IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’Africa, lontana e vicina

Carestia, grano come “arma di guerra”, concorrenza al ribasso tra indigeni e stranieri. L’esodo verso l’Europa è destinato a crescere, quale che sia l’esito del conflitto in corso

Solidarietà e ipocrisia europea
Ma l’Unione europea ha gli strumenti politici e normativi adeguati ad affrontare un simile esodo?
L’obiettivo prioritario del diritto europeo in materia di immigrazione e asilo è di realizzare una solidarietà tra gli Stati membri e una ripartizione degli oneri e responsabilità legate dall’accoglimento. Almeno così “recitano” le disposizioni dei Trattati (art. 78 Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) e i principali documenti dell’Unione europea. Ma è lecito chiedersi se questa solidarietà tra gli Stati membri si traduca anche in una effettiva solidarietà dell’Unione europea nei confronti del migrante.
La risposta non è univoca. Si potrebbe dire che non tutti i migranti e richiedenti asilo sono eguali di fronte alla legge (europea). E la tragica guerra in corso ce ne ha fornito un’altra amara testimonianza.
L’Unione europea e gli Stati membri hanno portato avanti un notevole sforzo di accoglienza nei confronti degli sfollati provenienti dalle zone di guerra. Per la prima volta, è stata attivata la direttiva sulla protezione temporanea (2001/55/CE) con un’apposita decisione del Consiglio europeo. La decisione attribuisce un permesso di soggiorno di un anno (a prescindere dall’accertamento della domanda di asilo) con la possibilità di accedere ad un lavoro e alle forme basilari di protezione e assistenza sociale. Tale status non viene, tuttavia, riconosciuto a “tutti” i profughi di guerra, ma solo a specifiche “categorie” di persone: ai profughi bianchi indoeuropei.
Lo status di protezione temporanea, infatti, non si applica “alle persone apolidi e ai cittadini dei paesi terzi diversi dall’Ucraina che non possono dimostrare che soggiornavano legalmente sulla base di un permesso di soggiorno permanente” (in questi termini la richiamata decisione UE). Per coloro che sono esclusi dalla protezione temporanea, esclusione rimessa, in ultima istanza, alle valutazioni discrezionali delle autorità degli Stati membri, si aprono le porte della detenzione amministrativa prodromiche all’espulsione.
Come non vedere, allora, la contraddizione di uno Stato membro, come la Polonia che ha accolto circa 3 milioni di profughi ucraini, mentre, allo stesso tempo, ha chiuso arcignamente le porte d’ingresso ai profughi di altre guerre occidentali, lasciandoli, letteralmente, morire di fame e freddo ai confini con la Bielorussia?
In definitiva, l’esempio dato sulla selettività delle procedure di accoglienza dei profughi dall’Ucraina non è un buon viatico rispetto all’esodo epocale dall’Africa che attende l’Europa, la quale non sembra culturalmente attrezzata per comportarsi da attore globale, esercitando l’onere dell’egemonia (regionale), ossia di farsi carico delle conseguenze delle proprie scelte. Non basterà giustificarsi dicendo “ce lo ha chiesto l’America”: andava piuttosto indagato cosa ci chiedeva e ci chiede l’Africa.

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