposti, ma sempre respinti come impraticabili dal ministro Cingolani- per dissociare il prezzo dell’elettricità venduta sul mercato interno dall’impennata del prezzo del gas determinato dalla guerra in Ucraina e dalle ritorsioni russe ma, ancor di più, degli extra-profitti caricati dalle imprese del settore energetico su famiglie e imprese. Grazie a quella decisione, oggi l’inflazione in Spagna è al 2% ed i redditi da lavoro e pensione perdono potere d’acquisto in misura più contenuta che in ogni altro Stato europeo. Ricordiamo, in particolare alle nostre sinistre ufficiali, anche la rotta umanista per i diritti civili percorsa con il no alla maternità surrogata.

Quarto. Alla “resistenza” spagnola, ha concorso anche l’operazione politica costruita dalla leadership di Iolanda Diaz, vice-presidente del Consiglio dei Ministri, dopo l’uscita di Pablo Iglesias, e ministra del lavoro, protagonista dell’inversione di rotta sul versante sociale: la sua Sumar (“Sommare”), nonostante il taglio della fase di gestazione del progetto, imposto dall’anticipo delle elezioni, è riuscita ad attrarre fresche energie dalla sinistra intellettuale e sociale e indurre alla convergenza, anche obtorto collo, Podemos e Izquierda Unida, già alleati nelle elezioni del 2019 in Unidas Podemos, e Mas Pais.

Infine, quinto, ma non ultimo, il risultato è frutto della visione proposta dai socialisti spagnoli. A differenza degli altri componenti della loro famiglia politica europea, sono entrati nella fase storica in corso. Il loro programma si apre con uno slogan inequivocabile, imbarazzante quasi per le sinistre ufficiali del resto del continente: “il socialismo è protezione”. Un messaggio chiaro, forte, rassicurante: per i lavoratori e lavoratrici, per le donne, per le identità locali. Un messaggio evocatore di Storia e di futuro, espresso in ogni capitolo del programma elettorale: “Siamo spinti da un istinto: proteggere le classi medie e lavoratrici da eventi contro il salario e la stabilità economica”; “proteggiamo la classe media e lavoratrice, le famiglie e le imprese”; “È necessario incanalare il processo [di trasformazione digitale] per garantire che protegga i nostri valori ed i nostri diritti”.

In conclusione, non è il vento, è la politica e gli uomini e le donne che la interpretano a fare la storia.

[pubblichiamo volentieri l’intervento che Stefano Fassina, che ringraziamo, ha inviato ad Huffington Post]


Reagire, ma come

La manifestazione Basta Vite Precarie è stata uno squarcio di luce in un una settimana plumbea, dove la destra, assistita da un’informazione quasi totalmente irregimentata, ha provato a riscrivere la storia degli ultimi trent’anni attraverso l’agiografia di Silvio Berlusconi. Una settimana davvero triste. Aperta dall’ennesima strage annunciata di migranti, alla quale è seguita un’infame fuga dalle responsabilità politiche. Una settimana segnata da 6 omicidi di lavoro in 24 ore.

Sul vento di destra, risposte consolatorie

La cronaca ci impone ogni giorno l’esigenza di reagire. Dobbiamo reagire. Ma dobbiamo reagire con una bussola politica, con qualche coordinata per la navigazione. I risultati ultimi nelle principali città al voto sono finanche più gravi del voto del 25 settembre 2022: sia perché si è votato negli ambiti dove sono concentrati i riferimenti sociali della sinistra ufficiale; sia perché l’offerta progressista ha perso anche quando è stata unitaria.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. In estrema sintesi, la sinistra ufficiale è “fuori fase”, ovunque. Negli stessi giorni del voto amministrativo in Italia, si è svolto il voto amministrativo in Spagna. Prima, il voto in Grecia e, prima ancora, negli Stati scandinavi. La scorsa settimana, le rilevazioni di voto in Germania davano Afd al 20%, pari alla Spd. I risultati sono inequivocabili, da noi, nell’Unione europea e oltre.

Ancora più che dalla sconfitta quantitativa, netta, l’angoscia deriva dal segno di classe della dilagante astensione e dal voto alla destra delle fasce sociali più in difficoltà. In amara sintesi, è ancora una volta confermato che chi ha più bisogno della Politica sta lontano dalla politica e, quando si avvicina alla politica, sta lontano dalla sinistra ufficiale. Perché? Che succede? È un “vento di destra”. È la risposta più frequente. L’abbiamo letta e ascoltata. È una risposta consolatoria e rassicurante: resistiamo, passa. La politica nella post-modernità ha cicli brevi. No, non è così. Sbaglieremmo a dare una lettura superficiale e congiunturale. La sinistra ufficiale è fuori fase.

