IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Dopo Sharm el-Sheikh è tempo di chiudere la serie delle Cop

Prese insieme la Cop26 di Glasgow e la Cop27 di Sharm el-Sheikh sono la prova che l’assetto istituzionale uscito dagli Accordi di Parigi non funziona. È tempo di un trattato internazionale di non-proliferazione dei combustibili fossili.

Ma anche questa volta l’appello a fare meglio stato disatteso. In vista di Sharm el-Sheikh soltanto una ventina di paesi hanno modificato i propri impegni e il risultato, soprattutto, non è andato oltre una riduzione delle emissioni di 0,5 Gt all’anno: valore incredibilmente modesto, in stridente contrasto con il tenore dell’appello di Glasgow, tanto basso da “incidere a stento sulle temperature che possiamo aspettarci di qui alla fine del secolo”, tuttora destinate ad aumentare di 2,6°C. Insomma, a dispetto del Patto per il Clima, gli impegni annunciati dai governi sono rimasti lontanissimi dalla sufficienza – complessivamente, nella migliore delle ipotesi, una riduzione delle emissioni pari al 5% del volume corrispondente alle politiche vigenti, mentre al fine di restare sotto la soglia di +1,5°C ci sarebbe bisogno, più o meno, di un dimezzamento (di una riduzione del 45%, per essere precisi). Questo il quadro alla vigilia di Sharm el-Sheikh, e questo, anche, il quadro all’indomani, a oggi, per la stessa ragione già messa in evidenza. Molto semplicemente, a Sharm el-Sheikh, come a Glasgow, non poteva accadere nulla che lo modificasse: doveva accadere prima, ma così non è stato.

Il difetto sta nel manico

Il problema è che neanche prima, in realtà, sarebbe potuto accadere ciò di cui vi è bisogno – l’assunzione di impegni forieri di una riduzione delle emissioni coerente con la soglia di +1,5°C (o anche di 1,8, se è per questo, o 2,0).

Nel linguaggio degli Accordi di Parigi, quelli che fin qui abbiamo genericamente chiamato ‘impegni’ sono indicati con la formula NDC-Nationally Determinated Contributions, ‘Contributi decisi nazionalmente’, e attorno a questa loro caratterizzazione – ovvero alla loro natura ‘sovrana’, decentrata, del tutto discrezionale – è costituita l’intera governance varata nel 2015. Il risultato, detto in parole povere, è che ogni paese si muove per conto proprio, se e quando vuole, senza neanche sapere quello che faranno gli altri. Che tale assetto abbia dato luogo a previsioni drammaticamente inferiori alle necessità è un dato di fatto; ma il punto è che non vi è alcuna ragione per la quale la somma degli impegni nazionali avrebbe dovuto essere uguale a quella globalmente desiderabile (comunque definita), mentre ve ne sono molte che congiurano al fine di renderla inferiore. In effetti, non c’è bisogno di scomodare complicati modelli di teoria dei giochi per rendersi conto del fatto che scelte comunque difficili non possono essere compiute se neppure si sa quali dovrebbero essere, affinché il risultato complessivo sia plausibile e senza alcuna condizione di affidamento reciproco, in grado di garantire che ognuno farà una certa parte. Beninteso, non che queste due condizioni possano mai bastare (torneremo sull’argomento); ma un discorso serio, in loro assenza, non può neppure cominciare.

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