Esiste – è pensabile, è realisticamente percorribile – una via alternativa alla guerra? Siamo ancora in tempo a invertire la corrente che ci trascina nell’abisso e nel “nulla eterno” del mondo dell’IA (Luigi Alfieri)? Nel “Kaos” nel senso magistralmente illustrato nelle due lezioni d’autore di Massimo Cacciari e Roberto Esposito che abbiamo ricavato dal loro ultimo libro (Kaos, Il Mulino, 2026). Sono le domande al centro di questo numero di Fuoricollana, che parte, inevitabilmente, dall’attacco scatenato da USA e Israele contro la Repubblica Islamica Iraniana. Ultimo, drammatico, episodio della catena di conflitti che ha travolto le istituzioni, il sistema di relazioni diplomatiche e le norme del diritto internazionale con i quali si era faticosamente e precariamente tentato di distinguere la guerra dalla pace e di mitigare il ricorso all’uso della forza.
Rispondere in modo non velleitario a questi interrogativi richiede innanzitutto un rigoroso esercizio di realismo. Che comincia con un’ammissione: questa guerra, forse più di qualsiasi altra finora, è un evento difficile da spiegare. Innanzitutto, per le motivazioni di almeno uno dei soggetti che l’hanno intrapresa. Se è vero, infatti, che lo scopo di Israele è agevolmente intuibile, quello degli Stati Uniti non lo è altrettanto. E ciò per una serie di ragioni. La prima delle quali ha a che fare, paradossalmente, proprio con la contraddittoria sovrabbondanza delle finalità di volta in volta indicate dal Presidente americano e dai suoi più stretti collaboratori. Inutile citarle tutte. L’impressione obiettiva che se ne ricava è quella di una confusione logica che sembra alludere a una totale assenza di strategia. A ciò si aggiunga una condotta militare caratterizzata da azzardi escalatori seguiti da repentine marce indietro e aperture diplomatiche improvvisate e poco credibili. Seguite da nuove minacce e violente misure ritorsive. Il tutto accompagnato da un linguaggio totalmente fuori controllo.
Nel momento in cui chiudiamo questo numero di fuoricollana la situazione è ancora sospesa tra annunci di un possibile accordo di pace e la ripresa delle ostilità. Trump è tornato sostanzialmente a mani vuote dal viaggio a Pechino, a dimostrazione del mutamento dei rapporti di forza tra le due super-potenze. E intanto si continua a dare il nome di “tregua” al blocco navale dello stretto di Hormuz, alla prosecuzione dei bombardamenti israeliani in Libano e alla devastazione della vita umana a Gaza.
L’insieme di questi elementi ha indotto molti autorevoli analisti a trovare una spiegazione in uno stato di alterazione mentale di Trump. Tanto è vero che è sempre più frequente sentire evocare il ricorso all’articolo 25 della Costituzione americana, il quale prevede la sostituzione del Presidente in caso di inabilità ad assolvere alle sue funzioni. Si tratterebbe del secondo caso consecutivo, dopo quello di Biden, di una grave forma di alienazione nelle persone investite del massimo potere globale.
E tuttavia, forse, non tutto si può spiegare così. Anche perché la guerra all’Iran non è affatto priva di senso nella prospettiva di un disegno volto ad assumere il controllo delle riserve di energia fossile e delle linee di approvvigionamento. La vittima principale in questo caso sarebbe ovviamente la Cina (ma anche l’Europa). E l’intero progetto dei BRICS. Forse, quindi, anche in questo caso bisognerebbe ascoltare la voce del vecchio Polonio, che intravedeva un metodo nella follia di Amleto. È quello che ci invitano a fare, allargando lo sguardo alle dinamiche strutturali di questa fase storica, i contributi di Alessandro Volpi, Marco Carnelos e Vincent Ligorio. Nel suo contributo Volpi sostiene che gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale, che si manifesta anche nella tendenza all’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, nel monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, nella compressione delle libertà civili, nella creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati e nella difesa “armata” della tenuta del dollaro. Ligorio, analizzando l’evoluzione dei rapporti tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita sempre più tesi dopo la recente decisione dei primi di uscire dall’Opec, vede nella guerra all’Iran un decisivo fattore di accelerazione di una dinamica non solo economica, ma soprattutto politica, in un contesto nel quale il sistema internazionale non garantisce più nulla a nessuno. Carnelos, a sua volta, ci offre un quadro articolato del “caleidoscopio” iraniano per aiutarci a superare le nostre “dissonanze cognitive” su una realtà che non vogliamo comprendere. L’Iran è una società complessa, governata da un’oligarchia con diverse fazioni interne, ma che ritrova la sua identità nel ripudio di ogni tentativo di egemonia e neocolonialismo dell’Occidente.
