web magazine di
cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Elegia della destra americana

Hillbilly Elegy può ancora essere utile per capire dove si sia originata l’estraneità culturale tra una parte della sinistra e una parte della classe lavoratrice e, correlativamente, a comprendere che cosa sta avvenendo nel rapporto tra la destra che si radicalizza e le classi popolari.

La domanda non è: “chi è J.D. Vance?” e neppure quanto fosse sincero quando scrisse e pubblicò Hillbilly Elegy. Certo è assolutamente possibile che J.D. Vance sia un abile arrivista che non si è fatto scrupolo di utilizzare la sua problematica famiglia e la comunità da cui proviene per autopromuoversi. Ed è verosimile – ma non abbiamo né la capacità né la voglia di dimostrarlo –  che la sua ricostruzione non sia del tutto un ritratto fedele dell’hetos della comunità degli appalachiani (è pericoloso anche il suo libro) o un saggio sociologicamente e psicologicamente rigoroso sulle dinamiche sociali della Rust Belt (New York Times). Molte di queste prospettive critiche sono state utilizzate in modo più o meno convincente per riflettere sul libro e sul suo autore.  Ma, in definitiva, non ci sembra molto interessante né particolarmente attuale insistere su questo terreno di analisi, o occuparci retrospettivamente della solidità scientifica di Vance o delle motivazioni più o meno persuasive del successo editoriale del libro.

Il problema che a otto anni dalla sua pubblicazione ha per noi un suo interesse oggi è semmai un altro: perché quel libro, il cui titolo è costantemente richiamato ogni volta che si cercano notizie sul suo autore, è apparso a molti una valida spiegazione delle dinamiche culturali e antropologiche che hanno reso possibile il successo della destra trumpiana tra gli elettori della working class americana? Ciò nonostante che, a quel tempo, Vance avesse apertamente osteggiato la candidatura di Trump, definendolo, tra l’altro, un’eroina culturale? E, soprattutto, che cosa c’è nello sguardo con cui J.D. Vance descrive quei fenomeni che può essere utile alla sinistra per capire dove si sia originata la sua ‘lacerazione sentimentale’ con una parte della classe lavoratrice e, correlativamente, a comprendere che cosa sta avvenendo nel rapporto tra i processi di trasformazione della cultura di destra e la crisi che investe vasti strati proletari e sottoproletari in Occidente.

Quest’ultima domanda, in particolare, nomina una questione di grande rilievo come se fosse assodata e nota, mentre rischia di essere come la lettera rubata, che sfugge alle perquisizioni più minuziose proprio perché è esposta agli occhi di tutti. Ci riferiamo alle importanti evoluzioni in corso nella cultura della destra che è chiamata a dare risposte “di governo” all’accelerazione della crisi delle società occidentali e alla evoluzione a prospettiva catastrofica della fine della “Grande Divergenza”. Questo processo, in particolare, sta rapidamente ridefinendo il confine culturale e politico tra la destra liberale e la destra che, per brevità e con eccessiva semplificazione, potremmo definire nazionalista e populista. Gli accordi e le intese elettorali che sono intercorsi tra i due fronti in occasione delle elezioni europee e in diversi paesi, tra cui la Francia, sono un’espressione sintomatica di un sommovimento ben più radicale, che coinvolge strati vasti di elettorato e gli stessi orientamenti politici e le prassi di governo delle élite al potere. Il tema è così importante che non potremo prescinderne, anche se non sarà possibile per ovvie ragioni fornirne un’analisi anche solo approssimativa. È necessario in proposito però comunque chiarire che l’aspetto politicamente più rilevante di questo avvicinamento non è tanto l’adattamento più o meno di facciata (che pure c’è) della destra nazionalista-populista alla grammatica delle istituzioni liberal-democratiche, quanto piuttosto la decisa sterzata in senso autoritario, bellicista e conservatore dello schieramento liberale, sia nella sua versione progressista che in quella più conservatrice.

