C’è un denominatore comune che collega la vicenda immobiliare del Modello Milano (indipendentemente dall’esito della relativa azione penale) a quella dell’autonomia differenziata (e ad altre similari). Quel denominatore comune è la pari penalizzazione delle classi deboli (compreso il ceto medio) e il conseguente nel radicalizzarsi di una frattura economica, territoriale e sociale nel Paese che incide sulla tenuta della coesione sociale e della rappresentanza democratica, come dimostra il fatto che la percentuale dell’astensionismo elettorale è sostanzialmente pari a quella della classe media in sofferenza.
Modello Milano, fabbisogni standard squilibrati e similari.
C’è un difetto di valutazione che caratterizza e accomuna vicende di per sé distinte e distanti quali quella del “modello Milano”, per come emerso dalle ultime cronache amministrativo-giudiziarie, e quella dell’autonomia regionale differenziata, per come promossa dai relativi sostenitori. Ed è un difetto tanto più grave e velenoso, solo a considerare il carattere politicamente trasversale che ne segna la comunanza e che rende pressoché impregiudicata la mole di effetti diretti e indiretti che ne seguono a cascata.
Esso riguarda la definizione delle condizioni per incrementare lo sviluppo economico delle zone più ricche del Paese: se da predisporre avendo riguardo alle conseguenze sulle restanti zone urbane e regionali e sulle fasce più deboli coinvolte, ovvero disinteressandosi dei relativi esiti. Di rimando, attiene alla considerazione dei vincoli promananti dallo Stato sociale: se da ritenere effettivamente prescrittivi, così come scolpito nella roccia della prima sentenza costituzionale (n. 1/1956); ovvero da anestetizzare in senso solamente descrittivo e ipotetico, alla stregua del gabbiano “senza più neanche l’intenzione del volo”, cantato da Giorgio Gaber per rimarcare la desolazione esistenziale di un sistema incapace di sostenerne lo slancio sociale
Valgano al riguardo alcune esemplificazioni.
Quando la Presidente della Commissione tecnica fabbisogni standard in audizione parlamentare ha qualificato l’autonomia territoriale quale mera “proiezione, sul piano istituzionale e collettivo, della libertà individuale” non ha compiuto solamente uno svarione dogmatico in ordine alla diversa consistenza costituzionale delle due situazioni, la seconda presupponendo una negazione dell’intervento del potere statale impensabile per la prima. Più ancora, ha dimostrato l’assenza di ogni interesse istituzionale per l’effettività di un simile intervento, ammettendo tacitamente la recessività del cardine stesso della forma di Stato sociale, consistente nell’intervento del potere pubblico per rimuovere gli ostacoli impeditivi del pieno sviluppo della persona (art. 3, comma 2, Cost.). Non per nulla la sentenza costituzionale n. 192/2024 ha seguito un opposto percorso argomentativo. Essa ha affrontato il tema dell’autonomia territoriale solamente dopo avere lungamente declinato le relative premesse condizionanti (§ 4), intendendo la differenziazione non già in senso negativo, di per sé suscettibile di tramutarsi in un «fattore di disgregazione dell’unità nazionale e della coesione sociale», quanto piuttosto in senso positivo e “funzionale” (§ 22), quale «strumento al servizio del bene comune della società e della tutela dei diritti degli individui e delle formazioni sociali» (§ 4).
