Una riflessione sulla società iraniana e sul suo modo di prepararsi e reagire a una guerra latente, annunciata più volte, che ha anche avuto una sua prova generale nel giugno 2025, e che poi è iniziata in grande stile il 28 febbraio scorso, non può che partire da un’autorevole citazione. Nell’introduzione del suo celebre libro “Revolutionary Iran: A History of Islamic Republic”[1] l’assai compianto – nonché prematuramente scomparso – storico britannico, Michael Axworthy, ammoniva che «In Occidente riteniamo di conoscere l’Iran, ma quello che pensiamo di sapere è sovente fuorviante o semplicemente falso».
Le nostre dissonanze cognitive
È immediatamente evidente, pertanto, come qualsivoglia tentativo di voler offrire una riflessione sulla società iraniana specialmente in un frangente critico come quello attuale sia alquanto arduo ed ambizioso.
Il compito appare tanto più complesso se consideriamo che la narrativa prevalente in Occidente rispetto all’Iran, ed alla sua popolazione, corrisponde quasi perfettamente a quanto rilevato da Axworthy oltre un decennio fa. In altri termini, qualsiasi tentativo empirico di offrire una lettura più articolata della società iraniana e della sua reazione rispetto agli ultimi eventi si scontrerebbe, almeno dalle nostre parti, con enormi dissonanze cognitive decisamente sedimentate.
La generica e generalizzata percezione occidentale dell’Iran, infatti, fa quasi esclusivo riferimento ad una serie di fonti parziali e afferenti a finalità politiche preordinate che condividono l’obiettivo di mettere in cattiva luce la leadership della Repubblica Islamica e la sua politica, interna ed estera. Queste fonti sono rappresentate dalla vasta diaspora iraniana, presente soprattutto in Francia, Gran Bretagna e negli Stati Uniti, e da ambienti politici e mediatici anglosassoni, neocons e filo-israeliani, senza trascurare diverse leadership arabe. Tutti – chi più chi meno – convergono nel delineare l’Iran come una feroce e fanatica teocrazia antisemita, con vocazioni egemoniche sul mondo arabo, che calpesta i diritti umani, incapace di garantire una governance decente alla sua popolazione, mobilitata nella destabilizzazione della regione mediorientale e, soprattutto, nell’acquisizione di una capacità nucleare militare qualificata come minaccia esistenziale per diversi paesi arabi, e, soprattutto, per lo Stato di Israele.
Questa narrativa presenta alcuni elementi di verità, ma l’uso che ne viene fatto è talmente decontestualizzato e ignora talmente tanti fatti ed omissioni occorsi nell’ultimo mezzo secolo da indebolirli considerevolmente.
Che il Governo iraniano sia autoritario e repressivo è indubbio, ma questo vale per tanti altri Governi della regione, anche per quelli che si qualificano come l’unica democrazia dell’area.
Quanto alle accuse mosse all’Iran sulla questione nucleare, la cosiddetta minaccia esistenziale, l’unica che qui tratteremo per poi passare alla società iraniana, ci limitiamo a rilevare tre aspetti.
In primo luogo, da quasi 40 anni Israele attira l’attenzione della comunità internazionale sulla minaccia esistenziale imminente costituita da una Repubblica Islamica che sarebbe a pochi mesi dalla realizzazione di un ordigno atomico. Qualsiasi persona con un normale o addirittura modesto quoziente intellettivo, nonché pervasa da un minimo di buon senso, intuirebbe immediatamente come sia insostenibile logicamente promuovere l’esistenza di una minaccia imminente che si protrae per un arco di tempo così lungo; ovvero Israele probabilmente mente e la minaccia non esiste nei termini che ci vengono sottoposti.
In secondo luogo, contrariamente ad Israele, l’Iran ha aderito al Trattato di Non Proliferazione Nucleare del 1968 e al Protocollo Aggiuntivo di quest’ultimo intervenuto alcuni anni dopo. Inoltre, centinaia di rapporti e di ispezioni intrusive dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), e, da ultimo, diversi rapporti confidenziali di alcune agenzie di intelligence occidentali sono stati tutti convergenti nell’escludere – alcuni di questi almeno a partire dal 2003 – l’esistenza di un programma nucleare militare iraniano. Si tratterebbe quindi di una minaccia immaginaria costruita ad hoc e funzionale ad un disegno che punta invece ad un cambio di regime a Teheran.
