IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Dopo Sharm el-Sheikh è tempo di chiudere la serie delle Cop

Prese insieme la Cop26 di Glasgow e la Cop27 di Sharm el-Sheikh sono la prova che l’assetto istituzionale uscito dagli Accordi di Parigi non funziona. È tempo di un trattato internazionale di non-proliferazione dei combustibili fossili.

Nell’anno trascorso tra Glasgow e Sharm el-Sheikh, tanto sconfortante e drammatico, l’idea appena richiamata – lanciata ufficialmente nel settembre del 2020 – ha fatto qualche passo avanti. Intanto, appunto, ha un nome, che è la condizione base per essere qualcosa, se così si può dire. Poi ha raccolto un certo numero di adesioni importanti e ha acquistato un certo grado di ‘struttura’, compresa una prima ‘messa in forma’ dei diversi modi nei quali si può pensare di portarla avanti. Da ultimo, proprio alla vigilia della Cop27, ha ricevuto l’endorsement del Parlamento europeo: risultato che non è certo il caso di sopravvalutare – visto che si tratta dello stesso Parlamento che all’inizio dell’anno ha ritenuto il gas una fonte spendibile ai fini della transizione energetica – ma che pure è un bene, testimoniando un grado di attenzione in crescita.

Non è il caso, in questa sede, di ricostruire con maggiore ampiezza la storia della Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty Initiative e di ragionare delle prospettive sulle quali può contare – cose che per altro ci ripromettiamo di fare al più presto. È il caso, però, di insistere sul fatto che il suo ‘concetto’ segna uno scarto sufficientemente chiaro rispetto alla logica dell’assetto istituzionale uscito dagli accordi Parigi e di tutte le Cop che a essi hanno fatto seguito (come pure, si capisce, di tutte quelle che li hanno preceduti). Non che l’idea sia di per sé protetta dal rischio di omaggi formali, che in fondo costano poco; ma questo, naturalmente, non toglie nulla alla possibilità di prenderla sul serio e farne la bandiera della discontinuità di cui tanto acutamente si avverte la necessità. Per dire che anche il suo valore come ‘parola d’ordine’, a fini di mobilitazione, non va sottovaluto.

Le relazioni ecologiche tra Nord e Sud globali

Il resto, come pure accennato, è questione di contenuti piuttosto che di forme – e moltissimo, su questo piano, è legato al quadro delle relazioni tra il Nord e il Sud globali.

Si può e si deve essere contenti del fatto che in ultimo, a Sharm el-Sheikh, si sia raggiunto un accordo sulla vexata quaestio, aperta da trent’anni, delle perdite e dei danni che paesi poveri e molto vulnerabili subiscono a causa di un cambiamento climatico le cui responsabilità, storicamente, ricadono piuttosto sui paesi ricchi. Anche a voler mettere in evidenza quante cose restino ancora da decidere – l’esatta configurazione del fondo chiamato a operare le compensazioni, la sua entità, le fonti di finanziamento, i criteri di assegnazione – il risultato costituisce comunque un passo avanti, del resto salutato come tale dagli interessati. Il problema è che qualsiasi accordo in termini loss and damage lascia del tutto impregiudicata la sostanza delle relazioni ‘ecologiche’ tra il Nord e il Sud globali, tra i paesi ricchi e quelli poveri. Il che, di passaggio, vale anche per i 100 miliardi di dollari all’anno che i paesi poveri avrebbero dovuto ricevere a partire dal 2020 in conto di aiuti alle strategie di mitigazione e adattamento, a proposito dei quali il documento finale approvato a Sharm el-Sheikh non fa altro che “esprimere seria preoccupazione” per il mancato raggiungimento dell’obiettivo e “sollecitare” i paesi ricchi al suo rispetto.

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