Porre seriamente il tema della natura e dell’estensione del rapporto tra classe lavoratrice e destre in questa fase storica (a ciò a nostro parere può ancora servire Hillbilly Elegy) può aiutare a comprendere meglio le ragioni di quel vento di destra che soffia ormai da molto tempo, e che in occasione delle ultime elezioni europee – ma non solo: si pensi al voto per le legislative in Italia nel 2022 e in Olanda nel 2023, alle politiche francesi e alle regionali tedesche di quest’anno – si è mostrato in modo sostanziale, anche se forse inferiore alle attese. E che potrebbe tornare a dare una prova di sé con la possibilità di una nuova vittoria di Trump alle presidenziali statunitensi. Ma i risultati elettorali non sono l’unico modo di misurare i cambiamenti nella società. Anche le violente manifestazioni contro gli immigrati che si sono verificate durante l’estate in UK, ad esempio, sono un segnale da non sottovalutare, alla luce della partecipazione prevalente di strati di popolazione povera ed emarginata: quasi una replica in re allo struggente ultimo film di Ken Loach, Old Oak che, pur rappresentando aspramente il conflitto che oppone una comunità di ex minatori che ha perso la propria identità e i propri legami a un gruppo di immigrati siriani, offre un finale positivo e per una volta pieno di speranza.

Con tutto ciò, sempre nell’ottica di questa sorta di sommario iniziale con il quale cerco di perimetrare l’ambito di indagine ed elencare i problemi da esaminare, non vorrei neppure accentuare eccessivamente la portata di questi fenomeni. Che sono certamente rilevanti e da non sottovalutare. Ma neppure da equivocare quanto alla loro origine e portata.

Class dealignment?

Il primo errore dal quale guardarsi consiste infatti nel credere che la working class abbia abbandonato elettoralmente lo schieramento dei partiti di sinistra negli ultimi anni e che in precedenza le scelte elettorali della classe operaia in senso stretto e dei lavoratori dipendenti più in generale fossero naturalmente e maggioritariamente orientate verso i partiti socialisti, comunisti e progressisti in genere. Le indagini empiriche hanno in realtà mostrato come l’appartenenza a una determinata classe sociale non sia mai stato un fattore risolutivo nel determinare le scelte elettorali e l’orientamento politico. Tanto è vero che già alla fine degli anni Sessanta incominciò a diffondersi nell’ambiente della politologia anglosassone la nozione di class dealignment per indicare il notevole fenomeno di disallineamento delle scelte elettorali rispetto ai precedenti orientamenti basati sull’appartenenza a un determinato gruppo sociale. L’esigenza di elaborare una categoria descrittiva scaturiva dai dati osservabili nella maggior parte dei paesi industrializzati (con l’eccezione di Francia e Italia, che invece in quel periodo mostravano una tendenza addirittura opposta). Le indagini sociologiche del tempo tendevano a spiegare questa propensione con la diffusione del benessere e del consumismo che, secondo queste teorie avrebbero indotto persone, più istruite, più benestanti e più giovani ad abbandonare la tradizionale impostazione delle proprie scelte politiche sulla base della appartenenza di classe.  Non è possibile in questo contesto ricostruire l’evoluzione del dibattito su questi temi[i], che vide l’emergere – sulla base di rilevazioni statistiche più complesse – teorie più articolate, come quella della trendless fluctuation, che prevedeva un andamento congiunturale e non irreversibile del declino al voto di classe. Ciò che ci interessa nella nostra prospettiva è rilevare l’ingenuità di una impostazione deterministica del rapporto tra classe e orientamento politico e, contemporaneamente, la difficoltà di individuare in modo univoco i fattori che ne possano spiegare le oscillazioni. Se, infatti, negli anni Sessanta erano gli esiti della società del benessere a spiegare l’imborghesimento dei ceti popolari, ora, al contrario, sono le conseguenze del progressivo impoverimento e le paure prodotte dalla precarietà e dalla concorrenza degli ultimi ad essere spesso invocate come ragioni della spinta elettorale ed emotiva verso le destre. Evitare un’impostazione di tipo ingenuamente deterministico serve anche a non sottovalutare l’importanza di altri fattori, a cominciare da quello rappresentato dal cambiamento intervenuto nell’offerta politica dei partiti di sinistra, sempre più omologata a quella delle élite liberali, «in tema di globalizzazione, competitività, privatizzazioni, riforma del welfare, flessibilità del lavoro, anti-egualitarismo. Tutti temi su cui si sono di fatto interrotti alcuni degli antichi, o possibili, legami fra sinistra e popolo, fra sinistra e nazione, in favore di un politicismo apparso a molti come distante, tecnocratico e autoreferenziale».[ii] Infine, ma l’elenco dei possibili insegnamenti che fornisce un approccio al fenomeno meno ingenuo potrebbe continuare, uno sguardo meno rigido ci consente di evitare di giungere a conclusioni eccessive sia in termini quantitativi che qualitativi, tali da ingenerare l’erroneo convincimento che ormai non ci sia più nulla da fare e che sia avvenuto uno spostamento decisivo e storicamente irreversibile degli orientamenti elettorali delle classi popolari. Limitando l’osservazione all’ambito che più direttamente ci interessa, già nelle elezioni presidenziali del 2016 è possibile vedere che la vittoria di Trump non ha coinciso con il suo trionfo nel voto dei ceti popolari. Se si guarda alle differenze di reddito, infatti, Hillary Clinton ha staccato Trump di ben 12 punti percentuali (53% contro 41%) tra gli elettori con un reddito inferiore a 30000$; analogamente a quanto avvenuto nella fascia di reddito tra i 30000 e i 49000$. (Il mito razzista dei proletari che votano Trump). Si potrebbe piuttosto sostenere che il ruolo che i poveri hanno avuto nel successo di Trump «in particolare quei poveri frutto dei grandi processi di deindustrializzazione è stato l’aver costituito con il proprio voto l’utilità marginale dell’impresa di Trump: la frazione di elettorato, inaspettata, che si è aggiunta al tradizionale bacino conservatore, radicalizzatosi, facendo pendere dalla sua parte la bilancia negli Stati in bilico».[iii]

