web magazine di
cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

web magazine di cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’autunno in Germania, dentro il voto

Prima ancora di conoscere i risultati finali, il cancelliere Friedrich Merz ha sentito il bisogno di riconoscere la sconfitta con l’intenzione evidente di esorcizzarne gli effetti. La sua CDU, il partito che fu di Adenauer, Kohl e Merkel, pilastro indispensabile del sistema politico tedesco, è rimasto sotto la soglia del 5% ed è finito fuori dal Landtag di Schwerin, capitale del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Una sconfitta senza precedenti. Impensabile per chi ancora ricordi il comizio di Helmut Kohl, proprio nella piazza sotto il castello, nel marzo del 1990, in occasione delle prime e uniche elezioni libere della DDR. Il cancelliere della BRD, accolto come un liberatore nella “straniera” DDR, faceva allora campagna elettorale per la CDU e per la riunificazione nella Germania ancora comunista. Molta acqua è passata sotto i ponti. Domenica 20 settembre si è votato in Meclemburgo e a Berlino. Due settimane prima si era votato in Sassonia-Anhalt. Le cose sono andate male per il partito del Cancelliere e non sono andate bene per la SPD, partner della CDU e della CSU bavarese nel governo federale. L’AFD, il partito della destra estrema, ha sfondato in Sassonia, è diventato primo partito in Meclemburgo e ha raddoppiato i voti a Berlino, dove come primo partito, con distacco, si è affermata invece la Linke. Hanno vinto insomma i due partiti che la CDU-CSU considera non democratici e con i quali esclude di fare alleanze. Merz, dunque, si è presentato alle telecamere e ha ammesso che il voto è stato un “disastro” per il suo partito, ma che non intende gettare la spugna perché il paese ha bisogno di riforme per prepararsi al futuro e proprio “queste riforme sono l’antidoto contro il veleno autoritario che, insieme al fascino dell’autoritarismo, si insinua sempre più a fondo nella nostra società”. Che la Germania abbia bisogno di riforme è indubbio. Che queste siano quelle messe in cantiere dal governo CDU/CSU-SPD può essere oggetto di discussione: la riforma della previdenza, i risparmi sulla sanità, i tagli alla spesa sociale e il riarmo non sembrano entusiasmare i tedeschi. Come Merz evoca il fantasma dell’”autoritarismo”, certo pensando all’AFD, altri potrebbero evocare il fantasma del “militarismo”, pensando alle spese per il riarmo (con regole speciali per metterle fuori bilancio) e all’obiettivo di fare della Bundeswehr l’esercito più potente d’Europa nell’arco di poco più di un decennio. No, non sembra che le “riforme” di Merz e del suo vice e ministro delle finanze, il socialdemocratico Lars Klingbeil, siano molto popolari. Secondo l’ultimo sondaggio disponibile (INSA, 20.09.2026), i due partiti di governo, insieme, arriverebbero appena al 33% (20 CDU-CSU e 13 SPD), undici punti in meno del risultato (28,5 + 16,4) ottenuto nelle elezioni federali del febbraio dello scorso anno.  Da tempo, la SPD, l’altro pilastro del sistema politico tedesco, è sotto il quindici per cento. I Verdi, oggi all’opposizione, sono intorno al 15 e i liberali (FDP, ora fuori dal Bundestag, galleggiano sotto la soglia di sbarramento). Mentre il primo partito, ormai con distacco, sarebbe l’AFD, intorno al 29/30%. Un partito anti-sistema. E sopra il 10% risulta la Linke, per metà dentro il sistema (è al governo in un paio di Laender e potrebbe guidare il prossimo governo nel Land di Berlino) e per metà fuori (esclusa dal governo federale). Infine, ormai stabilmente sotto la soglia del 5% viene stimato il BSW (Buendnis Sahra Wagenknecht), partito di sinistra nazionale, che ha fatto della lotta contro la guerra e contro il riarmo la propria cifra identitaria. La