Venendo al “modello Milano”, quando l’amministrazione del capoluogo lombardo ha deciso d’incoraggiare la trasformazione urbanistica della città avvalendosi delle risorse finanziarie delle società di gestione del risparmio (SGR), da attrarre con il vantaggio della semplificazione delle procedure edilizie cui vincolare (è un eufemismo) il relativo intervento, non ha solamente derogato senza titolo alle prescrizioni richiedenti il c.d. permesso di costruire anziché la semplice SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività), nemmeno ha solamente rinunciato agli ingentissimi proventi economici derivanti dagli oneri di urbanizzazione dovuti nella specie, essenziali per realizzare opere di reale interesse comune a cominciare da scuole e altri presidi pubblici. Piuttosto e ancora una volta, ha manifestato la propria subalternità alle forze economiche interessate, rinunciando alla capacità di mediazione politica; ha dimostrato l’assenza di ogni interesse istituzionale per l’effettività di un intervento del potere pubblico in ambito urbanistico finalizzato a rimuovere gli ostacoli impeditivi del pieno sviluppo della persona (art. 3, comma 2, Cost.). Sicché ha lasciato che la prevedibile impennata del mercato immobiliare derivante dalla coincidenza fra urbanizzazione forzata ed estrazione del valore stravolgesse la socialità urbana, squilibrandone l’assetto ed emarginando tanta parte della popolazione; prospettiva, per inciso, tanto più grave solo a considerare l’attuale pari tentativo parlamentare di consentire ai Comuni di derogare agli standard urbanistici, legittimando sul piano nazionale un modello alternativo alla città pubblica. Come ha evidenziato l’Osservatorio Casa Abbordabile di Milano in collaborazione tra il Consorzio Cooperative Lavoratori e il politecnico di Milano, nel capoluogo lombardo un operaio può acquistare solo 19 mq, un impiegato 25 mq, mentre un quadro arriva a 48 mq; anche nella cintura metropolitana l’accesso alla casa resta critico: un reddito medio non basta per acquistare 50 mq in molte aree ben collegate; per non dire dell’affitto fuori città, posto che i costi di trasporto e il tempo di pendolarismo incidono pesantemente sul reddito e sulla qualità della vita. Di qui gli inevitabili effetti sociali sul piano metropolitano e su quello nazionale variamente rappresentati dai commentatori: da un lato, “espulsioni del ceto medio dalle zone centrali, incremento delle sacche di povertà, talenti in fuga dai bassi stipendi e dalla ridotta mobilità professionale” ; dall’altro, una crescente frattura tra la metropoli e il resto del Paese (“Era (ed è) così anche fra Londra e il resto del Regno Unito, e quella frattura lì ha prodotto una rivolta populista che ha preso la forma della Brexit. Da noi sarà senz’altro diverso. Ma resta aperta la stessa domanda sul futuro”). E così risuona beffarda e surreale la soluzione rassicurante offerta alla questione della crisi abitativa dall’imprenditore immobiliare maggiormente interessato alla svolta urbanistica rappresentata, consistente nel ricollocare in altri capoluoghi regionali 40.000 famiglie milanesi sprovviste di dimora. Per la patinata astrazione esibita, essa ricorda quella ascritta a Maria Antonietta d’Austria sulle brioche in luogo del pane per saziare il popolo affamato: «Genova ha 40 mila case vuote, l’alta velocità ci porterà in Liguria in 40 minuti, a Londra per andare da una parte all’altra si impiega un’ora. Forse non dobbiamo costruire più case, perché vuol dire anche impatto ambientale, ma è meglio avviare le infrastrutture, come in parte l’Italia sta facendo con l’alta velocità. Più connessioni invece che più abitazioni. Siamo il Paese dei mille campanili, nessuno ha il tessuto urbano e civico che abbiamo noi».
In pari modo può dirsi per la questione cruciale, riguardante la predisposizione delle prossime intese fra Stato e Regione in ordine alla specificazione delle funzioni da differenziare. Quando il Ministro per gli affari regionali ha preannunciato il contenuto della proposta d’intesa sulla sanità lombarda, contenente la previsione di incentivi salariali da riconoscere al relativo personale ospedaliero al fine di sovvenire al problema dei “medici e infermieri transfrontalieri che lavorano, guadagnando molto di più, in Svizzera”, non ha offerto tanto una soluzione (im)praticabile a un problema reale; più ancora, ha dirottato verso nuove e più impegnative problematiche la soluzione di un problema urbanisticamente sostenibile. Sicché e ancora una volta, ha fatto emergere la stentata capacità politico-legislativa a mantenere effettivo l’intervento del potere pubblico in ambito sociale secondo la complessità delle implicazioni coinvolte.