 Le radici dell’ola conservadora

 Noi, in Italia, abbiamo a che fare con il Governo Meloni. Un governo di destra nazionalista, liberista à la carte, ferocemente classista, impegnato a legittimarsi oltre confine, da un lato, con l’osservanza passiva del vincolo atlantico e, dall’altro, con l’attenzione pragmatica al vincolo dei mercati del debito, più che alla disciplina dell’Unione europea.

Davvero puntiamo sull’anti-fascismo per delegittimarne ed indebolirne la maggioranza? O sull’intervento dei signori della finanza, di Bruxelles e Francoforte, come ai tempi della famigerata lettera della Bce?

È imbarazzante la scena del Pd che, in Commissione Affari europei, insieme a IV ed Azione, ottiene la calendarizzazione del voto per la ratifica del Mes. Superato in appiattimento Atlantico dal Governo Meloni, prova a recuperare una posizione di vantaggio sul vincolo europeo, nonostante un insieme di “riforme” delle regole europee dannose per il nostro interesse nazionale e, soprattutto, dannose per gli interessi di lavoratrici, lavoratori e piccole imprese. La ratifica del Mes va almeno rinviata fino a quando è definito il quadro delle revisioni del Patto di Stabilità e Crescita e dell’Unione Bancaria.

La sinistra ufficiale è fuori fase. Cosa deve ancora accadere, quanto dobbiamo ancora perdere, prima di cominciare a riflettere sulle correnti di fondo che non cogliamo? Quale ulteriore sconfitta deve arrivare per comprendere che non è questione di leadership, di marketing elettorale, di unità, pur condizione necessaria per una proposta politica credibile?

La “ola conservadora” ha cause precise e riconoscibili, ma scomode per la sinistra ufficiale. Riconoscerle implica una sfida difficile, innanzitutto con sé stessi. Impone la maturità di rimettersi in discussione ab origine. Implica riconoscere le “cause strutturali” della marginalizzazione della sinistra ufficiale. Quali sono? “Se sbagli l’analisi, sbagli tutto”, ricordava sempre Il Migliore ai suoi. L’analisi, allora.

In sintesi, siamo dentro – sul piano politico almeno dal 2016, anno della Brexit e dell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca- la fase di de-globalizzazione, di ritorno della Storia, di ritorno della Politica. È una fase radicalmente diversa, finanche per visione antropologica, dalla fase precedente. È contraddistinta dalla domanda di protezione sociale ed identitaria, si anche identitaria, perché le persone sono intreccio di interessi materiali e spirituali. Siamo nella fase del noi. Siamo nella fase della comunità. L’individuo consumatore, illuso di diventare sovrano dal mercato globale, illimitato e vorace di ogni dimensione dell’umano, era una favola. La favola raccontata dai vincitori della “Guerra fredda”. Era una favola, in fondo triste, quindi insostenibile.

La sinistra arroccata tra i benestanti del politicamente corretto

Non poteva reggere e non ha retto. Tutto cambia. Matura il disincanto, la delusione, la rabbia verso il progressismo inteso come miglioramento naturale delle sorti dell’umanità. Riemerge prepotente la richiesta di primato dell’etica e della Politica sull’economia e sull’innovazione tecnologica. La destra la intercetta istintivamente, coltiva le paure, declina il “noi” in termini di chiusura, di esclusione, di negazione dell’altro e finanche di aggressione. La sinistra ufficiale, rimasta nella fase precedente, è arroccata tra i benestanti del politicamente corretto.

Nella fase di ritorno della Storia, di ritorno della Politica, nella fase del noi, nella fase delle domande di protezione sociale ed identitaria perché la sinistra ufficiale è fuori fase, oltre che fuori gioco?

Primo: perché la regolazione neo-liberista a scala globale dei movimenti di capitali, merci, servizi e persone, propagandata dopo l’89-91 come “La fine della Storia e l’ultimo uomo” (attenzione anche alla seconda parte del titolo del “libretto rosso” di Francis Fukuyama), ha colpito e colpisce innanzitutto i riferimenti sociali originariamente rappresentati dalla sinistra ufficiale, oltre ad essere insostenibile sul piano ambientale, spirituale e di ordine politico internazionale.