Valutazioni che ci portano a riflettere sugli obiettivi israeliani, che appaiono a prima vista assai più decifrabili. Lo scopo che il Governo Netanyahu persegue è, infatti, sempre molto lucido: disintegrare l’unità politica dei suoi avversari attraverso l’uso sfrenato della forza militare per eliminare ogni minaccia, ma soprattutto per assumere una posizione di assoluto predominio in tutta l’area, anche attraverso un sistema di alleanze con alcuni paesi arabi tradizionalmente schierati con gli Stati Uniti e coinvolti a vario titolo negli “accordi di Abramo”.
I due alleati avrebbero quindi obiettivi strategici diversi, ma in sostanza convergenti nel breve e medio periodo. Sempre però che questi calcoli non si infrangano sulla “resistenza” dell’Iran. Se l’obiettivo era il cambio di regime, la campagna bellica ignora che l’Iran è una realtà non solo geografica ma profondamente storico-temporale. Quando le bombe impattano sul suolo iranico, stanno penetrando in una materia culturale che ha sedimentato la propria coscienza attraverso duemila anni di invasioni e rinascite. La geopolitica dell’altopiano è inseparabile dalla sua geologia: una fortezza di cinquemila metri di altitudine media che ha costretto ogni potere centrale, dai Sasanidi ai Pasdaran, a sviluppare una psicologia della “resilienza” come struttura antropologica prima ancora che strategica (Cantaro, 2026).
Vi è inoltre un altro aspetto di ciò che sta accadendo in Asia occidentale che non può essere dimenticato. Ed è la diffusione di pratiche ignobili e crudeli che non hanno molti precedenti. E non ci riferiamo, ovviamente, soltanto a ciò che è stato fatto e si sta facendo a Gaza. Ma anche al ricorso all’assassinio mirato dei leader politici e religiosi e degli stessi negoziatori. Sul livello morale della guerra, cioè sulla capacità di proporre motivazioni e adottare condotte che siano condivise dalla maggior parte degli Stati e dei propri cittadini, gli USA e Israele hanno subito una sconfitta catastrofica, di cui le prime timide prese di distanza dei paesi europei (che si sono limitati all’adozione di sanzioni individuali ai coloni, senza mettere in discussione l’accordo di associazione con Israele) sono un sintomo eloquente, ancorché del tutto inadeguato.
Di fronte a questa dinamica è però necessario spingere l’analisi ancora più a fondo, in quel vertiginoso “Kaos” che costituisce il retroterra dell’abisso di violenza nel quale stiamo precipitando. È ciò che ci invita a fare Onofrio Romano, mettendo a fuoco l’integrale mercificazione della vita iniziata negli anni Ottanta che conduce alla completa dissoluzione della società e dell’habitat umano. E dalla quale, a suo avviso, la sinistra occidentale non riesce ad emanciparsi per elaborare un’idea autenticamente anticapitalistica della vita. A sua volta Antonio Cantaro invita a guardare senza indulgenze ai profondi mutamenti antropologici che spingono tutti noi ad obbedire alla cieca legge della competizione, recuperando però la capacità di parlare il lessico semplice degli umili. Che parla di sfruttamento, alienazione, espulsione delle comunità dai loro mondi vitali, dalle loro culture.