Quanto al problema originante, è inevitabile che l’offerta di un lavoro transfrontaliero risulti tanto più appetibile, quanto maggiormente capace di fronteggiare i fattori di nuova povertà gravanti su un ceto medio emarginato anche sul piano dei servizi urbani; ovvio, infatti, che nell’alternativa fra un lavoro transfrontaliero ben retribuito e la penalizzazione di una ricollocazione familiare transregionale e nemmeno compensata economicamente, sia preferibile la prima opzione.
Di rimando, quanto alle nuove problematiche, è altrettanto inevitabile che la proposta d’incentivazione salariale differenziata per regione sia suscettibile di un duplice ordine di squilibri nel resto del Paese.
Per un verso, l’innalzamento dell’offerta salariale lombarda a calamita economica del personale sanitario del resto d’Italia replica e amplifica su scala nazionale gli effetti provocati su scala regionale dalla contestata offerta transfrontaliera svizzera. Di conseguenza, aggrava la precarietà dell’organizzazione ospedaliera delle restanti regioni, parimenti costrette a misurarsi con le prevedibili fughe transregionali.
Per altro verso, di rimando, l’innovazione di una differenziazione regionale del sistema retributivo sanitario nazionale tende a riaggiornare tacitamente la dinamica propria delle c.d. gabbie salariali dell’Italia del boom economico, quando le retribuzioni dei lavoratori erano parametrate a criteri geografici, economici o del costo della vita lesivi dell’eguaglianza fra i cittadini e quindi fra le regioni. Non per nulla, inizialmente la medesima prospettiva era stata avanzata dal Comitato per l’individuazione dei Lep in ordine alla definizione dei criteri di calcolo dei fabbisogni regionali, venendo subissata da critiche tali da costringere il Ministro Calderoli e il Presidente Zaia a una repentina presa di distanza. Detti criteri erano stati impostati in modo da misurare le «reali necessità finanziarie di un ente per garantire un determinato servizio in base alle caratteristiche dei diversi territori, clima, costo della vita e agli aspetti socio-demografici della popolazione residente». Inevitabili, dunque, le critiche e il rapido dirottamento verso nuove “variabili di contesto” apparentemente più sfumate, ma in realtà tali da risolversi in analoghe applicazioni discriminatorie. Emblematico è quanto previsto dal Rapporto finale 2024 del Comitato Lep, ancora inspiegabilmente secretato, in ordine alla materia “Valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali”, recante prevalentemente Lep a beneficio collettivo non direttamente misurabili. La misurazione di questi ultimi è stata rimessa a variabili quali “il fenomeno della lettura di libri e quotidiani”, ovvero “il fenomeno della fruizione delle biblioteche”; variabili, dunque, estranee alla diretta valorizzazione dei beni culturali e ambientali, ma certamente destinate ad accentuare il divario nord-sud.
Si arriva infine alla questione più emblematica per trasversalità e datazione. Quando il Governo Renzi ha modificato con pochi articoli l’organo deputato alla determinazione dei costi e fabbisogni standard, dirottandone la funzione da un modello effettivamente tecnico e autonomo quale la Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (COPAFF, l. n. 42 del 2009, art. 4), a un modello nominalmente tecnico ma politicamente esposto quale la Commissione Tecnica Fabbisogni Standard (CTFS, l. n. 208/2015, art. 1, commi 29-32), non solamente ha infranto l’omogeneità del sistema di regolazione dello Stato sociale sul duplice piano della responsabilità politica (dal Parlamento al Governo) e delle fonti del diritto (dal decreto legislativo al DPCM), tanto più se raffrontato alla composizione imparziale dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB). Più ancora, ha dimostrato come la tecnicità occorrente per misurare le condizioni necessarie ad assicurare l’eguaglianza territoriale delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali sia recessiva rispetto alla politicità (melius: all’arbitrarietà) degli interessi coinvolti; sicché, ancora una volta, ha confermato la stentata capacità politico-legislativa di mantenere effettivo l’intervento del potere pubblico in ambito sociale secondo la complessità delle implicazioni coinvolte.