Secondo: perché la sinistra ufficiale è stata l’attrice protagonista, riconosciuta come tale dalle sue constituency storiche diventate sue vittime, del film neo-liberista promosso con il titolo “Terza via” e “europeismo federalista”.

Attenzione: la regolazione liberista criticata nella sua scala globale è la regolazione scolpita in forma estrema nei Trattati europei. La regolazione liberista è la regolazione del mercato unico europeo. Sono dati imbarazzanti e generalmente rimossi dalle classi dirigenti della sinistra ufficiale.

Il dibattito proibito

Chi invoca l’allargamento dell’Unione ai Balcani, all’Ucraina, alla Georgia, alla Moldavia ha chiari gli effetti di ulteriore impoverimento del lavoro e del welfare con l’arrivo di altre decine di milioni di lavoratrici e lavoratori a 300 euro al mese, welfare e tassazioni minimi?

La regolazione liberista si ritrova anche nello statuto della BCE che, in una fase di economia di guerra, in un’euro-zona in recessione, aggredisce con sempre maggior potenza gli investimenti, la produzione e l’occupazione: le imprese che hanno potere di mercato aumentano profitti e prezzi, i lavoratori perdono potere d’acquisto e, se provano a recuperarlo almeno parzialmente, perdono anche il lavoro. La sinistra ufficiale tace. Sono scelte tecniche. La politica monetaria, la più rilevante variabile della politica economica, non si discute.

Dibattito proibito. Rassegnati o inconsapevoli anche i sindacati. Lavoratori, lavoratrici e piccole imprese senza potere di mercato pagano. In tale quadro, invertire la direzione di marcia è maledettamente difficile perché l’assetto regolativo dominante, dalla regolazione dei mercati alla politica monetaria e di bilancio, ha disattivato, anzi eliminato, gli strumenti di correzione in chiave universalista dell’economia e consente soltanto policy corporative, la cifra distintiva della destra.

 Il Pd, essenziale ma insufficiente

È davvero stucchevole l’ennesima giaculatoria su eccesso o difetto di radicalità o, specularmente, di distanza dal mitico “centro”. È sconfortante tornare a leggere dagli interpreti autentici della sinistra l’invocazione a partire dal basso o, al contrario, dall’alto per rincollare i cocci della sinistra storica. Ma è anche insufficiente, necessaria, ma insufficiente, l’insistenza sull’unità del campo progressista.

Guardiamo in faccia la realtà. Va riconosciuta la necessità di un’altra sinistra, una “seconda sinistra” (utilizzo il termine “sinistra” in senso lato), in relazione sinergica con la sinistra ufficiale. Ad ottobre scorso, il Pd aveva appena avviato il suo congresso. Al voto aperto ai non iscritti, è arrivata la “sorpresa” Elly Schlein. Le abbiamo fatto i migliori auguri di buon lavoro. Rimaniamo convinti che il Pd, per i settori sociali (“alti”) che rappresenta e continuerà a rappresentare, sia essenziale per costruire una credibile proposta politica. Essenziale, ma insufficiente.

Ma rimaniamo altrettanto convinti della necessità di un’altra Sinistra, di una “seconda Sinistra”, espressione degli interessi delle periferie sociali, ossia del lavoro più povero, sostanzialmente subordinato e senza potere di mercato, anche se è svolto come professione, come lavoro autonomo, come Partita Iva, come micro e piccola impresa.

Mi riferisco all’Italia, ma il discorso vale anche per l’Europa e gli Usa. Infatti, “l’altra Sinistra”, la “seconda Sinistra”, è da costruire quasi ovunque. È forte soltanto in Francia con il movimento di Jean Luc Melenchon. Vive in Germania nella Linke, ma assediata nella componente di Sahra Wagenknecht. Cresce dall’altra parte dell’Atlantico con le truppe di Bernie Sanders e le misure protettive di Biden (segnalo il contromanifesto del “Washington Consensus”, esposto da Jack Sullivan, National Security Advisor, alla Brookings Institution, il 27 Aprile scorso).

Un cambio di paradigma, anche per la “seconda sinistra”

In Italia, ha una presenza sociale, istintiva e contrastata nel M5S.

Per costruire l’“altra Sinistra”, la “seconda Sinistra”, va messo a punto, innanzitutto, un paradigma altro rispetto al paradigma cosmopolita, euro-federalista, post-umanista, condiviso, in diversa misura, dalle articolazioni del centrosinistra ufficiale, dalle più “radicali” alle più “riformiste”.

