IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Dinamiche sociali e nuova Guerra fredda di Giovanni Arrighi

Nella sua postfazione al libro di Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino, Andrea Fumagalli confronta le previsioni dell’autore con gli ultimi sviluppi del confronto-scontro tra Occidente e Oriente, Usa e Cina. Ne emerge una lettura originale delle dinamiche sociali e politiche.

Le soggettività conflittuali e le diverse risposte

Nel capitolo 12, intitolato Origini e dinamica dell’ascesa cinese, Arrighi argomenta come lo sviluppo economico cinese sia un mix di provvedimenti economici, giuridici e sociali che traggono origine dalla cultura della storia della stessa Cina (…) Negli anni Ottanta, che segnarono l’inizio della crescita economica, un ruolo fondamentale è stato svolto dalla dinamicità delle “imprese di municipalità e di villaggio”. (…) In un secondo stadio [il governo] ha proceduto al rinnovamento delle imprese di stato, programmando un forte sviluppo industriale ad alta intensità di lavoro (che Arrighi definisce appunto smithiano)” (…) Infine, il governo cinese, diversamente dalle prescrizioni neoliberiste del cosiddetto Washington Consensus, ha evitato di liberalizzare oltre misura le attività finanziarie, ha mantenuto il cambio ancorato al dollaro e il controllo sui movimenti di capitale, garantendo in tal modo condizioni di stabilità e riducendo la turbolenta influenza di mercati finanziari sempre più onnivori.

Tali scelte politiche e sociali sono anche il frutto del deciso incremento dei conflitti sociali (sul lavoro come sull’ambiente) che ha accompagnato la rapida crescita economica.

Anche negli Stati Uniti, soprattutto negli ultimi anni, abbiamo assistito a una ripresa dei movimenti e di una soggettività antagonista. Inizialmente, dopo la grave crisi finanziaria del 2007-2008, il movimento Occupy ha sviluppato una capacità critica contro le oligarchie finanziarie, come mai si era visto in precedenza. Se tale movimento non ha ottenuto immediati risultati politici, ha comunque scosso la certezza del pensiero unico neoliberista e ha evidenziato la crescente disuguaglianza dei redditi. (…)

Più recentemente il movimento Black lives matter ha rimesso in discussione la retorica di Trump del “(White) American first” sino alla sua sconfitta, ma ciò non sembra che al momento abbia portato una svolta più radicale nella gestione della politica economica interna e nella politica estera. Le soggettività conflittuali hanno così ottenuto risultati differenti. Se in Cina, il perenne, spesso sotterraneo, conflitto sul lavoro e per il rispetto dell’ambiente riesce comunque a incidere, anche se in modo parziale, sulle scelte politiche nazionali, ovvero viene riconosciuto come segnale d’allarme quando cresce troppo, negli Usa la tensione sociale, seppur in aumento (sino a far credere che potesse sfociare in una sorta di guerra civile) non è in grado di incidere sui rapporti di forza sociali ed economici e rischia (al momento) di rimanere pura testimonianza. (…)

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