Le nuove emergenze economico-sociali: Stato promotore e sussidiarietà.
C’è un denominatore comune fra le esemplificazioni passate in rassegna (trasformazione di Milano in deroga agli standard urbanistici, procedimenti di differenziazione regionale squilibrati e similari) e fra le tante altre parimenti riscontrabili. C’è un difetto di valutazione che ne segna la comunanza. Esso riguarda, parafrasando il severo j’accuse mosso da Agostino verso l’eresia dei pelagiani, “l’orrendo e occulto veleno” dell’errore sotteso: quello di pretendere di progettare il futuro prossimo del Paese, prescindendo dai riferimenti che ne hanno consentito il progresso; d’inseguire le potenzialità del mercato e dello sviluppo economico, degradando la forma di Stato sociale a ingombrante retaggio del trascorso compromesso costituzionale; di ridurre l’intervento del potere pubblico a contentino economico delle fasce deboli, ignorando la funzione strutturante della solidarietà sul piano della coesione sociale e della stessa legittimazione dello Stato; di provocare una perdita di legittimazione dello Stato sociale, la cui effettività è sempre più sanzionata ex post dalla Consulta e sempre meno garantita ex ante dal legislatore e dalle amministrazioni; in definitiva, di rendere irreversibile l’attuale scissione fra capitalismo e democrazia, fra sviluppo economico e welfare, fra profitti e partecipazione politica, fra capacità di governo e costruzione del consenso, fra mediazione politica e rappresentazione populista, sino a perdere di vista le condizioni del “vivere insieme”.
Ed è un errore tanto più velenoso, orrendo e occulto, solo a considerare non solamente i tratti d’illegittimità continuamente sanzionati dalla Consulta (plateale è la radicale amputazione della legge Calderoli da parte della sent. n. 192/2024), quanto la prospettiva antistorica e in controtendenza della quale è espressione.
Sul piano economico il riferimento è alle teorie dibattute sin dagli anni ’90 del secolo scorso della “ricaduta favorevole”, o del “gocciolamento”. Ai sensi delle stesse i governi locali dovrebbero essere messi in condizione di godere di maggiori margini di autonomia sulle competenze/spese e sulle entrate, in modo da competere tra loro riuscendo a essere esclusivi artefici delle politiche pubbliche, sino a beneficiare direttamente dei relativi esiti; il tutto a vantaggio della crescita dell’intero Paese, destinato ad avvantaggiarsi indirettamente di un simile sviluppo alla stregua degli effetti che il surplus del gocciolamento di acqua sul terreno interessato provoca su quelli circostanti.
Ne aveva fatto cenno in altro ambito anche Papa Francesco, contestando l’ipotesi che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, sia capace di produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. E ciò non solo per non essere «mai stata confermata dai fatti», quanto soprattutto per la «fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante». Di qui, l’amara conclusione: «C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri».
E tuttavia, specialmente dopo la pandemia è emerso nuovamente il bisogno dell’intervento pubblico e della direzione dello Stato. La rigida dicotomia fra politica industriale e politica della concorrenza, fra Stato interventista e Stato regolatore, aveva già trovato una via mediana orientata nel senso dello Stato promotore; ciò è valso a provocare l’attivazione di un vasto programma di politica industriale finalizzato ad «andare oltre l’obiettivo della crescita per promuovere un social welfare di lungo termine», basato «sulla collaborazione tra pubblico e privato».
È in tale contesto che si colloca la riconsiderazione del principio di sussidiarietà da parte della Consulta quale condizione per rimodulare i presupposti dell’intervento del potere pubblico nel senso dell’adeguatezza. E ciò tanto nella dimensione verticale, secondo la metafora dell’ascensore funzionale ad allocare le funzioni ora verso il basso ora verso l’alto in relazione alla natura, al contesto locale e anche a quello più generale; tanto nella dimensione orizzontale, lasciando che la preferenza vada verso il livello più prossimo ai cittadini e alle loro formazioni sociali, ma anche verso il livello più alto di governo. L’approccio sussidiario, per tale via, si è mostrato utile a fornire un diverso contenuto e metodo dello sviluppo sostenibile del Paese, introducendo una dimensione di “responsabilità diffusa” nei confronti del bene comune, sino a porsi quale metodo di governo e di governance con cui far dialogare le comunità locali (sia nelle loro componenti amministrative, sia nelle loro componenti private e sociali – società civile e corpi intermedi) con le amministrazioni centrali.
