IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

La guerra dell’Oriente e gli Occidenti

Sta emergendo una faglia tra economie orientali ed occidentali e un’ulteriore faglia tra il trend dell’economia americana e quella europea. Le ragioni congiunturali e quelle strutturali: la tela cinese e gli errori dell’Occidente.

La tela cinese

Le suddette ragioni siano tutte ascrivibili alla fase in corso. Mentre invece quelle davvero strutturali sono essenzialmente quattro e tutte di lungo respiro.
La prima consiste in quella che si potrebbe definire la paziente tessitura da parte della Cina della tela di un ragno. Ovvero, un lento ma inesorabile moto di espansione nei grandi “latifondi” territoriali fin troppo frettolosamente abbandonati da un’opposta marcia a ritroso degli Stati Uniti. La Cina ha colmato questo vuoto e lo ha fatto rilevando quei mercati, come in Africa e America Latina (Cile, Brasile, Perù e Venezuela), investendo una gigantesca quantità di risorse (80 miliardi di dollari dal 2018 al 2022) non a fondo perduto ma con prestiti a basso interesse erogati dai più grandi istituti finanziari (First China Bank e Exim Bank of China) in infrastrutture logistiche, nelle reti di trasporto (porti, aeroporti, strade), nella costruzione di dighe e acquedotti, nel sostegno sanitario (ospedali, attrezzature sanitarie fino al personale medico e infermieristico) e nell’istruzione, il tutto in cambio della piena disponibilità delle materie prime sia del sottosuolo che presenti in superficie ( il patrimonio boschivo).
La seconda riguarda il possesso e l’utilizzo delle materia prime di cui anche il sottosuolo cinese è molto ricco specie di quelle più pregiate (le terre rare) per l’industria del futuro. E’ stato calcolato che dei 17 elementi in natura che le compongono come lo scandio, l’erbio, il litio o il cerio indispensabili per l’aerospazio, la produzione digitale, la cibernetica e le armi, turbine e fotovoltaico oltre alla generazione elettrica dell’automotive, il 48,4% sta in Cina, il 25 in India e Vietnam, il 18 in Brasile e solo l’1,3 negli Usa e lo 0,7 in Canadà.

Pandemia e de-globalizzazione

La terza e la quarta ragione riguardano invece la combinazione tra fattori congiunturali (pandemia e guerra) con quelli strutturali. Nel primo caso riguarda il processo di de- globalizzazione che si è avviato con la diffusione del virus. Com’è noto allora esplosero le contraddizioni di una globalizzazione che aveva allungato a dismisura le catene del valore, privando intere aree come l’Europa di prodotti vitali come nella farmacologia inopinatamente tutta de-localizzata a Oriente o, con i lockdown che fermarono contemporaneamente la produzione e il traffico delle merci, spezzando così le catene di approvvigionamento. La reazione fu quella del reshoring, ovvero di un redivivo “sovranismo territoriale”.
È stato il tempo in cui negli Usa il nuovo presidente Biden aveva, confermato quasi senza varianti, la sfida verso la Cina con tutta la batteria di dazi e barriere alle importazioni; l’Unione europea varava il Recovery Plan per realizzare una propria autosufficienza competitiva, mentre, dall’altra parte del mondo, la reazione della Cina fu quella di costruirsi una mini-globalizzazione su scala asiatica. Infatti è, nel novembre del 2021, con la firma di 27 Stati del Pacifico orientale, che nacque il Rcep (Regional Comprehensive Economic Partnership), ovvero un grande blocco commerciale di libero scambio senza dazi e barriere che comprende 2,2 miliardi di persone che producono quasi un terzo del Pil mondiale, oltre a più di un quarto del commercio e al il 50% della manifattura con il 70 di quella elettronica. Un patto politicamente eterogeneo, di cui fanno parte non solo Paesi come la Cina, la Thailandia, l’Indonesia, la Malesia o la Cambogia, ma anche Giappone, Australia, Corea del Sud e Nuova Zelanda. Ed è notizia di queste ore la richiesta anche dell’India di poterne fare parte con un accordo di “associazione”.

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