Contro la sinistra neoliberale

Mentre scrivevo questo libro, gli Stati Uniti hanno visto un’escalation di conflitti. Sostenitori e avversari di Trump hanno ingaggiato una lotta senza esclusione di colpi. Da tempo, a un cambio al timone di un governo democratico non si accompagnavano tanta incertezza, tanto odio e tanta violenza. Il giorno dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, a Washington, il Campidoglio era una fortezza in stato di guerra.

Non è inverosimile, purtroppo, che in futuro le immagini provenienti dagli Stati Uniti possano essere replicate anche qui, come riflesse da uno specchio ustorio… a meno che non avremo il coraggio di imboccare al più presto una strada nuova. Anche la Germania, infatti, è profondamente spaccata. Anche nel nostro paese la coesione sociale va dissolvendosi. Anche nel nostro paese, quelle che un tempo erano Comunità unite sono spesso afflitte da divisioni e ostilità. Bene comune e senso civico sono termini pressoché spariti dal vocabolario di ogni giorno.

Addio argomenti, dominano le emozioni

Con la pandemia, la situazione è peggiorata ulteriormente. Mentre milioni di persone con lavori spesso malpagati continuavano a fare tutto il possibile per mantenere in piedi la nostra vita sociale, su molti media, nei siti internet, su Facebook e Twitter regnava un’atmosfera da guerra civile. Una spaccatura capace di dividere famiglie e di mettere fine ad amicizie. Sei favorevole o contrario al lockdown? Usi l’app di tracciamento? Ma davvero, dice, davvero lei non vuole vaccinarsi? Chi ha messo anche solo parzialmente in dubbio il senso e l’utilità di chiudere nidi e scuole, ristoranti, negozi e molte altre attività si è sentito accusare e definire indifferente di fronte alla morte di tante persone. Chi, contemporaneamente, riconosceva la pericolosità del nuovo coronavirus veniva aggredito allo stesso modo da quelli che vedevano in ogni misura adottata un mezzo per seminare il panico. E il rispetto per chi la pensa diversamente? E la riflessione ponderata sugli argomenti? Scordiamoceli. Invece di discutere tra noi, abbiamo fatto a chi urlava di più.

La cultura della discussione, però, la nostra società non l’ha persa con l’arrivo della pandemia. Già in passato c’erano stati dibattiti controversi condotti in maniera simile. Facendo cioè della morale invece di argomentare. Un concentrato di emozioni ha sostituito i contenuti e le motivazioni. Il primo dibattito in cui tutto questo è emerso è stato quello sull’immigrazione e sulla politica da adottare nei confronti dei migranti, tema che, dopo l’apertura dei confini tedeschi, nell’autunno 2015, ha oscurato per quasi tre anni tutti gli altri. Allora la narrazione governativa non parlava di lockdown, ma di cultura dell’accoglienza, e le obiezioni erano non meno sgradite di quelle espresse durante la pandemia. Mentre il pensiero politico dominante, a sua volta, bollava come razzista chi manifestava preoccupazione o accennava ai problemi derivanti da un’immigrazione incontrollata, sul fronte opposto dello schieramento politico si formava un movimento che paventava l’imminente tramonto dell’Occidente. Il tenore e i toni della discussione avevano più o meno la stessa acrimonia che ha caratterizzato il dibattito su quale fosse la politica giusta per contrastare la diffusione del coronavirus.

Non molto più obiettivo è stato il dibattito sul clima che ha dominato il 2019. Allora non si temeva il tramonto dell’Occidente, ma quello dell’umanità intera. Gli ambientalisti che ritenevano opportuno reagire con il panico combattevano contro veri e presunti negazionisti della crisi climatica. Una lotta che non ha risparmiato chi continuava ad andarsene in giro con il suo diesel, chi comprava la carne al discount o chi poteva permettersi di pagare di più l’energia e i carburanti. Intanto, al Bundestag, quello che era ormai diventato il più grande partito di opposizione, Alternative für Deutschland (AfD, Alternativa per la Germania), rispondeva a suon di cannonate contro la «lurida dittatura d’opinione dei sinistro-verdi».

Pare proprio che la nostra società abbia disimparato a discutere dei suoi problemi senza aggredire e con un minimo di educazione e rispetto. A sostituire la disputa democratica tra idee oggi sono i rituali emotivizzati dell’indignazione, della diffamazione morale e dell’odio palese. Tutto questo fa paura. Dall’aggressione verbale alla violenza vera e propria, infatti, il passo è breve, come ci dimostrano anche le vicende statunitensi. Ecco, quindi, che sorge un interrogativo: da dove viene l’ostilità che ormai spacca la nostra società su quasi tutti i temi di maggiore importanza?

Chi avvelena l’opinione pubblica?

La classica risposta a questa domanda recita: la colpa è della destra in ascesa. È colpa di politici come Donald Trump, che con le sue aggressioni verbali e i suoi tweet malevoli ha aizzato la gente seminando risentimento e discordia. È colpa di partiti come AfD, che fomentano l’odio e diffondono campagne denigratorie. È colpa, infine, dei social media, che fungono da gigantesca cassa di risonanza per le menzogne e per i commenti astiosi e che consentono agli utenti di muoversi soltanto nella propria bolla.

C’è del vero. I politici di estrema destra contribuiscono senz’altro ad avvelenare il clima politico. Gli Stati Uniti dopo Donald Trump sono un paese ancora più spaccato degli Stati Uniti prima di Donald Trump. Se il politico di AfD Björn Höcke vorrebbe, senza tante cerimonie, «ausschwitzen» [verbo che, letteralmente, significa ‘espellere sudando’ ma foneticamente appare come la trasformazione in verbo del nome “Auschwitz”, N.d.T.] chi la pensa diversamente, a noi viene la pelle d’oca. È anche vero che i social media favoriscono l’aggressività e i comportamenti più bassi perché sono fatti proprio per questo. Tutto ciò non ha migliorato la nostra cultura della discussione. Questa però è solo una parte della spiegazione. La verità, infatti, è che l’opinione pubblica non viene avvelenata solo da destra. Una destra più forte non è la causa, ma solo il prodotto di una società profondissimamente dilaniata. Non ci sarebbe stato nessun Donald Trump, e nessuna AfD, se gli avversari di entrambi non avessero preparato il terreno al loro avvento.

Hanno preparato l’ascesa delle destre dal punto di vista economico, distruggendo le garanzie sociali, liberando i mercati da ogni vincolo e amplificando all’estremo le disparità sociali e l’incertezza economica dei cittadini. Molti partiti socialdemocratici e di sinistra hanno però appoggiato l’ascesa delle destre anche dal punto di vista politico e culturale, schierandosi dalla parte dei vincitori mentre molti dei loro portavoce invitavano a disprezzare i valori e il modo di vivere di quello che un tempo era il loro elettorato, con i suoi problemi, le sue rimostranze e la sua rabbia.

Le regole del gioco per i vincitori

Ad avere la peggio, per colpa di un capitalismo globalizzato e senza regole, è soprattutto la cosiddetta gente comune. Il reddito di molti non aumenta ormai da anni, il che costringe queste persone a una lotta senza tregua per mantenere il proprio tenore di vita. Se qualche decennio fa i figli di famiglie disagiate avevano ancora concrete possibilità di ascesa sociale, oggi il tenore di vita individuale è determinato soprattutto dalla famiglia di provenienza.

Nell’epoca attuale, a vincere sono soprattutto i proprietari di grandi patrimoni finanziari e aziendali. La loro ricchezza e il loro potere economico e sociale sono cresciuti moltissimo, negli ultimi decenni. Tra i vincitori, però, c’è anche il nuovo ceto medio dei laureati delle grandi città, l’ambiente in cui il liberalismo di sinistra è di casa. L’ascesa sociale e culturale di questa borghesia è riconducibile agli stessi cambiamenti politici ed economici che hanno reso la vita difficile agli operai dell’industria e agli impiegati nel settore dei servizi, ma anche a molti artigiani e piccoli imprenditori. Chi però si trova sul carro dei vincitori ha un’altra visione delle regole del gioco, ovviamente diversa da quella di chi ha pescato la carta perdente.

Mentre le differenze di reddito, di prospettive e di mentalità aumentavano sempre più, cresceva allo stesso tempo anche la distanza fisica. Se mezzo secolo fa i cittadini abbienti e quelli meno privilegiati condividevano spesso gli stessi quartieri e a scuola i loro figli erano compagni di banco, l’esplosione dei prezzi degli immobili e l’aumento degli affitti ha fatto sì che benestanti e meno abbienti oggi vivano in quartieri distinti. Di conseguenza sono diminuiti i contatti, le amicizie, le convivenze o i matrimoni che vadano oltre il proprio ambiente sociale.

Via le spaccature, via le paure

Ora che la vita è diventata molto più incerta e il futuro più imprevedibile, i confronti politici mettono in gioco una quantità molto maggiore di paure. E che la paura sia in grado di irrigidire il clima delle discussioni ce l’ha dimostrato lo scontro sulla politica da adottare per contrastare la pandemia. La cui particolare aggressività era naturalmente legata al fatto che il coronavirus è una malattia che può portare alla morte molti anziani e, in determinati casi, anche soggetti più giovani. Al contrario, i lunghi lockdown hanno fatto sì che molti temessero per la propria sopravvivenza sociale, per il proprio posto di lavoro o per il futuro dell’impresa che gestiscono da una vita. Chi ha paura diventa intollerante. Chi si sente minacciato non vuole discutere, vuole solo resistere. È comprensibile. La situazione diventa tanto più pericolosa quando i politici scoprono che si può fare politica alimentando proprio tali paure. E a fare questa riflessione non è stata certo solo la destra.

Una politica responsabile dovrebbe fare l’esatto contrario. Dovrebbe preoccuparsi di eliminare le divisioni e la paura del futuro e di garantire più sicurezza e protezione. Dovrebbe introdurre cambiamenti che arrestino la diminuzione della coesione sociale e che ostacolino l’incombente declino economico. Un ordinamento economico in cui la maggioranza dei cittadini pensa che il futuro sarà peggiore del presente non è un ordinamento in grado di garantirlo, il futuro. Una democrazia in cui una notevole quota della popolazione non ha voce né rappresentanza non può chiamarsi tale.

Possiamo produrre in maniera diversa, in maniera più innovativa, più legata al territorio e in modo più sostenibile per l’ambiente, e possiamo distribuire quanto prodotto in maniera migliore e più meritocratica. Possiamo rendere democratica la nostra collettività, invece di lasciare che qualche gruppo di interesse per cui conta solo il proprio profitto decida della nostra vita e del nostro sviluppo economico. Possiamo tornare a una convivenza positiva e solidale, che in definitiva giovi a tutti: a quelli che negli ultimi anni hanno perso e che oggi hanno paura del futuro, ma anche a quelli che se la passano bene, ma che non vogliono vivere in un paese spaccato che rischia di finire come gli Stati Uniti di oggi.

[Sahra Wagenknecht, Contro la sinistra neoliberale, Fazi editore, 2022]


Scusate il ritardo

Scusate il ritardo… Ma volevamo essere sicuri di averci visto bene, circa un mese fa, quando pensavamo di avere intravisto all’orizzonte i colori delle sconfitte elettorali che le sinistre europee venivano accumulando un po’ dappertutto. Dati già allora impietosi che indicavano chiaramente che i colori non erano da nessuna parte quelli della rinascita, dell’arcobaleno. Ci siamo dati un po’ più di tempo per chiudere questo numero tredici. Abbiamo fatto bene. I colori erano, in verità, quelli dell’arcobaleno, ma di un arcobaleno capovolto, con le sembianze di un sorriso. Il sorriso delle destre, di quasi tutte le destre europee. Da un mare ad un altro, da Nord a Sud, da Oriente a Occidente. E da ultimo l’inquietante vittoria di alternative für Deutschland alle elezioni per il distretto di Sonnenberg in Turingia che sarà governato dall’estrema destra para-nazista.

L’arcobaleno capovolto ha il vantaggio che i colori si distinguono meglio. A saperli osservare. Ma le sinistre europee, a partire da quelle italiane, pensano che le proprie ripetute sconfitte elettorali e le ripetute vittorie elettorali degli avversari siano il prodotto di un altro fenomeno meteorologico. Il vento, lo chiamano il vento di destra. Un vento che come è improvvisamente venuto altrettanto improvvisamente andrà via. Sbagliano. Ammesso che le sembianze delle vittorie delle destre siano quelle del vento, si tratta di un vento che non è affatto destinato ad andare via presto. Basterebbe guardare, con umiltà e sano realismo, cosa c’è dietro quell’arcobaleno con le sembianze di un sorriso.

C’è la consapevolezza delle destre di essere entrati in connessione emotiva con larghi strati sociali, con i bisogni e le paure delle loro nazioni, dei loro popoli. Concediamo pure che si tratti di un vento, questo vento le sinistre europee non l’hanno nemmeno visto arrivare. E mentre, già oggi, si profila una storica alleanza tra conservatori e popolari e uno spostamento verso est del baricentro politico dell’Unione, le sinistre di tutti i colori si dilettano a parlare di questioni identitarie. Non vedono che la coincidenza della caduta del Pd a tutte le elezioni amministrative degli ultimi mesi con le galoppate della destra radicale nei paesi nordici, con le sconfitte delle sinistre in Grecia e in Germania, indica che siamo di fronte alla chiusura di un ciclo politico europeo che metterà in un angolo, per un lungo periodo, tutte le sinistre europee, qualsivoglia sia il loro colore. Quelle socialiste e social-democratiche non meno di quelle radicali. Con l’eccezione, è il nostro auspicio (ma nutriamo molti dubbi), della Spagna – vedremo presto – e della Francia.

Bisogna guardare in faccia, contestualmente, i colori delle vittorie delle destre e i colori delle sconfitte delle sinistre. Bisogna mettere da canto tutte le rappresentazioni autoconsolatorie. Le ragioni della sconfitta sono sostanzialmente le stesse dappertutto. Una su tutte. Il molecolare consenso di cui continua a godere il capitalismo neoliberale anche, se non ancor di più, nella sua odierna declinazione politica neo-conservatrice e neo-populista. Siamo di fronte a ragioni profonde – sociali ed emotive – che rendono preferibile, agli occhi degli elettori, la proposta delle destre rispetto alle confuse ed elitarie rivendicazioni delle sinistre. L’impietoso quadro offerto dai contributi che pubblichiamo (altri ne seguiranno nei prossimi numeri) non lascia adito a dubbi. Lo spartito è omogeneo.

Ciò che, ad esempio, tutti i partiti della sinistra greca hanno in comune è la loro totale incomprensione del consenso di massa alla narrazione di un Paese che sente di vivere una rinascita, alla narrazione di un governo che offre la speranza di un presente che la sinistra non ha saputo costruire. E il quadro sostanzialmente non cambia se ci spostiamo in Spagna dove anche lì la deriva identitaria e la frammentazione delle sinistre contribuisce ad alimentare l’immagine di queste come nuove élite burocratizzate preoccupate principalmente della propria autoconservazione. E anche la nuova coalizione attorno a Sumar rischia di apparire un mosaico di interessi ampiamente dispersi, motivati dalla logica della sopravvivenza in spazi territoriali in potenziale conflitto. Tutte le sinistre europee, tanto quelle socialdemocratiche quanto quelle radicali, sono, in realtà, fuori fase. E ancora più che della sconfitta quantitativa colpisce, soprattutto nel nostro Paese, il segno di classe della dilagante astensione e il voto alle destre delle fasce sociali più in difficoltà. Chi ha più bisogno della Politica sta lontano dalla politica e, quando si avvicina alla politica, sta lontano dalle sinistre.

Se questo è il significato epocale delle sconfitte che le sinistre europee stanno regolarmente accumulando in quasi tutte le competizioni elettorali, epocale deve essere l’analisi che è necessario mettere in campo. Cominciando ad imparare dagli avversari della sinistra, da quel neoliberalismo neo-conservatore e neo-populista che sta mostrando di sapere vincere dappertutto in Europa. Servirà anche fare tesoro di quelle pratiche di ricostruzione dei legami sociali (lo spirito originario delle esperienze di Syriza e Podemos) che in certi periodi hanno permesso di riallacciare i rapporti tra alcuni soggetti politici e le fasce sociali più disgregate. Non sarà, infatti, un ciclo breve, non siamo di fronte ad un fenomeno meteorologico ma storico-politico. È il momento di smettere di declamare il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà. È il momento di praticarli. Solo così un giorno sarà possibile rivedere i colori della vittoria.

Post scriptum. Nelle ore in cui chiudevamo il numero si consumava la cosiddetta marcia su Mosca. Torneremo sulla questione. Ma già le prime anticipazioni contenute in questo numero (i contributi di Vincent Ligorio, Mario Del Vecchio, Andrea Borrelli) aprono un terreno di riflessione di grande interesse e pregio.


Syriza, una disfatta annunciata?

Nelle elezioni di maggio, la destra, pur ottenendo un 40,79% e 146 seggi ha rifiutato il mandato esplorativo, preferendo andare alle urne un mese dopo, ottenendo una maggioranza assoluta dei seggi (155) grazie al premio previsto dal sistema elettorale proporzionale rafforzato, garantendo in tale maniera un governo senza alleanze. Cosa che non accadeva più dal 2009. Al secondo turno, la sinistra di Tsipras incassa invece un’ulteriore riduzione dei voti (da 20,04% e 77 seggi, passa al 17,85% e appena 48 seggi), nonostante la sconvolgente tragedia in mare di proporzioni storiche (la morte di 600 persone) sulla rotta della Calabria, strage perfettamente evitabile e addebitabile alla responsabilità del governo in carica.

 I numeri della sconfitta

Per comprendere i termini della disfatta (venti punti percentuali di distanza dal primo partito) occorre tener conto che i voti a Syriza si sono redistribuiti principalmente tra l’oppositore ideologico principale (Nea Dimokratia) e i partiti minori, tra cui 3 estremisti: Elliniki Lysi (Soluzione Greca) di Velopoulos, partito cristiano-nazionalista anti-immigrati (che raggiunge il 4,44%), il partito supportato dai fondatori dell’organizzazione criminale Alba Dorata dei Spartiates (Spartani) con 4,6%, e il partito nazionalista-ultraortodosso di Nike (Vittoria) che raggiunge il 3,6%. La sorpresa maggiore è che della crisi di Syriza non approfittano nemmeno le due formazioni create dai transfughi. È rimasta sotto la soglia di sbarramento del 3% Mera25 di Yannis Varoufakis, mentre vi è stato un magro aumento dello storico partito comunista (KKE) (che dal 7,23% sale al 7,69%, conseguendo 20 seggi). Si rafforza Plefsi Eleftherias (Rotta verso la Libertà, con 3,17% e 8 seggi) di Zoi Konstantopoulou, figura politica che si è distinta non tanto per il suo impegno come Presidente del Parlamento, quanto per la sua ostinata volontà di dimostrare l’insostenibilità del debito greco con la “Commissione per la verità sul debito pubblico” di sua ispirazione.

Le divisioni antiche e recenti della sinistra hanno giocato un ruolo importante nella sconfitta, se si considera che i partiti di sinistra hanno raggiunto complessivamente il 44% dei voti espressi. La sconfitta di Syriza può essere letta, in parallelo con la preferenza ai partiti estremisti, come reazione antieuropea e in parte come risposta alla capitolazione di Tsipras alle politiche di austerità dopo il referendum del 2015. Ma vi è di più. La virata a destra degli elettori di sinistra è connessa all’incapacità di mettere in pratica le promesse elettorali, non solo per i risvolti di tale inettitudine a livello economico-sociale, ma soprattutto per il voltafaccia di Syriza nei confronti delle aspettative di una resistenza alle politiche neoliberali.

A questo quadro poco confortante si aggiunge un’anomalia nel funzionamento del Parlamento: l’opposizione dispone di meno di 50 deputati, cosa che rende impossibile lo svolgimento del suo compito politico e istituzionale e che vanifica la garanzia costituzionale del controllo parlamentare (ad esempio, non può promuovere una mozione di sfiducia, non può avanzare proposte di revisione costituzionale, non può istituire una commissione di inchiesta). Dal 1974 ad oggi non si è mai avuta un’opposizione talmente debole, da veder de facto annullato il contrappeso istituzionale alla maggioranza governativa. Il quadro si completa con un nuovo record di astensione che sale al 48,36% del corpo elettorale.

 Il pragmatismo politico della destra

La vittoria della destra testimonia l’inadeguatezza della proposta politica della sinistra, che è apparsa agli elettori anacronistica e preconcetta. Il popolo greco ha votato per la stabilità, la solidità ed il pragmatismo economico, qualità di governance che mancherebbero alla sinistra. La fine – almeno temporanea- dello storico bipolarismo greco tra neoconservatorismo e progressismo di sinistra, non è, infatti, merito del governo di Kyriakos Mitsotakis, ma deriva prima di tutto dalle carenze della controparte: la sinistra non è stata in grado di navigare crisi generate dal sistema economico neoliberale e di difendere le classi sociali più deboli dai condizionamenti dei mercati finanziari. La sfiducia nei confronti delle istituzioni è avvalorata anche dalla ricerca-sondaggio (condotta in Grecia dal 17 al 27 marzo 2023) che evidenzia gli orientamenti ideologici del corpo elettorale. L’indagine rivela anche l’insoddisfazione per il funzionamento della democrazia, la paura ed il pessimismo dettati dall’incertezza del reddito, dalla forte riduzione del potere di acquisto e dalle difficoltà finanziarie senza concrete prospettive di miglioramento. Il dato forse più eclatante consiste nel fatto che la maggioranza dei cittadini ritiene ormai irrilevante la distinzione tra sinistra e destra, questione che non corrisponderebbe più a un valore discriminante nell’epoca attuale.

Chi ha votato da sinistra per Nea Dimokratia (Nuova Democrazia) ha dovuto arrendersi ad un compromesso ideologico gravoso: ha accettato la continuità della corruzione politica greca, rivelatasi ora con il ‘Watergate greco’ sulle intercettazioni governative contro gli avversari politici; ha indirettamente condiviso la narrativa in ordine all’ammodernamento delle infrastrutture, narrativa clamorosamente smentita dal disastro ferroviario di febbraio che ha provocato 57 morti, mostrando la scandalosa mancata sorveglianza dello Stato sui beni di pubblico interesse; ha finito per allinearsi con la narrazione governativa che nega l’eccezionale durezza delle politiche migratore, e che giustifica la prassi dei ‘pushback’ come azione di contrasto alla tratta criminale di persone.

Law and order?

Nulla ha scalfitto la popolarità di Kyriakos Mitsotakis, che giustifica l’imposizione di scelte impopolari ma “purificatrici”, all’insegna dello slogan law and order. Si pensi al noto incidente con la giornalista olandese, aggredita in conferenza stampa dal Premier per la sua insistenza sulle condizioni degradanti delle strutture di detenzione dei migranti (Ottobre 2021) che diede ispirazione alla legge sulle ‘fake news’. Analogamente, il Governo ha abilmente distolto l’attenzione dalle proteste sui tagli all’istruzione universitaria pubblica e gratuita, con l’istituzione simbolica di un inedito corpo distaccato di ‘polizia universitaria’, eliminando quello che è stato il luogo di ‘asilo politico’ della sinistra, fin dalla rivolta contro i Colonelli nel Politecnico di Atene. Similmente, ha bypassato l’indignazione per la legge sulla privatizzazione della salute, invocando a sua giustificazione l’adeguamento alle ricette prescritte dall’Europa in merito alla razionalizzazione della spesa pubblica.

