IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il potere della crisi, la crisi del potere

Ian Bremmer è un autorevole politologo, fondatore della società di ricerca Eurasia Group. Il suo ultimo libro ha il merito di affrontare con un costruttivo pessimismo illuminato le minacce che incombono sul futuro globale. Un'analisi fuori dai cliché neoliberali, non priva però di limiti

La catastrofe climatica

Il capitolo dedicato agli effetti del cambiamento climatico è, per così dire, sconvolgente e scontato a un tempo. Sconvolgente per la capacità dell’autore di sintetizzare in poche pagine il quadro dell’apocalisse alla quale stiamo spensieratamente andando incontro. E che anche nella migliore delle ipotesi, tutt’altro che facile da raggiungere, provocherà conseguenze spaventose nella vita di centinaia di milioni di individui umani e di intere specie viventi vegetali e animali. Un futuro da incubo, che si trasformerebbe in una vera e propria catastrofe se gli obiettivi fissati dall’IPCC non saranno raggiunti, a conferma del motto ripreso da Mark Fischer, secondo cui “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.” Scontato perché si tratta di dati ampiamente noti nel loro insieme, che non vale la pena perciò di riprendere dettagliatamente. L’autore, coerentemente con l’impostazione generale del volume, denuncia la responsabilità della politica nel “mettersi di traverso” nell’adozione di misure volte a frenare il riscaldamento climatico e, contemporaneamente, l’assenza di un centro di orientamento politico globale, ovvero la mancanze di leader “dotati della volontà e della capacità di sedare le liti e forzare il compromesso su problemi costosi e pericolosi in nome della stabilità globale e del bene comune.” La conseguenza di tutto ciò è, da un lato, l’emergere di conflitti sempre più acuti per il controllo delle risorse naturali che sono destinate a diventare sempre più rare, a cominciare dall’acqua; e, dall’altro, le tensioni prodotte dalle immigrazioni, dalle crisi politiche e dalle guerre. Anche in questo caso, sostiene Bremmer, la soluzione è politica. Vanno, infatti, guardate con molta prudenza le soluzioni di geo-ingegneria che si propongono – ma con dei rischi molto elevati – di offrire cure miracolose che non richiedono i sacrifici prospettati invece dalla transizione ecologica dell’economia. Le soluzioni politiche proposte dal libro sono, ancora una volta, la cooperazione e la condivisione, imposte dalla crisi climatica stessa e dalla reciproca dipendenza che la globalizzazione ha prodotto, rendendo tutti i paesi, e in particolare USA e Cina, avversari ma anche cointeressati alla reciproca stabilità. Di conseguenza, scrive Bremmer, i leader “devono superare le loro divergenze, devono condividere le informazioni, le responsabilità e coordinare i piani; devono farlo perché in caso contrario tutti ne faremo le spese.” (p.107, corsivo mio) Come si vede però qui Bremmer è costretto ad appellarsi a una sorta di principio deontologico che mostra di per sé la propria fragilità perché non ha, per la “contraddizion che nol consente”, fondamento realistico.

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