IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il potere della crisi, la crisi del potere

Ian Bremmer è un autorevole politologo, fondatore della società di ricerca Eurasia Group. Il suo ultimo libro ha il merito di affrontare con un costruttivo pessimismo illuminato le minacce che incombono sul futuro globale. Un'analisi fuori dai cliché neoliberali, non priva però di limiti

Le tecnologie dirompenti

Meno noto, ma per Bremmer più insidioso, è il pericolo rappresentato dalle tecnologie che portano con sé tre minacce: a) forme di disumanizzazione che queste tecnologie provocano trasformando “la natura del lavoro a scapito dei lavoratori [e], creando nuove forme di diseguaglianza sia nei singoli paesi che tra gli stati”; b) uso malvagio degli ordigni bellici e degli strumenti cibernetici da parte di criminali e terroristi; c) conflitti tra i paesi più potenti. In particolare, le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale sconvolgeranno il mondo del lavoro, accentuando le disuguaglianze e danneggiando soprattutto i lavoratori con redditi più bassi e competenze professionali più facilmente sostituibili da macchine intelligenti. E non è prevedibile che questi processi siano affrontati con misure adeguate, perché “chi possiede il capitale, gli azionisti delle società che dall’automazione ci guadagnano, i lavoratori con competenze professionali da XXI secolo e i politici appoggiati da queste persone non vedono l’emergenza che incombe.” (p. 136) Le disuguaglianze aumenteranno anche tra i diversi paesi a causa del crescente divario digitale, in particolare in campo sanitario, consentendo a chi le possiede di avere una maggiore speranza di vita rispetto ai più poveri (già oggi un giapponese vive in media ottantacinque anni, trenta in più di un nigeriano). Cosicché, quando arriverà la prossima crisi sanitaria globale “ queste nuove tecnologie potranno separare ancora più nettamente i ricchi dai poveri, e quelle che consentiranno di individuare più facilmente i contagi potranno isolare ancora di più le persone prive di un’assistenza sanitaria di qualità, la cui diffidenza nei confronti di un sistema che le esclude non potrà che aumentare.” (p.137) Inoltre, le nuove tecnologie consentono a chi detiene i dati che costantemente tutti noi generiamo utilizzando PC e smartphone di usare queste informazioni per monitorare i nostri comportamenti e sorvegliare le nostre reazioni. E se, per Bremmer, il rischio che questo potere sia utilizzato per discriminare e reprimere è più forte in paesi retti da regimi autoritari, come la Cina, non è per niente escluso che ciò possa avvenire anche in tutti gli altri paesi che sono teatro del cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”. Infatti, “i governi e le aziende che possiedono quelle macchine utilizzeranno questa conoscenza in modi che minacceranno la libertà individuale e probabilmente la stessa democrazia. Ciò significa più disuguaglianza, più sorveglianza e meno libertà.” (p.153).
Analogo allarme, ovviamente, viene lanciato rispetto alla possibilità che queste tecnologie cadano nelle mani di organizzazioni criminali o terroristiche. Ma è soprattutto la competizione tra gli stati per raggiungere la supremazia “quantistica” – e segnatamente tra USA e Cina – che determinerà pericoli per la pace, mentre sta già provocando la nascita di ecosistemi digitali separati – una sorta di Muro di Berlino digitale – che alimenterà “la Guerra fredda del XXI secolo” invece che “l’alleanza tra rivali di cui abbiamo bisogno”.
Perché è appunto solo questa alleanza che secondo Bremmer può consentirci di affrontare le minacce che ci aspettano, a patto che i due protagonisti – USA e Cina – “la futilità distruttiva di una nuova Guerra fredda” e il bisogno che entrambi hanno l’uno dell’altro per fronteggiare le sfide davvero globali.
È sufficiente l’intelligenza di queste realtà di fatto per determinare la svolta che serve? Ovviamente no. Bremmer anzi affida alla minaccia stessa il compito di creare le condizioni politiche di cui c’è bisogno per risolverla: “Purtroppo ci vorrà una crisi molto più grande di tutto ciò che abbiamo vissuto dopo la Seconda guerra mondiale per costringere i politici e leader aziendali a guardare oltre l’interesse personale e affrontare l’aumento delle disuguaglianze e i pericoli di un conflitto digitale.” (p.160) A patto che ci sia il tempo per farlo, visto che i processi sono così rapidi da ridurre i margini disponibili per approntare risposte efficaci. La mancata condivisione dei dati sugli sviluppi dell’informatica quantistica, ad esempio, potrebbe consentire da un momento all’altro a un governo di conseguire la capacità tecnica di eludere la crittografia a livello globale, rendendo indifesi tutti gli altri: “potrebbe bastare la semplice minaccia di una tale conquista a scatenare la Terza guerra mondiale, che metterebbe a rischio la sopravvivenza della specie umana. Ecco perché l’attuale momento storico è molto più pericoloso degli anni Trenta.”

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