La distanza tra la retorica e la realtà

Syriza non è riuscita a veicolare una proposta autenticamente alternativa né quando stava al governo, né in questa fase elettorale. Persino, nella sua ultima manifestazione precedente al secondo turno (giugno 2023), Tsipras evocava un nuovo “Patto di Cambiamento” con il popolo, riferendosi in realtà agli stessi punti riciclati del suo vecchio programma elettorale (aumento dei salari, riduzione dei prezzi, regolamentazione del debito e uno Stato equo ed efficiente vicino ai bisogni del cittadino…), senza un preciso piano di azione; peraltro, punti programmatici elusi dal suo stesso governo. Syriza non ha saputo reagire alle sfide economiche interne, ma è pure scivolata sulle sfide esterne di interesse nazionale, come è accaduto con l’‘Accordo di Prespes, un atto di alto valore geopolitico, ma anche il tallone d’Achille di Tsipras. Il partito che è riuscito a fare l’impossibile, cioè, riunire la costellazione dei partiti di sinistra in una coalizione forte e causare il più alto travaso di voti della storia europea recente, non è più lo stesso dopo la ‘lunga notte’ del 16 luglio 2015. Esso ha smarrito per strada quello strabiliante tredici per cento degli elettori di destra che, pur restando fedeli alla famiglia ideologica di appartenenza, votarono ‘no’ al referendum di Tsipras, sperando ad una valida alternativa all’austerità imposta da Nea Dimokratia. Tsipras ha anche perso gli elettori del centro, che non gli perdonano lo smantellamento dello stato sociale, un’eredità di A. Papandreou, e la sua ambiguità rispetto alle politiche di accoglienza (vd. Moria). A poco è servita l’assunzione di responsabilità politica di Tsipras sulle ottantasette orribili morti negli incendi a Mati (2018). Per molti, la causa primaria per il disastro elettorale è legata al progressivo slittamento di Syriza da partito ispirato alle lotte sindacali di sinistra radicale a partito che si è ideologicamente approssimato al centro. La strategia improntata a guadagnare consensi al centro, annacquando il programma elettorale, integrando il suo organico con i quadri provenienti dall’ala moderata, incluso il tanto criticato PASOK e qualche esponente di ND di Karamanlis aveva già provocato l’abbandono di molti dirigenti e militanti radicali. La cd. “svolta al centro” ha inferto il colpo di grazia, con la perdita dei simpatizzanti di sinistra dissociati dai partiti che riponevano in Syriza la speranza di una sinistra integra e moderna, in grado di sfidare il fronte neoliberale, ma distinta dalla sinistra comunista antieuropeista del KKE, nostalgica di un passato ormai superato.

 L’europeismo e l’atlantismo di Mitsotakis

Mentre l’immagine di Tsipras da “eroe senza macchia e senza paura” si trasformava in un obbediente esecutore delle riforme strutturali richieste dall’Europa, Mitsotakis sfoggiava il “know-how” acquisito nell’esperienza lavorativa nell’alta finanza, nella frequentazione di Università estere private e avvalorato dalla sua dinastia familiare: l’incarnazione dell’ideale del cittadino neoliberale di successo. Il primo si è dimostrato incoerente di fronte al suo elettorato. Fermo alle enunciazioni di principio con cui per anni ha contrastato le politiche neoliberiste salvo poi dargli il suo sigillo; l’altro, Mitsotakis, rivolto alla borghesia greca impregnata dagli ideali atlantisti ed europeisti, appare coerentemente allineato con il ‘sogno europeo’, che promette ‘benessere materiale in cambio di duro lavoro. L’Unione ha percepito Tsipras come un anticapitalista ribelle (poi domato), che aveva tentato accordi commerciali nel 2016 con Putin; Mitsotakis ha dato prova ‘tecnica’ di un governo solido e persino orgogliosamente autoritario contro ogni minaccia (migranti ai confini dell’Europa, questioni nazionali riguardanti le provocazioni della Turchia), alleandosi con Washington (guerra Russo-Ucraina) e Israele. Mitsotakis promette di traghettare la ‘vecchia Grecia’ verso una ‘nuova Grecia’, completando il suo ‘ammodernamento europeo’ che rassicura gli investitori. Benché le diseguaglianze crescano e l’inflazione minacci il potere di acquisto dei salari e la tenuta dei conti pubblici, la sinistra è assente all’appello contro il ‘realismo economico-politico’.

Esiste ancora una sinistra greca?

 Chi si sente ancora di appartenere alla sinistra dovrebbe guardare alle sue spaccature identitarie con le parole di L. Cohen nel suo ‘Anthem’, cioè come squarci da cui far entrare la luce.

Le divisioni interne sono uno, ma non l’unico, problema della sinistra greca. La frammentazione identitaria contraddistingue la sua storia fin dal momento fondativo del KKE (1918, allora SEKE), e va di pari passo con l’inadeguatezza delle diverse anime di proporre una visione unitaria ed un vero progetto riformista ‘di sinistra’. Syriza è riuscita nell’impresa di aggregare varie componenti ideologiche (almeno 11), rappresentando il più solido movimento congiunto di sinistra radicale capace di raccogliere la sfida impossibile della ‘terza via’: di conciliare, cioè, la sinistra con l’appartenenza all’Eurozona. Il vero problema è, dunque, che Syriza ha creato un ‘polo di aggregazione di idee’ senza un piano d’azione concreto capace di resistere ai vincoli esterni.

Inoltre, le sinistre oggi non offrono la visione di una ‘nuova Grecia’ in rinascita. Proporsi come contestatore della ‘Grecia neoliberale’ non solo non è più percorribile, ma è addirittura controproducente e autolesionista. Bisogna quindi riformulare la domanda di fondo: non si tratta di chiedersi se esiste ancora la sinistra greca, quanto di verificare con onestà se esistono ancora formazioni di sinistra capaci di andare al di là della mera ‘narrazione’.

La parabola di Syriza esemplifica il problema di fondo delle sinistre in Europa: la sinistra ispirata all’ideologia del Novecento non sta al passo con le esigenze delle società del Ventunesimo secolo. Non ci sono più le stesse classi sociali, non ci sono più le stesse sfide, non ci sono più le stesse sedi di contrattazione (politica ed extra-politica, economica, sociale, ideologica che sia).

Ciò che tutti gli animi e partiti di sinistra hanno in comune è l’incomprensione del crescente consenso di massa nei confronti del neoconservatorismo neoliberale.

Indagine ed autocritica conoscitiva scarseggiano nella sinistra. ‘Aforismi tecnici’ senza piano di azione alternativo hanno alimentato la confusione, offrendo il fianco a smentite neoliberali sulle politiche della sinistra e della socialdemocrazia (dipinte a loro volta come prescrizioni sincronizzate con una logica che non porta al cambiamento sociale ma riproduce stagnazione).

La mancata programmazione e pianificazione è un altro snodo del problema a sinistra. Il dominio ideologico del neoliberismo non è arrivato nelle nostre società all’improvviso, ma si è progressivamente strutturato in esse (attraverso la ‘biopolitica’ direbbe Foucault), ponendo obiettivi chiari e predisponendo piani d’azione sempre più raffinati: prioritizzare la libertà economica rimarcando il predominio del diritto di proprietà, e di seguito compiere tutte le azioni necessarie al suo soddisfacimento, sollecitare la concorrenza, la privatizzazione, la deregolamentazione, il ritiro dello Stato dal welfare, discreditare i sindacati ed educare al mercato, fino ad affrontare le crisi con ‘resilienza’. Non è chiaro cosa abbia contrapposto la sinistra come antidoto. Tante sono state le strategie di riallineamento con ideali sociali storici, in astratto, senza concreta programmazione di attuazione nel medio e lungo termine, inadeguati a confrontarsi con le correnti realtà.

 Per un rinnovo concettuale della sinistra

Serve anche un rinnovamento concettuale della sinistra: la contrapposizione aprioristica a concetti come ‘riforma’ o ‘modernizzazione’, ha generato una inutile radicalizzazione. Il divario tra ‘metodo di sinistra’ e ‘metodo di destra’ si è incardinato in una semplificazione, finendo per assegnare agli appartenenti di sinistra l’obbiettivo di difendere quasi esclusivamente certe conquiste del passato. La sinistra dovrebbe prioritizzare l’evidenza concettuale e metodologica della sua idea di modernizzazione, segnalando così la sua differenziazione da quella della destra neoliberale.

La sinistra deve in parte reinventarsi, che non significa tradire gli ideali e l’etica di sinistra, ma ripartire da essi e spingere affinché tali ideali escano dall’immaginario e trovino un posto rinnovato nel mondo così come, e non come vorremmo che fosse. Detto diversamente, è necessario che si sviluppi il ‘realismo di sinistra’, capace di confrontarsi con dati materiali, affrontare l’economia come sfera di produzione unitamente alla politica come luogo di circolazione del pensiero e di confronto plurale di forze. Trattasi di un lavoro di lunga lena, per ri-costruire un programma di trasformazione intorno al quale le classi subalterne possano orientarsi, ri-aggregarsi ed organizzarsi.


Spagna, è tutto perduto per le sinistre?

I risultati negativi per il complesso delle forze di sinistra alle elezioni amministrative del 28 maggio sono stati letti dai media dei partiti di destra come espressione inequivocabile di un cambiamento del ciclo politico che anticipa l’imminente ritorno al potere del Partito popolare, l’arrivo al governo di VOX, la fine del sanchismo e delle politiche sperimentate dal governo della coalizione progressista. I media meno allineati con la destra e alcuni commentatori danno un significato diverso del cambio di fase: fine dell’impulso politico generato dal movimento del 15 maggio, fine del bipartitismo, declino irreversibile di Podemos, allontanamento dal potere della sinistra.

L’agenda del Partito popolare

Quali sarebbero le conseguenze del cambio di ciclo? L’agenda che il PP ha snocciolato nei giorni successivi al suo trionfo elettorale è inquietante; praticamente annuncia la fine delle riforme del governo, soprattutto quelle riferite al femminismo, ai diritti delle persone (aborto, eutanasia), alla politica economica, alla democrazia (legge sulla memoria storica). La profondità della controffensiva del PP è aggravata dalla pressione di VOX, che vorrà senz’altro imprimere il suo marchio. E, dunque, un aumento del controllo sociale, un irrigidimento autoritario che porrà la Spagna alla testa del movimento conservatore che si sta verificando un po’ in tutta Europa.  

Le rimozioni della sinistra

Questo orizzonte amaro è al momento addolcito dall’unità della sinistra (sancita il 9 giugno) che alimenta la speranza che non tutto sia ancora perduto. Speranza alimentata dai risultati elettorali del 28 maggio. Contrariamente all’idea diffusasi subito dopo le elezioni, il PSOE, nonostante la sconfitta, ha subito un’usura relativa e il PP non cresce in modo spettacolare (essendosi soprattutto verificata una ricomposizione dello spazio della destra, con l’assorbimento del voto di Cuidadanos, un partito che è praticamente scomparso). Pertanto la novità di Sumar potrebbe compensare la rovinosa caduta di Podemos, così come il declino meno drammatico del resto delle formazioni che ora compongono la coalizione di Sumar. Anche se gli effetti di questi dati sono ancora tutti da misurare.Il dibattito nel Partito socialista non è stato profondo, nonostante le circostanze lo richiedessero. Nel PSOE la convocazione delle elezioni ha escluso ogni dibattito sulle cause della debacle elettorale. Alla sua sinistra l’opinione maggioritaria propende per considerare Podemos un ostacolo per le sorti della sinistra. Una demonizzazione alla quale non si accompagna alcuna considerazione o critica dell’operato di queste forze nel loro complesso.Prevale l’idea, a nostro avviso sbagliata e pericolosa, che le istanze al centro del movimento degli “indignados” non costituiscono più una priorità e che il loro accantonamento è reso necessario dall’inevitabile fine del ciclo che segna i risultati del 28 giugno. In realtà, quelle istanze incarnavano le esigenze di ampi settori della cittadinanza spagnola in materia di sanità, istruzione, pensioni. E il fatto che esse sono rimaste in parte insoddisfatte non autorizza il loro oblio che contribuirebbe, anzi, ad approfondire il declino della sinistra spagnola.Probabilmente, le politiche messe in campo in questi mesi non sono state alimentate da una adeguata mobilitazione e partecipazione delle classi popolari. Ciò ha notevolmente facilitato la radicalizzazione demagogica del dibattito politico e fatto sì che i successi economici e sociali del governo di coalizione non abbiano avuto peso sui risultati elettorali.

La narrazione mediatica del sanchismo

Un altro elemento, tutt’altro che trascurabile, è il discorso dominante nei media. La demonizzazione del governo e delle sue politiche, un anti-sanchismo ideologico che è stato l’unico ed unificante motto della campagna della destra: l’enfasi sulla sicurezza, l’irruzione dell’ETA nella campagna elettorale, la difesa della proprietà contro la “deriva comunista” del Governo (le politiche per la casa, la tassazione sulle banche e sulle società energetiche per i loro profitti eccessivi derivanti dalla guerra ucraina) hanno eclissato il lavoro fatto dal governo.Infine, ha pesato non poco l’immagine di un governo diviso e, quindi, debole. Una delle questioni che ha alimentato questa immagine è stata la guerra in Ucraina. L’allineamento atlantista del PSOE e del presidente del governo, la narrazione di Podemos come compiacente con la Russia hanno privato di la legittimità qualsiasi approccio pacifista. La pace come principio di intervento internazionale è stata disprezzata e i suoi sostenitori sono stati rappresentati come traditori della causa della giustizia internazionale e dei diritti dell’Ucraina. La coesistenza della prospettiva pacifista e dell’atlantismo militarista, oltre ad essere incompatibile ha aperto un fronte di critica al Governo sostenuto dal discorso maggioritario dei media. Un discorso che ha presentato il PSOE sanchista come una rottura con la tradizione centrista del socialismo, come un partito ebbro di radicalismo. E la destra come difensore dei valori fondamentali della società occidentale messi in pericolo dai “comunisti” installati al governo.

La deriva politico-identitaria della sinistra

L’apertura di questo fronte di critica da parte delle destre è legata, per tanti versi, ad una deriva politica e identitaria del discorso delle sinistre. Ci riferiamo anche ai limiti dell’azione governativa derivanti dalla supina accettazione del progetto europeo. La moderazione della disciplina fiscale, frutto dell’esperienza della precedente crisi finanziaria, è stata di fatto rappresentata come un male minore. I risultati elettorali mostrano che questo discorso è risultato tutt’altro che entusiasmante e mobilitante. Gli “scudi sociali” concordati dal Governo sono state soluzioni emergenziali che hanno interessato un numero esiguo di cittadini rispetto alla popolazione a cui erano destinati, come dimostra, ad esempio, quanto accaduto con il Reddito minimo vitale. È vero che la riforma del lavoro ha rotto con le precedenti dinamiche di regolamentazione del mercato del lavoro e ha aumentato il numero dei lavoratori a tempo indeterminato, ma è anche vero che il precariato continua ad essere la situazione di gran lunga prevalente nel mondo del lavoro.La situazione del mercato immobiliare, nonostante la nuova legge, continua ad essere un grosso problema per una parte considerevole della popolazione. L’eccezione iberica ha avuto effetti positivi, ma non ha risolto il problema del prezzo dell’energia. E questo si potrebbe dire per molte altre questioni (a partire dall’inflazione), anche se è vero l’argomento che se la crisi fosse stata gestita dalla destra la situazione sarebbe oggi molto peggiore.La frammentazione della sinistra fa, tuttavia, apparire i gruppi minoritari come nuove élite burocratizzate preoccupate della propria autoconservazione. Anche perché le mobilitazioni registrate nei conflitti della salute e dell’istruzione si sono prodotte nella dinamica di reazioni spontanee estranee all’impulso delle azioni di governo. Abbiamo già fatto riferimento all’accettazione da parte della coalizione dei vincoli europei che sostanzialmente rimangono immutati. Questo può portare, nel prossimo futuro, a ulteriori processi di disaffezione. Basta pensare agli effetti che potrà avere il recupero dei principi del Meccanismo europeo di stabilità (MES), all’inizio del prossimo anno. Il complicato scenario sociale che può crearsi è confermato dalle dichiarazioni reiterate delle istituzioni europee con il supporto della Banca di Spagna.

Il nodo dei vincoli europei

Vale la pena soffermarsi su questa questione perché può condizionare il prossimo futuro del progetto unitario della sinistra. L’accettazione acritica dei vincoli sovranazionali alla politica economica è sostenuta dal diffuso discorso di una futura riforma dell’Unione e delle sue regole fiscali che creeranno una nuova Europa. Il rafforzamento dell’UE appare come un sogno volontarista. Dal punto di vista economico, viene mantenuta la sostanziale continuità del progetto economico dei Trattati: le misure eccezionali di flessibilità della disciplina fiscale, l’iniezione di risorse economiche per favorire la ripresa dopo la pandemia e la guerra ucraina non costituiscono in alcun modo un cambio di paradigma. L’annuncio della fine degli aiuti per il finanziamento degli Stati e l’acquisto del loro debito che l’UE ha concretizzato, comporterà un inasprimento e un ribaltamento delle condizioni di finanziamento di questi su cui verranno applicate le regole inalterate dei Trattati. L’annuncio della Commissione che quest’anno torneranno ad essere applicate le regole fiscali del Patto di stabilità ci pone di fronte all’applicazione della normativa su deficit e debito e alle misure disciplinari per il loro controllo.Per questo sorprende che nel nostro Paese la ratifica della riforma del MES non sia stata oggetto di alcun dibattito, come se la sua riforma significasse la fine dei principi e dei contenuti della sua prima versione del 2012. Il MES, un meccanismo intergovernativo al di fuori dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea, entrerà in vigore dopo la ratifica dei firmatari (manca solo la ratifica dell’Italia). Anche se, secondo l’opinione della maggioranza, non è una soluzione ai problemi causati dall’applicazione della versione originaria, ma piuttosto il contrario: il MES stabilisce, infatti, più rigore nei meccanismi di monitoraggio e controllo dei piani di adeguamento strutturale e mantiene integralmente le regole e i principi del Patto di Stabilità.Come sottolineato nel manifesto firmato da una parte importante dei giuspubblicisti italiani (il 20 dicembre 2022) la ragione più ricorrente addotta a sostegno della riforma è la sua funzionalità per completare l’unione bancaria che è invece piuttosto discutibile. La sua entrata in vigore non farà, invece, che aggravare i problemi economici dei paesi membri (con un ritorno all’austerità) e sanzionare la divisione nord/sud dell’Europa, condannando la periferia a un aumento delle tensioni sociali.

Unire il paese e correggere la deriva identitaria

È questo il prossimo scenario che un ipotetico nuovo governo di coalizione dovrà affrontare se non si avvereranno le previsioni più fosche che, però, sembrano le più probabili. Anche perché la coalizione attorno a Sumar è ancora un mosaico di interessi ampiamente dispersi che, in molti casi, è motivato dalla logica della sopravvivenza in spazi territoriali in potenziale conflitto.Il primo compito dovrebbe essere quello di costruire un progetto comune per l’intero Paese che non sia l’aggregazione disordinata di istanze provenienti da vari settori. Il secondo correggere la deriva identitaria trasmessa socialmente fino ad oggi. Va inteso che non si tratta di abbandonare l’ispirazione femminista che ha permeato l’azione di governo della componente non socialista della coalizione, ma di presentare come priorità i problemi sociali ed economici e, soprattutto, rendere visibile questa opzione.La sinistra del PSOE deve legarsi all’attività vitale delle sue basi di appoggio, recuperare la mobilitazione e la strada come forma di autocostruzione, soprattutto nello spazio delle rivendicazioni sociali. In questo senso, Sumar ha un evidente vantaggio poiché la sua leader (Yolanda Díaz) proviene da quella tradizione e ha stretto stretti rapporti con il movimento sindacale che deve rafforzare e stimolare. Allo stesso modo, deve superare i limiti della politica economica e sociale imposta dall’UE, che fino ad ora apparivano indiscussi, ponendosi come rappresentanza degli interessi generali della società e del lavoro. Insomma, rifondarsi come forza di sinistra.In ogni caso, a prescindere dalle traversie del processo di ricomposizione della sinistra in Spagna, esso si svolge in un contesto complesso e sfavorevole sui cui pesano i risultati negativi delle elezioni amministrative e regionali. È un precedente che genera euforia e alimenta la speranza di una imminente vittoria per la destra ricostituita. La crisi del 2008 ha portato a mettere in discussione il modello liberale e la necessità di un’alternativa. Si sono materializzate due opzioni politiche polarizzate: l’idea socialdemocratica favorevole all’intervento dello Stato e la proposta inversa di un capitalismo che punti ad una rafforzata autonomia del mercato e al rifiuto delle politiche redistributive, proposta che trova oggi la sua espressione politica in forme autoritarie. Ed è questo il dilemma che è in gioco nei prossimi anni e che ha come riferimento imprescindibile il “laboratorio italiano”.


Reagire, ma come

La manifestazione Basta Vite Precarie è stata uno squarcio di luce in un una settimana plumbea, dove la destra, assistita da un’informazione quasi totalmente irregimentata, ha provato a riscrivere la storia degli ultimi trent’anni attraverso l’agiografia di Silvio Berlusconi. Una settimana davvero triste. Aperta dall’ennesima strage annunciata di migranti, alla quale è seguita un’infame fuga dalle responsabilità politiche. Una settimana segnata da 6 omicidi di lavoro in 24 ore.

Sul vento di destra, risposte consolatorie

La cronaca ci impone ogni giorno l’esigenza di reagire. Dobbiamo reagire. Ma dobbiamo reagire con una bussola politica, con qualche coordinata per la navigazione. I risultati ultimi nelle principali città al voto sono finanche più gravi del voto del 25 settembre 2022: sia perché si è votato negli ambiti dove sono concentrati i riferimenti sociali della sinistra ufficiale; sia perché l’offerta progressista ha perso anche quando è stata unitaria.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. In estrema sintesi, la sinistra ufficiale è “fuori fase”, ovunque. Negli stessi giorni del voto amministrativo in Italia, si è svolto il voto amministrativo in Spagna. Prima, il voto in Grecia e, prima ancora, negli Stati scandinavi. La scorsa settimana, le rilevazioni di voto in Germania davano Afd al 20%, pari alla Spd. I risultati sono inequivocabili, da noi, nell’Unione europea e oltre.

Ancora più che dalla sconfitta quantitativa, netta, l’angoscia deriva dal segno di classe della dilagante astensione e dal voto alla destra delle fasce sociali più in difficoltà. In amara sintesi, è ancora una volta confermato che chi ha più bisogno della Politica sta lontano dalla politica e, quando si avvicina alla politica, sta lontano dalla sinistra ufficiale. Perché? Che succede? È un “vento di destra”. È la risposta più frequente. L’abbiamo letta e ascoltata. È una risposta consolatoria e rassicurante: resistiamo, passa. La politica nella post-modernità ha cicli brevi. No, non è così. Sbaglieremmo a dare una lettura superficiale e congiunturale. La sinistra ufficiale è fuori fase.

