IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

I BRICS, la grande convergenza e “noi” europei

La globalizzazione neoliberista, dopo avere rafforzato il dominio planetario dei paesi occidentali, è divenuta la chiave di volta per una “grande convergenza” dei paesi in via di sviluppo. L’Unione europea dovrebbe ergersi a mediatrice tra le ragioni dell’occidente e quelle dei Brics. Irresponsabilmente non lo fa.

Il Presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, in occasione del XV vertice dei paesi del BRICS (22-24 agosto 2023), ne ha sintetizzato al meglio l’essenza con queste parole: “un gruppo eterogeneo di nazioni con diversi sistemi politici che condividono il desiderio comune di avere un ordine globale più equilibrato, un partenariato paritario tra paesi che hanno punti di vista diversi ma una visione condivisa per un mondo migliore”.

Globalizzazione neoliberista e “grande convergenza”

I BRICS nascono per difendere un’idea di globalizzazione sensibilmente diversa da quella che ha visto come protagonisti, dopo la fine della guerra fredda, i paesi occidentali i quali, sfruttando a proprio vantaggio la divisione internazionale del lavoro e il controllo delle catene di produzione e trasformazione del valore, hanno accresciuto enormemente il divario rispetto ai paesi in via di sviluppo (“grande divergenza”).

Per un’eterogenesi dei fini, la globalizzazione di segno neoliberista, dopo avere in una prima fase rafforzato il dominio planetario dei paesi occidentali, è divenuta in una seconda fase la chiave di volta per una “grande convergenza” delle economie dei paesi in via di sviluppo (Baldwin, 2018). Quest’ultimi sono riusciti ad attrarre maggiori capitali ed investimenti, grazie ai costi del lavoro sensibilmente più bassi rispetto a quelli dei paesi del primo mondo. Con la conseguente crescita e industrializzazione dei paesi che prima erano ai margini dell’economia mondiale.

È stata, in particolare, l’ascesa della Cina, specie dopo la sua ammissione al WTO (2001), a stimolare un generale ripensamento sulle magnifiche e progressive sorti del paradigma libero-scambista incentrato sulla concorrenza senza limiti, fino al ritorno a forme di protezionismo economico che hanno assunto la forma del de-coupling, de-risking, friend-shoring e così via.

I BRICS sfidano l’“ordine internazionale liberal-democratico fondato su regole”, poiché ritengono (non a torto) che queste regole mutano a seconda degli interessi dei paesi occidentali. I BRICS (o almeno parte di essi) intendono promuovere un modello di globalizzazione più inclusivo, non incentrato sui paradigmi della stabilità finanziaria e della competitività e basato su una strategia “win-win”, sull’aspettativa, cioè, di un incremento degli scambi commerciali mondiali e della prosperità complessiva, grazie alla costruzione di grandi reti infrastrutturali (sul modello della “Belt and Road Initiative” cinese). Il crescente protagonismo del “Global South” è testimoniato da altri due eventi emblematici: il primo è il G20 (tenutosi a New Delhi) che ha deciso l’ingresso dell’Unione africana come membro permanente del gruppo, quasi a bilanciare la presenza dell’Union europea; il secondo (del tutto ignorato dalla stampa mainstream) l’incontro del G77 all’Havana (15-16 settembre 2023) il cui documento conclusivo ha aspramente criticato i monopoli tecnologici occidentali che ostacolano lo sviluppo dei paesi in via di sviluppo.

Gli obiettivi politici dei Brics

Abituati a ragionare con categorie euro-centriche, muoviamo dal postulato che un consesso sovranazionale debba essere necessariamente tenuto assieme da una comunanza valoriale tra i suoi appartenenti: ne sono un esempio la NATO, il G7 e, per certi versi, la stessa UE. Così fatichiamo a comprendere l’essenza profonda dei BRICS (riassunta nelle parole ricordate all’inizio): il loro essere un partenariato che riconosce come valore l’eterogeneità economica, sociale e culturale degli Stati che ne fanno parte, nell’ambito di un ordine multilaterale (espressione preferibile a multipolare). I BRICS non hanno, né vogliono avere un “pilota automatico” che condizioni rigidamente le scelte politiche degli Stati che ne fanno parte.

Come emerge dal documento conclusivo del vertice, tra gli obiettivi centrali dei BRICS vi è la richiesta di una maggiore rappresentanza dei paesi del Sud globale nelle organizzazioni internazionali post-Seconda guerra mondiale. Diversi, però, sono gli approcci per conseguire questo obiettivo condiviso: per alcuni paesi (la Cina, il Brasile) occorrerebbe creare “nuove” strutture internazionali per sostituire o coadiuvare quelle già esistenti. Mentre per paesi come l’India o il Sud Africa è preferibile promuovere una più limitata riforma delle strutture esistenti, FMI, Banca Mondiale, WTO, Consiglio di sicurezza, incidendo prima di tutto sui meccanismi della loro governance (Sahay, Mckenzie, 2023).