Quali i capisaldi? Mentre la sinistra ufficiale è cosmopolita, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è inter-nazionalista, poiché Nazione e Patria, come pure famiglia, nel senso scritto nella nostra Costituzione, sono dimensioni imprescindibili della persona-comunità, tanto più in una stagione di spaesamento identitario e spiaggiamento economico.

Mentre la sinistra ufficiale è euro-federalista, indisponibile ad uscire dall’approccio fideistico-onirico per approdare finalmente ad una lettura storica, culturale, politica della realtà europea, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è consapevole dell’impraticabilità degli Stati Uniti d’Europa, pertanto coltiva la “democracy”, ossia il riconoscimento delle irriducibili specificità di ciascun popolo dell’Europa, dottrina assente dal dibattito politico italiano, soffocato nella morsa “europeisti” e “sovranisti”.

Mentre la sinistra ufficiale rimane cieca sugli effetti sociali dei “liberi” mercati di capitali, servizi, merci e persone e schierata a difesa della tecnicizzazione delle politiche monetarie, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è laburista e keynesiana sul versante economico, quindi “no Bolkestein” perché riconosce il “controlimite” sociale incardinato nella nostra Carta, sovraordinato alle norme dell’UE. Quindi, non si tira indietro nel sostegno economico all’Ucraina, ma è per il No all’ingresso di Kiev e degli altri Stati “candidati” nell’Ue.

Mentre la sinistra ufficiale è no border, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” per le migrazioni, oltre all’imprescindibile salvataggio delle vite, connette l’accoglienza alla capacità di integrazione e riapre il libro della cooperazione internazionale per garantire il diritto a non emigrare.

Mentre la sinistra ufficiale sulla conversione ecologica è retorica e, al tempo stesso, piegata dagli interessi più forti o assolutista, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” persegue l’ecologia integrale senza elitismo, attenta a compensare l’impatto sociale della conversione ecologica, consapevole dei rischi di diventare il nemico di classe delle periferie sociali.

Mentre la sinistra ufficiale pratica l’anti-fascismo come riflesso automatico ad ogni comportamento deviante della destra e illusoria scorciatoia per metterla fuori gioco, una sorta di dottor Stranamore al rovescio, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è anti-revisionista, rivendica l’antifascismo come irrinunciabile fonte morale e politica della Costituzione, ma prende atto che non è condizione di legittimità democratica.

Mentre la sinistra ufficiale declina i diritti civili in chiave di individualismo consumista e post-umanista, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è umanista nel cammino dei diritti civili, quindi contro la maternità surrogata e il disconoscimento sessuale dell’umano. È femminista, ma va oltre le pari opportunità di genere e promuove il potenziale femminile per scardinare il dominio dell’economico e le connesse gerarchie di potere.

Mentre la sinistra ufficiale è passivamente atlantista, come la destra, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è adulta nelle relazioni con gli Stati Uniti e la Nato, quindi persegue, con ostinata autonomia e realismo, un ordine internazionale multipolare e multilaterale e riconosce proprio nella ridefinizione dell’ordine internazionale la matrice del conflitto in Ucraina.

Cambio di paradigma, cambio di politica

Quanto sia necessaria l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” lo abbiamo visto amaramente riconfermare nel voto giovedì scorso a Strasburgo da parte del Parlamento europeo. Qualche settimana fa, l’assemblea più rappresentativa dei popoli dell’Unione aveva approvato, a larghissima maggioranza, con la dissociazione del M5S e della Sinistra europea, la possibilità di utilizzare le risorse del PNRR per l’acquisto e la produzione di armi. Giovedì scorso, è avvenuto un voto decisamente più grave: con il “Si” di conservatori, nazionalisti, popolari, centristi, socialisti e democratici, parte della Sinistra europea e con l’astensione del M5S, di parte degli eletti del Pd e un voto contrario, è stata approvata una risoluzione non legislativa per sollecitare i governi dell’Unione ad accelerare l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Una follia. Più che europeo, la più rilevante istituzione di rappresentanza dell’Unione si comporta come Parlamento Atlantico e l’Unione europea si scopre, come scrive magistralmente Lucio Caracciolo, “Antieuropa, impero europeo dell’America”. L’ingresso dell’Ucraina o semplicemente la conferma della prospettiva del suo ingresso aggraverebbe l’escalation finanche nucleare. La pace scomparirebbe dall’orizzonte. Si andrebbe ancora più spediti una divisione del pianeta dove però, al contrario di quanto era nella Guerra fredda, l’Occidente è minoranza demografica e economica e soprattutto privo della capacità di affrontare efficacemente le due principali sfide globali: la conversione ecologica e le migrazioni.