 Le radici dell’ola conservadora

 Noi, in Italia, abbiamo a che fare con il Governo Meloni. Un governo di destra nazionalista, liberista à la carte, ferocemente classista, impegnato a legittimarsi oltre confine, da un lato, con l’osservanza passiva del vincolo atlantico e, dall’altro, con l’attenzione pragmatica al vincolo dei mercati del debito, più che alla disciplina dell’Unione europea.

Davvero puntiamo sull’anti-fascismo per delegittimarne ed indebolirne la maggioranza? O sull’intervento dei signori della finanza, di Bruxelles e Francoforte, come ai tempi della famigerata lettera della Bce?

È imbarazzante la scena del Pd che, in Commissione Affari europei, insieme a IV ed Azione, ottiene la calendarizzazione del voto per la ratifica del Mes. Superato in appiattimento Atlantico dal Governo Meloni, prova a recuperare una posizione di vantaggio sul vincolo europeo, nonostante un insieme di “riforme” delle regole europee dannose per il nostro interesse nazionale e, soprattutto, dannose per gli interessi di lavoratrici, lavoratori e piccole imprese. La ratifica del Mes va almeno rinviata fino a quando è definito il quadro delle revisioni del Patto di Stabilità e Crescita e dell’Unione Bancaria.

La sinistra ufficiale è fuori fase. Cosa deve ancora accadere, quanto dobbiamo ancora perdere, prima di cominciare a riflettere sulle correnti di fondo che non cogliamo? Quale ulteriore sconfitta deve arrivare per comprendere che non è questione di leadership, di marketing elettorale, di unità, pur condizione necessaria per una proposta politica credibile?

La “ola conservadora” ha cause precise e riconoscibili, ma scomode per la sinistra ufficiale. Riconoscerle implica una sfida difficile, innanzitutto con sé stessi. Impone la maturità di rimettersi in discussione ab origine. Implica riconoscere le “cause strutturali” della marginalizzazione della sinistra ufficiale. Quali sono? “Se sbagli l’analisi, sbagli tutto”, ricordava sempre Il Migliore ai suoi. L’analisi, allora.

In sintesi, siamo dentro – sul piano politico almeno dal 2016, anno della Brexit e dell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca- la fase di de-globalizzazione, di ritorno della Storia, di ritorno della Politica. È una fase radicalmente diversa, finanche per visione antropologica, dalla fase precedente. È contraddistinta dalla domanda di protezione sociale ed identitaria, si anche identitaria, perché le persone sono intreccio di interessi materiali e spirituali. Siamo nella fase del noi. Siamo nella fase della comunità. L’individuo consumatore, illuso di diventare sovrano dal mercato globale, illimitato e vorace di ogni dimensione dell’umano, era una favola. La favola raccontata dai vincitori della “Guerra fredda”. Era una favola, in fondo triste, quindi insostenibile.

La sinistra arroccata tra i benestanti del politicamente corretto

Non poteva reggere e non ha retto. Tutto cambia. Matura il disincanto, la delusione, la rabbia verso il progressismo inteso come miglioramento naturale delle sorti dell’umanità. Riemerge prepotente la richiesta di primato dell’etica e della Politica sull’economia e sull’innovazione tecnologica. La destra la intercetta istintivamente, coltiva le paure, declina il “noi” in termini di chiusura, di esclusione, di negazione dell’altro e finanche di aggressione. La sinistra ufficiale, rimasta nella fase precedente, è arroccata tra i benestanti del politicamente corretto.

Nella fase di ritorno della Storia, di ritorno della Politica, nella fase del noi, nella fase delle domande di protezione sociale ed identitaria perché la sinistra ufficiale è fuori fase, oltre che fuori gioco?

Primo: perché la regolazione neo-liberista a scala globale dei movimenti di capitali, merci, servizi e persone, propagandata dopo l’89-91 come “La fine della Storia e l’ultimo uomo” (attenzione anche alla seconda parte del titolo del “libretto rosso” di Francis Fukuyama), ha colpito e colpisce innanzitutto i riferimenti sociali originariamente rappresentati dalla sinistra ufficiale, oltre ad essere insostenibile sul piano ambientale, spirituale e di ordine politico internazionale.

Secondo: perché la sinistra ufficiale è stata l’attrice protagonista, riconosciuta come tale dalle sue constituency storiche diventate sue vittime, del film neo-liberista promosso con il titolo “Terza via” e “europeismo federalista”.

Attenzione: la regolazione liberista criticata nella sua scala globale è la regolazione scolpita in forma estrema nei Trattati europei. La regolazione liberista è la regolazione del mercato unico europeo. Sono dati imbarazzanti e generalmente rimossi dalle classi dirigenti della sinistra ufficiale.

Il dibattito proibito

Chi invoca l’allargamento dell’Unione ai Balcani, all’Ucraina, alla Georgia, alla Moldavia ha chiari gli effetti di ulteriore impoverimento del lavoro e del welfare con l’arrivo di altre decine di milioni di lavoratrici e lavoratori a 300 euro al mese, welfare e tassazioni minimi?

La regolazione liberista si ritrova anche nello statuto della BCE che, in una fase di economia di guerra, in un’euro-zona in recessione, aggredisce con sempre maggior potenza gli investimenti, la produzione e l’occupazione: le imprese che hanno potere di mercato aumentano profitti e prezzi, i lavoratori perdono potere d’acquisto e, se provano a recuperarlo almeno parzialmente, perdono anche il lavoro. La sinistra ufficiale tace. Sono scelte tecniche. La politica monetaria, la più rilevante variabile della politica economica, non si discute.

Dibattito proibito. Rassegnati o inconsapevoli anche i sindacati. Lavoratori, lavoratrici e piccole imprese senza potere di mercato pagano. In tale quadro, invertire la direzione di marcia è maledettamente difficile perché l’assetto regolativo dominante, dalla regolazione dei mercati alla politica monetaria e di bilancio, ha disattivato, anzi eliminato, gli strumenti di correzione in chiave universalista dell’economia e consente soltanto policy corporative, la cifra distintiva della destra.

 Il Pd, essenziale ma insufficiente

È davvero stucchevole l’ennesima giaculatoria su eccesso o difetto di radicalità o, specularmente, di distanza dal mitico “centro”. È sconfortante tornare a leggere dagli interpreti autentici della sinistra l’invocazione a partire dal basso o, al contrario, dall’alto per rincollare i cocci della sinistra storica. Ma è anche insufficiente, necessaria, ma insufficiente, l’insistenza sull’unità del campo progressista.

Guardiamo in faccia la realtà. Va riconosciuta la necessità di un’altra sinistra, una “seconda sinistra” (utilizzo il termine “sinistra” in senso lato), in relazione sinergica con la sinistra ufficiale. Ad ottobre scorso, il Pd aveva appena avviato il suo congresso. Al voto aperto ai non iscritti, è arrivata la “sorpresa” Elly Schlein. Le abbiamo fatto i migliori auguri di buon lavoro. Rimaniamo convinti che il Pd, per i settori sociali (“alti”) che rappresenta e continuerà a rappresentare, sia essenziale per costruire una credibile proposta politica. Essenziale, ma insufficiente.

Ma rimaniamo altrettanto convinti della necessità di un’altra Sinistra, di una “seconda Sinistra”, espressione degli interessi delle periferie sociali, ossia del lavoro più povero, sostanzialmente subordinato e senza potere di mercato, anche se è svolto come professione, come lavoro autonomo, come Partita Iva, come micro e piccola impresa.

Mi riferisco all’Italia, ma il discorso vale anche per l’Europa e gli Usa. Infatti, “l’altra Sinistra”, la “seconda Sinistra”, è da costruire quasi ovunque. È forte soltanto in Francia con il movimento di Jean Luc Melenchon. Vive in Germania nella Linke, ma assediata nella componente di Sahra Wagenknecht. Cresce dall’altra parte dell’Atlantico con le truppe di Bernie Sanders e le misure protettive di Biden (segnalo il contromanifesto del “Washington Consensus”, esposto da Jack Sullivan, National Security Advisor, alla Brookings Institution, il 27 Aprile scorso).

Un cambio di paradigma, anche per la “seconda sinistra”

In Italia, ha una presenza sociale, istintiva e contrastata nel M5S.

Per costruire l’“altra Sinistra”, la “seconda Sinistra”, va messo a punto, innanzitutto, un paradigma altro rispetto al paradigma cosmopolita, euro-federalista, post-umanista, condiviso, in diversa misura, dalle articolazioni del centrosinistra ufficiale, dalle più “radicali” alle più “riformiste”.

Quali i capisaldi? Mentre la sinistra ufficiale è cosmopolita, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è inter-nazionalista, poiché Nazione e Patria, come pure famiglia, nel senso scritto nella nostra Costituzione, sono dimensioni imprescindibili della persona-comunità, tanto più in una stagione di spaesamento identitario e spiaggiamento economico.

Mentre la sinistra ufficiale è euro-federalista, indisponibile ad uscire dall’approccio fideistico-onirico per approdare finalmente ad una lettura storica, culturale, politica della realtà europea, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è consapevole dell’impraticabilità degli Stati Uniti d’Europa, pertanto coltiva la “democracy”, ossia il riconoscimento delle irriducibili specificità di ciascun popolo dell’Europa, dottrina assente dal dibattito politico italiano, soffocato nella morsa “europeisti” e “sovranisti”.

Mentre la sinistra ufficiale rimane cieca sugli effetti sociali dei “liberi” mercati di capitali, servizi, merci e persone e schierata a difesa della tecnicizzazione delle politiche monetarie, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è laburista e keynesiana sul versante economico, quindi “no Bolkestein” perché riconosce il “controlimite” sociale incardinato nella nostra Carta, sovraordinato alle norme dell’UE. Quindi, non si tira indietro nel sostegno economico all’Ucraina, ma è per il No all’ingresso di Kiev e degli altri Stati “candidati” nell’Ue.

Mentre la sinistra ufficiale è no border, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” per le migrazioni, oltre all’imprescindibile salvataggio delle vite, connette l’accoglienza alla capacità di integrazione e riapre il libro della cooperazione internazionale per garantire il diritto a non emigrare.

Mentre la sinistra ufficiale sulla conversione ecologica è retorica e, al tempo stesso, piegata dagli interessi più forti o assolutista, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” persegue l’ecologia integrale senza elitismo, attenta a compensare l’impatto sociale della conversione ecologica, consapevole dei rischi di diventare il nemico di classe delle periferie sociali.

Mentre la sinistra ufficiale pratica l’anti-fascismo come riflesso automatico ad ogni comportamento deviante della destra e illusoria scorciatoia per metterla fuori gioco, una sorta di dottor Stranamore al rovescio, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è anti-revisionista, rivendica l’antifascismo come irrinunciabile fonte morale e politica della Costituzione, ma prende atto che non è condizione di legittimità democratica.

Mentre la sinistra ufficiale declina i diritti civili in chiave di individualismo consumista e post-umanista, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è umanista nel cammino dei diritti civili, quindi contro la maternità surrogata e il disconoscimento sessuale dell’umano. È femminista, ma va oltre le pari opportunità di genere e promuove il potenziale femminile per scardinare il dominio dell’economico e le connesse gerarchie di potere.

Mentre la sinistra ufficiale è passivamente atlantista, come la destra, l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” è adulta nelle relazioni con gli Stati Uniti e la Nato, quindi persegue, con ostinata autonomia e realismo, un ordine internazionale multipolare e multilaterale e riconosce proprio nella ridefinizione dell’ordine internazionale la matrice del conflitto in Ucraina.

Cambio di paradigma, cambio di politica

Quanto sia necessaria l’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” lo abbiamo visto amaramente riconfermare nel voto giovedì scorso a Strasburgo da parte del Parlamento europeo. Qualche settimana fa, l’assemblea più rappresentativa dei popoli dell’Unione aveva approvato, a larghissima maggioranza, con la dissociazione del M5S e della Sinistra europea, la possibilità di utilizzare le risorse del PNRR per l’acquisto e la produzione di armi. Giovedì scorso, è avvenuto un voto decisamente più grave: con il “Si” di conservatori, nazionalisti, popolari, centristi, socialisti e democratici, parte della Sinistra europea e con l’astensione del M5S, di parte degli eletti del Pd e un voto contrario, è stata approvata una risoluzione non legislativa per sollecitare i governi dell’Unione ad accelerare l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Una follia. Più che europeo, la più rilevante istituzione di rappresentanza dell’Unione si comporta come Parlamento Atlantico e l’Unione europea si scopre, come scrive magistralmente Lucio Caracciolo, “Antieuropa, impero europeo dell’America”. L’ingresso dell’Ucraina o semplicemente la conferma della prospettiva del suo ingresso aggraverebbe l’escalation finanche nucleare. La pace scomparirebbe dall’orizzonte. Si andrebbe ancora più spediti una divisione del pianeta dove però, al contrario di quanto era nella Guerra fredda, l’Occidente è minoranza demografica e economica e soprattutto privo della capacità di affrontare efficacemente le due principali sfide globali: la conversione ecologica e le migrazioni.

Siamo alla fine dell’Europa come potenziale soggetto geo-politico autonomo. L’Unione europea extra-large diventa un grande mercato ancora più feroce verso il lavoro e la piccola impresa. Il brodo di cultura di rabbie, paure, egoismo sociale, chiusure, discriminazioni. Il contesto migliore per l’affermazione delle destre nazionaliste, negazioniste, regressive in termini di diritti sociali e civili.

In sintesi, le sinistre ufficiali euro-federaliste, ultra-atlantiste in merito all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, sono sovraniste inconsapevoli.

È chiaro?  L’altra Sinistra, la “seconda Sinistra” non si costruisce nei convegni, nei seminari. Va costruita nei conflitti fondamentali.

Quali? Oggi, innanzitutto la pace. Non è soltanto questione etica. È condizione per costruire un ordine internazionale cooperativo, per evitare di aggravare e poter affrontare le principali emergenze umane, sociali ed ambientali. Noi continuiamo a raccogliere le firme per il referendum sulla legge di autorizzazione all’invio delle armi in Stati belligeranti.

Secondo, il contrasto al D.dL Calderoli di avvio dell’autonomia differenziata. È un fronte plurale, fuori e dentro il Parlamento.

Terzo asse, la controffensiva per la rivitalizzazione del welfare state e delle welfare communities intese in senso complessivo, a cominciare dalle norme di argine alla precarietà, al reddito di cittadinanza, al salario minimo legale

Infine, ma ovviamente non ultimo per rilevo politico, la sfida per la conversione ecologica: sfida sistemica, ordinante.

Sono assi di impegno culturale, sociale e politico che possono essere condivisi dall’intera area progressista e finanche oltre. Anche sul versante della politica internazionale. Oltre le divisioni sull’invio delle armi, faccio una proposta per una possibile convergenza, considerato anche l’ultimo voto a Strasburgo: definire una posizione comune per garantire la sicurezza militare dell’Ucraina senza ingresso nella Nato. Qualche giorno fa, su Foreign Affairs, la più prestigiosa rivista di politiche internazionali dell’establishment USA, Samuel Charap, al Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Obama, ha proposto il modello USA-Israele sottoscritto nel 1975 per la pace tra Tel Aviv e Il Cairo.

Insomma, la sfida più impegnativa di fronte alla classe dirigente culturale, politica e sociale progressista è mettere a punto e radicare attraverso il conflitto costruttivo il paradigma inter-nazionalista ed umanista. Il cammino è difficile, impervio, scivoloso, ma necessario.


Elezioni UE, sinistre frammentarie e ininfluenti

Il Consiglio Europeo ha deciso che le elezioni si terranno tra il 6 e il 9 giugno 2024. Il Parlamento Europeo, da parte sua, ha chiesto che nel numero dei 716 membri stabiliti, sia compresa una riserva di 28 seggi in favore di liste transnazionali. A tutt’oggi, il Consiglio non ha ancora preso posizione su questo punto.

Le liste transazionali, presentate da singoli partiti o da partiti in coalizione, dovrebbero proporre al voto degli elettori, candidati la cui circoscrizione è costituita dall’intera Unione, questa quota, attualmente simbolica, potrebbe aumentare di legislatura in legislatura fino a sostituire, un domani, la rappresentanza degli eletti su base nazionale.

Si tratta di un processo importante perché, nel Parlamento Europeo, organizzato in gruppi politici, si assiste ad una dicotomia crescente tra rappresentanza nazionale e posizioni politiche nei vari gruppi. È infatti frequente che questi ultimi si scompongano nel voto proprio perché il così detto “interesse nazionale” prevale sull’appartenenza politica.

D’altra parte, c’è già il Consiglio Europeo che rappresenta, appunto, i Governi dell’Unione, il Parlamento non dovrebbe duplicare questa funzione, piuttosto, assumere un punto di vista più generale, dettato da differenti visioni politiche e da programmi conseguenti.

L’inedita alleanza tra popolari e conservatori

È evidente che le elezioni Europee concorrono a delineare possibili maggioranze politiche nel Parlamento, tuttavia, appare semplicistica la trasposizione a livello Europeo di maggioranze nazionali così come vorrebbero Giorgia Meloni – anche in veste di Presidente del Partito Conservatore e riformista Europeo – e Manfred Weber- capogruppo del PPE-, anche perché la Commissione Europea non è espressione né di un voto diretto, né del voto del solo Parlamento Europeo.

Quest’ultima è frutto della designazione dei 27 governi e deve essere votata dalla maggioranza del Parlamento, ciò rende necessario un accordo che non può prescindere dai rapporti di forza, sia nel Consiglio, che nel Parlamento, e, di fronte a vittorie della destra nelle ultime elezioni in Italia, Svezia, Finlandia e a quello che potrebbe avvenire in Grecia e in Spagna, seppure  è prevedibile uno spostamento ancora più a destra negli equilibri, non è affatto detto che una maggioranza popolari- conservatori, ammesso che vi sia compatibilità piena tra queste forze, possa prevalere. Ciò detto, è la sinistra e le forze progressiste che appaiono assenti sia dal dibattito che dall’iniziativa politica.

Le sinistre nostrane si sentono rassicurate dal fatto che, essendo il sistema delle elezioni europee di tipo proporzionale, non hanno l’onere di formare eventuali coalizioni e si preparano alla conta con scarsa considerazione su come rendere attuabili i propri programmi nella dimensione europea.

La convergenza destra-sinistra sulla guerra

Le posizioni sulla guerra non hanno visto differenze tra destra e sinistra, almeno nella parte maggioritaria di quest’ultima, infatti, tutte le risoluzioni approvate dal febbraio 2022 in poi, in quel Parlamento, hanno visto maggioranze larghissime unicamente a sostegno della opzione bellica a fianco dell’Ucraina, sotto l’egida della NATO.

È curioso vedere come, rispetto a tentativi di aprire spazi a negoziati o almeno al cessate il fuoco, operati dai più diversi soggetti come: Cina, Turchia, Brasile, Sud Africa, Unione Africana, Indonesia, Vaticano; nulla è avvenuto e avviene per iniziativa UE.

L’unica opzione per la NATO e, conseguentemente per l’Unione Europea, è quella della sconfitta militare della Russia, ciò, di giorno in giorno, apre scenari apocalittici, fino alla minaccia, sempre più concreta, del ricorso agli armamenti atomici, per non parlare del rischio derivante dal collasso della centrale atomica più grande d’Europa e delle distruzioni indicibili e irreversibili già avvenute.

A rendere ancor più difficile la via della pace è il fatto che la questione territoriale, gravissima e ingiustificabile come atto di aggressione, si combina ad altri elementi ideologici e politici, non negoziabili se non con la sconfitta totale del nemico.

Mi riferisco al cambio di regime ripetutamente invocato da entrambe le parti, alla natura etica assunta da questa guerra come scontro tra democrazie e oligarchie. Quello che è in discussione, in fin dei conti, è un diverso ruolo dei vari attori negli equilibri mondiali, questione, che potrebbe trovare altri mezzi di composizione che non la guerra. Ciò è testimoniato anche dalla collocazione di grandi Paesi quali Cina, India, Brasile e di interi continenti come l’America del Sud, l’Asia, l’Africa.

Lo scenario descritto non ha visto alcuna significativa iniziativa della sinistra nel distinguersi dal furore bellicista guidato dalla NATO, fino ad accettare che parte dei Fondi Europei destinati alla riconversione ecologica, agli squilibri territoriali ed alle politiche sociali, possano essere destinati da parte dei 27 all’acquisto di armi e munizioni.

L’uso politico della storia

L’egemonia delle destre in Europa si è costruita nel tempo attraverso l’amalgama della vecchia e nuova destra dell’ovest con i Partiti nazionalisti dell’est producendo programmi xenofobi e regressivi, avvalendosi di un uso politico della storia, al fine di individuare nel “comunismo”il nemico principale, cosa che attenua le corresponsabilità di molti nel collaborazionismo con il nazismo e il fascismo, sia ad est che ad ovest, fino al risultato che, oggi, alcune di queste formazioni sono entrate a far parte di governi.

A questo proposito, fu emblematico il voto del Parlamento Europeo nel 2019 che, in occasione della ricorrenza della fine della seconda Guerra Mondiale, in una risoluzione votata a larga maggioranza e con pochissime distinzioni negli schieramenti politici, equiparò il giudizio sul nazismo a quello sul comunismo.

Nel bellissimo libro di Emmanuel Carrère : “Limonov”(2011), romanzo che descrive, al pari di tanti pregevoli saggi, quel tragico e confuso periodo che fu la transizione Russa dalla caduta del muro all’era Putin, vi è un passo che colpisce il lettore per la sua preveggenza ed è quello in cui Zachar, giovane Nazbol (Nazionalista Bolscevico), si rivolge a Eduard (Limonov) loro capo, denunciando il “disgusto per quell’ondata di propaganda che nega quanto gli è stato insegnato ad amare e mette l’ideale per il quale hanno combattuto i loro padri sullo stesso piano del nazismo. Che fare di quel disgusto, come tradurlo in posizione politica?” conclude Zachar. La risoluzione del Parlamento Europeo si colloca appieno in questo contesto.

Prima di tutto, la guerra

Se la guerra non costituisce un discrimine tra destra e sinistra e, più in generale, tra forze progressiste e conservatrici, è molto difficile affrontare una campagna elettorale, in particolare per chi vorrebbe dare una dimensione europea alle proprie posizioni ed ai propri programmi , eppure, obiettivi da indicare a questo scopo ci sarebbero: a cominciare dalla proposta di riprendere il percorso che portò nel 1975 ad Helsinki alla Conferenza sulla Cooperazione e Sicurezza in Europa ed al relativo Trattato e, in seguito, alla Carta di Parigi del 1990; all’adesione dell’UE  al Trattato Internazionale sulla proibizione delle armi atomiche (TPNW), entrato in vigore nel Gennaio 2021, sottoscritto da 68 Paesi, che ha visto l’adesione di 56 tra ex Primi Ministri e Ministri di Paesi aderenti alla NATO.

Sul controllo delle armi atomiche, poi, vi è stato recentemente un preoccupante allarme lanciato dal SIPRI (Stockholm International Research Institute) il quale denuncia un aumento preoccupante della fabbricazione e detenzione delle stesse e, seppure il 90% del potenziale è concentrato in USA e in Russia, l’aumento appare generalizzato e riguarda soprattutto Cina e UK, quest’ultimo ha dichiarato che non intende più dar conto del numero di testate di cui è in possesso.