Non solamente sul piano costituzionale, insomma, ma pure su quello meramente fattuale è terminato il tempo del “federalismo competitivo” e della crescita “dal basso”, affidati alla concorrenza del mercato e fra territori sul presupposto di uno Stato che si ritraeva dal definire grandi strategie o missioni nazionali. Oggi l’orologio dell’economia globale, del multipolarismo, del rapporto tra Stato e mercato si è modificato rispetto agli anni ’90. È in atto un processo di progressiva trasformazione del rapporto tra Stato e mercato, nel quale, dopo l’eccessiva enfasi sul potere del secondo si torna ad accettare il bisogno dell’intervento pubblico. Le crisi dell’ultimo ventennio hanno indebolito le certezze di cui si nutriva il «nuovo consenso» in merito al ruolo dello Stato. L’ampiezza e le relative cause, sconosciute dopo gli anni Trenta, hanno mostrato l’inconsistenza dell’affermazione per cui il mercato è in grado di ritornare rapidamente all’equilibrio quando colpito da uno shock.
Come ha rilevato in audizione parlamentare il Ministro dell’economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, con riguardo al percorso di attuazione del federalismo fiscale, «il quadro economico, sociale e istituzionale attuale è segnato da sfide e dinamiche molto diverse dal passato, che richiedono un approccio flessibile, capace di rispondere tempestivamente alle esigenze del Paese. […] Guardando al contesto interno, i dati economici mostrano il permanere di disparità tra i cittadini e le imprese di diverse aree, che emergono tra diverse aree urbane e rurali, tra città metropolitane e zone più periferiche, nonché tra settori produttivi specifici. Negli ultimi anni, sono cresciuti i divari economici e sociali anche nel Centro-Nord, soprattutto tra aree interne e città. Questi fenomeni hanno portato allo spopolamento delle aree interne e alla desertificazione imprenditoriale di certi territori, pur a fronte della vivacità di specifici settori industriali». Di qui, la necessità di adottare «misure che possano ridurre le disuguaglianze e promuovere uno sviluppo equilibrato ed inclusivo su tutto il territorio nazionale».
Del resto, la questione del binomio spopolamento-desertificazione imprenditoriale apre la via a scenari assolutamente inediti e persino difficilmente immaginabili. Come ha rimarcato il recente Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, «nessun Comune ha di fronte un destino ineluttabile in relazione alle coordinate geografiche in cui si trova, ma sono molti i Comuni che rischiano un percorso di marginalizzazione irreversibile per le dinamiche demografiche che li caratterizzano». Sicché, con riferimento a questi ultimi, ha destato scalpore la soluzione riguardante il relativo «Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile».
Caduta del ceto medio, crescita dell’astensionismo e fuga dal “contratto sociale”: la necessità di una rilegittimazione sociale.
Ecco, dunque, la velenosità dell’orrendo e occulto errore denunciato: continuare a negare la realtà nonostante le trasformazioni epocali e i conseguenti stravolgimenti sociali in corso; immaginare che l’intervento del potere pubblico possa continuare a operare in splendida rispondenza agli interessi delle fasce sociali, urbane e regionali più elevate, senza curarsi di quelle restanti; soprattutto, senza considerare che «quando le élite si ritirano in enclave globalizzate e rinunciano alla responsabilità territoriale, rompono il contratto sociale» e aprono la via a una reazione popolare. Prospettiva, quest’ultima, tanto più allarmante solo a considerare che il “contratto sociale” del Paese resta affidato alla tenuta di quel compromesso costituzionale concluso in Assemblea fra partiti non più presenti e le cui ragioni culturali, prima ancora che politiche, abbisognano di continue sollecitazioni e conferme sul piano politico-sociale e non solo giuridico-costituzionale.
