IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Forme del declino. Da Draghi al draghismo

A capo del Tesoro dal 1991, è qui che il giovane funzionario aveva già fatto tutto il necessario: regolare le banche italiane, gestire il debito e privatizzare oltre 100 miliardi di euro. Non c’era scuola migliore di Roma per la politica dell’euro, era già un gioco per politici deboli e tecnocrati potenti. Un quadro astratto italiano è appeso, ricorda Ben Judah, sopra la sua scrivania al Palazzo delle Finanze. Nel frattempo fuori, la “prima Repubblica” cade a pezzi. A tenere insieme il paese i tecnici finanziari guidati dal primo ministro tecnocratico del Paese, Carlo Azeglio Ciampi. Draghi è perfettamente a suo agio. L’adesione all’euro alloca le leve fondamentali della macroeconomia (le politiche fiscali e monetarie) al di là della politica interna. Ed invero l’Italia, grazie a questo nuovo vincolo esterno, sembra veramente nei primi anni novanta andare bene. La sua economia è più grande di quella della Gran Bretagna; gli standard di vita si avvicinano a quelli tedeschi. Il vino toscano soppianta quello francese negli Usa, mentre Gucci e Prada vanno alla conquista del mondo.

Nel 2002, Draghi è vicepresidente di Goldman Sachs. Berlusconi, è di nuovo premier dal 2001. E allora? E allora niente. Ingabbiate dal vincolo europeo, le mani di Berlusconi sono lontane dalle vere leve del potere. L’Italia aveva accumulato un grande debito nazionale negli anni ’80 a causa degli alti interessi che aveva imposto anche per abbassare l’inflazione. L’imminente boom lo avrebbe sicuramente eroso e trasformato i banchieri centrali da tecnici regolatori del capitalismo in gestori politici di crisi. Draghi, si unisce a questi nuovi Superman. Prima uno scandalo di corruzione gli apre le porte come governatore della Banca d’Italia. Di lì a poco, il capo della Bundesbank, da tempo atteso come successore del francese Jean-Claude Trichet alla guida della BCE, si dimette. Con Berlino senza un candidato, il posto alla BCE si apre per un altro banchiere centrale di un grande stato. Draghi supera le diffidenze tedesche e ne ottiene nel giugno 2011 la guida. Aiuterà Berlino a inserire l’austerità nel cuore dell’UE. Nell’agosto firma una lettera segreta al governo italiano che sollecita tagli e riforme del lavoro. Roma è inorridita, Berlino è contenta. Segnalando che Francoforte è pronta a mettere la sua liquidità solo dietro un certo tipo di politica, apre la porta alla sostituzione di Berlusconi con un governo tecnocratico. A Francoforte, Draghi padroneggia pienamente le tre forme del potere unionista: il carismatico (la politica della persuasione) con cui rivendica il ruolo della Bce; il tecnico (la politica delle regole) con cui sarebbe diventato l’esecutore dell’UE in Grecia; l’analitico (la politica dei numeri) con cui avrebbe vinto la battaglia per guidare i flussi di capitale con il quantitative easing.

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