Dunque, la difficoltà della sinistra a raccogliere in modo stabile e maggioritario il voto di classe è tutt’altro che inedita.  Tuttavia, questo fenomeno ha una sua particolare rilevanza oggi perché anziché orientarsi come in passato verso le formazioni centriste tende a privilegiare le formazioni della destra nazionalista-populista. Anche quando questa è rappresentata da magnati come Trump (e come Berlusconi). Inoltre, il peso relativo di questo spostamento è maggiore a causa del costante abbassamento della partecipazione al voto da parte delle fasce economicamente e socialmente più deboli della popolazione. Fenomeno confermato da numerosi studi e accentuato dal prevalere di leggi elettorali di tipo maggioritario.[iv] Infine, come già accennato, il fenomeno non è il segnale di un allargamento della base sociale e del consenso nei confronti del “sistema”. Al contrario è un sintomo della crisi di credibilità delle democrazie che sono sempre più guardate con sospetto da parte dei tutti coloro, compresi gli ex progressisti, «che hanno provato nella propria carne la lama tagliente del progresso».[v]

Se assumiamo, dunque, il fenomeno dello spostamento verso la destra radicalizzata (sia essa di matrice nazional-populista o liberal-conservatrice) di una parte non insignificante della classe lavoratrice come uno dei sintomi della crisi delle società occidentali investite dagli effetti del neoliberalismo globalista dobbiamo domandarci: a che tipo di crisi ci troviamo di fronte?  e perché la destra riesce a interpretare questi stati d’animo in modo più efficace?

È in particolare il primo dei due quesiti, secondo noi, che il libro di Vance ci aiuta a capire meglio. Perché non si limita, come pure fa in modo approssimativo, a descrivere le conseguenze economiche della deindustrializzazione (disoccupazione, impoverimento, ecc.) che ha colpito Middletown – la piccola cittadina dell’Ohio in cui è cresciuto – e con essa tutta la cintura dell’acciaio, trasformandola nell’odierna Rust Belt. Ma si occupa, soprattutto, di indagare la crisi morale che viene dietro e aggrava gli effetti della crisi economica. Sul versante economico, infatti, la crisi della Armco Steel –  la gigantesca acciaieria a carbone che oltre a dare lavoro a migliaia di abitanti di Middletown finanziava le scuole, costruiva parchi e servizi – porta con sé lo sconquasso sociale di tutta la piccola comunità: «Negli anni ottanta la nostra cittadina aveva un centro molto carino, quasi idilliaco: una zona commerciale sempre affollata, ristoranti attivi fin dalla prima guerra mondiale e alcuni bar», mentre ora «il cuore di Middletown è poco più di una reliquia della passata gloria industriale americana. Negozi abbandonati dalle vetrine rotte costeggiano il centro (…) la strada che allora era l’orgoglio di Middletown è diventata un punto di incontro per drogati e spacciatori. (…) Nel 1970, il 25 per cento dei bambini bianchi viveva in un quartiere in cui il tasso di povertà superava il 10 per cento. Nel 2000, quella percentuale è salita al 40 per cento. Secondo uno studio del 2011, tra il 2005 e il 2009 era più probabile che gli abitanti di questi quartieri fossero «bianchi nati localmente, diplomati o laureati, proprietari di casa che non beneficiavano della pubblica assistenza».[vi]