Il documento sottolinea, inoltre, che il riconoscimento dei diritti umani universali e della democrazia politica deve essere “bilanciato” con il non meno fondamentale diritto allo sviluppo economico, sociale, culturale di tutti i popoli della terra. È, a tale scopo, i BRICS si sono dotati della Nuova Banca di Sviluppo (NBD) per finanziare grandi progetti infrastrutturali nei paesi membri e in altre economie emergenti senza quei gravosi meccanismi condizionali, riforme strutturali in cambio di soldi, che invece contraddistinguono da sempre i prestiti erogati dal FMI e le politiche europee di cooperazione con il continente africano (Link Guazzarotti).

I BRICS non disconoscono l’esigenza ineludibile di uno “sviluppo sostenibile” che tenga conto dell’accelerazione del cambiamento climatico e della scarsità relativa delle risorse del pianeta. Ma chiedono che tale obiettivo sia perseguito non all’insegna di quello che Lula da Silva ha definito un “neocolonialismo verde che imponga barriere commerciali e politiche protezionistiche con il pretesto di proteggere l’ambiente”, ma secondo un paradigma di “giustizia climatica” che tenga conto della responsabilità storica dei paesi sviluppati, i più grandi dissipatori di risorse naturali e tra i maggiori contributori all’inquinamento planetario nel corso dei secoli.

Allargamento dei BRICS ed egemonia cinese

Anche l’allargamento dei BRICS a sei nuovi stati (Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a partire dal 1° gennaio 2024), allargamento che indubbiamente accresce sensibilmente l’eterogeneità economica, sociale e culturale del blocco, andrebbe analizzata astraendo dal punto di vista euro-centrico. Autorevoli osservatori (O’Neill, 2023) hanno, infatti, liquidato l’allargamento come null’altro che uno stratagemma della Cina che sfrutterebbe il dissenso dei paesi del Sud globale per creare un blocco geopolitico e geoeconomico da contrappore agli Usa (esplicitamente Tertrais, 2023). È un errore di prospettiva dare per scontato (senza escluderlo a priori) che la Cina debba necessariamente ricalcare la strategia “imperialista” adottata dagli Stati Uniti per garantire il suo dominio globale anche con il ricorso ad operazioni militari di “polizia internazionale”. Si tratta di una visione che sembra, tra l’altro, ignorare che India, Brasile e Sud Africa sono “giganti” nei rispettivi continenti che non possono semplicisticamente essere ridotti a pedine di un gioco del risiko tra grandi potenze.

Si finisce per sottovalutare le ragioni sostanziali dell’allargamento. Il Brasile ha spinto fortemente per l’inclusione nel blocco dell’Argentina con il quale punta a rilanciare il MERCOSUR e l’integrazione politica dell’America-Latina con l’incognita, però, del possibile cambio di governo in direzione anarco-liberista. Il Sud-Africa, a sua volta, ha spinto per l’inclusione dell’Etiopia, l’unico paese africano a non essere stato colonizzato dagli europei (nonostante i cinque anni di occupazione dell’Italia) e sede istituzionale dell’Unione africana. Russia e Cina hanno promosso l’integrazione nel blocco di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Iran: quest’ultimi due paesi hanno ripreso i rapporti diplomatici, grazie alla mediazione e con la garanzia della Cina.

Tuttavia, anche gli occhi di un simpatizzante della causa del Global South, non può sfuggire il rischio che l’allargamento a taluni paesi con credenziali assai deboli in termini di democrazia politica e diritti dell’uomo avvenga per ragioni prevalentemente geopolitiche e geo-economiche: controllare la quota maggioritaria del mercato dei combustibili fossili, a cominciare dal petrolio e dal gas, quota destinata ad incrementarsi quando venissero accolte le richieste di adesione di paesi come l’Algeria, l’Indonesia e il Kazakhistan. E non solo. I BRICS allargati si candidano ad essere anche i maggiori detentori delle strategiche “terre rare”, le materie prime fondamentali per promuovere la transizione ecologica.

Una nuova “Bretton Woods”?

La sfida aperta all’ordine liberal-democratico basato su regole si esplicita anche nella volontà di edificare, per tappe successive, un inedito sistema economico-monetario, la cui tappa finale, nel lungo periodo, potrebbe essere l’adozione di una valuta comune alternativa al dollaro

Una parte dei paesi del Sud globale hanno sì condannato la violazione russa dell’integrità territoriale ucraina, ma hanno anche potuto constatare “icto oculi” i formidabili rischi per la loro sovranità interna derivanti da un sistema monetario caratterizzato dal dominio del dollaro, specie se usato come “arma” attraverso le sanzioni economiche e finanziarie. La Russia è stata disconnessa dal circuito unico di transazioni bancarie Swift con una decisione repentina del Tesoro statunitense ed è stata espropriata con altrettanta rapidità delle sue riserve auree depositate nei forzieri delle banche dei paesi occidentali. Più in generale, i recenti aumenti dei tassi di interesse sul dollaro hanno drenato enormi risorse finanziarie dai paesi del “Global South”, aggravandone sensibilmente i debiti pubblici.

