IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il 25 settembre della sinistra. Continuità e rottura

Dio, patria, famiglia, rappresentano valori forti, il cui potente richiamo evocativo sarebbe stato neutralizzabile solo dal rinnovamento di valori altrettanto forti quali, “libertà, eguaglianza, fraternità”. Rinnovandoli.

Archiviare le narrazioni deterministiche della globalizzazione

Il PD e la sinistra tutta debbono chiedersi: perché i processi di svalutazione del lavoro sono stati così poco contrastati anche sul piano teorico e culturale? Perché ci si è attardati nella puerile esaltazione della “fine del lavoro” (e attenzione; Grillo e il movimento “cinque stelle” hanno basato la loro ipotesi di “reddito di cittadinanza” sull’esaltazione della jobless society)? Perché, anche a sinistra, si è stati così frettolosi nell’archiviare il Novecento, “secolo del lavoro” e a tacciare la Costituzione italiana di “lavorismo” novecentesco? Perché non si è riusciti a intercettare la “mobilitazione del risentimento” operata dai populismi e si è lasciato spazio alla capacità di un seduttivo “populismo di destra” di “rubare” temi propri della sinistra (compresa l’attenzione al lavoro e alla classe operaia)? La sinistra e il PD possono rispondere a queste domande soltanto se si danno una più perspicua rappresentazione di ciò che ha provocato l’avvento del neoliberismo, facendo fino in fondo i conti con esso e disperdendo quell’alone di “inspiegato” che persiste attorno a narrazioni deterministiche della globalizzazione sregolata, dell’ondata di privatizzazioni, della ipertrofia finanziaria, della precarizzazione del lavoro, come se fossero stati fenomeni ineluttabili, naturalisticamente necessitati e non veicolati da una precisa intenzionalità politica. Ne discenderebbe anche una più puntuale identificazione, e ammissione, degli errori compiuti dalle sinistre nel traumatico passaggio dai “trent’anni gloriosi” di ispirazione keynesiana al neoliberismo affidato solo al primato del mercato e del profitto. Se il lavoro e il “senso di responsabilità collettiva” affidato alle istituzioni pubbliche sono state le grandi vittime del neoliberismo, il drastico indebolimento della sfera lavorativa e delle forze sociali che di essa vivono e ad essa si ispirano a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni ha certamente a che fare con le Terze Vie à la Tony Blair, di cui non ci si può limitare a segnalare che volevano cambiare il neoliberismo “dall’interno” (come fanno Salvati e Dilmore), ma a cui va chiaramente imputata la fallacia delle convinzioni secondo cui i rischi del mercato del lavoro non esistessero più, i ceti medi fossero corposamente entrati nella categoria dei detentori di asset patrimoniali e finanziari, non ci fosse più bisogno del welfare state. Anche l’ostilità allo Stato è stata alimentata da anni di nefasta teorizzazione di matrice blairiana della superiorità delle pratiche di governance su quelle di government, esplicitamente indicate, e auspicate (si pensi in Italia ai numerosissimi scritti di Sabino Cassese), come metodi di “amministrativizzazione” mediante “depoliticizzazione”.

Vuoi ricevere la nostra newsletter?

Privacy *

Newsletter

Privacy *

Ultimi articoli pubblicati