L’Africa dall’unipolarismo al multipolarismo e l’ordine trumpiano
Quale ruolo per l’Africa nel riordino internazionale inaugurato dall’ultimo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale USA? Cosa cambia o resta immutato nei rapporti Occidente-Africa dal post-Guerra Fredda? Il crollo dell’Unione Sovietica inaugurò l’egemonia unipolare occidentale, caratterizzata da una convergenza di potere economico, militare, politico e ideologico sotto guida americana. L’approccio verso l’Africa si cristallizzò attorno a un paradigma liberale e liberista sostenuto da un ampio schieramento politico occidentale (la famosa “comunità internazionale”): promozione di un pacchetto di valori (democrazia rappresentativa, proprietà privata, diritti umani); operazioni di peacekeeping; e stabilizzazione economica attraverso la gestione eterodiretta del debito e l’aiuto allo sviluppo.
Il paradigma unipolare era intrinsecamente asimmetrico e paternalistico, ma si giustificava con l’umanitarismo che ne era la sovrastruttura culturale. L’aiuto allo sviluppo dell’Africa era legato all’apertura dei mercati alle multinazionali occidentali, considerata condizione necessaria per generare quella crescita del PIL atta a ripagare i debiti. Il continente era dunque considerato incapace e trattato con accondiscendenza. Un oggetto e non un soggetto di politica estera. Un terreno per progetti di sviluppo altrui. Le condizioni dettate dalle istituzioni finanziarie internazionali, dominate da USA e UE (l’Occidente), svuotavano le sovranità africane attraverso parametri politico-economici definiti dal centro unipolare.
L’alba del mondo multipolare ha intaccato il paradigma unipolare. L’ascesa della Cina, dagli anni 2000, ha offerto una possibilità trasformativa a molti paesi del Sud del mondo e un modello di cooperazione esplicitamente basato sulla non-ingerenza, sul rispetto formale delle sovranità nazionali e sulla priorità degli scambi commerciali e degli investimenti infrastrutturali. La tragedia mediorientale (Iraq, Siria, Afghanistan, Libano, Palestina) e l’invasione russa dell’Ucraina hanno ulteriormente accelerato la transizione verso il multipolarismo, spingendo molte capitali africane verso un non-allineamento attivo e il rifiuto di alleanze automatiche con l’Occidente.
Il consolidamento dei BRICS, con l’ingresso di Egitto ed Etiopia, ha fornito un’architettura istituzionale a questa ricerca di autonomia. Il fine ultimo per i governi africani sarebbe stato riacquistare una pari dignità sui tavoli delle trattative con il resto del mondo. Secondo uno studio dell’Institute for Security Studies del Sudafrica, il multipolarismo avrebbe in effetti la capacità di innescare una competizione tra attori globali per accaparrarsi partnership, risorse e influenze che potrebbe rivelarsi un vantaggio per gli interessi africani.
Il multipolarismo è l’antitesi dell’unipolarismo e chi promuove quest’ultimo non può tollerare il primo. Si tratta di una logica cruda ma che plasma la politica mondiale, con un’aggravante: nel concetto di “unipolarismo” perseguito dagli Stati Uniti non rientrano più gli alleati tradizionali, come l’UE o il Giappone, i quali finiscono così per essere inglobati nel “resto” funzionale agli interessi della super potenza. Tutto ciò ha implicazioni importanti per tutti paesi del mondo inclusi naturalmente quelli africani.
Bando alle illusioni
L’ordine internazionale avviato con la strategia trumpiana segna una profonda rottura nei rapporti transatlantici, attaccando l’idea stessa di “Occidente” come faro normativo-morale e sostituendola con la superiorità militare e gli interessi economici americani. La svolta, che impone a tutte le nazioni del mondo (nessuna esclusa) la scelta tra adattamento o resistenza, è sconvolgente per l’egemonia europea in Africa. Non lo è per l’Africa. L’attuale classe politica europea, forse la più incompetente di sempre, fatica ad accettare che lo zio Sam non sia più lo stesso, rischiando di uscire a pezzi dalla nuova situazione. Mentre la classe politica africana non si è ipocritamente nascosta dietro alleanze di qualsivoglia tipo e resta a guardare.
Nella nuova strategia di sicurezza nazionale USA, l’Africa è appena menzionata. Lo è verso la fine del documento. L’Africa è riconosciuta solo come forza di mercato e terreno di negoziato, ma non come soggetto politico autonomo. La domanda cruciale è che cosa ci sia di veramente nuovo in questo. I colonialisti europei, le potenze della Guerra Fredda e l’Occidente unipolare hanno forse mai trattato l’Africa diversamente? La risposta è no. Per l’Africa, la nuova America non esiste come non ve ne è una vecchia, meno aggressiva e non predatoria. Il continente non sta sperimentando una rottura con il passato analoga a quella europea, perché la sua posizione periferica e strumentale nell’ordine internazionale rimane la stessa.