Ci si è rassegnati anche alla fine di quella” diplomazia del nucleare” indispensabile al bilanciamento controllato, fino all’obiettivo della scomparsa delle armi atomiche.

Queste questioni, che definirei esistenziali, sembrano sfiorare la politica; di esse si occupano associazioni della società civile a cominciare dalla Lega Internazionale per la Pace ed il Disarmo e le molteplici espressioni dell’associazionismo laico e cattolico; difficilmente entrano a far parte di programmi e, temo, che non lo saranno neanche in vista delle elezioni Europee.

“Prima di tutto la Pace”, slogan programmatico ai tempi di Enrico Berlinguer, sembra essere stato consegnato alla Storia come reperto inservibile.

Altro che Europa della difesa, l’economia di guerra

Alla guerra è legata indissolubilmente l’economia, infatti, la decisione di destinare fondi Europei e fondi nazionali legati a programmi europei di riconversione ecologica, sociale e di sviluppo territoriale, segnano una pericolosa e plateale svolta nello sviluppo futuro di questa Unione Europea.

La pandemia, che avrebbe dovuto causare un profondo ripensamento negli stili di vita, nella produzione e nella destinazione delle risorse in favore di sistemi sanitari pubblici capaci di difendere e preservare la vita e la salute dei cittadini, sembra anch’essa archiviata e prevale la smania di tornare ad un “prima” che è quello che ha causato i disastri che pure abbiamo recentemente e dolorosamente vissuto. Il ritorno ai criteri originari del Patto di Stabilità segue precisamente questa logica anche se si riuscirà a raggiungere quella “flessibilità”che alcuni Paesi, tra cui l’Italia,richiedono.

Oblio e irrazionalità sembrano prevalere e, in questo clima, avanzano interessi quali quelli che alimentano l’industria della guerra.

Il riarmo in atto non ha nulla a che vedere con la Politica di Sicurezza Comune Europea, esso avviene su base nazionale e risponde ai criteri stabiliti dalla NATO alla cui dipendenza l’UE si è consegnata.

Oggi pare non bastare neanche quel 2% del Pil che era stato richiesto in passato ai Paesi Nato come investimento sugli armamenti e questo rischia di consegnare anche l’Europa a quell’Apparato Militare- Industriale che domina la politica e l’economia USA. Al contrario, la politica di Difesa Comune Europea, oltre che necessitare di un assetto istituzionale e costituzionale adeguato, aveva in sé la promessa di una diminuzione delle spese militari grazie alla sinergia tra i sistemi dei vari Paesi, la quale avrebbe assicurato un risparmio per tutti.

La Francia del Commissario Europeo Thierry Breton e l’Italia del ministro della difesa Crosetto, proprio per la loro contiguità con gli interessi delle industrie militari, sono divenuti i paladini dell’aumento delle spese ,cui concorre l’imponente progetto di riarmo della Germania , della Polonia e dei Paesi Baltici.

Poiché la pace e la guerra non costituiscono un dettaglio, non è difficile prevedere, purtroppo, un enorme vuoto di rappresentanza che può aggiungersi alla già scarsa partecipazione al voto europeo che, seppure nelle elezioni del 2019 è stato il più alto degli ultimi 20 anni, ha di poco superato il 50%.

Nel processo elettorale,poi, andrebbe decisamente superata l’esperienza ridicola degli Spitzenkandidaten e cioè quella dell’indicazione di un nome come presidente della Commissione nelle liste dei partiti nei vari Paesi, cosa che non ha mai prodotto risultati conseguenti se non nella designazione del popolare Junker che sarebbe ,in ogni caso, avvenuta.

Approfondimento vs allargamento

È importante capire, poi, come finirà la promessa delle riforme. Sembra essere tornati all’inizio del millennio quando, con il Trattato di Nizza, si pensò di risolvere il dilemma “approfondimento versus allargamento”.

Oggi, nonostante l’enfasi che il Presidente Macron dette all’avvio del processo sul “futuro dell’Europa,” le ambizioni di un cambiamento significativo nel funzionamento dell’Unione, sembrano svanite.

Al di là delle velleità e della retorica che ammantano questi processi, anche esaminando le varie proposte, il problema dei problemi pare essere quello del voto all’unanimità del Consiglio Europeo, questione difficile da superare con la procedura di revisione di un Trattato che richiede essa stessa l’unanimità.

Il peso delle destre sovraniste e l’afasia della sinistra renderanno impraticabili le riforme necessarie al superamento del carattere intergovernativo impresso dal Trattato di Lisbona alle Istituzioni  Europee ; c’è da sperare che si riesca a cancellare almeno la  duplicazione della Presidenza del Consiglio e della Commissione Europea, ruoli che si sovrappongono soprattutto nella rappresentanza esterna dell’UE (ricordiamo ancora con imbarazzo la vicenda del divano cui fu destinata la Presidente della Commissione Van der Leyen in Turchia mentre il suo collega Louis Michel troneggiava accanto al Presidente Erdogan).

L’assetto istituzionale non è indifferente rispetto alle politiche che si vogliono perseguire, certo non è di per sé sufficiente, tuttavia, come dimostra la nefasta politica sull’immigrazione, è sicuramente un elemento di aggravamento il fatto che essa non sia una politica “comunitaria” e che ciascun governo, scaricando su altri le proprie responsabilità, contribuisce alla barbarie cui stiamo assistendo in spregio allo stesso “diritto” dell’Unione che vieta i respingimenti collettivi.

Come è stato possibile che l’intera sinistra europea, tranne alcune minoranze, si sia identificata in tutto e per tutto con questa politica bellicista che esclude perfino di accompagnare il sostegno militare a Kiev con proposte e iniziative che abbiano lo scopo di riportare il conflitto su altri piani che non siano esclusivamente quelli militari?

L’analisi è complessa e, a mio avviso, ha radici lontane ed ha a che fare con la più recente storia dell’integrazione europea.

L’Europa di Maastricht, basata prevalentemente sul mercato, sull’economia e sulla moneta, molto meno sulla cultura e in modo formale sulla democrazia e lo Stato di Diritto, ha impiegato ben 15 anni ad accogliere i Paesi dell’est, i quali, nel frattempo, erano immediatamente entrati a far parte della NATO, avevano smarrito nelle loro opinioni pubbliche l’iniziale slancio europeista e vissuto una transizione socialmente drammatica nel passaggio all’economia di mercato.

Questi ingredienti hanno fatto si che la stessa Unione Europea, ai loro occhi, fosse percepita come un sottoprodotto della NATO, mentre si andavano costituendo partiti nazionalisti, come reazione alla storia di “forzata integrazione” nell’URSS.

Tutto ciò è entrato in una certa sintonia con partiti di destra dell’ovest, i quali, da parte loro, sono riusciti ad interpretare agli occhi delle opinioni pubbliche ed anche di molti lavoratori, colpiti nella loro condizione di vita e di lavoro, un argine alla globalizzazione neoliberista, mentre la sinistra sembrava accettarne acriticamente tutte le conseguenze.

Non secondario in questo processo è stato, come già accennato, “l’uso politico della storia” così ben documentato nel libro di Guido Crainz, “fantasmi d’Europa”.

La sinistra europea ha sottovalutato questi processi al punto che, se si esamina chi ha promosso, seguito, negoziato, la famosa risoluzione del 2019, si scopre che la quasi totalità era costituita da Parlamentari dell’est.

Ciò segnala un vuoto politico e culturale imperdonabile e la rinuncia a fare del Parlamento Europeo uno dei luoghi di confronto e di sintesi tra le diverse memorie storiche.

Nel tempo, poi, si è determinata una sproporzione insanabile nelle relazioni economiche tra Europa (vedi soprattutto Germania) e Russia mentre le relazioni politiche andavano deteriorandosi anche per la deriva autoritaria della Presidenza Putin, che ha utilizzato anche questo allontanamento ai fini della sua narrazione vittimistica.

La sinistra silente di fronte alla guerra

La guerra ha spiazzato completamente la sinistra, la quale, messa sotto pressione dal combinarsi di una sintonia tra Paesi dell’est, USA e parte della destra, dopo qualche iniziale e timido accenno ad aperture negoziali da parte del Cancelliere Tedesco Scholz, ha scelto di accodarsi a quello che si è imposto, anche grazie alla propaganda martellante, come “il comune sentire”. La distruzione del Northstream 2 ha agito, a questo proposito, come potente ammonimento.

L’anticomunismo, ingrediente onnipresente nella narrazione della destra, quanto discutibile nelle sue trasposizioni alla realtà contemporanea, è servito per mitigare il giudizio storico sul nazifascismo. Cosa ha che fare la Russia di Putin con il comunismo? Certo la formazione di quest’ultimo è avvenuta nei temibili servizi segreti dell’URSS, tuttavia, nei discorsi che hanno preceduto e accompagnato l’invasione dell’Ucraina, Putin ha portato un ferocissimo attacco sia a Lenin che a Krusciov: Il primo reo di aver riconosciuto l’Ucraina come Repubblica, il secondo per avergli ceduto la penisola di Crimea nel 1954.

I riferimenti culturali di Putin costituiscono un caleidoscopio complesso recentemente oggetto di molti interessanti saggi che mostrano, anche in questo caso, un uso spregiudicato della Storia.

Anche esperienze positive di governo, come quelle della sinistra in Spagna e Portogallo, non bastano a contrastare processi che prescindono dalla dimensione nazionale e richiederebbero una soggettività politica, almeno nella dimensione istituzionale europea.

In sintesi: la sinistra in Europa, appare frammentata e ininfluente, incapace di darsi una dimensione teorica, politica, programmatica all’altezza della sfida che la destra sta già praticando con qualche successo.

Qualche novità sembra arrivare dal Congresso della CES (Confederazione Sindacale Europea) dove, per la prima volta, è emersa la consapevolezza e la necessità della costruzione di una dimensione europea nelle rivendicazioni del mondo del lavoro, si è indicato il “contratto europeo” come uno degli obiettivi da perseguire, d’altronde l’inflazione e la guerra hanno colpito principalmente le classi lavoratrici.

C’è da sperare che il conflitto sociale possa costituire quell’elemento nuovo, capace di rianimare una situazione di pericolosa stagnazione e di sostanziale crisi, tuttavia, ciò rischia di non bastare in assenza di una sinistra in grado di elaborare una lettura autonoma della realtà ed una prospettiva che non si limiti alla sommatoria di punti programmatici, spesso disattesi


L’analisi. Da Macron a Mélenchon

Se qualcuno immagina che ad affacciarsi oltre la barriera alpina si possa trovare consolazione dalle disgrazie e miserie della sinistra nostrana, ha fatto i suoi conti parecchio male. Non troverà nemmeno consolazione per le disgrazie del nostro regime democratico. Neanche la Francia democratica sta troppo bene: l’ultima notizia è lo scioglimento, volutamente esemplare, del movimento ambientalista Soulèvements de la terre, deciso il 21 giugno scorso dal consiglio dei ministri su richiesta del capo dello Stato, giusto per il suo stile di protesta troppo turbolento per i gusti di quest’ultimo, a fronte dei comportamenti com’è noto brutali delle forze dell’ordine. I due malanni sono legati tra loro, ma resta fermo il fatto che la sinistra francese è davvero malconcia. Nessuna tra le sinistre d’Europa sprizza di salute, nessuna ha efficacemente sostenuto la sfida della società postindustriale, della fuoruscita dal fordismo, dell’ingresso nell’era del capitalismo dei servizi, finanziario e alfine digitale. Ma la sinistra francese è forse messa peggio di altre.

Una crisi risalente

La crisi è risalente. Dura, come per tutti, da almeno un quarto di secolo. Le sfide testé elencate hanno provocato in Francia come altrove una disputa lacerante tra le componenti della sinistra convertite all’ortodossia neoliberale e le correnti, diciamo, popolari, attaccate alla tradizione del movimento operaio. In ragione di tale lacerazione nessuna sinistra socialista, socialdemocratica, postcomunista ha mantenuto il suo seguito elettorale originario – o quello di cui disponeva alla fine degli anni ’70 – e nessuna, come promesso dalle componenti convertite al neoliberalismo, è nemmeno riuscita a sottrarre stabilmente porzioni significative di elettorato ai partiti di moderati e conservatori. Si sono registrate semmai emorragie di consensi verso l’estrema destra nazionalista, risorta nel frattempo, e, in misura più consistente, verso l’astensione. Ne ha profittato anche la nuova sinistra, che ci si compiace di chiamare populista, insieme alle formazioni ambientaliste. La Francia è un caso di scuola.

Il “punto di partenza”. Le elezioni presidenziali del 2002

Si possono scegliere molti punti di partenza. Per i cugini d’oltralpe il più rappresentativo sono forse le elezioni presidenziali del 2002. Sembrava una partita scontata o quasi tra Lionel Jospin e Jacques Chirac, rispettivamente primo ministro socialista e presidente della Repubblica uscenti. Malgrado la coabitazione, Jospin era riuscito a destreggiarsi, non senza difficoltà, tra privatizzazioni e politiche sociali ed economiche più generose verso i ceti popolari e i giovani: una delle misure simbolo fu l’introduzione delle 35 ore. Dato vincente dai sondaggi, Jospin fu però al primo turno superato per un pugno di voti da Jean-Marie Le Pen, fondatore e candidato del Front National. Motivo della sconfitta: la dispersione delle candidature a sinistra sopra ogni altro, ma con ogni probabilità contribuì pure l’eccessivo sbilanciamento centrista della campagna elettorale e la troppa fiducia nel vantaggio promesso dai sondaggi. In nome della solidarietà repubblicana, Jacques Chirac balzerà da 20 per cento al primo turno all’82 al secondo, per giunta con un lieve incremento della partecipazione elettorale.

Le divisioni della sinistra non si ricomporranno cinque anni dopo, allorché il Partito socialista deciderà di candidare Ségolène Royale, esponente di punta della componente «convertita». Nel confronto al secondo turno con Nicolas Sarkozy la campagna elettorale condotta da quest’ultimo su temi molto familiari all’estrema destra nazionalista – sicurezza e migrazioni – gli consentirà di recuperare larga parte dell’elettorato di Le Pen. È andata meglio nel 2012 a François Hollande, anche lui esponente della sinistra convertita, che però cinque anni dopo si è giovato dell’impopolarità di Sarkozy e di un accorto riequilibrio dell’offerta elettorale per captare l’elettorato della sinistra «popolare». Il riequilibrio era circoscritto, ma le sue promesse non sono state mantenute e la presidenza Hollande è stata la premessa della quasi scomparsa del Partito socialista dalla scena politica e, di conseguenza, di un più ampio declino della sinistra, che pure era uscita vincente dalle legislative ed era maggioritaria anche al Senato e nelle amministrazioni locali.

È da notare come al primo turno della campagna elettorale abbia fatto la sua comparsa quale candidato della sinistra «popolare» Jean-Luc Mélenchon, già esponente della sinistra del Partito socialista, parlamentare e ministro nel governo Jospin. Erano un risultato ragguardevole i poco meno di 4 milioni di voti da lui ottenuti, a fronte del poco più di 10 milioni di Hollande al primo turno, avanzando un discorso in cui la critica al capitalismo si miscelava a vigorose pulsioni antipolitiche e antielitiste, testimoniando l’esistenza di un segmento di elettorato tutt’altro che residuale.

Quella di Hollande non è stata una presidenza più popolare di quella del suo predecessore. Se Sarkozy è stato l’unico presidente della repubblica bocciato dagli elettori allorquando si è ricandidato, Hollande è stato il solo che ha addirittura rinunciato a farlo. Le aperture sul tema dei diritti non avevano compensato il mancato rispetto delle promesse di riequilibrio e alla popolarità del presidente non ha giovato, dopo la sconfitta della sinistra alle municipali del 2014, il deciso riorientamento in chiave neoliberale dell’azione di governo: un riorientamento segnato dalla doppia promozione di due ultras della sinistra convergente: di Manuel Valls da ministro dell’interno a primo ministro e del giovane Emmanuel Macron da vicesegretario generale della presidenza della Repubblica a ministro dell’economia e dell’industria.

Thomas Piketty ha raccontato il successo di Macron come il frutto di un’alleanza, nient’affatto esclusiva della Francia, tra i ceti abbienti – la droite marchande – e la sinistra altamente istruita – la gauche brahmine – la quale ha come presupposto il decadimento dei grandi partiti non solo di sinistra, ma anche di destra. Uno storico autorevole, Pierre Serna, ha invece situato il fenomeno Macron entro una lunga tradizione francese: sarebbe l’ennesima manifestazione di quello che lui chiama l’«estremo centro»: una formula politica che si sviluppa in Francia quando gli schieramenti contrapposti entrano in crisi. Sospendendo l’ordinaria dialettica politica, l’estremo centro è per definizione scevro da pregiudizi ideologici, è moderato, pacificatore, fondato sulla competenza, è garante della stabilità, della proprietà, della moralità e del bene supremo e comune della nazione. Un non meno autorevole politologo, Jean-François Bayart, ha invece da ultimo parlato, a proposito di Macron, di «estremismo di centro», fondamento di una democrazia muscolare e illiberale, come quella testimoniata dallo scioglimento di Soulèvements de la terre, dalle violenze poliziesche contro la protesta dei Gilets jaunes e poi contro quella suscitata dalle recente riforme delle pensioni, com’è noto adottata d’imperio, aggirando l’approvazione dell’Assemblea nazionale. Fatto sta che finora l’operazione Macron, sponsorizzata dai grandi milieux d’affaires e dall’alta funzione pubblica (Macron proviene da entrambi), alimentata da transfughi dei due partiti maggiori e nobilitata da una spolverata di società civile, ha stritolato il Partito socialista e ha schiacciato la destra tradizionale, persuadendo infine gli ultimi eredi del gollismo a convergere stabilmente sui temi e con lo stile dell’estrema destra nazionalista.

Il “punto d’arrivo”. Jean-Luc Mélenchon e le classes dangereuses

La premessa è lunga, ma aiuta a capire quanto gravi siano diventate le difficoltà della sinistra francese. Dove la grande novità è stata l’irruzione, in realtà progressiva, di Jean-Luc Mélenchon.  Spesso tacciato di populismo per la sua oratoria tribunizia, ma ancor più per la sua rivendicazione di rappresentanza in favore delle classi popolari e per i suoi toni polemici – e antipolitici? – nei confronti delle élites, Mélenchon, dopo qualche trascorso giovanile nei ranghi della sinistra radicale, ha aderito a 25 anni al Partito socialista di Mitterand, dove, tra alterne vicende, è rimasto fino al 2008, sempre posizionato all’ala sinistra. Fuoruscito dal partito, nel 2012 Mélenchon si è candidato alle presidenziali sotto le insegne del Front de gauche, superando al primo turno il 10 per cento dei consensi: inviterà i suoi elettori a votare al secondo per Hollande. Si ripresenterà, Mélenchon, alle presidenziali del 2017, alla testa di una formazione da lui promossa: La France insoumise. Avendo sottratto una parte consistente dell’elettorato socialista al movimento guidato da Macron, En Marche, e al Partito socialista che candidava Benoit Hamon, Mélenchon raddoppiava i suoi consensi e giungeva al primo turno a un’incollatura da Marine Le Pen, cui al secondo turno toccherà contendere la presidenza allo stesso Macron. Infine, Mélenchon ha realizzato il suo capolavoro politico alle elezioni del 2022, allorché ha convinto tutte le formazioni di sinistra, incluso il Partito socialista, che nel frattempo ha ripensato la sua opzione alla convergenza col neoliberalismo, a coalizzarsi sotto l’etichetta di Nupes (Nouvelle Union populaire écologique et sociale), avanzando un programma che ha messo al centro le disuguaglianze e le ingiustizie sociali, razziali, di genere.

L’operazione politica di Mélechon non manca d’interesse. In primo luogo, perché ha deliberatamente indossato l’etichetta di populismo, sulla scia degli spagnoli di Podemos e anche alla luce della riflessione sul tema di Ernesto Laclau. Non è qui il caso di ricostruire la vicenda del concetto di populismo, che è stato applicato alle formazioni di estrema destra nazionalista (o regionalista) insorte da metà degli anni ’80. L’etichetta era applicata per denunciare lo scomposto appello al popolo di tali formazioni e, molto presto, anche il seguito che esse avrebbero raccolto tra i ceti popolari. Se stiamo ai dati elettorali, tuttavia, la destra nazionalista, a dispetto dell’attrazione che esercita su una parte di questi ceti, colpiti dalla deindustrializzazione e abbandonati dalle sinistre «convertite», ha il suo bacino elettorale anzitutto tra i ceti medi autonomi e perfino tra quelli superiori, nonché su quella quota non secondaria di elettorato popolare che ha sempre preferito i partiti moderati e conservatori. Estesa ai partiti di sinistra popolare, spesso di recente costituzione, l’etichetta di populismo ha riproposto l’idea ottocentesca delle classes dangereuses: pericolose democraticamente, in quanto voterebbero partiti d’incerta lealtà democratica, o inclini ad astenersi, ma pericolose anche socialmente, in quanto darebbero vita a manifestazioni di protesta contro la loro condizione ritenute inaccettabili e perciò meritevoli di ferme azioni repressive. Ebbene, Mélenchon si è proposto sulla scena pubblica quale portavoce delle rinnovate classes dangereuses.

I limiti di Melenchon e la strategia di dédiabolisation di Marine Le Pen

L’esito positivo della sua azione politica non ha tuttavia risolto i problemi della sinistra francese. Nupes, oltre ad essere una coalizione destinata a restare minoritaria, ha al momento problemi molto seri di coesione interna. Assemblata in tutta fretta, per calcoli di convenienza elettorale, non è maturata e non è divenuta un partito: è rimasta un assemblaggio provvisorio. Mélenchon ha il merito di avere promosso e guidato la coalizione, ma la sua è una personalità debordante e, possiamo dirlo, anche piuttosto autoritaria. La France insoumise è una formazione molto personale e non è ancora emersa una conduzione collettiva. Colpa di Mélenchon, senza dubbio, ma colpa anche dei media, che personalizzano oltre misura la lotta politica e ostacolano ogni tentativo di sottrarsi alle loro non disinteressate rappresentazioni. In più, Mélenchon ha preteso per La France insoumise una quota di candidati e di eletti alle elezioni legislative che hanno fatto seguito alle presidenziali preminente rispetto agli alleati: più o meno la metà dei deputati della coalizione. Tanto a scapito di partiti in declino, ma di lunga tradizione e ancora radicati nel governo locale come quello socialista e quello comunista, ma anche decisamente più tonici come gli ecologisti.

A prescindere da personalismi e interessi parziale di ciascuna formazione politica, che non mancano mai, il grande problema della sinistra francese e di tutte le sinistre europee è che sono ormai tutte molto articolate e che incontrano serie difficoltà ad elaborare tanto un’offerta di rappresentanza comune, coerente e appetibile, quanto modalità d’interlocuzione con il loro potenziale elettorato alternative ai mass media. Il modello del partito di massa ha fatto il suo tempo. Ma quello del partito mediatico è molto vulnerabile rispetto alla contingenza politica e non corrisponde nemmeno all’esigenza di coinvolgere elettori ormai decisamente più maturi e più critici, rompendo al tempo stesso la crosta divenuta durissima dell’astensione.

