IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il potere della crisi, la crisi del potere

Ian Bremmer è un autorevole politologo, fondatore della società di ricerca Eurasia Group. Il suo ultimo libro ha il merito di affrontare con un costruttivo pessimismo illuminato le minacce che incombono sul futuro globale. Un'analisi fuori dai cliché neoliberali, non priva però di limiti

I conti con la guerra in Europa

Il libro di Bremmer è stato edito prima che iniziasse l’attacco russo all’Ucraina del febbraio scorso. In una breve appendice l’autore cerca di “fare i conti” con questa nuova situazione. In questa ultima parte Bremmer esprime dei giudizi certamente discutibili sugli attori della nuova guerra europea, ma non elude il punto essenziale: dopo il 24 febbraio le cose sono diventate più complicate: “è molto più difficile mobilitare le risorse per sconfiggere una pandemia, combattere il cambiamento climatico e governare le tecnologie dirompenti quando le filiere globali sono inceppate da sanzioni economiche, finanziarie e tecnologiche” (p.200). Nonostante ciò, non abbandona la speranza che la nuova Guerra fredda sia uno stimolo per forgiare una nuova leadership, una nuova architettura globale, nuove istituzioni e nuove ideologie. Su cosa basa questa speranza, visto che da due generazioni vengono trascurati i pericoli intrinseci della globalizzazione e finora non abbiamo elaborato strategie di lungo termine? Si basa sul semplice fatto che non abbiamo alternative: i problemi sono diventati così pressanti da “costringerci ad agire o soccombere.”
Indifferente alla legge di Murphy, Bremmer scommette sulla chance che proprio il male che ci sovrasta porti con sé la soluzione. Anche perché, sostiene, nel complicato e pericoloso mondo in cui viviamo esistono tendenze ed esperienze positive che possono rappresentare un esempio e uno stimolo. Tra queste la più interessante e promettente, a giudizio dell’autore, è proprio l’UE che costituisce il modello di cooperazione pratica di cui abbiamo bisogno a livello globale. Queste affermazioni suonano un po’ paradossali all’orecchio degli europei che hanno potuto misurare la saggezza delle istituzioni continentali in occasione, ad esempio, della crisi finanziaria del 2011-2012 (specie nel caso greco, ma non solo) o della pandemia da Covid 19. Quanto alla capacità dell’UE, su cui Bremmer fa affidamento, di rilanciare la cooperazione internazionale nell’affrontare le sfide climatiche e scongiurare una nuova Guerra fredda, non c’è molto da sperare, vista la condotta dei paesi europei in occasione della gestazione del conflitto in Ucraina (2014-2022) e poi in seguito all’invasione russa. E qui incontriamo il più importante tema che, come dicevamo in apertura, il volume sembra ignorare. L’altro, pur importante, è costituito dal perdurante pericolo rappresentato dalla finanziarizzazione dell’economia. Bremmer infatti sembra non riuscire a vedere il problema rappresentato dalla struttura stessa del potere politico, la sua sempre più marcata “verticalità” istituzionale, finanziaria, mediatica, simbolica. Se nelle società governate in forme autoritarie questo elemento sembra scontato, non altrettanto si dovrebbe dire per le società neoliberali, nelle quali invece si assiste a una sempre maggiore concentrazione del potere nelle mani di ristrette oligarchie politiche, burocratiche e finanziarie.
La struttura democratica del potere politico rappresenta, a nostro avviso, un problema non tematizzato nel libro di Bremmer, che infatti non coglie il nesso esistente tra l’assenza di politiche lungimiranti e l’interruzione del circuito democratico del potere, senza il quale vengono a mancare le risorse cognitive e la dialettica prodotta dal conflitto sociale e dalla battaglia culturale che sono le condizioni per un carattere non unilaterale e progressivo della decisione politica. La verticalizzazione oligarchico-burocratica del potere politico, invocata in nome dell’efficienza e della rapidità delle decisioni, è in realtà l’altra faccia della spinta “all’individualismo metodologico”.
Il deficit di democrazia, quindi, costituisce un elemento ulteriore di aggravamento del quadro d’insieme, che Bremmer sembra però ignorare, affidando, sintomaticamente, il compito di imprimere una svolta positiva alla lungimiranza indotta dalle crisi nei leader, nonché alla dinamica innovatrice delle imprese. Invece è possibile pensare la soluzione dei problemi globali solo in un quadro di riattivazione del protagonismo politico dei governati (come dimostrano alcuni movimenti, invece quasi del tutto ignorati dal libro). Altrimenti tutta l’inedita capacità di previsione di cui disponiamo non servirà a nulla, e non ci resterà, come ai nostri antenati, che scrutare il destino “nelle ombre del domani”, sperando che ci sia un Dio che possa salvarci.

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