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Il lavoro, fondamento e cuore pulsante della Costituzione repubblicana, è stato – nei decenni della svolta neoliberista e globalista – piegato al raggiungimento di equilibri economici imperniati sulla stabilità dei prezzi e la libera circolazione dei capitali. La centralità della mediazione politico-sindacale nella gestione del conflitto sociale “produttivo” ha ceduto il posto a banche centrali e mercati finanziari transnazionali, con esiti socio-economici sempre più in contrasto con gli obiettivi costituzionali della «pari dignità sociale» e della «effettiva partecipazione» (art. 3 Cost.). Riscoprendo la dottrina della Costituzione materiale (Piluso) e valorizzando l’esigenza di democratizzare la politica monetaria (Conzutti), due giovani costituzionalisti alla loro “opera prima” testimoniano l’impegno intellettuale di una generazione formatasi negli anni della crisi economica e pandemica per un recupero delle radici sociali e democratiche della Costituzione italiana e del costituzionalismo in generale.
Il libro di Paolo Piluso (L’obiettivo della piena occupazione nelle trasformazioni della costituzione economica, Editoriale Scientifica, 2025), indaga criticamente le origini tedesche del concetto di “costituzione economica” mettendole in parallelo con la diversa tradizione italiana della “costituzione in senso materiale” di Costantino Mortati, al fine di riattivare le logiche sottese alla decisione costituente di fondare la Repubblica democratica sul lavoro (art. 1 Cost.) e di vincolarla all’obbligo del pieno impiego iscritto nel “diritto al lavoro” (art. 4). Un approccio da cui discende l’interpretazione degli artt. 41 e ss. (su libertà d’impresa, proprietà privata, facoltà di introdurre monopoli pubblici, ecc.) nell’ottica di un disegno costituzionale di «economia mista finalisticamente orientata». Una scelta che, per l’Autore, vale a inquadrare nei termini di veri e propri “mutamenti costituzionali” le trasformazioni della costituzione economica avvenute sulla spinta dei processi di globalizzazione e di integrazione europea, con l’esito di ostacolare progressivamente l’obiettivo costituzionale della piena occupazione per effetto del graduale affermarsi di un (nuovo) regime (giuridico-economico) internazionale e sovranazionale caratterizzato dalla libera circolazione dei capitali, dalla primazia dell’obiettivo della stabilità dei prezzi nella disciplina della politica monetaria e dalla stessa rigida separazione tra politica monetaria e politica economica. Di qui (anche) lo sforzo teorico di configurare l’obiettivo della piena occupazione alla stregua di un controlimite costituzionale alle limitazioni di sovranità connesse alla partecipazione all’UE, e, più in generale, di indagare criticamente le trasformazioni del governo dell’economia del sistema euro-nazionale registratesi almeno a partire dalla reazione alla pandemia da Covid-19.
Il libro di Andrea Conzutti (Il governo della moneta nella prospettiva del diritto costituzionale, Giappichelli 2024) ambisce a fare il punto sugli esiti costituzionali prodottisi dall’instaurazione del regime dell’assoluta indipendenza della politica monetaria avutosi con Maastricht, indagandone criticamente le tensioni col principio democratico-rappresentativo. L’Autore si propone di mettere in luce il legame profondo tra queste tensioni e la scelta dei governi nazionali al tempo di Maastricht di costituzionalizzare la politica monetaria, ossia di ricorrere alla blindatura normativa quasi invincibile dei Trattati europei per fissare una regolamentazione della politica monetaria. Il che ha implicato la de-politicizzazione della gestione dei flussi di liquidità: non nel senso di una sua effettiva neutralizzazione, poiché essa resta intrinsecamente politica, ma piuttosto di una sua significativa sottrazione al circuito degli organi democratico-rappresentativi. Muovendo da tale ipotesi interpretativa, l’Autore argomenta che la soluzione più plausibile, benché ambiziosa, per tentare di colmare lo iato tra politica monetaria e rappresentanza democratica risieda nella de-costituzionalizzazione della moneta, ossia nel far transitare a livello di normazione “derivata” europea (regolamenti e direttive) ciò che oggi risulta blindato nei Trattati, al fine di rimettere alla scelta politico-legislativa ordinaria il perpetuarsi del ruolo e dell’indipendenza della Banca centrale (al pari di quanto avviene negli USA e nel Regno Unito, e avveniva in Germania prima di Maastricht), così da riequilibrare i rapporti tra istituzioni democratico-rappresentative e BCE.