Povertà materiale e crisi della coesione sociale

Ma la povertà materiale non spiega tutto. Quello che emerge con maggiore evidenza nel libro di Vance è la crisi verticale della coesione sociale, di cui l’epidemia di dipendenza da Fentanyl e la disgregazione dei legami familiari rappresentano le manifestazioni più eclatanti. Se in un primo tempo ad essere investite sono state le identità politiche e sociali che si erano costruite attorno alla centralità del sistema di fabbrica fordista, successivamente il processo di disgregazione sociale ha coinvolto quello che potremmo chiamare il livello della coesione primaria, cioè l’hetos comunitario e familiare. Il risultato di questi processi è una sorta di “fine del mondo” nel senso indicato da De Martino nella sua indagine attorno alle apocalissi culturali. Che apre la strada a una serie di atteggiamenti e comportamenti anomici e autodistruttivi. Quali sono, ad esempio, l’abuso delle droghe, il rifiuto del lavoro e delle responsabilità genitoriali. Ma anche la totale sfiducia nelle istituzioni, l’isolamento, il rancore, la paura, la disperazione e la rabbia.

Una sorta di frana cognitiva e morale che inibisce il meccanismo di trasmissione sociale e culturale dei modelli comportamentali e delle categorie interpretative e inverte la funzione progressiva del “dente d’arresto”[vii]: “Quello era il mio mondo: un mondo dominato da un comportamento totalmente irrazionale. Spendiamo tutto per poi finire all’ospizio dei poveri. Compriamo televisori giganteschi e iPad. I nostri figli indossano capi di lusso grazie alle carte di credito che applicano interessi stratosferici e ai prestiti garantiti dallo stipendio. Compriamo case di cui non abbiamo bisogno, le rifinanziamo per poter spendere altri soldi e andiamo in fallimento, lasciandole spesso piene di robaccia. Non sappiamo cosa sia la parsimonia. Spendiamo per far finta di appartenere alla classe superiore. E alla resa dei conti – quando incombe il fallimento o quando un familiare viene a tirarci fuori dai guai – non rimane più nulla. Nulla per pagare le rette universitarie dei ragazzi, nessun investimento per accrescere il nostro patrimonio, nessun risparmio nell’eventualità di perdere il lavoro. Sappiamo benissimo che non dovremmo spendere e spandere in questo modo. A volte ci prenderemmo a pugni per questo, ma lo facciamo lo stesso. Le nostre case sono in preda al caos. Gridiamo e ci insultiamo come se fossimo spettatori di una partita di football. Almeno un membro della famiglia assume stupefacenti – a volte il padre, a volte la madre, a volte tutti e due. Nei momenti più difficili, ci prendiamo a cazzotti davanti al resto della famiglia, inclusi i bambini piccoli. Il più delle volte, i vicini sentono tutto e, quando esageriamo, chiamano la polizia per mettere fine al pestaggio. I nostri figli sono dati in affido ma non ci restano mai a lungo. Ci scusiamo con loro. Pensano che siamo veramente dispiaciuti, e lo siamo. Ma poi riprendiamo ad agire nello stesso modo (…) Le nostre abitudini alimentari e sportive sembrano fatte apposta per mandarci prematuramente all’altro mondo, ed è così: in certe parti del Kentucky, l’aspettativa di vita è di sessantasette anni, ossia quindici anni in meno rispetto alla vicina Virginia. Uno studio recente ha rivelato che l’aspettativa di vita dei bianchi della classe operaia, unico tra tutti i gruppi etnici degli Stati Uniti, è in calo”.[viii]

In questo mondo “totalmente irrazionale” esistono, secondo Vance, due tipi umani opposti: i tipi all’antica, tradizionalisti, indipendenti e lavoratori; insomma le persone come i suoi nonni,  a cui Vance attribuisce il merito di averlo salvato, consentendogli di percorrere la strada del successo.  E gli iperconsumisti, isolati, rabbiosi e diffidenti, come sua madre e quasi tutti gli altri abitanti. Da dove siano usciti questi ultimi Vance non lo spiega.

