IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

In guerra tra noi, in guerra con l’ambiente

L’editoriale del nuovo numero di “I piedi sulla terra”: alla causa dell’ambiente non poteva capitare di peggio di un’altra guerra. Ma sono trent’anni che le condizioni di disordine mondiale nelle quali è maturata l’invasione russa dell’Ucraina fanno sì che la crisi ecologica sia affrontata in modi sconfortanti.

Un quadro inedito

Nel complesso, si può dire che il panorama geopolitico degli ultimi decenni è stato e continua a essere dominato dalla crisi dell’egemonia americana – da intendere in senso proprio, sul filo della distinzione gramsciana tra egemonia e dominio – e dalla concomitante ascesa della Cina. Il declino dell’egemonia statunitense è un processo di lungo corso, iniziato quando il dollaro ha preteso mani libere sulla scena degli scambi internazionali, sottraendosi alla disciplina degli accordi di Bretton Woods; e per la verità, nei ruggenti anni Novanta del secolo passato, è anche sembrato che fosse sul punto di fare un passo indietro. Dal 2001, però, si può parlare di una crisi conclamata, che nel suo motivo di fondo, ormai manifesto, richiama senz’altro analoghi momenti del passato. Da sempre, infatti, il processo di accumulazione del capitale si è dispiegato all’interno di contenitori statuali e territoriali dei quali, di volta in volta, ha toccato i limiti – e ogni volta, in circostanze del genere, ha accentuato i propri tratti ‘finanziari’, come anche è accaduto nel ciclo più recente. Quest’ultimo, però, si distingue da quelli che l’hanno preceduto per una novità assoluta, costituita dall’ampia divaricazione, venuta a determinarsi, tra verve economica e potenza militare. Nelle parole di Giovanni Arrighi, “come nelle passate transizioni, il complesso declinante ma ancora dominante si è trasformato da massimo creditore mondiale a Stato più indebitato del mondo”, ma “a differenza delle transizioni passate, le risorse militari globali si sono concentrare più che mai nelle [sue] mani”.
Impossibile, qui, ricostruire come dalla fine della guerra fredda a oggi gli Stati Uniti abbiano fatto leva sul dollaro e sulle proprie forze armate al fine di salvaguardare una supremazia non più difendibile sul piano dell’economia ‘reale’. Anche perché l’obiettivo, nel corso del tempo, è stato perseguito per mezzo di strategie diverse, con minore o maggiore aggressività, a diversi livelli di esposizione internazionale, ecc. Ma certamente si può dire che l’imperativo categorico di evitare l’emergere di una potenza in grado di sfidare “alla pari” la superiorità americana, apertamente enunciato da Cheney nel 1992, non è mai stato revocato in dubbio, essendosi casomai rafforzato per via della crescita cinese. E di qui il passo è breve per rendersi conto del fatto che proprio questa postura unipolare – questa rivendicazione del ‘diritto’ di essere la sola superpotenza, garante degli interessi e dei valori occidentali – ha costituito il principale fattore del caos sistemico che impera da trent’anni.
Al quale, beninteso, concorre una pluralità di attori, variamente chiamati in causa dalla crisi dell’egemonia statunitense, a loro volta portatori di istanze più o meno espansionistiche. A partire dalla Russia, naturalmente, che a più riprese e in varie forme, dal 1992 in poi, è stata pesantemente investita dalle strategie di ‘conservazione del primato’ messe in opera dagli Stati Uniti, e però non ha mancato di combinarle con ambizioni proprie, fino alla scelta, disastrosa, di invadere l’Ucraina.
L’ascesa della Cina. Anche in questo caso il confronto con i passaggi di fase del passato risulta pressoché inevitabile. Sempre, nella storia del capitalismo, una volta toccati i limiti di un contenitore statale e territoriale, il processo di accumulazione ha spostato il proprio epicentro in direzione di ‘spazi’ più grandi, ancora da conquistare alla propria legge. La Cina che apre al mercato sembrerebbe allora costituire il ‘naturale’ termine ad quem della transizione innescata dalla crisi dell’egemonia statunitense. Di nuovo, però, rispetto al passato, non mancano differenze cospicue, forse anche più importanti di quella già messa in evidenza.
Il fatto è che la Cina è tutto meno che uno spazio disponibile a essere occupato, secondo il modello che in forma esemplare è stato incarnato dall’America del Nord nei riguardi dei capitali inglesi, fino a che gli Stati Uniti non si sono affermati come il nuovo centro egemone. Certamente la Cina ha ospitato un processo di accumulazione di spettacolare ampiezza, ma quest’ultimo (a) in gran parte è stato alimentato da risorse interne e (b) si è realizzato in presenza di una formazione statuale fin troppo robusta e consolidata, gelosa di un punto di differenza e di autonomia dai mercati ai quali, pure, stava aprendo la propria economia. Se quest’ultima circostanza sia sufficiente a mettere in dubbio l’assimilazione della Cina a un paese e a un ordine economico senz’altro capitalistici è questione sulla quale si può discutere; ma quello che sembra certo è che la sua ascesa ha lasciato aperto il problema di assorbire l’eccedenza di capitale generata in Occidente, particolarmente proprio negli Stati Uniti, grazie all’“esorbitante privilegio” posseduto dal dollaro, che in tal modo si è confermata fonte di massimo disordine globale.

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