L’elemento distintivo dell’attuale ordine internazionale risiede semmai negli aspetti pratici, non nei fini. Pur mantenendo un’aspirazione egemonica di tipo imperialista e paternalistico, gli Stati Uniti non cercano più di plasmare le istituzioni africane, ma di dominare le sue catene del valore e contenere eventuali rivali. La “primazia competitiva” americana, nella sostanza, cambia poco o nulla della storia economica africana. Come detto, ciò che muta è il metodo. Si promette la fine delle interferenze politiche dirette e chiede apertamente in cambio il riconoscimento della supremazia americana come partner economico privilegiato se non proprio esclusivo.
Questo patto spregiudicato continua a trattare l’Africa da inferiore, ma ha l’ingrato merito di togliere ogni illusione sulle reali intenzioni delle potenze mondiali. Si gioca finalmente a carte scoperte e questo realismo spietato non è necessariamente un male maggiore del male precedente ovvero dell’ipocrisia diplomatica occidentale centrata sull’esportazione della democrazia. Avendo subito il colonialismo sulla propria pelle, e neppure tanto tempo fa, l’Africa possiede anticorpi che mancano all’Europa ex-colonizzatrice che non ha mai attuato una vera autocritica sul suo passato imperialista. Così come non lo hanno mai fatto USA o Russia (ex-URSS).
La classe politica africana, più accorta di altre, può fare fronte al contesto di competizione spietata meglio dei suoi omologhi europei. Per questo le nazioni africane hanno maggiori possibilità di uscire indenni dai rivolgimenti. Naturalmente, il desiderio di un’architettura internazionale veramente plurale persiste tra le classi dirigenti africane più sensibili alle grandi questioni mondiali, ma un secolare scetticismo realista porta molti governi a distinguere tra un multipolarismo plurale che non si vede e un multipolarismo sbilenco che vede nuove mezze-potenze (Turchia, India, Brasile, Arabia Saudita, ecc.) avere gli stessi intenti ed esplicare le stesse strategie degli ex-padroni europei e del nuovo padrone americano.
Oltre la retorica utilitaristica
Washington non considera più l’Africa un luogo di impegno umanitario e di sviluppo, ma piuttosto come un teatro di opportunità economiche selettive. Il prisma strettamente utilitaristico significa anche che l’impegno può essere giustificato solo in funzione di obiettivi economici concreti. Gli obiettivi includono il contenimento dell’influenza di potenze rivali, la Cina in primis.
Non si dimentichino inoltre gli aspetti messianico-ideologici del nuovo corso internazionale, come la guerra della Cristianità contro l’Islam e la difesa della razza bianca. In effetti, non vi è utilitarismo che non si sorregga su impalcature ideologico-culturali. Il popolo mondiale del “crusaderism” (i nuovi crociati cristiani) fa un tutt’uno con l’élite capitalista mondiale. Per questo, la strategia americana insiste sulla preoccupazione per il declino civile e demografico dell’Europa, che sarebbe aggravato da politiche migratorie che “stanno trasformando il continente e creando conflitti”.
All’Europa viene chiesto di “reggersi sulle proprie gambe”, il che significa gestire i flussi migratori. È evidente come l’attenzione verso l’Europa sia in funzione della fobia della sostituzione etnica. Tema caro a certe frange politiche europee dietro i loro scudi crociati. L’aspetto razziale, dunque, non può essere sottovalutato, perché esso ha ripercussioni dirette sulle politiche americane verso l’Africa.
I flussi migratori originano o transitano in Nordafrica. Secondo vecchi canoni coloniali, nella strategia americana, l’Africa continua a essere divisa in due: l’Africa subsahariana sarebbe un serbatoio di risorse e una zona di atavica instabilità (il cuore di tenebra), mentre il Nordafrica è considerato un’appendice strategica delle più prioritarie regioni mediorientali e dell’Europa. In quanto appendice del Medio Oriente, il Maghreb e l’Egitto (quest’ultimo trattato con guanti bianchi da Washington) sono parti integranti delle dinamiche geopolitiche ed energetiche. Fattori come la stabilità del Canale di Suez, l’instabilità del Mar Rosso (dal Sudan alla Somalia) e le crisi libiche sono tutti legati al complesso sistema mediorientale, configurando la regione nordafricana come il “fianco occidentale” di quella mediorientale. Parallelamente, il Nordafrica è un’appendice della politica europea di Washington, perché nazioni come l’Italia, la Spagna e la Grecia sono fortemente condizionabili dalle vicissitudini della regione: per il controllo dei flussi migratori, per l’approvvigionamento energetico (gas) e per i commerci.
