IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

In guerra tra noi, in guerra con l’ambiente

L’editoriale del nuovo numero di “I piedi sulla terra”: alla causa dell’ambiente non poteva capitare di peggio di un’altra guerra. Ma sono trent’anni che le condizioni di disordine mondiale nelle quali è maturata l’invasione russa dell’Ucraina fanno sì che la crisi ecologica sia affrontata in modi sconfortanti.

La joyless economy e l’identità europea

Per il primo aspetto si tratta appunto di una ‘smagliatura’ leggibile nel cuore delle società e delle economie avanzate. Esistono cospicue evidenze del fatto che la ‘crescita’, in esse, si è da tempo separata dal ‘progresso’: la sua forma esponenziale all’infinito è pretesa dalle istanze di valorizzazione del capitale, ma non corrisponde più, da tempo, a miglioramenti delle condizioni di vita percepiti come tali dalle persone. Appunto, come già vide Scitovsky, un’economia infelice, senza gioia, senza ‘desiderio’. Su questo, allora, forse si può lavorare, e i termini stessi del problema sembrano indicare l’operazione da mettere in agenda: ‘sostituire’ l’imperativo categorico della crescita, scritto nel linguaggio delle merci, con l’idea regolativa della “creazione di forme di vita più alte e più civili”, delle quali tutti possano essere partecipi. Questo, salvo errore, è un obiettivo ‘conveniente’, che una società e un’economia avanzata può perseguire per sé stessa, affinché la sua propria storia prosegua in modo degno, umano, civile, ragionevole – e al tempo stesso, però, è un obiettivo coerente con la necessità che i paesi poveri dispongano di spazi di crescita, anche del Pil, conformi alle condizioni in cui si trovano. E ancora, si tratta di un obiettivo ‘intrinsecamente’ pacifico: non soltanto per il motivo di equità globale appena messo in evidenza, ma per lo stesso contenuto della nozione di ‘sviluppo umano’ che forma il suo sostrato.
Per il secondo aspetto, il punto appena affermato può essere collegato a un’interpretazione marcatamente ‘evolutiva’ della posizione che, nel quadro della realtà occidentale, occupa l’Europa. Il prossimo paragrafo è dedicato al merito propriamente ‘ecologico’ di questa ipotesi, con particolare riferimento alla questione della transizione energetica; qui vale la pena di osservare che anche in questo caso si tratta di allargare uno spazio già manifesto, a volerlo vedere, nella congiuntura storica segnata dalla guerra in Ucraina.
In senso ben ravvicinato, la situazione che si è determinata in termini di forniture e approvvigionamenti contempla una chiara divaricazione degli interessi europei e statunitensi; e in una prospettiva appena più ampia sembra evidente che l’intera vicenda si iscrive a pieno titolo nel quadro degli sforzi che gli Stati Uniti non mancano di compiere per evitare la formazione di qualsiasi realtà in grado di sancire la fine della loro egemonia, tanto dal lato del Pacifico quanto da quello dell’Atlantico. In un quadro del genere, sta di fatto che un’Europa capace di ‘visione’ avrebbe ottime ragioni per mettere in agenda un esercizio di autonomia economica e indipendenza geopolitica – in vista, precisamente, della formazione di un ordine globale che faccia propria la bandiera del ‘multilateralismo’. Ma potrebbe anche collegare i propri interessi economici e geopolitici a una sorta di più profondo interesse ‘storico’. Ormai se n’è quasi persa la memoria, ma vi è stato un tempo in cui l’Europa rivendicava con forza l’originalità del proprio ‘modello sociale’, contrapponendolo in modo esplicito all’ideologia marcatamente mercantile degli Stati Uniti; e vi è anche stato un momento in cui il ‘modello sociale europeo’, come appunto si chiamava, è stato oggetto di sforzi intesi a farlo evolvere oltre i limiti della sua matrice ‘novecentesca’, per riaffermarne le ragioni in forme nuove, più incisive e duttili. Ecco, si può sostenere che l’Europa, dalla congiuntura storica segnata dalla guerra in Ucraina, sia oggettivamente chiamata a riprendere il filo della propria identità etico-politica, sia nelle sue radici più lontane, sia negli svolgimenti che pure ne erano stati tentati prima che l’ondata neoliberista, diciamo in breve, travolgesse tutto. Il fatto che le attuali classi dirigenti europee disattendano completamente questo stato delle cose non toglie nulla alla possibilità e al ‘dovere’, invece, di riconoscerlo.
Senza dubbio, rispetto al passato, si tratta di realizzare salti di qualità nettissimi. Tuttavia, al fine di valorizzare un nucleo essenziale del quale già si sa qualcosa: appunto, una chiara presa di distanze dal dominio onnilaterale del mercato e delle sue ragioni, e però – potenzialmente, evolutivamente – anche dall’imperativo categorico di una crescita esponenziale all’infinito, che nel linguaggio delle merci, come detto, trova il suo vocabolario e la sua grammatica. E ancora due cose sembra possibile rinvenire nelle corde dell’identità europea: l’idea di una costitutiva pluralità del sociale, come risvolto positivo della non-unicità del mercato; e l’idea, in parte già accennata, di una ‘crescita’ che dallo spazio delle merci trascorra alla ricchezza delle esperienze vissute dalle persone, grosso modo secondo il criterio che Marx aveva in mente quando rivendicava la possibilità che ogni individuo sperimenti una “totalità di manifestazioni di vita umana”. Troppo? Forse no. Ragionevolmente, con la crisi di civiltà messa a nudo dalla vicenda ucraina bisogna misurarsi sullo stesso piano, mettendo a tema un passaggio di civiltà, perseguito sotto le bandiere dello ‘sviluppo umano’ in modo finalmente esplicito.

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