IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

In guerra tra noi, in guerra con l’ambiente

L’editoriale del nuovo numero di “I piedi sulla terra”: alla causa dell’ambiente non poteva capitare di peggio di un’altra guerra. Ma sono trent’anni che le condizioni di disordine mondiale nelle quali è maturata l’invasione russa dell’Ucraina fanno sì che la crisi ecologica sia affrontata in modi sconfortanti.

Il banco di prova della transizione energetica

La scelta delle classi dirigenti europee di aderire senza remore al modello economico neoliberista sta dimostrando tutti i suoi limiti proprio nella stretta dell’attuale crisi energetica. Quest’ultima, in effetti, è iniziata ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina, derivando innanzi tutto dalle modalità che l’Unione ha scelto al fine di determinare il prezzo del gas. Senza entrare nei dettagli, il Title Transfer Mechanism – incentrato sulle aspettative di prezzo per il futuro, e di fatto totalmente scollegato dalla reale disponibilità del prodotto al momento dell’acquisto – sembra concepito apposta per innescare e alimentare comportamenti di tipo speculativo. In un contesto come quello europeo, fortemente dipendente dal consumo di gas, e però massimamente esposto alle decisioni del principale fornitore, è questa la vera causa dell’impazzimento al quale stiamo assistendo. Inoltre, a differenza di quanto avvenuto nel caso della pandemia, quando l’Unione è faticosamente riuscita a costruire una risposta comune, la situazione attuale ha fatto esplodere le divergenze, con ogni Pese focalizzato sulla difesa dei propri interessi nazionali, spesso confliggenti con quelli degli altri. Di qui la già citata affannosa (quanto improbabile) ricerca di flussi di gas sostitutivi e in alcuni casi, tra cui l’Italia, un rilancio in grande stile del carbone per alimentare le centrali termoelettriche. Il risultato, oltre al tradimento profondo delle ragioni fondative della comunità europea, è la perdita della visione di futuro che l’Europa aveva cominciato a darsi con il programma Next Generation EU, della quale la transizione energetica è parte essenziale.
Mentre ci si poteva aspettare qualcosa di diverso. Per quanto ancora lontana dall’essere climate neutral, così come dal fondare la propria economia su basi non estrattiviste, l’Europa fa registrare un’impronta ecologica pari alla metà di quella statunitense (prendendo i consumi di energia come indicatori). Non solo, il 22% dell’energia che consuma deriva da fonti rinnovabili, quasi il doppio del dato mondiale; e quantomeno sulla carta, nei suoi regolamenti, ha delineato percorsi ambiziosi sia in direzione del raggiungimento di net zero emissions che verso la costruzione di una economia che valorizzi la possibile circolarità dei materiali. Sebbene ancora all’interno di una logica di mercato, e di un quadro generale che resta quello delineato nel primo paragrafo, i dati appena richiamati possono essere letti come presupposti suscettibili di rafforzamento e implementazione in vista di un effettivo rispetto dei limiti del pianeta, ovvero come punti di partenza di un percorso lungo il quale l’Europa può giocare un proprio ruolo autonomo, di riferimento e di leadership. Perciò, a maggior ragione, offendono gli automatismi egoistici che si sono messi in moto e a causa dei quali l’Europa rischia di esplodere: dominano il quadro in presenza di circostanze che viceversa sarebbero le più adatte a rilanciare – calata nel quadro dei problemi legati all’energia – la componente ‘sociale’ della tradizione europea. La quale certamente non esclude gli attori privati, ma prevede robuste azioni di indirizzo e precisi interventi diretti dei soggetti pubblici, nonché un forte ruolo delle comunità locali, che nella fattispecie possono presentarsi sia come protagoniste della costruzione di reti energetiche e di consumo, sia come cittadinanze chiamate a sopportare l’inevitabile ingombro territoriale delle installazioni legate all’uso di fonti rinnovabili.

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