Siamo alla fine dell’Europa come potenziale soggetto geo-politico autonomo. L’Unione europea extra-large diventa un grande mercato ancora più feroce verso il lavoro e la piccola impresa. Il brodo di cultura di rabbie, paure, egoismo sociale, chiusure, discriminazioni. Il contesto migliore per l’affermazione delle destre nazionaliste, negazioniste, regressive in termini di diritti sociali e civili.

In sintesi, le sinistre ufficiali euro-federaliste, ultra-atlantiste in merito all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, sono sovraniste inconsapevoli.

È chiaro?  L’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” non si costruisce nei convegni, nei seminari. Va costruita nei conflitti fondamentali.

Quali? Oggi, innanzitutto la pace. Non è soltanto questione etica. È condizione per costruire un ordine internazionale cooperativo, per evitare di aggravare e poter affrontare le principali emergenze umane, sociali ed ambientali. Noi continuiamo a raccogliere le firme per il referendum sulla legge di autorizzazione all’invio delle armi in Stati belligeranti.

Secondo, il contrasto al D.dL Calderoli di avvio dell’autonomia differenziata. È un fronte plurale, fuori e dentro il Parlamento.

Terzo asse, la controffensiva per la rivitalizzazione del welfare state e delle welfare communities intese in senso complessivo, a cominciare dalle norme di argine alla precarietà, al reddito di cittadinanza, al salario minimo legale

Infine, ma ovviamente non ultimo per rilevo politico, la sfida per la conversione ecologica: sfida sistemica, ordinante.

Sono assi di impegno culturale, sociale e politico che possono essere condivisi dall’intera area progressista e finanche oltre. Anche sul versante della politica internazionale. Oltre le divisioni sull’invio delle armi, faccio una proposta per una possibile convergenza, considerato anche l’ultimo voto a Strasburgo: definire una posizione comune per garantire la sicurezza militare dell’Ucraina senza ingresso nella Nato. Qualche giorno fa, su Foreign Affairs, la più prestigiosa rivista di politiche internazionali dell’establishment USA, Samuel Charap, al Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Obama, ha proposto il modello USA-Israele sottoscritto nel 1975 per la pace tra Tel Aviv e Il Cairo.

Insomma, la sfida più impegnativa di fronte alla classe dirigente culturale, politica e sociale progressista è mettere a punto e radicare attraverso il conflitto costruttivo il paradigma inter-nazionalista ed umanista. Il cammino è difficile, impervio, scivoloso, ma necessario.


Stefano Fassina: I motori del liberismo UE

Quali sono i fattori di più intenso segno liberista nell’impianto di politica economica dell’Unione europea? Il senso comune batte e ribatte sulle politiche di bilancio imbrigliate dal Patto di Stabilità e Crescita, dal Fiscal Compact, da regolamenti cardinali come il Two Pack e il Six Pack. Senza dubbio, l’austerità scritta nel codice genetico ed attuata nell’Unione europea e, in particolare, nell’eurozona ha tagliato il welfare e spinto alla recessione fino all’autolesionismo: attraverso programmi formalizzati della Troika, il consesso costituito da Commissione europea, BCE e Fondo Monetario Internazionale (come nel caso della Grecia a guida Alexis Tsipras) oppure senza programmi ufficiali (come per Italia del premier Mario Monti). Senza dubbio, la cosiddetta revisione della governance economica europea in corso e la “riforma” del MES confermano e aggravano la vigente disciplina di finanza pubblica, come è ben argomentato negli interventi di autorevoli economisti e giuristi in questo numero. Tuttavia, troppo spesso il senso comune si ferma alla superficie, alla variabile di politica economica più visibile, l’unica rimasta, almeno nell’allocazione di risorse sempre più scarse, nella disponibilità dei decisori politici nazionali.

In realtà, la politica di bilancio è variabile dipendente. Nell’Eurozona e nell’Ue, le variabili indipendenti, i drivers liberisti più potenti per gli effetti di svalutazione del lavoro e di impoverimento del welfare universalistico, operano sotto la superficie, al riparo del dibattito pubblico, anzi proibiti (“Il dibattito proibito” è il titolo di un illuminante saggio scritto da Jean Paul Fitoussi del 1997 per analizzare la politica economica europea). Sono due. Primo, la politica monetaria affidata alla Banca Centrale Europea, una tecnocrazia “indipendente”, interprete di uno statuto limitato al contrasto all’inflazione, totalmente indifferente alle condizioni dell’occupazione, mutilato, quindi, finanche rispetto al mandato della Federal Reserve e della Bank of England, istituzioni pur forgiate nei due epicentri dell’offensiva liberista partita negli anni ‘80. Secondo, la politica di regolazione “interna” e “esterna” dei movimenti di capitali, merci, servizi e persone (le 4 sacre libertà): da un lato, lo european single market, leva potentissima di dumping sociale e fiscale in quanto esteso a Stati caratterizzati da salari a 300 euro al mese, tassazione da paradisi fiscali e assicurazioni sociali minimali e, dall’altro, gli accordi di “libero” commercio internazionale.