La stabilità diviene così un prerequisito indiretto ma importante per la protezione del mondo bianco e cristiano e il Nordafrica rimane una regione funzionale alla difesa dei confini meridionali europei dai flussi migratori. Nel documento, l’UE viene ritenuta un’alleata “vitale da un punto di vista strategico e culturale”. Culturale perché bianca e cristiana. Per il resto, gli europei non contano. Vale la pena ricordare, a proposito, il “fuck Europe” che già caratterizzòl’amministrazione Biden.
USA e Cina nell’arena africana
Per l’Africa subsahariana, invece, il documento di sicurezza nazionale identifica nel “settore energetico e nello sviluppo di minerali critici” il principale campo di investimento immediato. Si tratta di un pilastro fondamentale della più ampia strategia di sicurezza economica americana, che mira a “riconquistare un accesso indipendente e affidabile ai beni” necessari per la difesa e l’economia nazionale.
La presenza cinese è profondamente radicata in Africa; le sue infrastrutture e il suo controllo su molte filiere di approvvigionamento non hanno rivali tra gli altri paesi del mondo. La tendenza è a salire. Il documento di sicurezza nazionale ammette implicitamente il ritardo americano, notando come la Cina si sia rafforzata nelle catene di approvvigionamento non solo in Africa ma in tutte le economie a basso e medio reddito, definite “tra i più grandi campi di battaglia economici dei prossimi decenni”.
Finanza e tecnologia sono forse l’unica alternativa alla onnipresenza cinese in Africa. Incentivi sull’high-tech e l’accesso ai mercati dei capitali dovrebbero essere le leve per “far pendere le decisioni a nostro [USA] favore”. La competizione, se di competizione si tratterà, potrebbe persino avvantaggiare certi settori economici africani. Tuttavia, una competizione strategica implica un interventismo a lungo termine che è in contraddizione con il dettame del ritiro americano, anche dal continente africano.
Sul piano politico, in modo non dissimile dalla Cina, gli USA opterebbero per la non-ingerenza negli affari interni dei paesi, in ottemperanza al principio dell’America first. Il fine ultimo del non-interventismo sarebbe la pace, perché i conflitti non giovano all’economia (ma è davvero così?) e per questo serve la pace, soprattutto nelle aree strategiche del continente: per le risorse naturali, la Repubblica Democratica del Congo o il Sudan; per la geopolitica, il Mar Rosso, chiave del Medio Oriente; e per la supremazia culturale e razziale, la Nigeria dei cristiani contro i musulmani o il Sudafrica dei neri contro i bianchi. In base alla dottrina della gestione transazionale, la “selezione” dei conflitti africani da risolvere è condizionata dal valore strategico immediato del singolo paese.
La soglia per l’intervento militare diretto rimane altissima, ma quando si supera l’azione è brutale e si bombarda senza troppo vagliare gli obiettivi ma in modo non duraturo (vedi Nigeria e Somalia). Si tratta di un sistema di fustigazione occasionale per asserire la propria presenza nel continente ed eventualmente intimorire qualuno. Colpire qua e là, per contenere i pericoli in modo precauzionale. Finita l’epoca delle “guerre infinite” al terrorismo islamista in Africa?
È in questo contesto che il fenomeno BRICS, pur non menzionato esplicitamente, costituisce l’ombra dietro al documento. L’ascesa di questo blocco alternativo, guidato da Cina e Russia e sempre più attraente per le nazioni e le economie africane. Rappresenta una sfida diretta ad America first che, pur proclamando la centralità delle sovranità nazionali, mantiene una visione internazionale gerarchica con gli Stati Uniti al vertice e al comando. L’espansione dell’azione BRICS, che comprende esercitazioni navali al largo delle coste africane, accresce così l’urgenza per Washington di usare moneta, tecnologia e commercio (o dazi) per costituire un’alternativa all’alternativa. Una forza persuasiva è anche l’apparato militare e d’intelligence più potente del mondo.
Non è escluso che il continente africano possa diventare moneta di scambio tra Washington e Pechino per limitare la presenza di altre mezze-potenze ingombranti sia per gli USA che per la Cina. Se l’era del multilateralismo è defunta, quella del multipolarismo plurale non riesce a decollare. L’Africa deve unirsi e questo forse è il momento paradossalmente più propizio. Le economie africane non possono continuare a fungere da serbatoio di risorse da cui attingono tutte le multinazionali del mondo.