Oltremodo complicata è ovviamente la questione dei programmi. Il seguito della sinistra delle Trente glorieuses era costituito dalla classe operaia, dalle categorie professionali legate al welfare, dalle classi medie intellettuali: il posfordismo l’ha frantumato. In parte, si è ritrovato nell’offerta della sinistra brahmina, ormai confluita nell’elettorato di Macron. Nupes sembra esser riuscire ad attrarre ancora una parte dei ceti medi istruiti nei centri urbani, spesso declinanti, una quota consistente di giovani, una parte degli elettori di religione musulmana, ma fatica a radicarsi tra le classi popolari, che in larga misura per l’appunto si astengono e in parte preferiscono l’estrema destra nazionalista, nonché tra i lavoratori autonomi – il popolo delle partite Iva in Italia – dietro cui si nascondono forme gravi di dipendenza e sfruttamento. Come conciliare, infine, le aspettative di questi gruppi sociali con le istanze del femminismo, dell’ambientalismo, delle minoranze per qualsiasi ragione discriminate? C’è anche un segmento elettorale al momento peculiare della società francese che chiede rappresentanza: quella parte di classe media impoverita obbligata a fuggire dai centri urbani in via di gentrizzazione e a reinsediarsi in luoghi mal serviti dal trasporto pubblico, lontano da scuole e ospedali e fortemente dipendente dal trasporto privato. È stato il seguito dei Gilets jaunes

Il puzzle è complicatissimo, tanto più che la controparte coltiva l’insofferenza razziale e quella contro l’assistanat, o l’assistenzialismo, cui sono condannate vaste categorie sociali: anche di questo gli italiani sanno qualcosa, vista la vicenda del reddito di cittadinanza. Mettere l’un contro l’altro tra i ceti popolari è un gioco facile. L’estremismo di centro e di destra ha anche trovato due temi di successo nell’immigrazione e nella fiscalità. Il nesso tra fiscalità e servizi pubblici è stato cancellato, anche per demerito della sinistra e dei sindacati. Il fisco è inviso a gran parte degli elettori, anche perché la sostituzione del principio della proporzionalità a quello della progressività sfugge all’attenzione delle sue vittime. Le prospettive della sinistra francese non sono fauste. Almeno a breve termine.

Mentre la divisione tra sinistra popolare e sinistra brahmina si sembra consolidata, la destra nazionalista ha preso quota e la strategia di dédiabolisation condotta da Marine Le Pen ha funzionato, cosicché le possibilità che i suoi elettori e il residuo elettorato della destra postgollista si ritrovino alle prossime presidenziali sono piuttosto elevate. Stando a qualche sondaggio, gli elettori francesi paiono nutrire decisamente più fiducia in un governo della destra estrema nazionalista che non in un governo guidato da Mélenchon. Schiudendo un orizzonte inquietante per i francesi, ma anche per tutti gli europei.

Questa non è che una nota. Per chi fosse interessato ad approfondire, segnaliamo due testi di cui abbiamo profittato per scriverla. Il primo è quello di R. Lefebvre: Faut-il désespérer de la gauche?, Éditions Textuel, Paris, 2022. Il secondo è il libro di P. Serna, L’extrême centre ou le poison français: 1789-2019, Champvallon, Ceyzérieu, 2019. Aggiungiamo M. Cervera-Marzal, Le populisme de gauche. Sociologie de la France insoumise, Paris, La Découverte, 2021. Infine, l’articolo di J.-F. Bayart è reperibile all’indirizzo: https://www.letemps.ch/opinions/va-france


Ma anche l’estremismo di centro di Macron è un problema

Sono noti a tutti, per il loro rilevante interesse e per l’ampia informazione in proposito fornita anche dai media italiani, i fatti francesi degli ultimi mesi, con la lotta tra Macron e i sindacati, sostenuti questi ultimi da una grande parte dall’opinione pubblica e dai partiti della sinistra (ma anche, pur se molto più tiepidamente, dal Fronte Nazionale), sul progetto di riforma delle pensioni. Comunque, la grande mobilitazione del paese sul tema sembra avere avuto un termine, almeno provvisorio, con lo sciopero del 6 giugno. Parallelamente, un tentativo di rimettere in discussione nello stesso mese la questione in Parlamento è stato facilmente bloccato dai sostenitori di Macron.

La riforma senza voto parlamentare

La riforma è passata soltanto grazie all’utilizzo da parte del governo dell’articolo 49.3 della Costituzione francese, che permette a certe condizioni di varare una legge senza passare per un voto in Parlamento; occorre ricordare che le ultime elezioni legislative hanno lasciato il partito di Macron privo di una maggioranza assoluta in Parlamento e con molte difficoltà a costruire in qualche modo una coalizione con la destra dei Republicains, cosa che il presidente auspicherebbe molto.

Più di due terzi dei francesi si sono dichiarati ostili alla riforma e il 78% contrari all’utilizzo dell’articolo 49.3, mentre nell’ultimo periodo diversi milioni di persone sono scese in strada a più riprese per contestarla, con la presenza massiccia nelle proteste anche delle classi medie, ormai allo stremo delle forze dopo l’evoluzione negativa dell’economia (Saraceno, 2023).

Macron ignora e disprezza i corpi intermedi della società, l’Assemblea Nazionale, il Senato e soprattutto i sindacati, che si è rifiutato di ricevere per discutere della riforma (July, 2023). Nella sostanza, come ha scritto qualcuno, egli si propone di tagliare la spesa pubblica, esclude categoricamente di far pagare più tasse ai ricchi, e ignora i sindacati, disprezza totalmente lo stato sociale, che è peraltro al cuore dell’identità francese (July, 2023). Eppure, nel 2017 il sindacato cosiddetto “riformista”, la CFDT (l’altro grande sindacato del paese è la CGT, di ispirazione comunista) e in particolare il suo segretario, Laurent Berger, avevano salutato con piacere la sua elezione, perché pensavano di collaborare con Macron per modernizzare lo Stato sociale (Ungaro, 2013).

Cosa significa elevare l’età pensionabile

Il nocciolo della riforma, anche se non il solo aspetto della stessa, è costituito dall’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni (come minimo; si tratta delle cifre ufficiali, mentre la realtà può essere molto più dura), con l’aggravante di almeno 43 anni di contributi (ma di nuovo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, in certi casi ne servirebbero almeno 44).

Secondo le cifre rilasciate dal governo (Meoli, 2023), senza riforma il disavanzo della gestione pensionistica varierebbe tra il 2022 e il 2032 da 0,5 punti a 0,8 punti del pil, vale a dire in valori assoluti da 10 miliardi all’anno in cinque anni a 20 miliardi in dieci anni, sulla base comunque di ipotesi presenti nei calcoli ufficiali che possono essere considerate in qualche modo discutibili. Dalla riforma pensionistica lo stesso governo spera di ottenere 9 miliardi di euro di risparmi nel 2027 e 15 miliardi nel 2030, anno in cui si dovrebbe raggiungere il pareggio di bilancio nel settore.

Macron ha dichiarato che non ci sono molte strade per equilibrare i conti e che le uniche alternative sarebbero l’aumento delle tasse, il taglio dei sussidi e quello della spesa pubblica per istruzione, assistenza sanitaria, difesa.

Ma intanto si prevede che il budget per la difesa cresca dai 295 miliardi del periodo 2019-2025 ai 413 miliardi di quello 2024-2030, con un incremento nel periodo di 118 miliardi (Meoli, 2023). Tale aumento è superiore alle economie generate dalla riforma delle pensioni, ciò che mette in dubbio l’atteggiamento di Macron come difensore dei conti pubblici.

D’altro canto, il premio Nobel Thomas Piketty ha ricordato come negli ultimi dieci anni la ricchezza complessiva delle prime 500 famiglie più agiate del paese è passata dai 200 ai 1000 miliardi di euro e che basterebbe tassare moderatamente tali incrementi di ricchezza per far quadrare i conti. Aggiustarli senza aumentare le tasse dei più ricchi, ma attingendo ai risparmi dei poveri, non sembra una posizione giustificabile.

Da questo punto di vista, la riforma è figlia di una visione neoliberista estrema che non affronta i nodi cruciali del nostro tempo, quali l’aumento delle diseguaglianze, l’emergenza climatica e la bassa crescita dell’economia.

Il peso della riforma delle pensioni graverà in particolare sui lavoratori con il titolo di studio più basso e che hanno cominciato a lavorare prima; essi dovranno aspettare più anni prima di poter andare in pensione, mentre quelli con un titolo professionale più qualificato che avranno cominciato a lavorare parecchio più tardi ne subiranno un peso molto minore. Ora, i lavoratori meno istruiti hanno un’aspettativa di vita più bassa e la riforma si mostra quindi come regressiva ed in grado di aumentare le diseguaglianze (Napoletano, Roventini, 2023); un ulteriore elemento di ingiustizia è rappresentato dal fatto che le donne saranno penalizzate più degli uomini.

La dimensione sociale della democrazia

Nel corso degli ultimi eventi, Macron e i suoi hanno più volte contrapposto la democrazia alla piazza, il bene democratico al male anarchico. Questa rappresentazione delle cose, osserva Alain Supiot, esperto di diritto del lavoro (Supiot, 2023), disconosce la natura della nostra democrazia e contribuisce a privarla di una delle due gambe che le permettono di camminare, la sua gamba sociale. La democrazia sociale è un rimedio alle insufficienze di una concezione puramente formalistica della rappresentazione politica, afferma lo studioso.

Per altro verso, la democrazia è minacciata quando la gestione della cosa pubblica viene affidata a degli esperti, a tecnici, la cui competenza è eretta a dogma, a danno degli utenti dei servizi pubblici. Si è così perduta la coscienza che un governo efficace deve tener conto in modo adeguato delle aspirazioni delle grandi masse. Tra l’altro, i teorici dell’ordine spontaneo del mercato vedono i sindacati come delle organizzazioni inutili di fronte a dei dirigenti sicuri di incarnare la ragione economica.

Al di là della Presidenza, è tutto l’edificio istituzionale, tutti gli attori politici, che sono discreditati nel paese (Garrigues, 2023). La legittimità istituzionale scollegata dal consenso popolare non è più che un guscio vuoto, un gioco di ruolo cui la maggioranza dei francesi non crede più; ci troviamo così di fronte ai sintomi di una frattura radicale tra una buona parte dei cittadini e le élite politiche, di cui il capo dello Stato è l’archetipo. Per altro verso, tale crisi di legittimità istituzionale è in atto già da alcuni decenni e le politiche di Macron non stanno facendo altro che aggravarla in misura rilevante.

La soluzione dovrebbe passare dalla riconnessione tra la legittimità istituzionale e la legittimità popolare (Garrigues, 2023). Il tempo della monarchia presidenziale è passato e l’esigenza di partecipazione dei cittadini appare un moto irreversibile. È arrivato il tempo che le riforme costituzionali e soprattutto le nuove pratiche politiche registrino questa domanda sociale.

Una ricerca recente (Conesa, 2023) mostra chiaramente come si registri oggi nella popolazione una diffidenza generalizzata verso le istituzioni, che dà la sensazione di una società malata e frantumata, avvicinando ormai la Francia all’Italia, spiega l’analista. Circa i due terzi dei cittadini francesi valutano che la democrazia non funziona bene (65%), contro il 40% in Germania, il 53% in Gran Bretagna, il 59% dell’Italia. La fiducia nel proprio governo è al 46% in Germania, al 33% in Italia, al 28% in Gran Bretagna, al 26% in Francia. Anche l’Unione Europea non gode di una grande popolarità; la fiducia dei tedeschi verso Bruxelles è al 48%, quella degli italiani al 42% e quella dei francesi al 35%. Questi indicatori sono comunque peggiorati nell’ultimo periodo in relazione alla guerra, all’inflazione, alla crisi energetica, oltre che in Francia, alla riforma delle pensioni.

Il caso francese dovrebbe far ovviamente riflettere i sostenitori nostrani del presidenzialismo, formula che evidentemente non risolve molti problemi e ne crea di nuovi.

Lo svilimento del lavoro

Il soggetto centrale della riforma delle pensioni è quello del lavoro. La grande maggioranza degli occupati francesi è contraria soprattutto all’idea di dover lavorare due anni di più dal momento che lo stesso lavoro è diventato sempre più duro, intenso per la gran parte degli occupati. Se il progetto di riforma delle pensioni è così male accettato dai due terzi dei francesi e dai tre quarti degli attivi è in relazione al fatto che la loro esperienza di lavoro è negativa e che la pensione costituisce ai loro occhi la sola ricompensa che resta (Cautrès ed altri, 2023). Tutto questo in relazione alle politiche pubbliche e delle imprese volte da molto tempo a lottare contro il costo del lavoro, in relazione ad un’idea presente in Francia sin dagli anni ottanta secondo la quale la disoccupazione e la debole competitività delle imprese francesi sarebbero dovute a un costo del lavoro troppo elevato, in particolare in ragione di uno Stato-previdenza troppo costoso, con dei contributi sociali molto elevati (Palier, 2023).

Ma paesi come la Germania e la Svezia presentano un costo del lavoro più elevato, pur riuscendo comunque ad essere più competitivi, mentre bisogna constatare che le imprese francesi, invece di cercare di migliorare il livello tecnologico delle loro produzioni, come hanno fatto i paesi citati, hanno preferito produrre sostanzialmente le stesse cose di prima con meno personale, pagato comparativamente di meno. L’efficacia di tale politica è stata molto debole e nello stesso tempo essa non ha permesso di migliorare le deboli posizioni francesi nell’export, mentre ha contribuito a costruire una rappresentazione svalutata del lavoro, ridotto ad un puro costo, invece di considerarlo come in altri paesi un atout (Palier, 2023).

Viene spontaneo a questo punto un confronto con il caso italiano. Anche nel nostro paese, e questa volta ancora prima e ancora di più che in Francia, la Confindustria ha cercato di diffondere l’idea che il problema centrale delle imprese fosse quello del costo del lavoro; lo stesso lavoro è stato svilito ancora di più che nel paese transalpino, ciò che ha avuto l’effetto, come in Francia e ancora di più che in Francia, di farci restare molto indietro non solo come costo del lavoro, ma anche come livello tecnologico delle nostre produzioni e come posizionamento nella divisione internazionale del lavoro. Comunque, a differenza della Francia, l’Italia è riuscita a far crescere in maniera significativa le sue esportazioni, ma solo, per la gran parte, offrendosi sui mercati internazionali come sub-fornitrice di parti e di semilavorati a basso costo, in particolare verso la Germania, cosa che i francesi possono difficilmente fare perché, tra l’altro, il loro costo del lavoro è comunque superiore a quello italiano e il loro settore industriale è comparativamente più debole.

Possiamo comunque incidentalmente ricordare come, mentre i due paesi sono molto deboli nel settore delle alte tecnologie (e l’Italia più della Francia), a parte il turismo e l’agricoltura ci sia un’attività industriale in cui essi eccellono a livello mondiale, quella del lusso (di nuovo il paese transalpino è comunque quello leader; vi sono localizzati i gruppi più grandi e vi si controllano la parte più importante dei profitti, in un settore che ne produce molti). I consumatori cinesi e statunitensi, che costituiscono insieme la gran parte del mercato in questo campo, sono avidi dei prodotti relativi. Sino a che dura.

L’immobilismo sociale in Italia

Per molti, l’utilizzo del 49.3 segna la fine del macronismo (Legrand, 2023), indicando un suo scacco strategico, ma anche l’inutilità o, peggio ancora, la sua nocività per la Francia. Macron voleva dinamicizzare la democrazia, ne ha invece accentuato il suo carattere personalistico. Tra l’altro, egli non ha mai voluto creare un movimento ideologicamente definito, dai contorni politici chiari e con un progetto di società dai contorni precisi (Legrand, 2023). Nessuno sa quale sia il progetto politico del Presidente, plausibilmente neanche lui stesso (July, 2023). Questa indeterminazione ha lasciato il posto all’arbitrio. In ogni caso la combinazione tra un’inflazione galoppante e una riforma che appare negativa in particolare per gli operai, gli impiegati e tutti i mestieri più umili ha costituito una miscela esplosiva (July, 2023).

Risulta evidente come più in generale le istituzioni della Quinta Repubblica siano in grande difficoltà e andrebbero cambiate, portando in particolare ad una Costituzione meno autoritaria, mentre bisognerebbe anche pensare a ridefinire il ruolo e il peso del lavoro nella società.

Alla fine, per quanto riguarda il nostro paese, appare in questi mesi abbastanza sorprendente la sua immobilità di fondo, di fronte invece ai grandi sommovimenti francesi, che coinvolgono fortemente, come già accennato, anche le classi medie, nonché agli importanti scioperi tedeschi e inglesi (con questi ultimi che durano ormai da diversi mesi), nonché ai tentativi dei governi spagnolo e portoghese di cambiare in positivo, sia pure tra diverse difficoltà, la condizione del lavoro nei loro paesi; eppure la situazione italiana non è certo oggi delle migliori per le classi medie e popolari.

 

Testi citati nell’articolo

-Cautrès B. ed altri, La réforme des retraites, révélatrice de la crise du rapport au travail, Le Monde, 16 marzo 2023.

-Conesa E., la confiance dans la politique au plus bas, Le Monde, 16 marzo 2023.

-Garrigues J., Au-delà de la présidence jupitérienne, c’est tout notre édifice institutionnel est discrédité, Le Monde, 21 marzo 2023.

-Legrand Th., Le 49.3 ou la fin du macronisme, Liberation, 19 marzo 2023

-July S., L’agonie du Macronisme, Liberation, 20 marzo 2023.

-Meoli F., Francia, i numeri della riforma delle pensioni, www.ilfattoquotidiano.it, 1° aprile 2023.

-Napoletano M., Roventini A., La rivolta francese dimostra che non si può ignorare la diseguaglianza, Domani, 28 marzo 2022.

-Palier B., Comment les stratégies low cost ont dévalorisé le travail, Le Monde, 19-20 marzo 2023.

-Saraceno F., La rivolta delle classi medie non è un problema solo francese. Quando toccherà all’Italia?, Domani, 26 marzo 2023.

-Supiot A., Un gouvernement avisé doit se garder de mépriser la démocratie sociale, le Monde, 16 marzo 2023.

-Ungaro S., In Italia il sindacato potrebbe guidare proteste simili?, Domani, 25 marzo 2023.


A che punto è l’orologio della guerra

L’Orologio della Pace continua ancora, surreale e indisturbato, a suonare nel parco di Hiroshima ogni giorno alle 8:15, orario esatto in cui l’umanità ricevette il battesimo della bomba atomica. Nel frattempo l’orologio della guerra ucraina non smette di suonare un solo istante da quel giorno di fine febbraio 2022 in cui Vladimir Putin diede inizio alla sua “operazione militare speciale”.

Guerra dichiarata in nome della sicurezza e della pace. Come ripete simmetricamente da mesi anche l’odiato occidente quando ossessivamente postula che oggi serve la guerra per costruire la pace. E, invece, la marcia su Mosca del capo della Wagner ci ha ricordato un’altra verità. Che le guerre tra imperi e stati possono aprire la strada a conflitti persino più dolorosi e laceranti per i popoli. Guerre civili.

Guerre civili alimentate oggi dai quei processi di ibridazione e privatizzazione della sicurezza nazionale acutamente esaminati nello studio di Vincent Ligorio e Mario Ligorio pubblicati anche su fuoricollana.it. D’altra parte, l’improvvisa interruzione della marcia della Wagner su Mosca certifica che la Federazione Russa è entrata in una crisi dei suoi assetti di potere i cui esiti sono imprevedibili. E sarebbe irresponsabile sottovalutare i pericoli che deriverebbero dalla definitiva destabilizzazione o addirittura dalla guerra civile in un paese come quello. Non sono bastate le lezioni irakene e libiche?

Siccu chiama siccu, recita un antico detto siciliano. Secco chiama secco è scritto nel Bollettino del Ministero di agricoltura, industria e commercio dell’“anno di grazia” 1915 nel quale si riporta l’opinione di un contadino interrogato a proposito del deperimento progressivo delle piante infette. Quel contadino “pur attribuendo la malattia ad altre cause” avvertiva che, comunque, essa “si estende continuamente ai rami sempre più grossi”.

Le cause della guerra ucraina, il grande rimosso. Ho sempre sostenuto dall’inizio che la guerra in Ucraina è il frutto – più di altre – di una sorta di rovesciata hitchcockiana congiura dei colpevoli. Putin ha certamente acceso la miccia, ma non è stato l’unico. E continuo a pensare che è per questa stessa ragione che l’orologio della guerra non smette di suonare.

L’ideologia della guerra – per riprendere il titolo di un recente e bel saggio di Michele Prospero (“Teoria politica” nuova serie, annali XII, 2022, pp 47-72) e dell’altrettanto perspicua lettura che ne dà in questo numero di fuoricollana.it Donato Caporalini – accomuna oggi le classi dirigenti della Russia, degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Sino a quando non riusciremo a dare una spiegazione convincente delle radici di questo scellerato patto tra i “grandi” del mondo, ogni iniziativa per una tregua credibile è destinata ad arenarsi.

Non c’è partito della pace ma partito unico della guerra sino a quando i contendenti percepiscono la pace come una irreversibile capitolazione, sino a quando qualcuno non comincia a indicare l’orizzonte di un possibile nuovo ordine internazionale. Non dico un nuovo ordine internazionale conveniente per tutti ma almeno agibile da tutti e in cui ci sia già in un futuro immediato e nel medio periodo spazio di movimento per tutti.

Il saggio di Michele Prospero mette a fuoco le radici remote e prossime dell’”ideologia democratica della guerra”, di quella ideologia occidentale che mette al centro della sua narrazione la lotta per i diritti umani e per la libertà e che può di conseguenza legittimare e giustificare la sua pretesa di “dominio del mondo” sulla base di presunte, superiori, ragioni di carattere etico-spirituale. Portare alla luce questa “cattiva coscienza” è doveroso: Ma è tutt’altro che sufficiente, come ho provato a dire già a partire dal sottotitolo – Chi ha spento le luci della pace – del mio L’orologio della guerra.

Gli ultimi sviluppi – tanto sul campo di battaglia in senso stretto quanto fuori da esso – mi pare confermino questa convinzione. Escalation delle operazioni militari ed impasse geopolitica procedono di pari passi e si alimentano reciprocamente e tragicamente. A dispetto della retorica e della propaganda dei contendenti che scommette tutto sull’improbabile forza deterrente del mostrare tutti i muscoli dei quali si dispone.

La guerra fredda della seconda metà del novecento è stata anche una sostanziale epoca di pace calda perché i contendenti mostravano anche tutto il cervello del quale disponevano. Fuor di metafora, competevano a 360 gradi una battaglia per l’egemonia con il nemico. Il campo occidentale competeva, ad esempio, con il campo socialista sul piano delle politiche redistributive (‘apprendeva’ dallo Stato socialista edificando un proprio Stato sociale). Il campo socialista competeva con il campo occidentale con una presenza attiva e generosa a favore dei paesi impegnati nelle lotte anticolonialiste di liberazione nazionale (internazionalismo socialista versus internazionalismo liberale).

