IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il 25 settembre della sinistra. Continuità e rottura

Dio, patria, famiglia, rappresentano valori forti, il cui potente richiamo evocativo sarebbe stato neutralizzabile solo dal rinnovamento di valori altrettanto forti quali, “libertà, eguaglianza, fraternità”. Rinnovandoli.

Il blairismo post mortem di Renzi e Calenda

In realtà, anziché riproporre il blairismo post mortem caro a Renzi e Calenda, non è ozioso tornare a riflettere sui motivi strategici dell’eccesso di condiscendenza alla tesi che il neoliberismo fosse di sinistra (tipico del blarismo degli anni ’90) come una delle cause fondamentali della crisi delle sinistre in questo scorcio di secolo. Dovremmo risalire anche ai limiti costitutivi della “culture politiche” dei soggetti che hanno dato vita al PD, perché la “fusione non elaborata” ha spinto non solo ad abbandonare quelle culture, ma anche a lasciarne inerzialmente vivere limiti vistosi. La convinzione che il neoliberismo fosse di sinistra si radicò in contesto che vide le forze che tentarono di unirsi nel Partito Democratico assai inclini a sorvolare su aspetti critici delle culture fondative, convinte che l’osannato clima postideologico e postidentitario avrebbe consentito di lasciarli sullo sfondo. Sono aspetti presenti in tutte le formazioni che in Europa e in Italia si collocano a sinistra, comprese quelle di origine cattolico-democratica: si pensi al tradizionalismo e al conservatorismo che tarpava le ali alle correnti di sinistra della Democrazia Cristiana e oggi grava come un macigno sullo straordinario magistero di papa Francesco. Nel Pci l’amalgama meno produttivo è stato quello tra una fascinazione totalizzante dell’”autonomia del politico” e una visione dei processi economici basata sull’esaltazione della concorrenza e l’indifferenza o l’ostilità agli apparati e alle imprese pubbliche – non molto diversa da quella che è al cuore oggi dell’impostazione di Mario Draghi –, una visione frutto della persistenza di una matrice veteromarxista e terzinternazionalista, a vocazione antimonopolistica e critica del “capitalismo monopolistico di Stato”.

Pesano anche i limiti della cultura economica e istituzionale del PCI

Dal punto di vista che desidero approfondire vale la pena soffermarsi su alcuni di tali aspetti presenti nel PCI, da cui io provengo. Da un lato, storicamente la cultura del vecchio PCI è stata molto influenzata dal liberalismo di Labriola, Croce, Einaudi, un liberalismo che si saldava con residui terzinternazionalisti “classisti” e “crollisti” poco atti a far cogliere il dinamismo e le trasformazioni. Tanto è vero che, a sinistra, le prime impostazioni innovative – con significativi germogli di quel keynesismo introdotto in Italia da Fanfani – si colgono nella CGIL, prima con il Piano del Lavoro del 1949 (che, impregnato com’era della matrice azionista propria di Foa e Trentin, venne accolto con una paradossale convergenza tra l’ostilità di De Gasperi e della DC di centrodestra e la freddezza di Togliatti e del PCI, con la sua singolare inclinazione “liberal-einaudiana”) e poi con l’elaborazione sul neocapitalismo degli anni ’60 e quella successiva. E tanto è vero che la generalità degli esponenti del PCI rimase estranea ai tentativi di programmazione – straordinari anche sotto il profilo dell’investimento culturale, se riguardati con la consapevolezza dei problemi e dei ritardi odierni – messi in atto con il primo centrosinistra e veicolati da Ugo La Malfa, Giolitti, Ruffolo, Lombardi. Da un altro lato per gli eredi del PCI il persistente riferimento al “finalismo rivoluzionario” finiva con l’esentare da quella ricostruzione analitica accurata che la articolazione di un quadro autenticamente riformatore richiede, in particolare per quanto riguarda una “teoria dello Stato e delle istituzioni” di cui i comunisti furono carenti (nell’inconscio operava il pregiudizio secondo cui “lo Stato borghese si abbatte e non si cambia”), senza che ciò impedisse il proseguimento della straordinaria opera riformista nelle regioni rosse, la cui rappresentanza rimase però sempre minoritaria ai vertici nazionali. Così l’ondata neoliberista che arrivò anche in Italia dalla metà degli anni ’80 non trovò molti argini lungo il proprio cammino e le sinistre affrontarono inermi le flessibilizzazioni del mercato del lavoro, la “riduzione del perimetro pubblico”, le liberalizzazioni e le privatizzazioni.

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