Infine, nemmeno l’Accordo – noto come JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action – firmato nel luglio 2015 dall’Iran e con il cosiddetto gruppo P5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania e UE) che aveva limitato sostanzialmente il programma nucleare civile iraniano per escluderne una possibile deriva militare è riuscito a dissipare questa narrativa anglo-sassone-sionista-neocon (ASSN); tanto più che l’intesa, dopo essere stata violata nello spirito fin dall’inizio dalla stessa Amministrazione Obama che mantenne le sanzioni finanziarie contro l’Iran, a meno di tre anni dalla sua firma, nel maggio 2018, venne rigettata dall’Amministrazione Trump che adottò nuove e assai più stringenti sanzioni contro il Paese.
Una società complessa, governata da un’oligarchia con diverse fazioni interne
Venendo all’Iran e alla sua società contemporanea, è sufficiente un breve soggiorno nel paese per rendersi conto che la realtà è ben diversa dall’immagine ampiamente distorta che ne viene riportata dai media e dalle leadership politiche ASSN e da quelle occidentali e arabe che ne sono influenzate o condizionate
Dopo il vasto movimento di protesta che ha caratterizzato il Paese all’inizio di quest’anno, la percezione di un regime sull’orlo del collasso e per questo propenso ad una feroce repressione che avrebbe effettivamente provocato migliaia di vittime è tornata a dominare la narrativa occidentale rispetto al paese.
Tuttavia, le guerre sovente determinano dei bruschi risvegli, nel senso che molto di quello che si era immaginato, sperato e addirittura sognato alla vigilia delle ostilità si rivela privo di fondamento e, spesso, si verifica l’opposto di quanto auspicato. Quella non provocata, iniziata unilateralmente e illegalmente il 28 febbraio scorso da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ne rappresenta una conferma.
Se si deve credere alle indiscrezioni recentemente pubblicate dal New York Times[2], la previsione che l’intelligence israeliana aveva venduto all’Amministrazione Trump, ovvero che un micidiale blitz iniziale con l’assassinio di tutti i maggiori leaders iraniani, a partire dalla Guida Suprema Ali Khamenei, avrebbe innescato la rivolta popolare che avrebbe portato alla fine della Repubblica Islamica, non ha trovato riscontro con la realtà. L’aspetto tragicomico della vicenda è rappresentato dal fatto che la stessa CIA e diversi ambienti militari del Pentagono avrebbero nutrito corposi dubbi sul fondamento delle previsioni israeliane ma, apparentemente, non sono stati sufficienti per imporre la necessaria cautela ai vertici politici statunitensi.
In altri termini, mentre generalmente gli USA si fanno intortare da Israele a loro insaputa, questa volta lo avrebbero fatto consapevolmente.
L’Iran è un caleidoscopio etnico e religioso e non certamente un monolite. Presenta una dinamica politica molto complessa e combattiva che raramente viene percepita in Occidente, ed è abitato da una popolazione di elevato livello culturale e ampiamente articolata nel proprio pensiero. È difficile che possa essere ammaliata completamente da narrative occidentali.
Anche la configurazione degli assetti di potere nel paese è assai lontana dal cliché dittatoriale di un solo uomo al comando. L’Iran è un’oligarchia, caratterizzata da un vasto movimento trasversale composto da diverse fazioni politiche, istituzioni, reti e gruppi di interessi che rispondono a principi e finalità diverse anche se tutti riconducibili, chi più chi meno, alle molteplici anime che tra il 1978 ed il 1979 animarono quella che resta l’ultima grande rivoluzione del XX secolo, la prima di natura islamica.
In questo contesto, il compito della Guida Suprema, in particolare quello svolto da Alì Khamenei per quasi 40 anni, fino a quando non è stato assassinato il 28 febbraio scorso, non è stato quello della cupola di un sistema di potere, ma piuttosto quello dell’arbitro delle diverse fazioni che di volta in volta ha fatto pendere il piatto della bilancia verso l’una o l’altra sempre con il precipuo intento di assicurare la sopravvivenza del regime e dei principi della Rivoluzione islamica o di quello che ne restava.
Naturalmente, la difficile situazione economica del paese, gravata da decenni di sanzioni, ma anche da una gestione sovente corrotta ed inefficiente dell’economia, ha generato forte malcontento nella popolazione, soprattutto nelle fasce più giovani che non tollerano nemmeno i vessanti vincoli sui costumi imposti dalle autorità islamiche; un esempio che vale per tutti è che ha assunto una valenza simbolica è quello dell’abbigliamento femminile.
