Dopo Il tracollo sovietico, per circa un ventennio, un ordine globalista si è imposto sull’intero mondo. Un ordine di libera circolazione delle merci e di libera competizione tra capitali a livello internazionale, senza lacci né freni. Principali architetti del sistema erano gli apparati statunitensi, che agivano in base ad un’aspettativa: il capitalismo americano avrebbe totalmente dominato l’ordine liberista. Non tutto, però, è andato esattamente come prevedevano.
Il circuito militare monetario USA
Per un motivo: il dominio statunitense era concreto, ma si basava su quello che altrove abbiamo definito un “circuito militare monetario”. Vale a dire, una complessa triade basata su indebitamento americano verso l’estero, importazioni dall’estero, milizie all’estero. In pratica, imprese, famiglie e apparati pubblici statunitensi si indebitavano in misura crescente verso il resto del mondo per finanziare non solo gli acquisti di merci dall’estero ma anche la dislocazione di truppe e armamenti USA all’estero. Da qui, una crescita rilevante della domanda e del reddito degli americani, essenziale al consensus interno. Ma anche un tentativo, tipicamente Imperiale, di tenere a bada il disavanzo dei conti esteri attraverso l’uso della violenza. Basti ricordare i massacri compiuti in Afghanistan e in Iraq: fino a un milione di vittime, con lo scopo prioritario non certo di esportare la democrazia, ma di controllare i giacimenti di quei paesi e migliorare così la bilancia energetica. Uno spregiudicato gioco speculativo, un fenomenale “squilibrismo sul filo”, potremmo dire. Che alla fine, però, è andato fuori controllo. Lo comprova, per l’appunto, la crescita record dell’indebitamento americano verso il mondo. In particolare verso i paesi più competitivi nella grande partita della globalizzazione capitalista: esportatori netti, e quindi accumulatori di crediti. La Germania e il Giappone, storici alleati, ma anche altri paesi qualificati come “non amici”. Soprattutto la Cina in straordinaria ascesa. Nonché vari paesi arabi esportatori di energia, non sempre allineati alla politica estera americana. E in piccola parte, guarda caso, persino la Russia. Tutti creditori.
Il voltafaccia americano, il protezionismo
Ecco allora che nasce il grande terrore, il grande incubo americano. Di un capitalismo statunitense assediato dai creditori internazionali, desiderosi di acquisire aziende, tecnologia, finanza di rango. In sostanza, di una inedita centralizzazione dei capitali, per la prima volta nella storia con la freccia puntata verso Oriente. Ed ecco che le amministrazioni USA iniziano a rivedere radicalmente la loro strategia egemonica. Ripiegare verso l’interno, limitare le aree di influenza, delimitare le zone di dominio. Soprattutto proteggersi dai “non amici”. Attraverso barriere contro le acquisizioni di capitali americani da parte di creditori esteri. È così che inizia una doppia svolta americana, sia sul versante del libero commercio sia su quello dell’egemonia militare. Con gli Stati Uniti costretti a deviare, verso il protezionismo economico e verso il ritiro delle truppe da vari fronti di guerra. La tendenza, si badi bene, era palese già con Obama e poi con Biden. Durante le loro presidenze, gli Stati Uniti hanno compiuto due cruciali svolte politiche. Da un lato, hanno effettuato le prime misure protezioniste verso il mondo. Dall’altro, si sono visti costretti ad allentare la morsa su vaste aree di occupazione militare, economica ed estrattiva, dall’ Iraq all’ Afghanistan. Con Trump, tuttavia, il limite di espansione imperiale fondato sul debito è diventato un fatto incontrovertibile. Titubanza militare e protezionismo commerciale sono diventati caratteri strutturali della politica americana. Il momento, a pensarci bene, è tipicamente dialettico. La globalizzazione capitalista deregolata crea squilibri internazionali che si ammassano al centro del sistema e alla fine raggiungono un tale livello da sfociare nell’esatto opposto: una reazione protezionista, unilaterale e violenta. Una cosa che per suo movimento interno si trasforma nel suo contrario.