È in ragione di una tale consapevolezza che la proposta politica e governativa di Alcide De Gasperi fu improntata nel senso della giustizia sociale e dell’interclassismo, da riferire alla «solidarietà popolare che tende ad elevare le classi più povere a raccorciare le differenze delle classi e soprattutto ad abolire le più misere e le più disagiate»; come pure, di rimando, che detta proposta fu attenta a riconoscere al ceto medio il ruolo di svolgere nella società la funzione fondamentale di equilibrio e di composizione dei conflitti, gli stessi rappresentando «la parte più proficua dell’iniziativa privata e una intelaiatura della democrazia libera legata allo sviluppo della personalità umana». La nozione di bene comune come scopo della democrazia lo portò a ricercare anziché eludere l’equilibrio fra le diverse classi sociali; l’attenzione ai fatti e la capacità di realismo, quale capacità di valutare mezzi e circostanze rispetto al fine proposto, lo motivarono a considerare il partito quale “filtro” che trattiene e valorizza quanto emerge dalla società civile, sino a legittimarlo al compromesso con le forze dell’economia reale.
Del resto, quello era il periodo dei grandi partiti di massa, il cui carattere interclassista era radicato in identità culturalmente e socialmente riconosciute, praticate e rispondenti agli interessi politicamente rappresentati, la cui responsabilità legittimava il corrispondente ricorso alla mediazione politica. Per contro, il passaggio ai partiti personali dell’ultimo trentennio eludendo un chiaro riferimento identitario e un correlato collegamento con gli interessi rappresentati, ha trasformato il precedente carattere interclassista in un indistinto sincretismo sociale orfano di una chiara responsabilità politica, delegittimando il ricorso alla mediazione politica e favorendo un opposto pragmatismo all’insegna del contingente. Ed è significativo che a denunciare per tempo il tutto sia stato il più autorevole dirigente del settore automobilistico nazionale e internazionale dell’epoca, evidenziando i rischi derivanti dalla crisi del ceto medio. Rilevando il paradosso di un sistema economico senza prospettive sociali, nel quale il lavoratore coincide con il consumatore così che impoverendosi l’uno scompare anche l’altro, Sergio Marchionne paventò provocatoriamente: «Qualche emiro che compra una Ferrari lo troverò sempre. Ma se il ceto medio finisce in miseria, chi mi comprerà le Panda?». Inutile dire che gli effetti paventati si sono poi puntualmente realizzati.
La questione dell’interclassismo e della tenuta del ceto medio, in altri termini, non deve essere vista solamente in sé, per i drammatici effetti esistenziali, familiari e sociali provocati dall’irruzione di forme di povertà prima (im)pensabili e (im)prevedibili. Essa deve essere riferita anche alle relative conseguenze sul piano della coesione sociale e della stabilità politica.
Che vi sia un precipitare della classe media è un dato incontestabile. Come rilevato dalle indagini demoscopiche, la percezione della metà della popolazione è quella di versare in una grave e crescente difficoltà economica. Oggi l’Italia non è più il “Paese del ceto medio” e attraversa un’epoca grigia nella quale è difficile progettare e realizzare il domani personale e comunitario come del resto attestato dal livello estremamente preoccupante di declino della natalità.
