IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

La guerra dell’Oriente e gli Occidenti

Sta emergendo una faglia tra economie orientali ed occidentali e un’ulteriore faglia tra il trend dell’economia americana e quella europea. Le ragioni congiunturali e quelle strutturali: la tela cinese e gli errori dell’Occidente.

L’autonomia strategica presa sul serio

D’altronde, questo è l’unico scenario concretamente possibile nel quale l’Europa può accrescere la propria autonomia strategica sia competitiva che geopolitica. Perché, come dimostrano gli ultimi tre anni, la ricerca di una effettiva autonomia europea non può fare a meno della propria efficienza economica. In questi anni infatti si è chiaramente constatato che le catene corte per un macro-sistema territoriale trasformatore, danno certo più sicurezza, ma al prezzo di un forte incremento di costi i quali poi riducono i livelli di esportazione. Sapendo anche che, se nel mondo si spezzasse davvero il cuore dello scambio tra materie prime e prodotto, e quindi del commercio internazionale, chi delle prime ne detiene la proprietà, poi decide “monopolisticamente” anche la loro disponibilità sia in termini di tempi di fornitura che dei relativi prezzi mentre, tutti i problemi si scaricherebbero sui Paesi che fanno il prodotto, in termini di inflazione importata, impoverimento sociale e caduta di competitività. Insomma, in un mondo ormai costruito con un altissimo livello di compenetrazione dei sistemi produttivi, la segmentazione dell’economia mondiale rappresenta un rischio molto alto per quelli, come l’europeo, che non hanno né la forza né l’autosufficienza di quello americano o cinese.

Contro la narrazione dell’Occidente indistinto

Il mondo aperto va certo regolato, non abrogato, sapendo che esso è stato messo in crisi prima da Trump e ora da Putin, ma che l’Europa ha tutto l’interesse di mantenere aperti gli scambi commerciali, affermando così non lo status di un Occidente indistinto ma “di Occidenti nell’Occidente” con una propria autonomia economica, politica sociale e valoriale (e di difesa). È fin troppo facile constatare che, tranne singoli episodici sobbalzi, di questa visione strategica non ci sia stata in realtà quasi nessuna traccia.
Ma ciò non toglie che non vi sia altra strada ragionevole. E che ritardandone l’azione, le conseguenze politiche porteranno sempre di più a sentimenti di sfiducia collettiva e chiusure nazionaliste, precludendo quella timida prospettiva, nata solo due anni fa, dopo il risultato delle ultime elezioni europee che generarono la scelta di un debito comune verso un’Europa più integrata, più solidale e più civile. Un’Europa cioè meno rigorista, meno liberista oltre che insopportabilmente rissosa e chiusa solo tra i differenti miopi interessi nazionalistici, che avevamo davvero sperato, allora, di aver buttato definitivamente alle spalle.

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