Per lungo tempo si è ritenuto che gli Stati Uniti fossero esentati dal vincolo dei conti esteri. L’idea era che la semplice stampa di dollari potesse sempre garantire la copertura dei debiti verso il mondo. Un credo prolungato dagli apologeti di quella dottrina un po’ confusa che va sotto il nome di modern monetary theory e persino da Alan Greenspan. Ma la realtà come spesso accade, si sta rivelando più complicata. La copertura del passivo statunitense a colpi di emissioni di biglietti verdi è divenuta molto incerta. Lo stesso protezionismo americano, a ben vedere, genera un effetto avverso: pregiudica il diritto dei detentori esteri di dollari di usarli a piacimento per comprare capitali occidentali, e così diffonde dubbi ulteriori sul valore della moneta e sulla possibilità, con essa, di coprire il debito. Risultato, il dollaro perde il suo carisma, il suo “privilegio esorbitante”, come ebbe a definirlo Valeriy Giscard d’Estaing. Se dunque una “legge” di crisi dell’impero americano esiste, è nel confronto tra spesa militare e servizio del debito estero, non semplicemente pubblico.
Proviamo ora a metterci dall’altro lato della scacchiera mondiale, nei panni delle controparti. Vale a dire, degli oligarchi, dei militari, dei capi di governo degli altri paesi. Gli alleati dell’America, ma anche e soprattutto i cosiddetti “non amici” in posizione di credito: la grande Cina, in primo luogo, ma anche gli asiatici ad essa legati, gli arabi non americanizzati, in parte anche la Russia. Ebbene, a causa delle barriere commerciali e finanziarie elevate dagli Stati Uniti, questi paesi non potranno più vendere merci agli americani né potranno usare i dollari accumulati per comprare aziende dagli americani. Un vincolo inaccettabile una beffa dopo il danno. Vista la crisi militare monetaria dell’impero americano, questi paesi solleveranno allora una domanda insidiosa. Tenuto conto della loro evidente crisi debitoria con quale diritto gli Stati Uniti stravolgono le regole del gioco economico e proprio vantaggio, saltando senza pudore dal liberismo al protezionismo, senza nemmeno interpellare le altre parti in causa? Sulla base di quale presunzione di forza l’America si rende responsabile di una serie di prevaricazione? E perché mai non si potrebbe una buona volta concepire un meccanismo diverso, in ordine delle relazioni internazionali alternativo a quello indicato dagli Stati Uniti?
L’equivoco cinese sulla globalizzazione
Alla Cina bisogna riconoscere un indubbio merito. Fino ad oggi, almeno per comparazione, la sua è stata effettivamente una pacifica ascesa ai vertici dell’economia mondiale. In termini di PIL calcolato a parità dei poteri d’acquisto, la Cina è già al primo posto assoluto globale. Certo, finora molto più grazie all’enorme massa di lavoro disponibile che alla produttività di ogni singola ora lavorata. Ma il punto essenziale è che il primato mondiale del PIL è stato conseguito senza bisogno di raggiungere i vertiginosi livelli di esportazione della violenza tipici dell’imperialismo americano e occidentale. Nell’attuale concezione cinese dell’ordine mondiale, tuttavia, sussiste un grave errore interpretativo: manca una comprensione del carattere dialettico del passaggio dal liberalismo globale al protezionismo unilaterale. Xi e i suoi parlano infatti di “tendenza” verso la globalizzazione, come fosse un fenomeno “naturale”. In questo senso esortano il mondo a riprendere il suo cammino lungo il “naturale” corso liberista della storia. In questo modo, sembrano eludere il fatto che proprio la globalizzazione capitalista deregolata ha creato squilibri internazionali di tale portata da sfociare, alla fine, nel suo esatto opposto: la reazione protezionista, unilaterale e violenta. Con tutte le precipitazioni militari che ne conseguono.
[E. Brancaccio, Libercomunismo. Scienza dell’Utopia, Feltrinelli, 2026]