Oggi avremmo bisogno di ancora più cervello, di più generosità, di più capacità egemonica. ‘Merci’ di cui le attuali classi dirigenti sembrano non disporre al momento. Dovremmo anche domandarci perché? E ancora: perché, paradossalmente, l’assenza di un’alternativa alla razionalità della tecnostruttura del capitalismo finanziario globale accentua i conflitti interstatali? Nel frattempo da parte nostra (da parte di chi è per la pace senza se e senza ma) il primo atto di intelligenza è riconoscere che anche noi abbiamo sin qui eluso almeno due dei fondamentali corni che sono all’origine di questa guerra. La questione russa, la questione ucraina, due grandi rimossi di questo anno e mezzo di conflitto.

Abbagliati dall’etica da risiko dalla geopolitica e dall’etica degli interessi materiali della geoeconomia, ci siamo dimenticati della storia, della cultura, dei miti e dei simboli di fondazione dei quali i popoli hanno bisogno per vivere. E, quindi, del ruolo cruciale della politica nel mettere in forma anche le divergenze valoriali e identitarie più acute e apparentemente inconciliabili.

A fronte della possibile comune rovina dell’umanità nessun Dio suonerà, al nostro posto, l’orologio della pace. La pace – oggi e domani come ieri – è sempre frutto di costruzione, di riconoscimento dell’altro, non di imposizione unilaterale e unidirezionale. Anche nell’odierna civiltà planetaria l’universo è – deve essere – un pluriverso.

Ciò che oggi è di ostacolo alla pace non è la mancanza di un’unica leaderhip globale ma, al contrario, l’assenza di una condivisione globale della leadership. Un compito il cui adempimento non può essere affidato a nessun Tribunale internazionale, a nessun velleitario messianismo, a nessuna morale senza politica che va restituita alla comunità internazionale nel suo insieme.

Una strada ad un certo momento indicata, ma lasciata inopinatamente cadere dall’Italia, dal suo Presidente della Repubblica, quando ha sollecitato ad individuare «una sede internazionale che rinnovi radici alla pace, che restituisca dignità a un quadro di sicurezza e di cooperazione, sull’esempio della Conferenza di Helsinki che portò, nel 1975, a un Atto finale foriero di sviluppi positivi».

Non è data alcuna fine della guerra senza accordo tra le parti, senza un’iniziativa politica che chiami ad uno stesso tavolo Europa, Stati Uniti, Russia, Cina, India, Africa, con all’ordine del giorno il tema delle ragioni e delle cause remote dell’ingiustizia tra le nazioni e tra i popoli. E nel frattempo, come suggerisce la saggezza contadina, senza dimenticare quelle prossime. Siccu chiama siccu.


Le radici storico-politiche del declino della sinistra europea

Lo scenario internazionale segnato dalla guerra in corso tra Russia e Ucraina e gli ultimi risultati elettorali, a cominciare da quelli italiani per finire con quelli spagnoli, passando per la vittoria delle destre nei paesi scandinavi, antica roccaforte della socialdemocrazia europea, sembrano dirci che siamo ormai all’epilogo di un processo di dissoluzione della sinistra apertosi trenta anni fa con il crollo dell’Urss e dell’intero campo socialista che ha travolto anche il ruolo svolto dalle forze socialdemocratiche nei trenta anni successivi al secondo conflitto mondiale.

La fine di un ciclo della storia

Cruciale in quegli anni è stata la sconfitta del tentativo di Gorbaciov di procedere a una radicale riforma del sistema socialista sovietico e del ruolo svolto su scala mondiale dal campo socialista, a cui concorsero vari fattori, dal processo di globalizzazione che ha investito l’economia alla trasformazione irreversibile dei funzionari dello stato e del partito al potere in un ceto privilegiato, orientato a una vera e propria azione di rapina e di appropriazione privata del patrimonio collettivo tipico delle società socialiste del secolo scorso. E così che nasce il ceto degli oligarchi saldamente alla guida della Russia contemporanea e di tanti paesi dell’ex campo socialista.

Comunque sia, dopo trenta anni è giunto ormai il momento di prendere atto della fine irreversibile di un ciclo della storia. Della sinistra del Novecento, sia comunista che socialdemocratica, non c’è più nessuna eredità da raccogliere. E di un nuovo ciclo storico della sinistra sarà possibile tornare a parlare quando si riuscirà a scavare tra le cause oggettive che hanno prodotto questo risultato più che sui limiti e le responsabilità soggettive delle forze eredi dei partiti della sinistra del Novecento e dei suoi gruppi dirigenti.

La sinistra neoliberale

Un passaggio cruciale della crisi della sinistra è l’evoluzione avvenuta nel corso degli anni Novanta del secolo scorso che ha portato le principali forze della sinistra europea (Blair, Schroeder, D’Alema) a sposare le politiche neoliberiste che avevano trionfato in seguito ai processi di globalizzazione dell’economia. Non si tratta di riproporre la critica a quegli orientamenti, per tanti aspetti scontata visti gli esiti catastrofici prodotti, quanto piuttosto di indagare le ragioni oggettive che sono state alla base di quella scelta. Si tratta cioè di scavare a fondo sui caratteri contraddittori di quel passaggio cruciale della storia mondiale. La fine dei vecchi equilibri non ebbe come conseguenza la dissoluzione del campo socialista ma anche delle basi dei sistemi politici e dei partiti dominanti nelle società capitalistiche in quanto organizzazioni di massa che funzionavano da cerniera che garantiva la partecipazione democratica alla vita dello Stato da parte dei cittadini. Intere classi dirigenti si videro condannate a un inesorabile declino. E gli eredi dei partiti che affondavano le loro radici nella storia del movimento operaio, sebbene vedessero svanire la prospettiva di portata storica da cui erano nate le loro formazioni, ebbero l’illusione di potersi candidare a nuova classe dirigente del nuovo ordine figlio della globalizzazione, proprio in quanto non compromessi con il governo degli assetti di un ciclo del capitalismo  avviato al suo irreversibile superamento. La sinistra si trasformava da formazione politica votata all’emancipazione delle classi subalterne a luogo di promozione di un nuovo ceto politico.

La crisi identitaria della classe operaia

A tutto questo si accompagna la fine della funzione della classe operaia come principale soggetto sociale su cui fondare il ruolo alternativo all’ordine costituito che la sinistra ha svolto nel corso del secolo scorso. Il paradosso è che con la globalizzazione la classe operaia diventa un soggetto diffuso a livello mondiale come mai lo era stato sino alla fine del secolo scorso. Ma proprio nel momento in cui diventa un soggetto universale essa sembra perdere qualsiasi ruolo antagonistico. Su questo tema ci sono molteplici ipotesi, alcune delle quali portano a una revisione delle basi teoriche del marxismo. Quel che è certo è che questo è un tema cruciale per il futuro della sinistra.

E infatti femminismo, ambientalismo, libertà civili e equità sociale, che per molti costituiscono l’orizzonte entro cui fondare una nuova sinistra, nonostante siano questioni fondamentali del tempo presente stentano a diventare la base di una nuova sinistra con basi di massa e radicata nello spirito pubblico delle società contemporanee.

La vitalità della sinistra in America latina

Sembrano inoltre insuperabili alcuni limiti che riguardano la dimensione storico-politica. È del tutto incomprensibile, infatti, la disattenzione delle forze della sinistra europea verso la vitalità dimostrate dalle forze di sinistra in America latina a cominciare dal Brasile. Solo Papa Francesco si è posto il problema di dare a Lula una scena internazionale entro la quale intessere nuovi rapporti e rompere l’isolamento.

E inoltre, in una situazione in cui la dimensione internazionale è quella decisiva per aprire nuove prospettive, il movimento sindacale, che della sinistra costituisce una componente decisiva, stenta a definire piattaforme rivendicative e vertenze a livello europeo di fronte a un processo ormai irreversibile di internazionalizzazione del capitale.

Come si vede i quesiti di fondo sul fatto se la sinistra avrà ancora un futuro oltre i confini del XX secolo sono tanti e ancora senza risposta. C’è solo da sperare che torni ad avverarsi la profezia di Marx sulla “vecchia talpa” che, quando tutto sembra perduto, scava sotto la superficie della storia per far riemergere dalle contraddizioni del tempo presente una prospettiva di liberazione dell’umanità dalle sue catene.


Dopo la marcia su Mosca

La dimensione e gestione dell’apparato di difesa russo, a differenza di quello politico-istituzionale, fonda le sue radici nel modello sovietico; linee di comando altamente centralizzate e processi di decision-making iper-istituzionalizzati. La mera traslazione del modello sovietico incorporato nell’apparato politico della Federazione Russa ha funzionato sino a quando i pilastri della dottrina militare e di difesa erano basati su due cardini: ristrutturazione del comparto sicurezza e difesa dei confini interni, garantendo stabilità politica. Conclusasi la fase di trasformazione dell’apparato politico gestito prevalentemente dai siloviki, e creato un sistema di consenso attraverso una classe media soddisfatta, la leadership russa ha potuto delineare una nuova dottrina di politica estera non solo orientata a riguadagnare influenza nello spazio post-sovietico ma anche a ristabilire una dimensione multilaterale delle sfere di influenza globali, con la Russia a giocare il ruolo di grande potenza. Per garantirsi questo ruolo è stato necessario un passaggio dal soft power degli aiuti ad un interventismo tecnico-militare in contesti remoti, Africa in primis. L’implementazione della dottrina militare di guerra ibrida – nota come dottrina Gerasimov – la salvaguardia di interessi oltremare e la volontà di ristabilirsi come key player globale hanno reso necessario l’utilizzo delle cosiddette compagnie di sicurezza private o PMC. È in questo contesto che si rende necessario non solo modificare la dottrina militare ma anche creare nuove strutture militari, non direttamente controllate dal Ministero della Difesa e con una capacità di risorse autonoma.

 I presupposti strategici dell’impiego del gruppo Wagner

La compagnia militare privata (PMC) Wagner ha fatto la sua comparsa sulla scena internazionale per la prima volta in Siria nel 2014 e nel corso degli anni le sue attività sono arrivate a interessare circa trenta Paesi fra l’Europa orientale, il Medio Oriente, l’Africa tanto mediterranea quanto sub-sahariana fino all’Asia e Venezuela. Attualmente i due principali teatri di attività sono l’Africa soprattutto Libia, Sudan, Repubblica Centrafricana, Mali e l’Ucraina.

In Africa il gruppo risponde alla necessità del Cremlino di operazioni “covert”, ovvero ha lo scopo di mascherare dietro iniziative apparentemente indipendenti e private la promozione dell’agenda di politica estera della Russia e i suoi interessi strategici, politici ed economici. Un attore russo privato subentra così ad attori statali occidentali, Francia e Stati Uniti in primis, nel ruolo di partner politico-militare di Paesi instabili ma ricchi di risorse naturali e/o geograficamente strategici.

Nonostante alcuni elementi comuni, l’organizzazione di Wagner si configura in maniera diversa nei singoli Paesi, a seconda della missione assegnata. È difficile fornire dati esatti sulla consistenza numerica dei contingenti Wagner nei Paesi africani, ma si stima secondo dati acquisiti da fonti aperte e da fonti sentite in loco, che si attestino fra le poche centinaia di uomini, ad esempio i 450 uomini in Mozambico, ora ritirati, fino ad arrivare ai circa 1200 presenti in Libia. Sembrerebbe inoltre che nel corso del 2022 i numeri si siano ridotti, per dispiegare i veterani sul fronte ucraino. In Africa Wagner assolve in primo luogo i compiti tipicamente assegnati ad una PMC: assistenza paramilitare, ovvero tecnica, logistica e addestrativa alle forze armate dell’ host nation; servizi di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR); servizi di sicurezza in particolare in favore di leader politici e presso infrastrutture critiche; vendita di armamenti; talvolta – e sempre più spesso – ricopre ruoli combat fornendo capacità tattiche specialistiche (sniping, utilizzo di sistemi d’arma avanzati come droni o aeromobili, supporto al fuoco, operazioni speciali).

Il Gruppo Wagner, nelle sue componenti non-militari, sarebbe inoltre impegnato in operazioni di manipolazione dell’informazione e dell’opinione pubblica (PSYOPS) e “consulenza politica”. Le attività della PMC in Africa, al di là delle dinamiche di politica estera che sostengono, puntano in parallelo ad ottenere un vantaggio economico privato ma anche per le casse dello Stato che parzialmente finanzia il conflitto in Ucraina con le risorse accumulate in queste operazioni oltreconfine.

La Wagner nel conflitto ucraino. La cessione della sicurezza nazionale

Il ruolo del Gruppo Wagner nel teatro ucraino è radicalmente diverso: l’allineamento della PMC con gli interessi del Cremlino è overt, al punto che una proposta di legge della Duma prevede il riconoscimento dello status di veterano di guerra e relativi benefici ai mercenari che hanno combattuto in Ucraina, cosa non avviene per altri teatri, di fatto sanando in parte il vulnus legislativo in questo senso.

Il Gruppo Wagner nel teatro ucraino si configura alla stregua di un esercito regolare, per numeri – circa 50mila effettivi – e assetto operativo: non gli sono attribuiti compiti specialistici o di supporto, ma gli sono assegnati specifici settori del fronte, come ad una qualsiasi altra unità. In alcuni casi sembrerebbe anzi che forze regolari russe siano state assegnate in supporto di Wagner, invertendo le normali gerarchie e divisioni funzionali. Un esempio tra gli altri le operazioni per la conquista della città di Bakhmut, ritenuta strategicamente rilevante per i russi.

La capacità del gruppo di operare indipendentemente dagli asset dell’esercito regolare è da attribuirsi alla sua struttura organica che oltre alla fanteria include unità di artiglieria, velivoli d’attacco al suolo, elicotteri d’attacco e droni per la sorveglianza. Da sottolineare la presenza di carri armati e veicoli blindati di diversa provenienza.

Le unità di Wagner si sono dimostrate maggiormente versatili rispetto alle forze regolari nel gestire alcuni scenari nel contesto ucraino. Questo è dovuto sia ad una catena di comando più corta che ad una gestione delle risorse meno istituzionalizzata, rendendo gli interventi sul campo manovrabili con maggiore efficienza. Inoltre questa maggiore efficienza sarebbe dovuta – perlomeno nella fase iniziale del conflitto – ad un basso tasso di perdite umane bilanciate da un uso nettamente maggiori di munizioni pesanti. Anche l’utilizzo della componente militare aerea da parte di Wagner è più spregiudicato, caratterizzata non solo da velivoli e mezzi convenzionali ma anche da un ampio parco droni.

La sovraesposizione massiccia ai fronti caldi del conflitto ucraino ha portato ad un consumo più ingente e più rapido di equipaggiamenti e di munizioni e il forte consumo è il primo motivo di attrito tra la PMC e il Ministro della Difesa russo, accusato dai vertici di Wagner di non rifornire a sufficienza le unità schierate.Per far fronte alle necessità operative del gruppo e vedendo aumentare le pressioni strategiche per portare risultati concreti per il conflitto, sembrerebbe che Wagner abbia acquistato autonomamente parte del materiale, come nel caso di forniture di munizioni recentemente ottenute dalla Corea del Nord.

Il Gruppo Wagner, alla luce di quanto evidenziato, si è assunta gli oneri principali del fronte ucraino ma dal Cremlino non ha ricevuto un trattamento pari all’impegno richiesto portando ad un deterioramento lento ma inesorabile i rapporti con Mosca. Operando come unità indipendenti e slegati da legami politici, la Wagner avrebbe dovuto avere altrettanta autonomia anche nella gestione e nell’acquisizione delle risorse necessarie al proseguimento della guerra.

La necessità di dipendere da Mosca non inficia i risultati del gruppo ma mina dalle fondamenta il suo rapporto con chi l’ha contrattualizzata. La maggiore agilità e versatilità della PMC non solo l’ha resa indispensabile nella condotta del conflitto ucraino, ma ha al contempo eroso il prestigio delle forze armate regolari non solo presso l’opinione pubblica russa, ma anche fra le stesse truppe e gli osservatori internazionali.

Wagner avrebbe avuto, inoltre, un impatto diretto sulla dottrina militare russa ufficiale. Le Forze Armate regolari pare abbiano, almeno in parte, incorporato all’interno dei propri manuali le tattiche applicate dai mercenari, particolarmente innovative rispetto alla tradizione dottrinale russa, poco incentrata sulla fanteria leggera.

L’applicabilità delle procedure di Wagner all’intero apparato militare statale è però discutibile: sono difficilmente sostenibili su larga scala sia economicamente che politicamente, a causa dell’elevato costo materiale e umano che esse comportano e richiedono una catena di comando e controllo diversa rispetto a quella statale russa.

L’ibridazione della sicurezza nazionale.

L’evoluzione del Gruppo Wagner costituisce un ulteriore passo nel percorso di ibridizzazione/de-istituzionalizzazione della sicurezza nazionale russa, fenomeno peraltro del tutto inedito nel sistema russo, seguendo una pratica già ampiamente utilizzata in vari scenari bellici dagli americani con l’impiego della PMC Blackwater al fianco delle truppe regolari durante la Global War on Terror.

Nel caso della Russia si è però andati oltre il semplice affiancamento delle forze private ad attori securitari statali. Le PMC russe, e in primis Wagner, si sono sostituite in toto alla presenza statale russa in teatri critici come ad esempio quello africano e quello ucraino, svolgendo compiti che travalicano l’assistenza tecnica para-militare e che sono piuttosto afferenti alla sfera della politica estera, come il supporto politico a determinati attori di influenza dell’opinione pubblica dell’host nation, attraverso l’utilizzo di mezzi non prettamente militari come campagne mediatiche ed interferenza (troll-bot).

Il grado di controllo degli apparati statali russi sulle operazioni di Wagner non è chiaro in quanto completamente slegato dalle dinamiche di public decision-making ed è legittimo pensare che l’interesse nazionale russo talvolta sia stato piegato a quello privato di Evgenij Prigozhin, leader di Wagner, se non sostituito da esso.

La costruzione del ruolo politico per Wagner all’interno della leadership russa è stata ulteriormente rafforzata dall’intervento in Ucraina. La Wagner in questo teatro non promuove semplicemente gli interessi russi, ma è un pilastro della condotta della guerra e dunque della stessa integrità territoriale russa, compito essenziale ed esistenziale dello Stato. La Wagner ha dimostrato di essere strategicamente indispensabile grazie alla sua particolare efficacia: pur nel contesto generale di una condotta bellica deludente, le azioni più efficaci e più importanti dal punto di vista propagandistico/narrativo sono attribuibili alla PMC, come ad esempio la conquista di Bakhmut. Prigozhin è così diventato un interlocutore politico ineludibile e sgradito a parte delle élite di Governo, in particolare quella della Difesa, che vede minacciata la sua autorità e la sua influenza sugli asset dello Stato.

Sacrificare l’imperatore per salvare l’impero?

Nella notte tra il 23 ed il 24 giugno 2023 Il gruppo di mercenari Wagner, fino ad allora al fianco dell’esercito, si è rivoltato contro i vertici militari russi e la loro gestione della guerra in Ucraina. Con il capo Yevgeny Prigozhin che ha lanciato un appello a “fermare” i capi delle forze dopo un presunto bombardamento degli accampamenti dei suoi combattenti in Ucraina. Il leader dei miliziani ha invitato i russi, in particolare i soldati, a unirsi a loro e a non opporre resistenza in quello che “non è un colpo di Stato militare, ma una marcia della giustizia”.

Dopo poco più di venti ore di tensione, con una inesorabile avanzata di Wagner verso mosca, nella tarda serata del 24 giugno, il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha detto di aver negoziato con Prigozhin “lo stop ai movimenti” delle truppe Wagner mettendo fine a quello che viene definito a tutti gli effetti un colpo di stato. Dal punto di vista politico e geopolitico, in questo particolare frangente la leadership russa mostra le sue fragilità più profonde; il protrarsi del conflitto con esiti tuttora del tutto incerti e il costante deterioramento delle alleanze internazionali con il potenziale isolamento, ha di fatto aperto una breccia sull’invincibilità e il mito della Russia troppo spesso considerato – a torto – uno Stato monolitico. Fragilità che ha allargato il cleavage politico-istituzionale culminante con gli eventi occorsi nelle giornate tra il 23 e 24 giugno 2023.

L’operazione messa in atto dal capo della Wagner, portando il suo fondatore all’apogeo nell’ascesa politica, non ci aiuta solo a dimostrare come gli equilibri politici russi si basino su geometrie variabili ma ci porta al punto iniziale della nostra analisi. La deistituzionalizzazione del comparto militare russo, la gestione del potere attraverso un gruppo di élite che ruotano attorno al sistema politico-istituzionale russo, la creazione di una narrativa neo-nazionalistica – nel senso russo del termine – tale da garantire il consenso attorno alle decisioni della leadership non garantiscono stabilità al sistema quando ad esso si aggiunge una componente non osmotica ad esso come la PMC Wagner.

La sopravvivenza dell’attuale sistema di potere passa dalla capacità della leadership di espellere dall’ecosistema politico forze non incardinate nel framework ipertrofizzato della gestione securitaria dello Stato. Alla luce degli eventi ancora in corso, possiamo sottolineare come questo processo di re-ristrutturazione sia attualmente impraticabile; l’incapacità di rispondere adeguatamente alle pretese di Prigozhin ha accelerato il processo di sgretolamento della leadership aprendo anticipatamente la corsa alla successione. Bisognerà comprendere ora se le varie forze in campo incardineranno la transizione sui binari della continuità sistemica o apriranno una lotta politica che spingerà le varie anime indipendentiste/separatiste allo scontro frontale con il rischio di arrivare alla parziale dissoluzione della Federazione Russa, con tutte le implicazioni geopolitiche che essa comporta.

Da un osservatorio disinteressato e prettamente analitico la soluzione più utile alla stabilità della regione sarebbe quella di augurarsi che le varie componenti politico-economiche russe seguano il vecchio adagio più volte adottato che recita: “eliminare l’imperatore ma salvare l’impero”.

[già pubblicato in “Analytica for Intelligence And Security Studies”, Torino, Giugno 2023. Vincent Ligorio, Docente di Relazioni internazionali e capo dipartimento geopolitica Analytica for Intelligence; Mario Del Vecchio, Analista di Analytica for Intelligence]


La guerra ideologica. A partire da un saggio di Michele Prospero

«La guerra non solo rassomiglia al camaleonte, perché cambia di natura in ogni caso concreto» – scrive Carl Von Clausewitz nella sua celeberrima opera – ma ha anche l’aspetto di uno strano triedro composto dalla «violenza originale del suo elemento, l’odio e l’inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto», dal caso e dalla ragione calcolante dell’autorità politica statale.

