IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il potere della crisi, la crisi del potere

Ian Bremmer è un autorevole politologo, fondatore della società di ricerca Eurasia Group. Il suo ultimo libro ha il merito di affrontare con un costruttivo pessimismo illuminato le minacce che incombono sul futuro globale. Un'analisi fuori dai cliché neoliberali, non priva però di limiti

Trarre il bene dal male, la rosa nella croce

Il libro, infatti, si basa su un dato di conoscenza che per la sua stessa natura obbliga a una risposta politicamente consapevole, addirittura su scala globale: l’umanità sta andando incontro a una serie di pericoli esistenziali che, anche nella migliore delle ipotesi, infliggeranno enormi sofferenze a centinaia di milioni di individui. Queste minacce, che Bremmer chiama “crisi”, sono tutte prodotte dall’azione dell’uomo stesso. E sono già in atto. Di conseguenza non si possono scongiurare completamente, ma, al più, governare in modo da evitarne gli esiti più catastrofici. Anzi, in un certo senso la loro esistenza è la condizione che ne rende possibile il governo e il controllo (non l’eliminazione), perché senza di esse, senza il loro potere e la sfida che rappresentano, non troverebbe le motivazioni per mobilitare le risorse culturali e politiche necessarie per affrontare il pericolo e continuerebbe a baloccarsi in condotte irresponsabili. Le crisi sono dunque utili per costringerci a fare ciò che è necessario per fronteggiarle e che, senza il loro stimolo, non faremmo. Si tratta di una sfida suprema: trarre il bene dal male, la “rosa nella croce”. Questo è appunto il loro potere. O meglio, quella parte positiva del loro potere che, come nel pharmacon, è il risvolto della loro stessa capacità distruttiva: non si dà l’una senza l’altra, perché l’una è l’altra. Per quanto paradossale, o forse proprio in virtù di ciò, la tesi ha una sua plausibilità. Purché si sia consapevoli del fatto che l’origine umana di queste minacce rende molto più complicate la collaborazione invocata da Bremmer. Infatti, la natura non aliena, ma umana dei pericoli di cui si ragiona nel libro, cambia in modo sostanziale il quadro dell’analisi. Esse sono infatti un prodotto del sistema di produzione e consumo che ormai domina tutto il pianeta, seppure in forme sempre più diseguali, e la cui dinamica sfugge sempre di più al controllo. Il ciclo di distruzione creativa che lo caratterizza mostra sempre di più il suo carattere spaventoso perché forza oltre il consentito i limiti della biosfera e dell’umano.
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Le minacce che l’umanità deve fronteggiare sono tre: la crisi sanitaria, alla cui analisi è dedicato il capitolo 2; la crisi climatica (capitolo 3), e la crisi prodotta dalle “tecnologie dirompenti” (capitolo 4).
Gli effetti devastanti di questi fenomeni sono aggravati da due dinamiche conflittuali, una interna agli Stati Uniti (la “guerra incivile” americana, cioè la sempre più profonda contrapposizione tra due settori della società americana che si esprime nella barriera antropologica che sempre più divide repubblicani e democratici), e una internazionale (lo scontro strategico tra Cina e USA, con conseguente rischio di una nuova Guerra fredda). A ciò va aggiunto il vuoto nell’assetto del potere globale (il cosiddetto G-Zero), cioè l’assenza di un’autorità in grado di garantire un indirizzo unitario globale.
Il volume ha senz’altro il pregio dell’onestà intellettuale, sforzandosi di mettere in luce, senza infingimenti, origine, natura e probabili effetti delle tre crisi catastrofiche che incombono sul futuro del pianeta. Chi cerca analisi consolatorie e soluzioni semplicistiche rimarrà deluso. Bremmer non vuole “indorare la pillola” e si sforza di identificare tutti i fattori di crisi che possono influire sulle dinamiche in atto e agire sia in senso positivo che negativo. Come cercheremo di mostrare più avanti, però, ci sono almeno due temi che restano fuori dall’orizzonte della sua analisi. Infatti, nonostante la serietà con la quale analizza i dati e valuta le condizioni favorevoli e sfavorevoli, lo sguardo di Bremmer è come affetto da un “punto cieco” che, forse, è il sintomo del limite culturale e politico del suo “riformismo illuminato su scala planetaria”. Un riformismo con il quale si propone di reperire soluzioni “realistiche”, cioè basate sulle caratteristiche effettuali delle forze in campo e sul rispetto delle logiche che presiedono al loro funzionamento. La virtù di questo approccio – ma anche il suo limite – sta proprio nel rifiuto di forzare le compatibilità dei soggetti concretamente operanti, cercando le soluzioni, semmai, nella dialettica dei loro interessi, il più delle volte conflittuali, in cui si sforza di cogliere le dinamiche che potrebbero favorire la cooperazione necessaria per fronteggiare i pericoli che ci attendono. Sennonché questo esercizio, finisce, nel momento decisivo per non riuscire. E la soluzione, per sostenersi, ha bisogno di appoggiarsi a un “dover essere” privo di connessioni con l’orizzonte realistico dell’analisi. Questo limite emerge soprattutto quando Bremmer esamina la chiave di volta decisiva per tutte le politiche idonee a limitare gli effetti devastanti delle tre crisi (sanitaria, climatica e tecnologica): la necessaria cooperazione tra Cina e USA. Condizione senza la quale non è possibile immaginare nessuna soluzione positiva: “Abbiamo bisogno di una crisi per forgiare una nuova cooperazione internazionale costruire un migliore ordine mondiale”. (p.61)
Ma procediamo con ordine, iniziando a descrivere le minacce che stanno cambiando il mondo (e che potrebbero salvarlo).

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