Ciò è molto sintomatico. Perché spiegare l’origine di questa mutazione antropologica comporterebbe necessariamente riconoscere che la sua causa andrebbe ricercata nella crescente precarizzazione delle esistenze e dei legami umani prodotti dal sistema socio-economico. Come scriveva Bourdieu: «Chi deplora il cinismo che caratterizza uomini e donne del nostro tempo non deve dimenticare di correlarlo alle condizioni sociali ed economiche che lo alimentano». Invece Vance, pur nominando l’impoverimento economico prodotto dalla deindustrializzazione, non mette mai in discussione il sistema. Semmai esalta l’importanza di una famiglia amorevole e stabile per preservare le condizioni del “sogno americano” e più volte si scaglia contro gli effetti controproducenti delle politiche assistenziali, promosse soprattutto dai democratici, che finiscono per essere da incentivo per “una grossa minoranza” a vivere a spese della collettività. Anzi, la spiegazione più convincente del passaggio di buona parte della classe operaia bianca degli Appalachi dalla parte dei repubblicani è secondo Vance la sensazione che il Governo paghi i disoccupati per non fare nulla, prendendo per i fondelli le persone che vanno a lavorare tutti i giorni. In questo caso ci troviamo di fronte a uno dei topoi caratteristici della retorica neocons, le cui origini teoriche si possono ritrovare in testi come Losing Ground: American Social Policy, 1950-1980, che teorizza il carattere controproducente delle politiche sociali statali, aprendo con ciò la strada al compassionate conservatism di Bush jr.  Ma se le matrici ideologiche e di classe di questo atteggiamento sono palesi, non altrettanto chiare sono le motivazioni che rendono questo atteggiamento politico, pur così intrinsecamente contraddittorio, convincente per larghi strati della popolazione.

Svelare e occultare

Da questo punto di vista è possibile osservare come la cultura della destra conservatrice si mostri, proprio per la sua propensione a guardare con timore a ogni mutamento dei costumi sociali, naturalmente più predisposta a cogliere i segnali della crisi della coesione sociale prodotta dall’erosione delle culture tradizionali e dei legami comunitari; e ne percepisca i pericoli per la tenuta delle istituzioni dalle quali dipendono la conservazione dei rapporti di potere. Contemporaneamente però, a causa della sua identità neoliberale, essa tende a rimuovere le cause del fenomeno, che risiedono proprio nell’individualismo proprietario che è il modello antropologico del capitalismo della concorrenza e della sorveglianza. In questo senso, la combinazione di politiche di stampo conservatore e autoritario nel campo dei diritti civili, delle libertà democratiche e dei diritti di associazione (specie in campo sociale) con l’ortodossia neoliberale – al più integrata da opportune dosi di protezionismo e corporativismo –  che in modo totalitario mette a disposizione del sistema delle imprese tutte le risorse umane e materiali e dispone dello Stato come servant delle strategie di remunerazione del capitale, non è un mero escamotage elettoralistico, magari messo in atto per compensare la difficoltà di intraprendere autentiche politiche alternative, ma l’espressione di una contraddizione reale irrisolta e irrisolvibile. E, contemporaneamente, il terreno sul quale convergono le due componenti della destra che si avvicinano sempre di più, nel tentativo di  sfuggire agli effetti nichilistici e anomici del sistema capitalistico.

Non potendo sfuggire alla contraddizione di fondo, esse tendono, in ciò sempre più, spalleggiate dall’area liberaldemocratica, a fornire una spiegazione in termini paranoici alla crisi cognitiva e morale da cui sono affette le società occidentali[ix], che vedono come il prodotto dell’attività di nemici interni (il femminismo, la cultura Woke, ecc.) o esterni (campagne di disinformazione russe, aggressioni da parte delle autocrazie in genere, ecc.).