“La guerra è uno strano triedro”

Il primo di queste elementi corrisponde al popolo, il secondo al genio militare del condottiero, il terzo riguarda il governo che ha il compito di fissare gli obiettivi politici della guerra. Le passioni che nella guerra verranno impiegate –  scrive Clausewitz –,  «debbono già esistere nelle nazioni». Infatti, pur essendo la guerra un  fenomeno che scaturisce da una situazione politica e viene provocata solo da uno scopo politico, essa ha bisogno delle passioni e delle emozioni dei combattenti. Le quali, a loro volta, dipendono dall’esistenza di «un piano grandioso, collimante con esse. Quando il piano non mira a grandi scopi, anche le tendenze delle forze spirituali delle masse saranno  così deboli da richiedere che nelle masse si infonda un maggior impulso». (Clausewitz 1970). Insieme al genio militare e alla sagacia politica, la guerra necessita quindi dell’istinto e dell’odio delle masse, che si può ottenere soltanto con un’adeguata struttura ideologico-propagandistica in grado di suscitare e sostenere per tutto il tempo necessario l’inversione dell’ordine abituale dell’esistenza pacifica che la guerra, in quanto assassinio legalizzato di massa, costituisce. L’ideologia, intesa come discorso apologetico finalizzato a motivare l’ostilità e l’odio del combattente verso il nemico e il sostegno della popolazione civile alla lotta, rappresenta dunque una componente essenziale della guerra e da essa è inseparabile. Pur variando, ovviamente, in relazione alle circostanze e al tempo, il contenuto del discorso a sostegno e giustificazione della guerra mantiene alcune costanti. Come ogni ideologia, infatti, anche quella di guerra si presenta come una teoria capace di illuminare un oggetto altrimenti oscuro e, contemporaneamente, come un incitamento all’azione tesa a produrre una situazione nuova che corrisponda alla realizzazione di un bene oggettivo (o in alternativa alla reintegrazione di un bene vulnerato). Nell’ideologia di guerra c’è quindi sempre un “nemico metafisico”, che minaccia l’ordinamento oggettivo del mondo, e come tale merita di essere combattuto e detestato. In questo senso la dottrina della guerra giusta – che infatti spesso si presenta come una sorta di “tribunale armato” il cui compito è punire chi ha commesso il male – , è strettamente imparentata, nelle sue varie metamorfosi, con l’ideologia di guerra. E ciò può spiegare perché, di fatto, la dottrina della guerra giusta sia stata in realtà più uno strumento per fare la guerra che non per prevenirla, essendo quest’ultima rappresentata come una misura idonea a riparare la violazione dell’ordine oggettivo.

La parentesi dello Jus Publicum Europaeum

Si deve fare un’eccezione a questo impianto teorico per il breve periodo della modernità europea durante il quale si è cercato di mettere in forma la guerra, depotenziandola delle sue qualificazioni  etico-spirituali. All’interno di questo quadro teorico e giuridico la guerra non è più qualificata come giusta o ingiusta, ma come legittima se combattuta da justi hostes, cioè da persone giuridiche (gli Stati sovrani) detentrici del potere di muovere guerra (jus ad bellum) e di condurla entro un quadro di regole definite (jus in bello). È Hobbes che con maggior rigore ha spiegato che «fare la guerra e la pace con le altre nazioni e gli altri Stati» è un diritto che inerisce alla sovranità Conseguentemente il conflitto non può avere come scopo l’annientamento del nemico e le operazioni militari devono svolgersi entro determinati confini, mettendo al bando il fanatismo e la ferocia, in particolare nei confronti delle popolazioni civili, dei feriti e dei prigionieri. Già però le guerre napoleoniche costituirono una cesura rispetto a questo modello (e la riflessione di Clausewitz ne è una conferma). Saranno poi le guerre novecentesche e le successive paci a porre fine al progetto di razionalizzazione e umanizzazione della guerra perseguito dallo Jus Publicum Europaeum.

L’ideologia democratica della guerra e le sue aporie

Se da una parte però, le norme del diritto internazionale (dal trattato Briand-Kellogg allo Statuto delle Nazioni Unite) e alcune Costituzioni, come quella italiana, hanno negato l’esistenza di uno Jus ad bellum, dall’altra molti Stati hanno continuato a farsi la guerra, ampliandone il potenziale distruttivo e  le interconnessioni con le infrastrutture civili, informative, economiche e culturali (guerra ibrida). Si è venuto in questo modo progressivamente attenuando il discrimine tra guerra e non guerra. L’esistenza di coalizioni militari – in questo senso del tutto diverse dalle alleanze esistenti prima del 1945 –  impegnate permanentemente nella pianificazione, preparazione e addestramento in vista dei conflitti e il ricorso a misure economiche  e/o giuridiche discriminatorie nei confronti di paesi con i quali non vi è uno stato di belligeranza dichiarata, ha reso sempre più labile il confine tra guerra e pace.

Contemporaneamente, però, le società occidentali, e non solo esse, hanno visto diffondersi nella pubblica opinione, grazie anche a movimenti e iniziative politiche finalizzate a contestare la legittimità dei conflitti militari, la tendenza a pensare  la guerra in termini negativi. Se fino alla metà del XX secolo la guerra rappresentava un evento normale nella esistenza di un individuo e in molti paesi europei erano diffuse ideologie nazionalistiche risolutamente belliciste, spesso fondate su presupposti razzisti, dopo  quella data una  Kriegsideologie simile a quella sviluppatasi in Germania a partire dal primo conflitto mondiale (Losurdo 1991) , o una ideologia della guerra coloniale di conquista e della guerra civile, come quelle presenti in Gran Bretagna e Francia  fino alla fine del XIX secolo, potevano sopravvivere solo in circoli culturali e politici estremamente circoscritti. Il secondo dopoguerra e, soprattutto, il dopo Guerra Fredda, hanno visto dunque svilupparsi un fenomeno contraddittorio: mentre si accentuava il processo di militarizzazione dei rapporti internazionali, si moltiplicavano gli scenari nei quali si verificavano interventi armati e le  guerre tendevano a cronicizzare, sottoforma di guerre civili permanenti internazionalizzate e senza soluzioni definitive, le opinioni pubbliche  tendevano invece a considerare la guerra come un resto arcaico, al più confacente alla situazione dei paesi extraeuropei non del tutto civilizzati.

L’esistenza di questo contrasto ha reso più complesso il problema della elaborazione di un’ideologia bellica che, come abbiamo visto, rappresenta un elemento costitutivo del triedro della guerra, anche nella forma ibrida e ubiqua  assunta negli ultimi decenni. Ed è certamente uno dei meriti maggiori del saggio di Michele Prospero, L’ideologia della guerra, “Teoria politica” nuova serie, annali XII, 2022, pp 47-72, quello di aver analizzato in particolare gli elementi caratteristici dell’”ideologia democratica della guerra”, che già a partire dagli anni ’90 del secolo scorso ha proposto la dimensione bellica come scontro etico per l’allargamento della democrazia. Questa lettura delle relazioni internazionali ha la sua matrice nelle elaborazioni dell’amministrazione Clinton. Nel nuovo contesto prodotto dalla fine del bipolarismo esse hanno teso ad autorappresentare la missione americana, e occidentale, come l’affermazione di un modello politico, quello democratico, all’interno dei singoli stati. Conseguentemente, la ricerca di rapporti di forza favorevoli ai propri interessi geopolitici è stata cancellata dalle ragioni del ricorso alle armi. Non si tratta per la verità, di una costruzione inedita. A ben guardare questa narrazione ha forti analogie con altre analoghe giustificazioni dei conflitti, a cominciare naturalmente da quella che ha sostenuto il lungo confronto della Guerra Fredda. Ma già nel corso della Prima guerra mondiale  i paesi dell’Intesa erano ricorsi ai diritti umani e alla “crociata per la democrazia” per giustificare lo scontro con gli imperi centrali, nonostante la presenza nel loro schieramento della Russia zarista.

L’innocenza dell’Occidente

Il tratto comune di tutte queste costruzioni retoriche è l’esaltazione delle ragioni di carattere etico-spirituale e il contestuale disprezzo per le considerazioni di carattere utilitaristico e per le eventuali convenienze materiali. Anche in questo caso, a ben guardare, possiamo rintracciare dei modelli retorici tutt’altro che rassicuranti per questa tendenza all’autoassoluzione. Richiamando quella che lei stessa definisce la “leggenda di fondazione” dell’impero inglese, Hannah Arendt ricorda come Rudyard Kipling descriva il modo quasi involontario e disinteressato con cui l’inglese diventa “padrone del mondo”: «Conquisterete il mondo … Ma né voi né i vostri figli otterrete alcunché da quella piccola impresa (…) i vostri figli (…) saranno sempre un po’ sopravvento ad ogni nemico – affinché possano essere una salvaguardia per tutti quelli che passano sui mari». (Arendt 1999)  L’innocenza dell’Occidente si rivela così come uno dei costrutti ideologici essenziali della sua concezione delle relazioni internazionali.  Conseguentemente, rileva Prospero, vengono emarginate le posizioni di coloro, realisti e marxisti, che individuano nell’interesse il fattore determinante dei fenomeni politici, e vedono nelle idee una componente importante delle scelte politiche, purché esse siano funzionali o non conflittuali rispetto agli interessi materiali e ai disegni geopolitici.

La scelta di dare ai conflitti geopolitici una giustificazione valoriale può essere considerata sia un’esigenza connessa al carattere strutturalmente militare che ha assunto il progetto di governo unipolare all’interno di un contesto giuridico e culturale invece fortemente caratterizzato dal  rifiuto della guerra, sia l’espressione del bisogno esistenziale dell’Occidente di dare anche in questo campo un fondamento alla propria pretesa superiorità spirituale e civile. Non si tratta, peraltro di istanze contraddittorie. Anche se i disegni geopolitici che sono sottesi alla retorica dell’ideologia di guerra possono costringere spesso alla menzogna, o quanto meno all’esagerazione dei pericoli per giustificare i costi e la frequenza degli interventi militari nei più svariati scenari. Si tratta di una pratica che abbiamo visto teatralmente in atto in occasione della riunione del Consiglio di sicurezza nella quale Colin Powell mostrò le prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq.  Ma che  in fondo è una costante della politica americana. Come ricorda Giovanni Arrighi, la stessa politica di sicurezza in Europa e il conseguente massiccio riarmo dopo la fine della seconda guerra mondiale, nonché il programma di investimenti del piano Marshall, furono ottenuti “spaventando a morte il popolo americano”, così  da ottenere l’approvazione da parte del Congresso di misure che altrimenti non sarebbero apparse giustificate sul piano fiscale e del calcolo costi-benefici. (Arrighi 1996).

Liberal intollerance e hybris bellica

La conseguenza che secondo Prospero discende però dall’impostazione valoriale dell’ideologia che giustifica il ricorso alla forza (188 interventi militari da parte degli Stati Uniti tra il 1992 e il 2017) è la formazione di un “antipluralismo liberale” , che «respinge come estranee le altre organizzazioni statuali» e attribuisce ai paesi democratici una sorta di “monopolio dell’uso legittimo della violenza”. E ciò in contrasto con le norme del diritto internazionale, che non contemplano la possibilità di una guerra per la democrazia, ma considerano solo la sovranità come requisito per l’appartenenza alla comunità delle nazioni indipendenti e come bene da proteggere con le misure previste dallo Statuto dell’ONU. Voler impostare i rapporti tra gli Stati sulla base di questa asimmetria valoriale finisce non solo per creare le condizioni per uno stato di continua tensione e conflittualità (anche perché la giustificazione valoriale è solo una copertura per il perseguimento di obiettivi di potenza), ma rende più difficile la definizione di limiti ai conflitti una volta che essi si sono prodotti. Nel caso ucraino questo si traduce nella negazione del riconoscimento dell’esistenza di confini del diritto di autotutela esercitato dalla parte aggredita. Inoltre, la cancellazione di ponderabili valutazioni di carattere politico tra gli elementi che sono alla base dei conflitti, finisce per rendere impossibile ogni spazio di mediazione, con il rischio conseguente, ben presente nel caso ucraino, di un esito catastrofico.

L’ideologia della guerra di aggressione russa

A questo punto è però necessario domandarsi quale sia l’ideologia della guerra adottata dalla Federazione russa, che ha intrapreso una guerra di aggressione in violazione del diritto internazionale.  E dobbiamo domandarci se essa sia strutturalmente diversa da quella occidentale. Da questo punto di vista possiamo osservare una sostanziale omogeneità tra le due. Per entrambe, infatti, la giustificazione etica copre il perseguimento di obiettivi di potenza. Infatti per giustificare la sua criminale aggressione, il Presidente russo ricorre ad argomenti umanitari (la difesa dei diritti umani delle minoranze russe), insieme alla volontà di estirpare la presenza del nazismo nello Stato ucraino e ristabilire la comunione etnica e culturale di un popolo artificialmente separato dalle sciagurate decisione dei bolscevichi. Anche l’uso di alcuni termini, “operazione” al posto di guerra, rifà il verso al lessico utilizzato in passato per giustificare gli interventi armati occidentali. Il carattere ideologico di queste argomentazioni è palese. Ma la funzione delle ideologie non è quella di descrivere oggettivamente la realtà, anche se nel loro amalgama possono essere presenti elementi di verità, insieme a molte mistificazioni. Se, infatti, è certamente vero che in Ucraina era in atto da tempo uno conflitto etnico-culturale, la maggior parte delle ragioni che hanno spinto la Russia all’invasione hanno a che fare con lo scontro geopolitico con gli Usa. Da questo punto di vista sarebbe però sbagliato leggere l’invasione dell’Ucraina in termini solo difensivi, cioè come risposta all’”avanzata” della Nato. Le iniziative in Siria, Sudan e in Libia dimostrano che l’uso della forza militare fa parte a pieno titolo della politica putiniana. Che ha cercato di approfittare della crisi Usa, conseguente ai fallimenti in Afghanistan e Iraq, per affermare un proprio ritorno come potenza geopolitica e compensare il sentimento di frustrazione prodotto dalla fine dell’URSS.  L’invasione dell’Ucraina, successiva alla disfatta USA in Afghanistan, non è estranea a questa dinamica. Alla quale si possono ricondurre anche altre iniziative, ad esempio quelle della Turchia. E ciò non fa che confermare che la crisi dell’egemonia americana e la sua gestione stiano accentuando l’instabilità e il protagonismo di numerosi attori. Tuttavia il caso ucraino presenta dei suoi tratti peculiari, strettamente connessi alla storia e alla identità dei due paesi. Ciò fa sì che in quel contesto si combattano molteplici guerre (etnico-territoriale, per la conquista del mare, geopolitica), ma «tra di esse non compare la polarità democrazia-autocrazia». Ha  ragione Prospero a sottolineare quanto abbia pesato l’errore strategico commesso dagli Sati Uniti con la firma del Charter on Strategic Partnership, nel quale è previsto non solo il «sostegno alle legittime aspirazioni dell’Ucraina a entrare nella Nato», ma anche lo sviluppo dell’interoperabilità nel quadro della massimizzazione del suo status di Nato Enhanced Opportunities Partner. Non a caso il progetto di Trattato tra federazione russa e Stati Uniti, presentato dalla prima alla vigilia dell’invasione e mai discusso, comprendeva tra le sue clausole proprio il divieto di cooperazione militare bilaterale tra Stati Uniti e paesi che facevano parte dell’Unione Sovietica e non fossero membri della Nato (articolo 4). Detto, ciò, è pur vero, come rileva Prospero, che le intenzioni di Putin non hanno niente a che fare con  gli obiettivi assurdi e irrealistici, anche alla luce della effettiva forza militare e della potenza economica della Federazione russa, che gli vengono attribuiti in Occidente, ma ha certamente l’ambizione di restituire alla Russia una parte del prestigio e del ruolo perduti con la caduta dell’Urss. Ciò non significa che siano prive di fondamento le preoccupazioni per la propria sicurezza espresse a più riprese dalla leadership russa.  Esiste d’altra parte un nesso necessario tra ambizioni di potenza e sicurezza. Anche il nazionalismo russo, che si è poi evoluto in revanscismo, non è solo una reazione alle umiliazioni subite con la perdita dello status di grande potenza,  ma anche un modo per preservare la propria autonomia ideologica, da cui, secondo Gramsci intelligentemente citato da Prospero, dipende – insieme all’estensione del territorio, alla forza economica e alla forza militare –  il posto di uno Stato nella gerarchia delle potenze. (Gramsci, 1975)  È infatti questo l’elemento che contraddistingue le grandi potenze,  e consente loro di dare una direzione autonoma alla loro azione, senza subire l’influsso altrui; anzi,  riuscendo a esercitare esse un influsso su altri paesi. Da ciò si può ricavare che tanto maggiore è la posizione ideologica di una potenza, tanto minore sarà la necessità di ricorrere alla forza militare per ottenere che il proprio avversario si sottometta alla sua volontà. O anche per ricevere il sostegno di altre potenze, qualora decida di ricorrere a un atto di forza. Anche in questo caso possiamo osservare una certa analogia di tendenza nel modo con il quale sono state accolte, dai paesi non direttamente coinvolti, le ultime iniziative militari di Usa e Federazione russa, a dimostrazione del fatto che nessuna di queste è apparsa pienamente convincente sul piano ideologico.  Gli Usa, infatti, hanno fornito numerosi esempi del loro modo di intendere la guerra come strumento “alla mano” per estendere e/o preservare la propria posizione dominante. Non solo con il ricorso diretto alle armi, ma anche con la costruzione di alleanze militari permanenti, la spesa militare, le sanzioni economiche e le operazioni coperte effettuate dalla Cia con personale e fondi non militari, anche nei confronti di paesi democratici. (Mini 2021) . E Putin ha da parte sua mostrato, sia all’interno che in politica estera, di considerare “normale” il ricorso alla forza per sciogliere i nodi politici.

La sinistra è fuori dalla storia se non legge le contraddizioni del presente

Interrogandosi su quale potrebbe essere l’evoluzione futura del sistema di rapporti internazionali nel corso del XXI secolo, Giovanni Arrighi si domandava perché non fosse possibile cercare una soluzione negoziale alla lotta autodistruttiva per il controllo delle capacità produttive dei capitali eccedenti mondiali che la globalizzazione ha collocato nell’Asia orientale. «Perché non riconoscere i fondamentali limiti che lo spostamento dell’epicentro dei processi sistemici di accumulazione del capitale verso l’Asia orientale pone alle capacità di formazione statale e di conduzione della guerra dell’Occidente, indipendentemente dal fatto che queste capacità possano sembrare, o siano in realtà, senza precedenti e senza uguali? Perché, in altri termini non consentire al capitale dell’Asia di dettare le condizioni alle quali sarebbe disposto a sostenere l’Occidente al potere?». È in fondo lo stesso quesito che ricorre costantemente nelle ultime pagine del saggio di Michele Prospero, tutto teso a sottolineare come le ragioni del disordine e dei conflitti vadano ricercate nella «nuova dislocazione dei rapporti di forza» a livello mondiale, e che ciò impone un allargamento della governance globale. Una delle vittime principali del prevalere dell’ideologia idealistico-democratica che supporta il progetto unipolare è proprio l’Europa, chiamata a legittimarlo sul piano culturale e costretta a rinunciare a una propria visione autonoma. Ma l’altra vittima e senz’altro la sinistra, qualunque cosa si intenda con questo termine. Una parte di essa appare infatti completamente irretita all’interno della lettura ideologica dei rapporti internazionali come  scontro tra democrazie e autocrazie. Sorda e afona di fronte al tema, tutto politico, della rinegoziazione dei rapporti di forza e della governance globale tra le aree del mondo che sono in ascesa e quelle che sono in declino sul piano economico, demografico e tecnologico. L’altra parte non riesce a dimostrarsi convincente. Già Arrighi metteva in guardia i paesi occidentali dal proposito di riprendere il controllo sui capitali eccedenti, poiché questa intensificazione delle pressioni concorrenziali avrebbe finito per disgregare la loro coesione sociale. Ed è esattamente quanto sta avvenendo. Con la conseguente crescita delle forze della destra, di cui i risultati elettorali in molti paesi europei sono solo il sintomo più recente. La rinuncia a “leggere” le contraddizioni del presente in chiave sistemica e politica sta consolidando il vento di destra che spinge, purtroppo, la sinistra fuori dalla storia.

 

Testi citati

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, 1999.

Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore 1996.

Carl Von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, 1970.

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi 1975.

Domenico Losurdo, La comunità, la morte, l’Occidente. Heidegger e l’«ideologia della guerra», Bollati Boringhieri, 1991.

Fabio Mini (a cura di), L’arco dell’impero con la Cina e gli Stati Uniti alle estremità, di Qiao Liang, Leg Edizioni.


Corbyn, la sinistra che ha spaventato le élites

Se si pensa alla figura di Jeremy Corbyn, viene davvero difficile credere che questi abbia potuto, anche solo per un istante, scuotere i sonni delle élites politiche britanniche. Certamente parte di questa incredulità deriva dal fatto che la definitiva sconfitta dell’ex segretario in seguito alle elezioni del 2019 ha ricacciato la sinistra radicale nell’angolino in cui si è soliti localizzarla ed in cui certamente la sinistra britannica si trovava prima dell’inaspettato trionfo del 2015.

Corbyn, un leader popolare e mite

Ma l’accostamento alla capacità di incutere timore risulta ancora più incredibile se si pensa a chi è Jeremy Corbyn: un uomo noto per la propria mitezza, un idealista poco avvezzo alla presenza sui media dotato di un carisma modesto figlio delle giacche sgualcite, dell’orto dietro casa, di decenni di militanza dalla parte di chi è abituato a perdere. Mitezza peraltro confermata dall’approccio molto conciliante al conflitto intrapartitico: il primo Governo Ombra a guida Corbyn ha infatti provato a tenere assieme sostenitori e avversari feroci del segretario, i quali non hanno mancato di contraddire pubblicamente ed impunemente le posizioni assunte dalla segreteria fino all’improvvida decisione di optare per le dimissioni di massa dell’estate 2016. Anche di fronte a provocazioni e tentativi di logoramento costanti, la sinistra laburista raramente ha agito in maniera aggressiva contro i propri avversari interni, lasciandoli piuttosto logorarsi da sé, come accaduto proprio nel 2016 quando, in seguito alla mozione di sfiducia originatasi a partire dalle sopra citate dimissioni di massa, il segretario è stato riconfermato con oltre il 60% delle preferenze della base, lasciando infine gli oppositori interni senza una testa di ponte nel Governo Ombra e nella segreteria.

Le notti insonni delle élites britanniche

Eppure, nonostante questa conclamata incapacità di nuocere, la segreteria Corbyn ha regalato più di una notte insonne alle élites britanniche. Possiamo inferire ciò a partire da alcune preoccupanti esternazioni proferite da due ex vertici di organizzazioni chiave del “deep state” britannico, Richard Dearlove e Stella Rimington, rispettivamente ex direttori dell’MI6 e dell’MI5. Il primo, pochi giorni prima delle delicate elezioni del 2019, ha dichiarato che in caso di vittoria del Labour i servizi di intelligence non avrebbero mai concesso ad un governo Corbyn l’accesso ad informazioni classificate, dichiarando apertamente il supporto ad un ammutinamento organizzato. La seconda, in maniera leggermente più velata ma non meno inquietante, nel 2017 raccontava di avere in passato spiato alcuni dei più anziani attivisti del progetto Corbyn. Oltre ai servizi di intelligence, anche l’esercito ha visto alcune delle proprie figure apicali lanciarsi in minacce abbastanza dirette nei confronti del segretario laburista. Ad esempio, durante la campagna elettorale del 2017, l’ex direttore delle forze armate britanniche Lord Richards di Herstmonceaux ha definito Corbyn un pericolo per la sicurezza nazionale. In maniera ancora più preoccupante, il Sunday Times nel 2015 riportava le parole di un anonimo “generale senior” il quale candidamente aveva sostenuto che, in caso di vittoria di Corbyn in future elezioni, l’esercito non sarebbe rimasto con le mani in mano e avrebbe verosimilmente attuato un colpo di stato. Minacce rese ancora più credibili dalla pratica, diffusa tra i soldati di stanza in Afghanistan, di usare le foto di Corbyn per il tiro al bersaglio.