Resta la domanda: è possibile un altro futuro? E quale? O stiamo precipitando senza più speranza in un gorgo di conflitti sempre più catastrofici dopo essere entrati in quel “sistema di guerra permanente” a cui si riferisce Laura Bazzicalupo? La stessa formula utilizzata quaranta anni fa da Claudio Napoleoni, che parlava della guerra non più «come continuazione della politica, ma la politica come interna a un sistema di guerra». E ciò perché essa non è più uno strumento, seppure terribile, di risoluzione dei conflitti e di riorganizzazione dell’ordine. È uno strumento impotente, che non risolve ma solo si autoalimenta. Come dimostra la storia di questi ultimi Ottanta anni, nei quali nessuna guerra ha avuto un carattere “costituente”. Anche quelle che sono state vinte sul piano militare – ad esempio quella contro la Jugoslavia – non hanno consolidato un nuovo equilibrio, ma hanno solo congelato una situazione sempre sull’orlo di precipitare di nuovo nel conflitto. Per non parlare delle altre, cha hanno portato alla dissoluzione degli Stati, alle guerre civili prolungate e al disastro economico e sociale. L’ultimo grande esempio di una guerra davvero costituente è stato il secondo conflitto mondiale, dal quale non solo è scaturito un ordine (bipolare), ma nel quale i paesi egemoni, soprattutto gli Stati Uniti, sono riusciti a sussumere le potenze sconfitte, sottraendo loro l’autonomia strategica in cambio di protezione e sviluppo economico. Parliamo ovviamente della Germania, del Giappone e dell’Italia. Qualcosa di simile a quanto è avvenuto con l’Europa nel suo insieme. Ma quei tempi sono ormai superati. Perché sono cambiati gli equilibri globali. Da paese creditore gli Stati Uniti si sono trasformati in paese debitore, perdendo in questo modo la capacità di esercitare una vera egemonia. Che ora cercano di surrogare con il nudo dominio. Nel suo ultimo libro di cui ospitiamo alcuni brani, Emiliano Brancaccio vede proprio negli squilibri economici tra creditori e debitori generati dalla globalizzazione la causa principale delle guerre in corso e giudica la difesa dell’ordine liberista da parte della Cina un grave errore interpretativo, che ignora il fatto che proprio la globalizzazione capitalista deregolata ha creato squilibri internazionali di tale portata da sfociare, alla fine, nel suo esatto opposto: la reazione protezionista, unilaterale e violenta. Ma forse, come suggerisce Federico Losurdo, c’è qualcosa di potenzialmente vitale in quel gigantesco fenomeno rappresentato dalla de-occidentalizzazione del mondo e dalla conseguente “crisi organica” dell’ordine americano-centrico. Nella penombra del crepuscolo di quell’assetto nascono mostri spaventosi, certo, ma si intravedono anche soggetti nuovi, quali i BRICS, che potrebbero costituire, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, il nucleo di una forza in grado di bilanciare le spinte distruttive e prefigurare un equilibrio multilaterale.
Una cosa ci sembra indiscutibile: non potendo risolvere i conflitti, la guerra viene così cavalcata ed esasperata, assumendo una vocazione “etnocidaria” (Ida Dominijanni). E con ciò veniamo a quella che Salvatore Minolfi ha definito una “sfida evolutiva” per la nostra specie, che sempre più si trova ad affrontare dilemmi che rinviamo all’alternativa tra estinzione e sopravvivenza. Prove che possono essere superate solo rompendo «i rapporti di dominio sul piano internazionale, anche se avvallati da meccanismi democratici, rinunciando ad interpretare la sovranità in termini di difesa assoluta ed esclusiva dei propri interessi e assumendo l’interesse comune, l’interesse di tutti gli uomini e popoli, come criterio della politica internazionale» (Claudio Napoleoni).
Sogni? Eppure, una realistica politica di sicurezza collettiva è stata concepita e praticata in un altro tempo. Sono esistiti strumenti e linguaggi che l’hanno impersonata. Sono stati sottoscritti trattati internazionali per ridurre gli armamenti al più basso livello possibile. Sono stati concepiti e realizzati accordi, come l’atto finale di Helsinki, basati sulla indivisibilità della sicurezza e sulla cooperazione. Se ciò è stato possibile perché non potrebbe esserlo ancora? Non era forse questo ciò a cui dichiarava di ambire la costruzione europea, prima di imboccare la strada sciagurata del ReArm Europe che è prima di tutto un colossale ReArm Germany? La Cina, ad esempio, avanza da tempo proposte ispirate a questi principi. Lo fa anche nel suo interesse? Certo! Non è sincera? Perché non metterla alla prova? Quale alternativa abbiamo come popoli?