La politica monetaria. Sorprende la permanente disattenzione alla politica monetaria, nonostante la sua rilevanza emersa, prima, nel contesto del Covid-19 e, ora, nell’economia di guerra conseguente all’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2020 e nel 2021, i bilanci pubblici, già piagati dal crollo dell’attività economica, quindi dal collasso delle entrate e dall’impennata della spesa per gli “stabilizzatori automatici”, sono andati in un rosso ancora più intenso per affrontare spese vitali (per dispositivi di protezione, assistenza ospedaliera, terapie intensive, vaccini), per dare un minimo di reddito a lavoratori e lavoratrici bloccate dal lockdown e per accollarsi le garanzie del credito alle imprese. Nell’eurozona, l’indebitamento netto medio è saltato dallo 0,6% del 2019 al 7% e al 5,1% nel biennio successivo. Il debito pubblico è rimbalzato, in media, di 13 punti percentuali di Pil. Eppure, anche per gli Stati più indebitati, come l’Italia, i tassi di interesse sui Titoli “sovrani” sono andati sottozero per gli strumenti a breve e poco sopra a zero per i prestiti di lungo periodo. Perché? Perché la BCE, dopo aver salvato l’eurozona dall’implosione con il whatever it takes e l’Asset Purchase Programme, varava un poderoso (1850 miliardi di euro) Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) per acquistare, sul mercato secondario, le valanghe di titoli emessi da ogni Stato per finanziare le voragini di finanza pubblica. Improvvisamente, non solo deficit enormi e debiti pubblici in rialzo erano “buoni”, ma erano anche sostenibili.

L’incomprensione della rilevanza della politica monetaria o la rassegnazione ad una verità amaramente colta dal compianto Alfredo Reichlin (“la finanza decide, i tecnici amministrano e i politici vanno in televisione”) ha portato l’intera classe dirigente della sinistra ufficiale e tutti i governi dell’Eurozona a “prendere atto” del comportamento deciso dalla BCE dopo il 24 febbraio 2022. Eppure, è paradossale quanto avviene. Siamo in un’economia di guerra. L’inflazione è totalmente importata. Arriva attraverso l’acquisto di energia e beni alimentari essenziali scambiati in mercati dominati dai giochi della finanza e dai monopoli pubblici e privati della distribuzione, gonfi di extraprofitti. Le retribuzioni perdono potere d’acquisto. Ma a Francoforte chiudono i rubinetti del credito: aumentano i tassi di interesse e accelerano la conclusione del PEPP. Certo, l’inflazione va fermata. Ma per fermare la dinamica esogena dei prezzi, si sarebbe dovuto intervenire, a scala europea e nazionale, con politiche dei redditi, puntellate da sgravi fiscali a lavoratori e imprese, sostenuti da deficit finanziati dagli acquisti di titoli da parte della BCE. Invece, la BCE e le altre Banche Centrali (BC) “normalizzano” la politica monetaria in uno scenario di escalation militare e di crescente spesa per la Difesa e di aiuti al popolo ucraino. Insomma, le BC puntano ad alimentare la recessione per ridurre l’occupazione, il potere d’acquisto dei lavoratori e, in ultimo, la domanda interna, come esplicitamente indicato dalle loro comunicazioni ufficiali agli operatori di mercato. Un unicum storico: la politica economica, monetaria, quindi di bilancio, pro-ciclica, ossia pesantemente recessiva, mentre si rimarca l’impegno nella guerra per “il futuro dell’Europa e delle nostre democrazie”. Insomma, la guerra la devono pagare lavoratori e piccole imprese. Ma la sinistra ufficiale tace. Si avverte soltanto qualche voce a destra, con la quale non si può che concordare, nonostante le scomuniche dei compagni di strada.