Germania si trova dunque a gestire le conseguenze della guerra in Ucraina e del collasso del paradigma economico mercantilista (a causa dell’energia a caro prezzo e dei protezionismi) con un sistema politico sempre più debole, per non dire esausto. Il consenso per i partiti di sistema (CDU-CSU, SPD, Verdi, FDP) è passato dal 76% dei voti alle elezioni del 2021 al 60,9% delle elezioni del 2025, mentre quello dei partiti anti-sistema (AFD, Linke, BSW) era salito dal 14,9 al 34,5%. Certo, la Linke non è in alcun modo assimilabile ad AFD: anzi, partecipa con la massima convinzione al “cordone sanitario” che esclude la destra estrema dal confronto democratico. Ma anche l’eventuale “recupero sistemico” della Linke, che non mostra comprensione per la Russia in Ucraina, e quindi appare “allineabile” sul piano internazionale, mentre ha accentuato le rivendicazioni “socialiste” (statalizzazione delle grandi società immobiliari e patrimoniale), non pare né facile né risolutivo. E’ vero che la Linke ha aiutato – e non fu  aiuto da poco – l’attuale maggioranza, all’inizio della legislatura, ad elezioni già avvenute, a fare decidere la riforma del “freno al debito” (Schuldenbremse) per il riarmo e il fondo speciale per le infrastrutture al Bundestag uscente, dove c’era la necessaria maggioranza costituzionale dei due terzi, pochi giorni prima della costituzione del Bundestag attuale, dove quella maggioranza non c’era. Così come ha consentito una seconda votazione immediata per permettere l’elezione di Merz a cancelliere che, fatto senza precedenti, era stato bocciato alla prima votazione da una ventina di franchi tiratori. Forzature che non tutti apprezzarono. Ma, un’alleanza della Linke con la CDU-CSU è inimmaginabile e la costruzione di un fronte progressista, come alternativa di sinistra (SPD, Verdi, Linke, BSW) è di là da venire, oltre ad essere elettoralmente parecchio dietro a un’eventuale – non meno inimmaginabile – destra unita (AFD-CDU/CSU-FDP). Sono scenari futuribili, ma che i risultati delle recenti elezioni regionali potrebbero mettere alla prova. In Meclemburgo, partecipazione in crescita del 7%, la SPD ha perso 4 punti ma ha tenuto (35,5%) e potrà continuare a governare, però allargando ai Verdi, rimasti nel Landtag per un pelo (5,7, meno 0,6), l’attuale coalizione con la Linke, che pure non è uscita bene dal voto (6,5%, meno 3,4). Per fortuna del capo del governo uscente, Manuala Schwesig, sia la CDU che BSW hanno mancato di poco la soglia del 5%. Diversamente, formare una maggioranza sarebbe stato più difficile. Scontato che l’AFD, che ha quasi raddoppiato i voti (38,2%, più 21,5), resterà all’opposizione. La città-stato e capitale federale Berlino fa testo a sé. Lì gli elettori, partecipazione in crescita di 10 punti, hanno mandato a casa il governo uscente, formato da CDU (scesa al 18,8%, meno 9,5 punti) e SPD (scesa al 12,1, meno 6,3) e premiato la Linke che, guidata dall’aspirante sindaca Elif Eralp, 45enne giurista di origini turche, è primo partito e ha quasi raddoppiato i voti (25,7%, più 13,4). I verdi non sono andati benissimo (14,3, meno 4,1), ma sembrano intenzionati a formare una coalizione con Linke e SPD. L’AFD non sfonda, ma raddoppia quasi i voti (16,3%, più 7,2), mentre resta fuori di poco BSW e resta del tutto fuori gara la FDP. Esclusa la AFD, nel Landtag di Berlino esistono però due maggioranze possibili: la prima formata da Linke, SPD e Verdi; e una seconda formata da CDU, SPD e Verdi. La prima è più probabile, ma non sarà facile trovare un accordo. La Linke ha centrato tutta la campagna sul caro-affitti e sul controllo statale delle grandi società immobiliari private, cosa che non entusiasma i potenziali alleati. E anche la questione palestinese potrebbe finire sul tavolo negoziale per la posizione critica della