Tuttavia, un dato dovrebbe essere tenuto presente in qualsiasi riflessione circa l’atteggiamento della maggioranza della popolazione iraniana. Per quanto questa possa esprimere forte scontento, e a tratti disprezzo, per la leadership del paese nelle sue diverse articolazioni politiche, religiose e militari, questi sentimenti non arrivano al punto di colludere con soggetti esterni interessati a propiziare il crollo del sistema di potere instaurato dalla Rivoluzione del 1979. Nella popolazione emerge come una sorta di orgoglio nazionale con sembianze carsiche che si risveglia in momenti cruciali come quello che il paese sta vivendo da oltre due mesi.
In altri termini, lo scontento e la disapprovazione non si traducono automaticamente in pulsioni insurrezionali suscettibili di mettere a repentaglio la tenuta del sistema di potere edificato dopo la Rivoluzione Islamica.
La sensazione, quindi, è che se un cambio di regime – qualunque cosa questa espressione possa significare – nel contesto della situazione politica iraniana odierna, potrà essere conseguito solo a seguito di dinamiche interne; mentre qualsiasi intervento o sollecitazione dall’esterno potrebbero paradossalmente ritardarlo o addirittura comprometterlo.
È a dir poco improbabile che l’opposizione iraniana – ci si riferisce qui a quella vera, quella interna al paese – possa trovare ispirazione da o provare fiducia verso l’Amministrazione Trump – o in generale dalle potenze occidentali appiattite su quest’ultima – soprattutto alla luce delle politiche coercitive che quest’ultima ha adottato in diverse aree del mondo.
Nazionalismo e rigetto dei tentativi di egemonia e colonialismo
Un aspetto che accomuna gli iraniani, che si ritengono chi più chi meno depositari di un’antica civiltà, ovvero uno stato-civiltà per utilizzare un concetto usato sempre più frequentemente negli ultimi anni, è il disprezzo verso nuove forme di egemonia e colonialismo come quelle disinvoltamente promosse dall’attuale Amministrazione americana e messe in pratica dall’attuale Governo israeliano.
È anche per questo motivo che la rivendicazione iraniana di poter procedere autonomamente ad avere un programma nucleare civile con l’arricchimento dell’uranio ha assunto una valenza simbolica così importante a tutela della sovranità e dell’orgoglio nazionale del paese. Un sentimento che, soprattutto in Occidente, si fatica a cogliere, o si preferisce ignorare.
Se la Rivoluzione Islamica dovesse poi essere riassunta in una semplice espressione la si potrebbe definire come una palese forma di rigetto della modernità occidentale. Naturalmente, le fasce più giovani della società iraniana, come del resto in molti altri paesi, subiscono la fortissima capacità attrattiva della cultura occidentale, dei suoi costumi e dei relativi modelli di vita ma, ciò nonostante, come illustrato poc’anzi, questa forza attrattiva non arriva al punto da far maturare una collusione con forze esterne salvo alcune minoranze curde, arabe e baluci.
La popolazione iraniana resta animata da forte nazionalismo pur criticando e sovente disprezzando con numeri assai significativi la leadership al potere nel paese, che assomiglia sempre più ad una teocrazia militare dove i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) sembrano incrementare costantemente il loro potere sostenuto anche da una vasta economia parallela e da pratiche fortemente distorsive e corruttive nella gestione del potere e del paese.
Contrariamente alla cultura politica occidentale, quella iraniana ha una memoria storica assai lunga e ha sempre percepito la storia contemporanea del Paese come un costante tentativo di affrancarsi da tutele esterne, occidentali ma non solo.
L’obbiettivo primario dell’oligarchia al potere in Iran è quindi la sopravvivenza del regime, mentre il secondo è quello di mantenere una preminenza nella regione. Mentre ampi settori dell’opinione pubblica iraniana, difficile dire se maggioritari o meno, potrebbero non condividere il primo obiettivo, è ragionevole ritenere che sarebbero invece concordi con il secondo.
[1] Michael Axworthy, Revolutionary Iran: A History of the Islamic Republic, Penguin, London, 2013, p. xx;
[2] Jonathan Swan e Maggie Haberman, How Trump Took the U.S. to War With Iran, The New York Times, April 7th , 2026, https://www.nytimes.com/2026/04/07/us/politics/trump-iran-war.html?smid=nytcore-ios-share.


