IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il 25 settembre della sinistra. Continuità e rottura

Dio, patria, famiglia, rappresentano valori forti, il cui potente richiamo evocativo sarebbe stato neutralizzabile solo dal rinnovamento di valori altrettanto forti quali, “libertà, eguaglianza, fraternità”. Rinnovandoli.

Mettere al centro l’origine strutturale delle diseguaglianze

Ora è qui, sul lavoro e sul senso di “responsabilità collettiva” espresso dalle istituzioni pubbliche – che verrebbe inevitabilmente depotenziato se passasse la ultima versione di starving the beast (“affama la bestia”, e la bestia sono lo Stato e le istituzioni pubbliche) della destra, incarnata dalla flat tax a vantaggio dei ricchi e a detrimento dei servizi pubblici – che passa nuovamente la discriminante destra/sinistra. Dobbiamo far avanzare la riflessione sullo “Stato innovatore”, secondo le linee indicate da Mariana Mazzucato e da altri. In primo luogo urge acquisire consapevolezza che le questioni dell’eguaglianza e della diseguaglianza – anche per evitare che vengano agitate con un carattere solo retorico e spesso inconcludente – vanno trattate facendo emergere non solo le implicazioni “redistributive” – su cui invece si concentra la letteratura prevalente in materia, compresi gli importanti lavori di Thomas Piketty – ma quelle “allocative” e strutturali, con al centro le problematiche del lavoro. Solo in un disegno nuovo e più complessivo di sviluppo, oltre le mere istanze redistributive, la problematica della diseguaglianza può evitare di concentrarsi quasi esclusivamente sul destino dei poveri, degli “ultimi”, dei “diseredati” e fare spazio all’attenzione ai bisogni e alle crescenti difficoltà dei ceti medi. L’analisi delle conseguenze delle diseguaglianze va ricondotta ai suoi termini “primari/strutturali” dai quali si ricava anche una nuova dinamica capitale/lavoro che apre “finestre di opportunità” sulle quali democraticamente intervenire. Quei termini, infatti, dalla fine degli anni ’70 hanno visto un enorme cambiamento delle quote del valore aggiunto con uno spostamento fino a 20 punti dalla quota che va al lavoro a quella che va al capitale (in grado di appropriarsi di tutti gli incrementi di produttività), per il quale è stata determinante, secondo la ricostruzione di Atkinson e di Deaton, l’affermazione di una disoccupazione crescente insufficientemente contrastata dai governi (a differenza di quanto era avvenuto nei “trenta gloriosi”).

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