Tuttavia, seppure in questo modo distorto e ingannevole, esse sono apparse più attente alla crisi della coesione sociale e al senso di smarrimento prodotto dalla dinamica della globalizzazione neoliberale, distinguendosi con ciò, agli occhi degli strati della società che pagano sulla loro pelle le conseguenze di questo processo, dalle forze politiche che al contrario si sono più identificate con la sua narrazione ottimistica.

L’offerta politica della destra coglie quindi un bisogno reale. E in genere sa farlo adottando un linguaggio e uno stile che la rendono riconoscibile da parte di strati sociali, che invece percepiscono come estranei gli esponenti dell’area progressista: «Obama sembra un alieno a tanti abitanti di Middletown per ragioni che non c’entrano nulla con il colore della pelle. Ricordatevi che neanche uno dei miei compagni di liceo ha finito per frequentare un ateneo della Ivy League. Barack Obama ne ha frequentati due, e sempre con eccellenti risultati. È brillante, benestante e parla come un professore di diritto costituzionale – perché lo è, naturalmente. Non ha niente in comune con le persone che ammiravo nella mia adolescenza: il suo accento – pulito, perfetto, neutro – è estraneo; ha vissuto quasi tutta la sua vita a Chicago, una metropoli; ed è così sicuro di sé perché sa che la moderna meritocrazia americana è fatta per lui. (…) Il presidente Obama è apparso sulla scena proprio quando molti membri della mia comunità cominciavano a credere che la moderna meritocrazia americana non fosse fatta per loro. Sappiamo di non essere all’altezza. Lo vediamo tutti i giorni: nei necrologi dei teenager che omettono vistosamente la causa di morte (leggendo tra le righe si capisce che è un’overdose), negli sbandati con cui vediamo le nostre figlie sprecare il proprio tempo. Barack Obama fa risaltare le nostre insicurezze più profonde. È un buon padre mentre molti di noi non lo sono. Indossa abiti adeguati alla sua posizione mentre noi indossiamo la tuta, se siamo così fortunati da avere un lavoro. Sua moglie ci dice che non dovremmo dare da mangiare ai nostri figli certe cose, e noi la odiamo per questo: non perché pensiamo che abbia torto, ma perché sappiamo che ha ragione”.[x]

Trump, nonostante sia un magnate di New York enormemente ricco, è invece apparso agli hillbillies come uno di loro, che parla come loro, che agisce come agirebbero loro. In una intervista al The American Conservative a proposito delle ragioni che spiegano il seguito di Trump tra gli strati della working class bianca, Vance sostiene che «la risposta semplice è che queste persone, la mia gente, stanno davvero lottando, e non c’è stato un solo candidato politico che parli di quelle lotte da molto tempo.  Donald Trump almeno ci prova. Ciò che molti non capiscono è quanto siano veramente disperati questi luoghi, e non stiamo parlando di piccole enclavi o di poche città, stiamo parlando di più stati in cui una parte significativa della classe operaia bianca fatica a sopravvivere. La dipendenza da eroina è dilagante.  Nella mia contea di medie dimensioni dell’Ohio, l’anno scorso, le morti per dipendenza dalla droga hanno superato quelle per cause naturali.  (…)  E oltre a ciò c’è la lotta economica, dalle fabbriche che chiudono i battenti alle strade principali con nient’altro che negozi cash-for-gold e banchi dei pegni.

Da decenni i due partiti politici non offrono praticamente nulla a queste persone.  Dalla sinistra ricevono una certa condiscendenza compiaciuta, un’esasperazione per il fatto che la classe operaia bianca voti contro i loro interessi economici a causa di questioni sociali, (…)  Forse ricevono qualche sussidio, ma molti non vogliono i sussidi per cominciare.

Dalla destra hanno ottenuto la piattaforma politica repubblicana di base fatta di tagli fiscali, libero scambio, deregolamentazione e inni al nobile uomo d’affari e alla crescita economica.  Qualunque siano i meriti di una migliore politica fiscale e di una crescita (e credo che ce ne siano molti), il semplice fatto è che queste politiche hanno fatto ben poco per affrontare una crisi sociale molto reale.  Ancora più importante, queste politiche sono culturalmente sorde: nessuno nell’Ohio meridionale vuole sentire parlare della nobiltà del proprietario della fabbrica che ha appena licenziato il fratello.