Il comportamento della BCE non è sorprendente. Il regime di politica monetaria è conformato alla gerarchia tra i principi contenuti nei Trattati europei. L’impianto in funzione è riconoscibile dal posto assegnato, nelle annuali raccomandazioni forgiate dalla Commissione europea per i singoli Stati, al “Nawru” (non-accelerating wage rate of unemployment), il tasso di disoccupazione di lungo periodo compatibile con la stabilità dei prezzi. Il livello del tasso di disoccupazione è rigidamente sotto-ordinato all’andamento dei prezzi. La stabilità dei prezzi è l’obiettivo primario della politica economica, anzi l’unico. Che vuol dire? Che quando noi, come altri nell’Unione europea, abbiamo un tasso di disoccupazione elevato, anche molto elevato, la politica economica è inibita a ridurlo se la sua riduzione determina un aumento dei prezzi. È avvenuto sistematicamente per l’Italia e per gli altri Pigs (acronimo raffinato coniato per indicare Portogallo, Grecia e Spagna, oltre a noi). Avviene ora, nonostante l’economia di guerra. Ovviamente, in una relativamente piccola economia aperta, senza sovranità monetaria, la dinamica dei prezzi interni è una variabile da tener presente con la massima attenzione. Ma non può essere la variabile sovraodinata all’occupazione, ossia alla valorizzazione del lavoro, il soggetto politico fondativo della nostra Repubblica democratica. È, dovrebbe essere, un dato agghiacciante per la sinistra ufficiale. Invece, sulla ferita alla nostra Costituzione, la sinistra ufficiale, quando consapevole, neanche discute per il timore di indebolire le sue credenziali europeiste. Eppure, anche un europeista DOC come Guido Carli, nelle memorie del 1993 (“Cinquant’anni di vita italiana”), aveva riconosciuto che “è difficile accettare con animo leggero il fatto che l’obiettivo della stabilità dei prezzi sia indicato senza alcun riferimento al livello di occupazione e, dunque, al benessere delle comunità che si sono date questa nuova Costituzione monetaria. Ho provato ripetutamente nel corso del negoziato a inserire tra i criteri anche il livello di disoccupazione  (…) Senza successo”.

Per quanto riguarda il secondo driver liberista, la regolazione dei mercati, le sedimentazioni del conformismo culturale nella sinistra ufficiale sono imponenti e il terrore di essere scomunicati come “sovranisti” paralizzante. Concentriamo l’analisi sullo spazio economico dell’Ue. Viene trascurato o è completamente ignorato che esso mette in competizione non le aziende e le capacità imprenditoriali, ma i sistemi di welfare. Da quando l’area dei “liberi” movimenti di capitali, merci, servizi e persone è stata allargata, senza filtri protettivi, dagli Stati della “vecchia Europa”, a tassazione e welfare maturi e contratti di lavoro solidi, agli Stati dell’Est Europa, dove il lavoro costa poche centinaia di euro al mese e la tassazione delle imprese e il welfare sono miseri, il mercato unico europeo ha colpito incessantemente il lavoro. È diventato una forza di gran lunga più potente delle visibilissime manovre di finanza pubblica “lacrime e sangue”. L’ulteriore estensione dell’Ue ai Balcani, all’Ucraina, alla Georgia e alla Moldavia aggraverebbe le condizioni di lavoratori e lavoratrici e piccole imprese. Gli effetti corrosivi determinati dall’ordinario funzionamento del mercato unico sono stati drammaticamente potenziati da direttive specifiche. Esemplifico: la Direttiva Bolkestein, promotrice e garante del principio di “libertà di stabilimento”, ossia la possibilità per un’impresa di un determinato Stato di potersi stabilire ed operare in ogni altro Stato dell’Ue; la Direttiva sui lavoratori dislocati (“posted workers”), a tutela del principio dello “Stato d’origine”, attraverso il quale si consente ad un’impresa proveniente da uno Stato a welfare minimo e retribuzioni pari ad un quarto o un quinto dei livelli contrattuali conquistati al di qua del muro di Berlino di venire a produrre nelle nazioni a welfare maturo e contratti nazionali dignitosi e di portarsi dietro le dirompenti normative e retribuzioni di casa. Il combinato disposto delle due Direttive ha messo in moto una devastante macchina di svalutazione del lavoro, di allargamento delle disuguaglianze e di impoverimento dello Stato sociale nella “vecchia Europa”. Senza poter qui entrare nel merito (rinvio al mio “Il mestiere della Sinistra nel ritorno della Politica”, pubblicato qualche mese fa da Castelvecchi), oltre alla dimensione economica e sociale, rilevo una questione giuridica decisiva: la radicale contraddizione tra la nostra Costituzione ed i Trattati europei. Ne scrive accuratamente Cesare Salvi, in una eccellente riflessione su “Capitalismo e diritto civile” (Il Mulino, Bologna, 2016). Salvi ripercorre tre sentenze analoghe prodotte nel 2007 dalla Corte di Lussemburgo. Ad esempio, nella sentenza “Laval”, la Corte di Giustizia europea condanna le azioni dei sindacati svedesi, nonostante siano previste dalla loro legislazione nazionale e dalla loro Costituzione. Sono azioni finalizzate a contrastare l’applicazione ai dipendenti di un’impresa operante in Svezia, ma con sede legale in Lettonia, delle condizioni lavorative e salariali lettoni, ovviamente peggiori di quelle garantite ai lavoratori svedesi. In sostanza, commenta Salvi, “la tutela della concorrenza diviene così non garanzia della parità di trattamento tra imprese nazionali e imprese di altri Stati, ma garanzia della libertà dell’impresa di scegliere l’ordinamento giuridico che consenta le condizioni migliori per essa (e peggiori per i dipendenti): concorrenza tra ordinamenti, non tra imprese. (…) Che la libera prestazione dei servizi rientri nel novero delle libertà economiche garantite dal Trattato non è in discussione. Ma l’interpretazione che ne dà la Corte di giustizia non è conforme ai principi della Costituzione italiana. In base a tali principi, infatti, non solo non dovrebbe essere considerata violata la libertà economica se uno Stato ritenga di applicare le norme interne a tutti i lavoratori operanti su proprio territorio, quale che ne sia la nazionalità e quale che sia lo Stato nel quale ha sede sociale l’impresa che li utilizza; ma anzi dovrebbe giungersi alla conclusione opposta, del contrasto cioè con le norme costituzionali di una disciplina che preveda tutele differenziate per i lavoratori, in base alla loro nazionalità.”

