IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Forme del declino. Da Draghi al draghismo

Da “pensionato” Draghi si è (quasi) subito offerto alla politica italiana (e a medio termine a quella europea), rappresentando sé stesso come soluzione al problema che lo stesso vincolo esterno ha alimentato e alla sfida della drammatica caduta del Pil determinato dalla pandemia. Ancora una volta una politica debole che avendo da tempo ‘dismesso’ gli strumenti e le ricette per far ripartire la crescita si è mostrata felice di poterlo usare delegandogli le riforme per far ripartire il Paese (il PNRR e la politica di bilancio), mentre nel contempo essa si dedicava a velleitarie e propagandistiche “politiche dell’identità” che giungeranno al loro culmine quanto più le elezioni del 2023 si avvicineranno. Il draghismo della (quasi) totalità della politica è un mix di rassegnata e miserabile accettazione che “there is no alternative” al declino e allo svuotamento, in primis, della democrazia rappresentativa. Una democrazia pilotata da élite potenziate con elettori alienati, come evocato nei contributi di Michele Prospero e di Isidoro Mortellaro. Un ulteriore vincolo, una sorta di vincolo interno auto-imposto per, andreottianamente, “tirare a campare”. Nella speranza, nell’illusione, che l’allineamento del draghismo alla Bidenomics e la postura atlantica di Governo, Parlamento e sistema mediatico verranno ricompensati dall’“amico americano”. Con il cappello in mano. Nella lotta tra due imperialismi l’Italia ha scelto quello statunitense, introducendo pesanti sanzioni che penalizzano marginalmente la Russia e massacrano ampi settori della sua economia. Ultima tappa, al momento, del declino italiano.

Con questa servile rassegnazione non flirta nessuno dei contributi contenuti in questo numero. Le forme del declino italiano vengono esaminate spietatamente e da diverse prospettive (da Vincenzo Comito, da Andrea Guazzarotti e Federico Losurdo, da Vincenzo Vita, da Tommaso Montanari, da Alessandro Montebugnoli), ma nella comune convinzione che non siamo di fronte ad un destino ineluttabile. Quando tutto pare perduto, bisogna rimettersi all’opera, ricominciando dall’inizio. Nessuna concessione ad un rassegnato e qualunquistico declinismo e catastrofismo. O, all’opposto, ad un preconcetto e supponente anti declinismo e anti catastrofismo. Questo numero nasce da un sentimento autenticamente gramsciano, dalla profonda insoddisfazione per come la sfida del declino (non solo italiano) è usualmente rappresentata dalla storiografia, dalla letteratura specialistica (non solo quella economica), dalla pubblicistica corrente. È, in questo senso, un “discorso contro” le spiegazioni unilaterali, mono causali, fenomenologiche, della “lunga scivolata” del nostro Paese. Ma vuol essere, allo stesso tempo, un “discorso per”. Un discorso che ambisce a fornire una visione d’insieme, collocando la lunga scivolata nella più generale “stagnazione secolare” della civiltà occidentale, una stagnazione non solo economica. Per coglierne le specificità (esiste un caso italiano) ma anche per sottolinearne i nessi con un processo più universale (la neoliberale modernizzazione senza civilizzazione). È il nostro specifico e provvisorio contributo (altri numeri seguiranno) tanto alla comprensione del circolo virtuoso che nel primo trentennio ha caratterizzato, sia pur tra formidabili ostacoli e progetti di restaurazione, la vita della Repubblica, quanto alla comprensione del circolo vizioso in cui questa è precipitata nel secondo trentennio della sua storia. Con il fine dichiarato di invertire la rotta. Rinascita e declino, con l’auspicio che una seconda Rinascita, all’insegna del programma fondamentale della società italiana, la Costituzione Repubblicana, è alla portata del nostro Paese. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà, ancora una volta.

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