IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

In guerra tra noi, in guerra con l’ambiente

L’editoriale del nuovo numero di “I piedi sulla terra”: alla causa dell’ambiente non poteva capitare di peggio di un’altra guerra. Ma sono trent’anni che le condizioni di disordine mondiale nelle quali è maturata l’invasione russa dell’Ucraina fanno sì che la crisi ecologica sia affrontata in modi sconfortanti.

Helsinki e oltre

All’indomani dello scoppio della guerra, varie voci si sono levate per sostenere la necessità di una Nuova Helsinki. Se davvero la crisi ucraina è figlia delle condizioni di caos sistemico che sommariamente abbiamo richiamato, non v’è dubbio che si tratti dell’unica ipotesi all’altezza della situazione, e che il suo profilo, anzi, debba essere reso peculiarmente comprensivo. Innanzitutto, certo, la reintegrazione della Russia nel quadro della sicurezza europea, ma poi, a partire da questo, una generale, sistematica affermazione del ‘multilateralismo’ come principio-guida dei rapporti internazionali. E di questo principio, ancora, una versione peculiarmente alta, comprensiva, come quella suggerita dal già citato Arrighi: l’idea di un “commonwealth delle civiltà”, ovvero “il riconoscimento dell’importanza della cooperazione fra stati al fine della costruzione di un ordine globale basato sì sull’interdipendenza economica, ma anche rispettoso delle differenze politiche e cultuali”, nel quale ogni popolo abbia la possibilità di trovare la propria strada in modo autonomo, making the most della propria storia.
Nulla di meno pretende la causa della pace; e lo stesso, però, vale per la causa dell’ambiente, che soltanto in una con il contrasto delle attuali condizioni di caos sistemico può trovare istituti e percorsi capaci di generare scelte comuni davvero vincolanti, al di là della fallimentare esperienza delle Cop e della vacua governance uscita dagli accodi di Parigi. Né si tratta soltanto di istituti e di percorsi, cioè di ‘forme’, bensì, al tempo stesso, di contenuti-chiave: una volta che la prospettiva di una Nuova Helsinki sia portata al livello del disegno di un ordine globale, le compatibilità ambientali si rivelano il suo banco di prova più esigente e al tempo stesso, potenzialmente, più fecondo.
L’essenziale, per quest’ultimo aspetto, si riassume nel principio delle Common but Differentiated Responsabilities, secondo il quale la necessaria riduzione della pressione antropica sui planetary boundaries deve coincidere con una rapida e drastica riduzione della pressione esercitata dai paesi ricchi, in modo che quelli poveri abbiamo comunque margini di crescita – visto che storicamente, come tutti sanno, è il Nord capitalistico a portare la colpa del disastro in corso, e che tutt’ora, a prendere i valori pro capite, genera danni assai maggiori di quelli prodotti dal Sud globale, che pure, del Climate Change, sopporta il grosso delle conseguenze. Per di più, non soltanto il consumo di materiali imputabile a ogni abitante dei paesi ricchi è quattro volte quello corrispondente a una equa ripartizione della quantità totale compatibile con il rispetto dei planetary boundaries, esaurendola quasi per intero: oltre a ciò, si tratta del consumo di materiali in gran parte ottenuti grazie a pratiche di spoliazione del Sud globale, rese possibili dal controllo che il Nord è in grado di esercitare sui prezzi delle merci che passano dalle sue frontiere.
Questioni fin troppo ‘appropriate’, come si vede, al disegno di un ordine globale degno di questo nome. Casomai, per dirla in parole povere, c’è da chiedersi da che parte cominciare affinché tutto il discorso non si risolva in mere esortazioni o accorati appelli. Difficilmente, infatti, le condizioni che si tratta di modificare potrebbero essere più dure, e di maggior portata. Soprattutto, sta di fatto che il drastico allentamento della presa che i paesi ricchi esercitano sulle risorse del pianeta è incompatibile con l’idea di una crescita esponenziale all’infinito del Prodotto interno lordo attorno alla quale ruota l’ordinamento capitalistico delle loro economie. In questo, la crisi dell’egemonia statunitense viene a coincidere con un problema che riguarda l’Occidente preso nel suo insieme e le pretese estrattive, figlie del ‘demone’ dell’accumulazione, iscritte nel capitalismo in quanto tale. Dunque?
Dunque, la situazione non è tuttavia priva di contraddizioni interne – e l’Occidente non è uguale in tutte le sue parti.

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