La candidatura di Trump è musica per le loro orecchie.  Critica le fabbriche che spediscono posti di lavoro all’estero.  Il suo tono apocalittico corrisponde alle loro esperienze vissute sul campo.  Sembra che gli piaccia infastidire le élite, cosa che molte persone vorrebbero poter fare».

Concludendo possiamo dire che la Destra si va ovunque radicalizzando, spinta dalla percezione degli effetti socialmente distruttivi del progetto neoliberale. Effetti che ai suoi occhi rischiano di minare alle fondamenta i dispositivi di disciplinamento e coesione che essa sente invece come vitali, soprattutto in questa fase di ridefinizione dei rapporti di forza tra Nord e Sud del mondo. Non potendo né volendo rimettere in discussione la matrice sociale di questi fenomeni – cioè difendere la società dagli effetti distruttivi della mercificazione totalitaria della vita – essa risponde rilanciando miti identitari (religiosi, etnici, sessuali) insieme a pratiche autoritarie e securitarie, paranoicamente orientate contro nemici interni ed esterni. Consapevole del fatto che la crisi economica e la disgregazione dei legami sociali stanno producendo un fenomeno di umiliazione di massa, con la conseguente accumulazione di un’enorme quantità di rabbia e disperazione – cioè di forze che possono diventare energia politica – cerca di incanalarle a sostegno di un modello di società gerarchica fondato sulle appartenenze a identità etnico-religiose.

Deploreables?

La sinistra neoliberale, al contrario, continua a sottovalutare gli effetti regressivi della disgregazione dei legami sociali, accecata dalla illusione che il progresso sia inscrivibile solo nell’orizzonte individualistico e competitivo. Facendo venire meno, in questa prospettiva, l’elemento chiave di ogni autentico progetto di emancipazione e liberazione; che era invece chiaramente enunciato nei principi dell’89: quella fraternità che incarna il bisogno di hetos comunitario e solidale senza il quale non si danno le condizioni stesse dell’esistenza di un soggetto politico. Se è vero che l’autonomia individuale, che è parte essenziale di un progetto di emancipazione umana, richiede anche l’affrancamento dalle manifestazioni più oppressive di controllo e costrizione esercitate dalle norme sociali tradizionali, è vero anche però che la completa distruzione dei legami comunitari – a cominciare da quelli di classe – apre la strada a forme di anomia di massa e di smarrimento, suscettibili di essere utilizzate politicamente in senso retrivo. Anche perché la decostruzione della cultura popolare è avvenuta a opera e nel segno delle classi dominanti e del progetto di integrazione totalitaria della società nel mercato capitalistico.

Inoltre, agli occhi di sempre più ampi settori delle classi lavoratrici, la sinistra liberale sembra identificarsi con un’organizzazione sociale che opera una feroce gerarchizzazione grazie a meccanismi di selezione meritocratica fortemente intrisi di dispositivi classisti. Una identificazione che a volte si traduce in atteggiamenti di paternalistica condiscendenza, quando non addirittura di aperto disprezzo (i deploreables di Hilary Clinton).

L’allontanamento di una parte della classe lavoratrice dalla sinistra istituzionale è il risultato anche  di questa estraneità culturale, che si manifesta nella secessione dei linguaggi e dei comportamenti. Due mondi che rischiano di essere sempre più reciprocamente alieni.

[i] Per una analisi dettagliata del fenomeno e della sua evoluzione, con una particolare attenzione al caso italiano si veda Salvo Leonardi ,Il voto operaio in Italia. Declino o continuità, “Quaderni di rassegna Sindacale”, n. 4, 2006.

[ii] Salvo Leonardi, cit. p.21.

[iii] Marco Revelli, Populismo 2.0, Einaudi 2017, p. 64.

[iv] Leonardi, cit. p. 7-8.

[v] Revelli, cit, p. 63.

[vi] J.D. Vance, Elegia americana, Garzanti 2017, p 150  e seg.

[vii] Michael Tomasello, Le origini culturali della cognizione umana.

[viii] J.D. Vance, cit. pp 150-152.

[ix] Appaiono paradigmatici di questa tendenza i più celebrati editorialisti del Corriere della Sera, a cominciare da Panebianco (si veda da ultimo il suo articolo del 23 settembre), Della Loggia e Rampini.

[x] J.D. Vance, cit. sottolineatura mia, pp 196-197.

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