E tuttavia, che una tale involuzione debba essere parametrata anche sui piani della rappresentanza politica e della sostenibilità democratica è un dato parimenti incontestabile, anche se meno considerato. Non può non allarmare il rilievo che, indipendentemente dalle relative cause, la percentuale dell’astensionismo elettorale sia sostanzialmente pari a quella della classe media in sofferenza; che esiste una parte crescente della popolazione non solamente emarginata socialmente, ma vieppiù estromessa dalla precedente condizione anche per scelte discriminanti di tipo urbanistico, regionalistico e via dicendo; che dunque una parte crescente della popolazione è consapevolmente fuoriuscita dalle dinamiche del circuito democratico in reazione alla percepita incapienza dell’offerta politica dei partiti; che insomma esiste una crescente fascia sociale la cui domanda di tutela è esposta a ogni volubilità formativa e risolutiva e le cui convinzioni e determinazioni restano incontrollabili e imprevedibili. Il venir meno della partecipazione politica, infatti, può essere un campanello d’allarme di un processo che mette in discussione le istituzioni democratiche nel momento in cui non riescono a dare risposta a istanze ancora più elementari. Come ha ricordato Riccardo Cesari, nella Bibbia si racconta che il popolo, in fuga dal faraone attraverso il deserto, rimpiangeva gli anni della schiavitù, «seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà» (Esodo, 16,2). La libertà garantita dalla democrazia può perdere la sua forza e la sua capacità attrattiva quando povertà e diseguaglianza, anziché ridursi, si diffondono nella società.
Né tantomeno è sufficiente riproporre i termini del dilemma della tradizione giuridica americana fra costituzionalismo elitista e populista: l’uno, fermo nel convincimento che la gente comune vada neutralizzata per le sue caratteristiche più ordinarie (impulsività, scarsità di informazioni, semplicismo) e che il nocciolo duro del costituzionalismo risieda nel principio di legalità, nella divisione dei poteri, nella giurisdizione costituzionale; l’altro, al contrario, incline a confidare nelle capacità epistemiche, morali e politiche della medesima gente comune, da erigere come la prima forma di garanzia contro ogni condizione di gerarchia e di espertocrazia.
Per rendere praticabili le ragioni del “vivere insieme”, attinenti al profilo pre-politico della convivenza, occorre dunque riscoprirne le condizioni prime, concernenti il profilo costituzionale della medesima convivenza.
Le une, attenendo al profilo pre-politico della convivenza, assicurano il funzionamento dello Stato democratico a condizione di essere riconosciute dal corpo sociale indipendentemente dall’imposizione legislativa. In tal senso, esse ripropongono il noto “paradosso di Böckenförde”, per il quale “lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé non può garantire”, al punto da presupporre un fondamento sociale ben più radicato di quello meramente coattivo, un surplus etico che non può essere prodotto né dal mercato, né dallo Stato e che, tuttavia, come ha evidenziato Habermas, resta essenziale per la tenuta dell’ordinamento democratico: «Senza il vincolo unificante di una solidarietà che non si può imporre per legge, i cittadini non sentono di partecipare a pari diritto alla comune prassi di formazione dell’opinione e della volontà, nella quale essi sono debitori l’un verso l’altro di ragioni delle loro scelte politiche».
Le altre, al contrario, attenendo al profilo costituzionale della convivenza, interessano la dinamica dell’intervento del potere pubblico a garanzia della tenuta dello Stato sociale. Esse attengono tanto al profilo prestazionale, da garantire secondo erogazioni quantitativamente e qualitativamente uniformi su tutto il territorio nazionale, quanto a quello promozionale, da garantire secondo la predisposizione di un assetto sociale stabile e plurale, in grado di assicurare una capacità di ricomposizione autonoma quantomeno media.
Lo Stato liberale secolarizzato, insomma, se non vive solo di presupposti che di per sé non può garantire, vive altresì di condizioni materiali e sociali da assicurare per proprio conto. La tensione di un tale stress deontologico e prescrittivo, tuttavia, non può gravare solamente su un modello di Stato sociale inteso riduttivamente e parametrato sulla sola eguaglianza sostanziale. Abbisogna altresì del sostegno e del concorso dell’intera comunità, da legittimare secondo un parametro ben più ampio e comprensivo.
È illusorio immaginare che la tenuta della coesione sociale possa essere esclusivo appannaggio del potere pubblico, così da demandare parassitariamente a quest’ultimo la relativa responsabilità. Essa, piuttosto, presuppone quel profilo negativo proprio della dialettica fra dovere e libertà, che è riservato alla comunità nel suo insieme e a ciascuno dei relativi componenti; sicché non può portare a sovraccaricare le ragioni dell’intervento pubblico a discapito di quelle dell’intrapresa personale, come del resto ha dimostrato il fallimento della cultura del reddito di cittadinanza.