In sintesi, i Trattati europei attribuiscono primato incondizionato ai diritti economici. Sono considerati libertà da tutelare a prescindere dal loro portato sociale. Nella nostra Costituzione, ma vale anche per altre Costituzioni, invece, i diritti economici sono limitati da una imprescindibile funzione sociale (articoli da 41 a 45). Di fronte all’evidente divergenza, la nostra Corte Costituzionale in almeno 3 sentenze (183/1973, 170/1984, e 115/2018) ha riconosciuto che la normativa europea può essere soggetta al sindacato della Consulta in caso di contrasto “con i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona umana”. Quindi, i giudici costituzionali italiani ma, come abbiamo letto, anche i giudici costituzionali tedeschi, cechi, portoghesi e, da ultimo, polacchi, evidenziano “controlimiti” al primato del diritto europeo, ossia principi primari che non possono essere lesi dal diritto comunitario che, invece, prevale, come le citate sentenze della Consulta affermano, sulle altre norme costituzionali.

Qui, non si mette in discussione la necessità di un ordinamento giuridico europeo condiviso e affidato alla giurisprudenza di una Corte sovranazionale. Qui, si pone un problema politico e di democrazia decisivo per la dignità del lavoro, la lotta alle disuguaglianze, la conversione ambientale. Esorcizzarlo a colpi di anti-sovranismo, come fa sistematicamente la sinistra ufficiale, implica abdicare alla propria autonomia culturale e rinunciare ad esercitare il proprio mestiere. Qui, arriviamo al nodo politico centrale, efficacemente sintetizzato da Cesare Salvi nel testo citato sopra: “il principio sociale che informa la nostra Costituzione è da considerare principio supremo e quindi prevalente rispetto a quelli del diritto europeo?” L’astrazione dei diritti economici e del diritto di proprietà dalla loro funzione sociale determina la non riconoscibilità del nostro ordine costituzionale? La risposta, tratta dalle letture di costituzionalisti di vari orientamenti culturali, è sì: il principio sociale è cardine della nostra Carta fondamentale, è principio supremo, ne è tratto di riconoscibilità. Quindi, secondo almeno una parte, larga e autorevole, della dottrina e della giurisprudenza costituzionale, il principio sociale prevale sulle norme dei Trattati europei in conflitto con esso in quanto è un “controlimite”.

In conclusione, è utile, anzi urgente, per chi vuole tornare a fare il mestiere della Sinistra, andare oltre la superficie della politica di bilancio, della revisione del Patto di Stabilità e Crescita e della “riforma” del MES per affrontare, controcorrente, il tabù della politica monetaria e il sacro totem dei diritti economici liberati dalle responsabilità sociali previste nella nostra Costituzione.