IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

La Germania tra Europa, Stati Uniti, Cina

La Germania, guidata dal Cancelliere Olaf Scholz, non condivide la politica statunitense, seguita anche da Bruxelles contro l'interesse del Vecchio continente, del decoupling dalla Cina e persegue, al contrario, una sempre crescente autonomia strategica. Mentre l'Italia e la Francia appaiono inerti.

La concorrenza cinese alla Germania

Ma non mancano le difficoltà. Nel tempo le imprese cinesi sono cresciute quantitativamente e qualitativamente in molti settori, così da essere dei concorrenti sempre più temibili per le imprese tedesche e rubare loro quote di mercato. D’altro canto bisogna considerare le pressioni politiche Usa, paese che può contare su forti sostegni sul fronte politico tedesco.
Comunque non tutta l’industria tedesca è favorevole agli stretti legami con il Paese di Mezzo; la pensano diversamente le imprese che sentono sul collo la sua sempre più forte concorrenza, quelle che pensano che la politica del loro governo favorisce le imprese esportatrici e non quelle che lavorano per il mercato interno – e tra queste una parte consistente delle PMI che non hanno possibilità di affrontare il mercato del paese asiatico o vi hanno fallito-, quelle infine rivolte maggiormente alle attività negli Stati Uniti.
Va anche rilevato che una strategia seguita da diverse imprese con insediamenti nel paese asiatico appare quella non tanto di abbandonare la Cina, ma di aprire dei punti di attività ulteriore in altri paesi, diversificando i rischi, con la politica del cosiddetto 1+1.

Decoupling e autonomia strategica

La grande industria tedesca non è sicuramente d’accordo con la linea del decoupling portata avanti da Biden ed in questo essa appare spalleggiata dal Cancelliere Scholz, mentre anche da Bruxelles arrivano segnali di crescente ostilità verso il paese asiatico.
In un articolo recente (Scholz, 2022) Scholz ha dichiarato, tra l’altro, che l’ascesa della Cina non è né una ragione per isolarla né una scusa per limitare la cooperazione con essa, mentre ha anche affermato di non essere d’accordo con l’idea che il mondo debba entrare in una nuova guerra fredda tra la Cina e l’Occidente.
E se avessero ragione a Berlino? L’Europa si trova di fronte alla chiusura di molti impianti industriali ad alto consumo di energia, al progetto non compiuto di un mercato unico, di fronte alla concorrenza di paesi con costi dell’energia molto più bassi, regolamentazioni meno stringenti e un sostegno più generoso da parte dei governi (Hollinger, 2022). La realtà dei fatti, soprattutto per la grande impresa europea (e non solo per quella tedesca; tra l’altro, una parte consistente delle imprese industriali del Nord Italia lavora come subfornitrice delle aziende tedesche, così come molte imprese polacche, ceche, slovacche, ungheresi, ecc.) è quella che non ci sono grandi prospettive se non si è presenti in forze nel paese asiatico. Come si legge nel titolo di un articolo apparso di recente sul Financial Times (Hollinger, 2022) “prendersela con la Cina non porterà l’Europa da nessuna parte”. O secondo altre dichiarazioni dello stesso Scholz “bisogna ballare con quelli che ci sono nella stanza, questo si applica alle discoteche come alla politica mondiale” (Chazan, Yuan Yang, 2022). Infine qualcuno ribadisce, rivolto agli stessi compatrioti tedeschi, “non capite da dove è venuta sino ad oggi tutta la nostra ricchezza?” (Chazan, Yuan Yang, 2022).
Alla fine la politica tedesca, o almeno quella di Scholz, sembra oggi fortemente incline a ricercare una sua linea di maggiore autonomia strategica, pur nell’ambito di un ancoraggio al quadro occidentale, linea che sembra corrispondere peraltro alle necessità vitali della sua economia. Così il paese indica per lo meno una possibilità, se non una scelta obbligata, agli altri membri dell’UE che, dalla Francia all’Italia, appaiono invece inerti.

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