La tenuta della coesione sociale, in altri termini, può essere assicurata solo da una tensione comune e condivisa verso i valori di fondo propri della comunità, da rimettere alle responsabilità dell’intero corpo sociale e di ciascuno. Vale al riguardo la lezione offerta da Giorgio Lombardi alla fine degli anni ’60, con riguardo al principio di solidarietà da intendere in chiave funzionale quale indispensabile fattore d’integrazione sociale e di legittimazione dell’intero sistema. Attraverso il richiamo alle forme di solidarietà la Costituzione non persegue tanto l’obiettivo di realizzare la completa omogeneità sociale; intende piuttosto favorire “quel minimo di omogeneità, senza il quale la vita politica si ridurrebbe al «bellum omnium contra omnes» di hobbesiana memoria”; intende promuovere con mezzi giuridici quella coesione essenziale che si riflette nella legittimità dell’ordinamento e che – venendo all’attualità – vale a rendere corresponsabilizzata la reazione alle disastrose diseguaglianze provocate da quello che Luciano Gallino ha denominato il finanzcapitalismo: quella «mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi», sino a penetrare in modo capillare «in tutti i sotto-sistemi sociali, e in tutti gli strati della società, della natura e della persona».
In tal senso è surreale pensare di mantenere fuori dal circuito politico ed economico una parte crescente della popolazione, pretendendone al contempo il concorso ai fini dell’integrazione sociale. Il rilievo vale vieppiù con riguardo al ceto medio in ragione della fondamentale funzione di equilibrio e di composizione dei conflitti. La tutela del ceto medio, in altri termini, non attiene solo allo scopo ultimo dello Stato sociale, ma alla sua stessa precondizione. Essa è certamente rimessa alla promozione e realizzazione di un social welfare di lungo termine, basato sulla collaborazione tra pubblico e privato nel senso della sussidiarietà. Ma un tale approccio deve essere improntato al realismo, ossia all’intervento del potere pubblico nel segno del rispetto delle diversità proprie della caratterizzazione nazionale.
Come ha ricordato la Consulta nella già storica sent. n. 192/2024, la nostra democrazia costituzionale si fonda sull’articolazione del «popolo come molteplicità»; essa può essere mantenuta «solamente se le molteplici formazioni politiche e sociali e le singole persone […] convergono su un nucleo di valori condivisi che fanno dell’Italia una comunità politica con una sua identità collettiva» (§ n. 4). Altro che ricollocare a Genova i lavoratori senza abitazione di Milano! Altro che risolvere l’aumento del mercato immobiliare di Milano con un contentino salariale al personale ospedaliero lombardo, così da aggravare le diseguaglianze sanitarie nel resto del Paese!
Ragionando sulla svolta sanitaria italiana nel segno di un’organizzazione pubblica e universalista, Luca Antonini ha spiegato che all’origine del tutto vi fu “un pensiero forte, anzi fortissimo” iniziato in Assemblea costituente e proseguito sino agli artefici della riforma n. 833 del 1978. In senso analogo, illustrando le ragioni della crescita economica del dopoguerra in Italia e nello stesso Mezzogiorno, Giuliano Amato ha rilevato che all’origine del tutto vi fu «la qualità delle persone che fecero l’impresa, la loro intelligenza, il loro coraggio, la loro attenzione non solo alle infrastrutture materiali, ma anche al capitale umano che dovevamo apprestare per il nostro nuovo sviluppo. […] Tutti convinti, sulla scia del New Deal e in particolare dell’esperienza della Tennesse Valley Authority, che lo sviluppo c’è se è integrale, che riesce ad esserlo se ne fa parte l’innalzamento del livello culturale sia della popolazione che delle istituzioni, che, infine, di tale innalzamento può e deve farsi carico la decisione politica, con il coraggio e con i mezzi tecnici che sono necessari».
Non c’è altra via che tornare alla realtà e al rispetto del Paese.