La delegittimazione attraverso i media

Queste affermazioni ripetute delineano l’ipotesi di uno scenario “cileno” nel Regno Unito degli anni ’10: chi avrebbe osato credere ciò? Ma soprattutto: com’è possibile che minacce così gravi e tutto sommato credibili non siano minimamente filtrate nel dibattito pubblico europeo, e persino nel Regno Unito abbiano generato tutto sommato poco scandalo. Certamente parte della risposta a questo interrogativo deriva dall’atteggiamento esplicitamente antagonistico e distorsivo adottato da larghissima parte della stampa britannica nei confronti della segreteria Corbyn. Senza ricapitolare la lunga serie di invenzioni e calunnie promosse dalla stampa di Sua Maestà – a partire dalle accuse mosse a Corbyn di essere stato una spia per la Cecoslovacchia -, è sufficiente citare un report della London School of Economics, che nel 2016 ha analizzato sistematicamente la copertura mediatica riservata al segretario laburista; l’impietosa conclusione del report è la seguente:

“Corbyn è stato totalmente delegittimato come attore politico dal momento in cui è diventato un candidato di primo piano e ancor di più dopo essere stato eletto leader del partito con largo supporto. Questo processo di delegittimazione è stato attuato attraverso diverse tattiche: 1) attraverso la soppressione o la distorsione sistematica del punto di vista di Corbyn; 2) attraverso la ridicolizzazione, il disprezzo e gli attacchi personali; e 3) attraverso l’associazione con figure sgradevoli, ed in particolare gruppi terroristici” (trad. nostra). Un’operazione di delegittimazione costante e martellante, guidata dai numerosi giornali di destra ma ripresa con relativa insistenza anche dalla BBC e da giornali progressisti come il Guardian e il New Statesman, che non può non avere inciso sul crollo di popolarità di Corbyn presso il pubblico a cavallo tra 2018 e 2019.

L’accusa strumentale di “antisemitismo”

Operazione ovviamente sposata e sostenuta dagli avversari interni al partito, che hanno contribuito a generare l’incredibile accusa di antisemitismo mossa ad un segretario noto innanzitutto per le proprie battaglie antirazziste. Persino l’occasione dell’ennesimo “scagionamento” di Corbyn da parte di un’inchiesta indipendente da parte della Equality and Human Rights Commission conclusasi nel 2020, che denunciava alcune lentezze ma nel complesso liberava per l’ennesima volta il campo da tutte le accuse più gravi, si è tradotta nell’occasione per un attacco diretto all’ormai ex-segretario. Alla pubblicazione del report Corbyn risponde con un tweet nel quale si scusa per le lentezze e riafferma la necessità di lottare contro ogni singolo caso di antisemitismo, pur richiamando il ruolo delle ostili burocrazie di partito nell’ostacolare una risposta alla questione – affermazione confermata dal Forde report, un’inchiesta interna al partito commissionata dal successore di Corbyn, Keir Starmer – e l’operazione di inflazione delle accuse da parte degli avversari interni ed esterni. Tale tweet è valso la sospensione e di fatto l’espulsione di Corbyn dal partito.

La “caccia alle streghe” dentro il Labour

Non che l’attacco alla sinistra si sia concluso con l’eliminazione del suo leader: Il neo-segretario Keir Starmer, a differenza del predecessore, non  ha dimostrato alcuna remora dal fare piazza pulita della sinistra all’interno del Governo Ombra, mentre Momentum – l’organizzazione interna nata in supporto della leadership di Corbyn – ormai da anni documenta e denuncia un vero e proprio clima di caccia alle streghe in cui ogni scivolone – reale o fittizio – compiuto da esponenti della sinistra del partito viene sfruttato per un ulteriore giro di vite ed espulsioni. La durezza riservata a Corbyn ed alleati è evidentemente figlia della scelta politica di azzerare la sinistra laburista. Prova di ciò è la simmetrica mancanza di una reazione da parte dei vertici del partito alle gravi informazioni riportate dal sopra citato Forde Report, che hanno gettato una luce estremamente fosca rispetto al ruolo della burocrazia interna nel sabotare la precedente segreteria, nonché alcun casi di veri e propri abusi personali; peraltro, Starmer ha lungamente impedito la pubblicazione dello scandaloso report, ed è stato forzato a renderlo pubblico solo in seguito ad una consistente fuga di notizie rispetto ai contenuti dello stesso. La solerzia di Starmer nel combattere senza quartiere la sinistra è tanto più grave se si pensa al fatto che questi ha ottenuto la segreteria grazie ad un programma che riprendeva esplicitamente le posizioni socialdemocratiche e progressiste di Corbyn. Proponendosi come prosecutore dell’agenda Corbyn, ma proiettando un’immagine di leader più tradizionale e dunque “rispettabile”, Starmer ha saputo sedurre la sinistra moderata del Labour, verosimilmente persuasa della necessità di un cambio di immagine dopo anni di attacchi incrociati. Naturalmente, le promesse di una continuità nell’agenda politica sono state tradite sin da subito ed il Labour si è spostato fortemente a destra anche per quanto riguarda l’agenda politica.

I limiti della sinistra di Corbyn

È evidente come la rapidità e pervasività della restaurazione avvenuta nel partito nei pochi mesi seguenti la fine del progetto Corbyn siano testimoni di una sostanziale debolezza della sinistra Labour, probabilmente sottovalutata in precedenza dagli avversari. Anche prescindendo dagli attacchi provenienti dai media e dalle intimidazioni da parte dei poteri dello stato, la sinistra non è mai riuscita a prendere il pieno controllo del partito. Ciò è stato conseguenza di una strategia tutto sommato timida nei confronti degli avversari interni, nonché dalle differenze di opinione tra leadership del partito ed i grandi sindacati che hanno sostenuto la sinistra. La sinistra di Corbyn ha evidentemente messo pressione ai gruppi politici ed economici che hanno trovato espressione nella stampa conservatrice – e non – nonché a sezioni non trascurabili dell’apparato statale britannico, ma è stata innanzitutto sconfitta dalla guerra di posizione mossa dalle burocrazie di partito e dal gruppo parlamentare, nonché dalla mancanza di compattezza della propria base. Una base che in precedenza aveva dato prova di essere capace di mobilitarsi in maniera repentina ed efficace in difesa di Corbyn, ma che non è mai riuscita ad istituzionalizzarsi e a radicarsi in tutti i gangli del partito e le cui contraddizioni interne sono state esacerbate dalla questione Brexit.

La lezione per il futuro

Da queste vicende si possono trarre diverse lezioni, alcune estremamente inquietanti, altre più motivanti. Sono le due facce di una medesima, durissima, moneta. Se da un lato le reazioni spropositate di media ed establishment nei confronti di un leader popolare ma fragile, radicale ma con un programma sostanzialmente socialdemocratico, testimoniano dell’ormai scarsissima tolleranza delle elites nei confronti di qualunque sfida che ne metta anche solo in parte in discussione la capacità di indisturbata riproduzione,  è d’altra parte evidente che ancora oggi, quando la sinistra riesce a farsi interprete in maniera credibile delle domande popolari, essa è capace di incutere un sano timore nei potenti e nei nemici dell’emancipazione sociale. Se nel riesaminare la storia del Labour degli anni ’10 la sinistra europea sarà almeno in grado di trovare la ragione per recuperare un po’ di autostima e di consapevolezza del proprio potenziale ruolo nella storia dell’emancipazione dei popoli europei, allora queste dolorose vicende non saranno accadute invano.


Come cambia l’industria? L’ultimo libro di Vincenzo Comito

L’industria sta mutando rapidamente, in Italia, in Europa e nel mondo. Le nuove tecnologie trasformano prodotti e sistemi produttivi, le attività si spostano da Occidente a Oriente, il lavoro muta profondamente, sia nella quantità che nella qualità, la questione ambientale assume un ruolo di assoluta centralità, mentre ritornano sulla scena le politiche industriali dei governi. Il volume di Vincenzo Comito analizza tutte queste trasformazioni (e le conseguenze per il nostro Paese) con riferimento all’alta tecnologia dei semiconduttori, alla transizione dell’automobile verso l’elettrico, ad una produzione di carne sempre più industrializzata.

Un libro settoriale e totale

Un libro “settoriale” e agile (una densa e trasversale introduzione, tre asciutti e essenziali capitoli), sorprendentemente “totale”, senza essere mai ideologico, come è nell’inconfondibile storytelling dell’autore, lontano da ogni accademismo e preoccupazione disciplinare. Senza alcuna falsa modestia: «Questo libro – confessa Vincenzo Comito nell’incipit – cerca, con tutte le difficoltà del caso, di analizzare le trasformazioni in atto nel campo industriale, tentando di individuare almeno alcune tra le linee di movimento principali e lo fa guardando in particolare a tre settori oggi tra i più rilevanti».

Quello dei semiconduttori, quelli dell’auto e, infine, quello della carne. Il primo comparto è uno di quelli maggiormente all’avanguardia delle trasformazioni tecnologiche; il secondo è esemplare di un’area di attività considerata sino ad oggi come di tipo più tradizionale, matura, ma che sta subendo anch’esso delle profonde trasformazioni tecnologiche. Il terzo, un campo considerato tradizionalmente estraneo all’industria, sta assumendo progressivamente gran parte dei caratteri di questa.

I chip, un quasi dominio asiatico

 Al cuore delle trasformazioni tecnologiche c’è l’industria dei chip che tramite una continua miniaturizzazione degli stessi rende possibile un aumento delle prestazioni e, allo stesso tempo, una riduzione dei consumi di energia e dei costi nel loro complesso. Tale processo comporta investimenti fortemente crescenti (una grande fabbrica per la produzione nel settore può richiedere oggi un investimento di 20 miliardi di dollari), una progressiva concentrazione di imprese, un crescente ed aspro conflitto tra le nazioni per il dominio del settore.

Un conflitto che ha un suo pregnante significato storico, geoeconomico e geopolitico. Se sino a pochi decenni fa gli Stati Uniti, e in misura minore l’Europa, erano al centro dello sviluppo tecnologico-produttivo nel settore e dominavano la scena dei consumi, oggi la Cina, detiene una quota del mercato mondiale pari a circa il 60%, mentre Usa e Unione europea non superano ciascuno il 10% (i produttori più importanti del settore sono da tempo diventati la taiwanese Tsmc e la coreana del Sud Samsung). Il che ha molto a che fare con il fatto che le grandi case produttrici occidentali hanno trasferito gran parte delle produzioni nei Paesi asiatici alla ricerca di più bassi costi del lavoro. Decisione che ha avuto conseguenze non brillanti: gli imprenditori asiatici hanno acquisito familiarità crescente con le tematiche del settore e a poco a poco sono diventati sempre più forti, scalzando le case occidentali dai primi posti della classifica.

Il settore dell’auto. L’irruzione dell’elettrico

Anche il vecchio motto che recitava che quello “che va bene per la General Motors va bene per gli Stati Uniti” e quello che “va bene per la Fiat va bene per l’Italia”, non è più vero come in passato. Oggi il settore è, infatti, sceso parecchio nei valori relativi di Borsa (il mercato finanziario è dominato dalle grandi imprese del digitale), pur continuando a rappresentare una parte rilevante delle strutture industriali dei paesi europei (in Germania sono occupati nel settore, direttamente o indirettamente, circa 15 milioni di persone) e del mercato mondiale (l’auto, nel suo complesso, fattura annualmente più di 2.000 miliardi di dollari, quattro volte di più dei telefonini e tre volte di più dei chip).

All’interno, comunque, del trasporto su strada non sono tanto le case tradizionali dell’auto ad attirare oggi l’attenzione dei mercati finanziari, ma i nuovi entranti nell’elettrico come Tesla e gli omologhi cinesi, nonché i produttori di batterie e le imprese che controllano i materiali di base necessari alla produzione delle stesse, mentre avanzano all’attenzione molti protagonisti che dal settore digitale sbarcano anche in quello dei veicoli.

Un settore, insomma, che solo pochi decenni fa veniva considerato tra quelli maturi, vive oggi una straordinaria turbolenza sia di mercato che tecnologica e produttiva in virtù della parallela trasformazione digitale che sta rimodellando strutturalmente i luoghi della produzione e della vendita delle vetture anche all’interno degli Stati Uniti, dell’Europa, dell’Asia. Con la Cina che è diventata il principale mercato e il più grande produttore del mondo, mentre le grandi case occidentali che tendono a trasferire in loco larga parte degli investimenti e della produzione.

In ogni caso, il passaggio all’elettrico, sembra rafforzare il ruolo della Cina e ridurre quello delle case europee più avanzate, in particolare tedesche. L’intera filiera dell’auto elettrica, dall’estrazione dei minerali necessari per le batterie alla produzione delle stesse, a quella delle vetture, a quella infine dello smaltimento e riciclaggio delle batterie usate, è per una parte molto importante in mani cinesi (circa un 70-80% del totale mondiale).

Il settore agroalimentare, la carne

 Può apparire bizzarro – osserva a un certo punto l’autore – inserire il settore agricolo in un volume intitolato a come sta cambiando l’industria. Ma bizzarro non è. Nel settore si assiste da tempo a un’invasione di prodotti e tecnologie industriali; a un collegamento sempre più stretto con le grandi imprese agroindustriali e i suoi canali distributivi; all’inserimento come imput produttivi di concimi, sementi, antiparassitari, di macchinari agricoli; all’introduzione di robot e droni nelle varie fasi dei processi produttivi; all’utilizzo crescente di metodologie industriali nei grandi domini agricoli dei vari continenti.

Ma oggi la novità più rilevante si sta ‘consumando’ nel settore delle carne e dei suoi derivati (i macelli nell’Ottocento sono gli antesignani delle catene di montaggio auto), nonché in quelle della frutta e verdura e, in prospettiva, anche dei cereali. La produzione avviene, insomma, sempre più direttamente in fabbrica, turbando il nostro antico immaginario che considera la terra come elemento produttivo di base. Anche in questo settore – chiosa Vincenzo Comito – i problemi ambientali e la necessità di nutrire un numero crescente di persone stanno rivoluzionando il nostro modo di produrre, di consumare, di vivere.

Tuttavia, se oggi l’agricoltura è virtualmente in grado di produrre quanto necessario per sfamare l’umanità (grazie ai grandi progressi ottenuti nelle tecnologie genetiche, nelle tecniche di irrigazione, fertilizzanti, disinfestanti, nonché nel miglioramento delle tecnologie organizzative), ragioni economiche, sociali e politiche impediscono che tutti gli abitanti della terra abbiano un accesso adeguato al cibo. Ma le “conseguente indesiderate” dell’industrializzazione dell’agricoltura non si fermano qui e persino nei Paese poveri a dominare è la pratica della monocoltura che esigendo grandi consumi di risorse idriche e di input chimici riduce progressivamente, in una sorta di circolo vizioso, la sovranità e la sicurezza alimentare di tali Paesi e genera problemi ambientali crescenti.

I dati e le previsioni ricordate nel volume sono inequivocabili quanto inquietanti. Nel 2050 la popolazione mondiale potrebbe raggiungere i 10 miliardi e sarà necessario produrre all’incirca il 50% in più di alimenti rispetto ad oggi. Il problema sarà allora non soltanto quello di un forte aumento quantitativo della produzione, ma di come raggiungerla senza che cresca in maniera insostenibile il suo impatto sull’inquinamento dell’ambiente, sul consumo di acqua, sulla deforestazione. Il 40% delle terre del pianeta sono ormai degradate e non basta più mettere sul banco degli imputati il modello di agricoltura intensiva drogata con gli input chimici. È necessario intervenire subito per ristabilire la condizione dei suoli e proteggere gli spazi naturali.

Ma, osserva Comito, «quasi niente si muove; abbiamo visto quanta attenzione al tema dell’inquinamento (…) nel settore dei veicoli». Viceversa «praticamente inesistenti sono le azioni di mitigazione delle emissioni e del consumo nel settore agricolo in generale e in quello della carne in particolare. Anche gli ultimi incontri dell’Onu, il Cop26 di Glasgow, del novembre 2021 e il Cop27 in Egitto del novembre 2022, non hanno portato avanzamenti in proposito». Un giudizio critico e articolato che poco concede all’ambientalismo da salotto, al naturismo bucolico: Per Comito «le grandi trasformazioni in atto nel mondo della produzione e della distribuzione della carne vanno inserite, da una parte, nella crisi del modello tradizionale di sviluppo agricolo» e, dall’altra, «collegate ai rilevanti mutamenti in atto nei mercati di riferimento e nel mondo delle tecnologie, nonché alle reazioni del mondo delle imprese a tali mutamenti». Le preoccupazioni ambientali non vanno, insomma, mai separate, per l’autore, «dalla lotta per un modello economico e sociale del mondo meno squilibrato e diseguale». Una lotta che chiama in causa “la capacità del potere pubblico di governare adeguatamente i grandi gruppi tecnologici”.

 Una miniera di fatti e di dati

 Anche in questo ultimo libro Vincenzo Comito conferma, dunque, la sua autentica e ancestrale passione per i fatti e per i dati, dietro la quale forse timidamente nasconde la connessa e temuta passione per una rappresentazione totale di come va il mondo. E siccome chi scrive è personalmente persuaso che il mondo va esattamente nella direzione da Lui indicata, auspico che la sua prossima fatica intellettuale abbia espressamente ad oggetto quella enorme fabbrica digitalizzata in cui noi tutti ormai, spesso inconsapevolmente, viviamo tutto l’anno, ogni giorno dell’anno, ad ogni ora del giorno.

Quella società fabbrica al centro di un altro libro totale anch’esso in libreria in queste settimane (Lelio Demichelis, La società fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering, Luissi University Press, marzo 2023). Un libro molto diverso da quello qui recensito, ma egualmente totale come quello di Vincenzo Comito. Vi leggo, voglio leggerci, un segno dei tempi. Un segno di un trasversale bisogno dei pensieri critici di esserci, di non rassegnarsi alla onirica rappresentazione che dà di sé il dominante modello di sviluppo, di produzione, di consumo.

(Il volume di Vincenzo Comito può essere acquistato anche presso l’editore senza pagare le spese di spedizione utilizzando il seguente codice: FUT16.)


Prigozhin e la ricomposizione del potere

Da quando Vladimir Putin è al potere la Federazione russa è stata costantemente in mobilitazione bellica. Cecenia, Georgia, Siria, Libia, Ucraina sono gli scenari principali in cui il putinismo ha combattuto le sue guerre.

Convinto di non potersi sottrarre a un ruolo imperiale iscritto nel destino della Russia, il Cremlino ha deciso di impegnarsi sullo scenario globale per far valere i propri interessi anche al costo di immensi rischi per la tenuta del paese.

Per farlo ha gradualmente militarizzato la società civile russa attraverso misure illiberali, costruendo una narrazione bellicista utile a esaltare le gesta dell’esercito russo e mobilitando la popolazione a sostegno delle proprie campagne militari.

Il giorno più lungo per Vladimir Putin

In una guerra moderna sempre più professionalizzata, per raggiungere i propri obiettivi, Putin si è inoltre appoggiato a dei veri e propri “signori della guerra”, come Kadyrov e Prigozhin.

L’ultimo anno e mezzo di guerra in Ucraina ha dimostrato che le operazioni militari di maggior successo condotte dai russi sono state direttamente gestite dalle truppe cecene (presa di Mariupol) o dal gruppo Wagner (presa di Bakhmut). Tutto ciò non è casuale. A Bakhmut “servirsi” della Wagner è stata una scelta obbligata per Putin, perché con ogni probabilità l’esercito regolare russo non avrebbe accettato di pagare un così alto prezzo in termini di vite umane per avere ragione delle truppe ucraine.

Negli anni scorsi per ricompensare questi “signori della guerra” Putin ha utilizzato un metodo caratteristico della sua gestione patrimonialista della Russia, concedendo a Prigozhin un’indipendenza insolita per il leader di un gruppo di mercenari e rendendo Kadyrov una sorta di Ras della Cecenia.

L’impressione adesso è che nel più classico ribaltamento servo-padrone di Hegel, Putin sia diventato “schiavo” dei mostri che ha creato. La Russia si presenta come un paese dove, al di là della retorica sulla “verticale del potere”, competono gruppi armati tenuti insieme, almeno finora era stato così, solo dall’autorità di Putin.

La scelta del capo dei Wagner di sfidare Mosca è legata almeno a due questioni. In primo luogo egli rifiuta di accettare l’imposizione da parte del ministero della Difesa di entrare con i propri uomini a pieno titolo dentro l’esercito regolare della Federazione russa. Al contrario di Kadyrov, Prigozhin non ha un territorio in Russia dove esercitare il suo potere che deriva dall’autonomia vantata dalla Wagner rispetto al comando militare russo.

Alla fine, i nodi vengono al pettine

In secondo luogo, Prigozhin si è convinto dell’incapacità o dell’impossibilità di Putin di garantire gli interessi del gruppo Wagner di fronte ai tentativi del ministro Shoigu di distruggere la sua personale base di potere. Ecco, perciò, che il servo si rivolta contro il padrone. Il regime neo-patrimoniale di Putin può funzionare solo nella misura in cui riesce ad accontentare tutti i soggetti che contribuiscono alla stabilità del potere.

Prigozhin ha provato a rompere l’equilibrio su cui si basa il regime, rifiutandosi di sottostare alle richieste del vertice, consapevole che anche dai suoi mercenari dipende il destino della Russia. Probabilmente in accordo con parte dell’élite, ha quindi deciso di organizzare una rivolta armata con l’obiettivo di riequilibrare a proprio vantaggio la distribuzione del potere interna al gruppo dirigente della Federazione russa. Quella che Prigozhin ha chiamato guerra civile è stata piuttosto una resa dei conti all’interno dell’élite russa.

Oggi anche dovesse prospettarsi un’alternativa a Putin e ai suoi più fedeli accoliti, gli uomini che salirebbero alla ribalta sarebbero uomini che con Putin hanno condiviso tutte le scelte in politica estera fino a questo momento, ma soprattutto che hanno contribuito a militarizzare il paese in questi 23 anni. Le critiche di Prigozhin alla guerra russa in Ucraina sono legate al complessivo fallimento dell’operazione militare, che in un anno e mezzo è riuscita a conseguire solo minimi obiettivi a costi enormi.

È presumibile in questo senso che una Russia guidata da un blocco di potere parzialmente diverso, e che vedremo se riuscirà realmente a consolidarsi, possa essere più disponibile verso la fine o il congelamento delle ostilità in Ucraina. Risulta però affrettato pensare che lo sarà al prezzo di rinunciare al Donbass o alla Crimea, ovvero è improbabile che abdicherà alla concezione imperiale della Russia tipica del putinismo.

In altre parole, qualunque sia l’esito di questa “operazione di palazzo” al Cremlino gli uomini al vertice dello Stato saranno affatto nuovi e fortemente convinti, almeno quanto i loro predecessori, dei cardini politico-ideologici illiberali e imperiali che hanno caratterizzato in questi anni il regime di Putin.

[già pubblicato su il Manifesto, 27 giugno 2023]