Il progetto di una moneta alternativa al dollaro deve, però, fare i conti con l’incommensurabile privilegio del dollaro di essere la moneta di riserva globale, dopo la fine del sistema di Bretton Woods, sistema costruito sul dollaro, all’epoca strettamente legato all’oro. Tale ancoraggio permetteva, in qualche modo, di calmierare la supremazia statunitense. Nel 1971 Nixon decise di bloccare la convertibilità con l’oro e gli Usa diventarono liberi di stampare dollari senza limite e lo facevano perché vendevano più di quello che acquistavano: erano loro a finanziare il resto del Mondo (Pini, 2023).

Il vertice dei BRICS ha cominciato prudentemente a discutere la messa in opera di piattaforme di scambio e di conto disancorate dalle valute “fiat” occidentali e ancorate, invece, ad un paniere di materie prime (qualcosa che potrebbe alla lontana ricordare l’ECU). L’idea è di contenere i poteri selvaggi dei mercati finanziari speculativi, provando ad ancorare le valute a beni concreti.

Peraltro, la capacità del dollaro di mantenere il suo status di moneta di riserva globale è resa incerta dai più recenti sviluppi seguiti alla guerra russo-ucraina.  Il venir meno del tacito patto tra Stati Uniti e Monarche del golfo incentrato sullo scambio tra acquisto di petrolio in dollari e reinvestimento dei paesi arabi nei bond USA crea le condizioni per un calo complessivo della domanda di dollari nel mondo. A questo si aggiunge il progressivo disinvestimento cinese dai bond statunitensi che, unito alla sempre più aperta guerra civile politico-istituzionale con la paralisi dei meccanismi decisionali (il ricorsivo “shutdown”), rende sempre più concreto il rischio di una crisi del debito degli USA (Eichengreen 2023).

I BRICS e “noi” europei

L’Alto Rappresentante europeo per la politica estera e la sicurezza comune, Josep Borrel, in un discorso che rifletteva il pregiudizio euro-centrico, ha metaforicamente paragonato le immense sfide poste dal mondo multilaterale alla “giungla” che insidierebbe il tranquillo e fiorente “giardino europeo”: “la migliore combinazione di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale che l’umanità sia stata in grado di costruire”.

È un pregiudizio che si proietta immediatamente anche nel modo di leggere la guerra russo-ucraina (Mini, 2023). L’Occidente, dimenticando le decine di guerre e conflitti intestini che imperversano in Africa, Asia, Medio Oriente, America-Latina, sembra disposta a combattere a distanza la Russia fino all’ “ultimo ucraino”, mentre il già menzionato documento del vertice BRICS dedica solo due righe alla guerra in Europa (e lo stesso può dirsi del documento finale del G 20).

La guerra russo-ucraina sembra oggi essersi impantanata (Caporalini, 2022): nessuna delle parti in causa ha più obiettivi militari realistici, salvo perseguire un ulteriore escalation dagli esiti catastrofici (Prospero, 2022). Sarebbe giunto il momento per le classi dirigenti europee di interrogarsi seriamente su quale sia la reale posta in gioco in questo conflitto: l’apice di una “ nuova guerra freddo/calda” che tenta di “mettere definitivamente fuorigioco il progetto di un’occidente europeo alleato, ma distinto dall’occidente atlantico” (Cantaro, 2023). Un obiettivo desiderabile per l’establishment politico-militare statunitense che intende “assoldare” l’Unione in vista del suo futuro conflitto con la Cina. Un errore imperdonabile per chi sia consapevole del ruolo che l’Europa potrebbe svolgere di mediatore tra le ragioni dell’Occidente e le ragioni del Sud-globale.

Un nuovo modello di sviluppo?

Una parte non indifferente della letteratura in vari ambiti del sapere è pervenuta alla conclusione che la dialettica tra il mondo occidentale e l’Unione sovietica ha contribuito da un lato, ai grandiosi processi di de-colonizzazione ed emancipazione nazionale nel sud del mondo (a cominciare dall’Africa) e, dall’altro lato, all’edificazione in Europa di modelli robusti di Stato sociale almeno fino alla torsione neoliberale post-Maastricht. Nella stessa forma dialettica è lecito interrogarsi se l’esistenza dei BRICS, pur con tutte le contraddizioni che sono state sottolineate, possa contribuire all’edificazione di un ordine internazionale multilaterale più equilibrato di quello “piramidale” fin ora dominato dall’unica super-potenza militare e ispirato a paradigmi diversi da quelli della stabilità finanziaria e della competitività fine a sé stessa.

Sarà solo il tempo a dirci se i paesi che partecipano ai BRICS aspirano prevalentemente a rafforzare il proprio ruolo geopolitico e geoeconomico nello scacchiere mondiale o prefigurano, almeno in prospettiva, anche un modello economico e sociale di sviluppo alternativo a quello neoliberale attualmente dominante.

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