Linke verso Israele. Quindi, Meclemburgo e, ancora di più, Berlino potrebbero diventare laboratori di un nuovo progetto di sinistra. Si può vedere così, ma a condizione di bendarsi gli occhi per non vedere l’elefante nella stanza. E l’elefante nella stanza del sistema politico tedesco si chiama AFD, Alternative fuer Deutschland. La strategia del “cordone sanitario” (o Brandmauer – Muro Tagliafuoco) non ha funzionato. Lo “stigma” di “partito estremista di destra” impressole nel dibattito pubblico in forza dei rapporti dell’Ente per la Tutela della Costituzione (Bundesamt fuer Versfassungsschutz) non hanno scoraggiato gli elettori dal votarla. Le elites tedesche dovranno rispondere a due domande. Primo: come si spiega il successo, a questo punto non effimero, di AFD? E, secondo, come rapportarsi a questo partito? Qui ci limitiamo a segnalare cinque questioni di assoluto rilievo che l’AFD pone e che trovano attenzione nella società tedesca: i) immigrazione e islam, cultura tedesca invece di multiculturalismo, espulsione effettiva dei richiedenti asilo non aventi titolo (la Germania ha 83,4 milioni di abitanti, di cui 12,4 milioni di stranieri e 14 milioni di tedeschi con background migratorio); ii) critica della transizione “green”, riapertura del nucleare e acquistare di nuovo gas dalla Russia; iii) per la famiglia tradizionale, contro il gender e il wokismo e corrispondenti politiche scolastiche; iv) ristabilire i rapporti con la Russia e pace in Ucraina; v) meno Unione Europea e maggiore partecipazione politica introducendo il referendum (anche sull’euro) e l’elezione diretta del capo dello Stato. E’ un programma di destra, di destra estrema, forse di destra reazionaria. Ma la questione di fondo è: sono temi di cui si può dibattere e su cui ci si può confrontare democraticamente in una società democratica o sono temi che portano di per sé all’emarginazione e all’esclusione dal confronto democratico? La questione è aperta. Chissà se qualcosa si potrà capire dalle prossime vicende della Sassonia Anhalt, dove l’AFD ha da sola gli stessi seggi di CDU-SPD-Verdi-Linke e ago della bilancia è BSW? Se la risposta è, come sembra, che i temi e le proposte dell’AFD sono, in quanto tali, antidemocratici e gli “stigmi” (etnonazionalista, fascista, neonazista, russofilo, islamofobo, negazionista climatico) esauriscono il dibattito, gli scenari che si prospettano per la Germania non sono rassicuranti. Il primo scenario potrebbe essere quello di continuare come adesso, con il “cordone sanitario”: il rischio è che, anziché neutralizzare l’AFD, l’esclusione della destra metta sempre più in tensione la CDU-CSU (i segnali ci sono già), fino a provocarne una vera crisi e la spaccatura con effetti devastanti per il sistema politico. Il secondo potrebbe essere che la CDU-CSU cerca di integrare e trasformare l’AFD, sfidandola a governare e a fare compromessi. Ma non sembra che ci siano al momento le condizioni e, forse, è già troppo tardi: l’AFD è già troppo forte, mentre per un’operazione del genere sarebbe stato indispensabile un rapporto di forze invertito. Il terzo scenario è quello della messa fuorilegge dell’AFD: una prospettiva al momento improbabile, ma che ha sostenitori in tutti i partiti. Sospendere la democrazia per salvare la democrazia? Questo è, al momento, lo stato delle cose nella Germania che voleva essere un modello per l’Europa e che invece sembra avere perso la bussola. Gli eventi corrono. Merz è uscito ben più che azzoppato dalle recenti elezioni regionali e non è affatto detto che a scongiurare gli effetti della sconfitta basti la faccia lugubre e l’aria dimessa (ma orgogliosa) con cui ha ammesso la sconfitta disastrosa

image_pdfimage_print

Vuoi ricevere la nostra newsletter?

Privacy 

Newsletter

Privacy 

Ultimi articoli pubblicati