La proposta di bilancio del Governo è lo specchio di un modello stagnazionista, perfetto brodo di cultura per l’aumento delle diseguaglianze. Il tema del lavoro povero, sempre eluso (affossamento del progetto di legge sul salario minimo), è stato aggravato dalla “pensione povera”: per fare cassa si è negli ultimi anni intervenuti sulla perequazione automatica delle pensioni della “classe media” con un appiattimento verso il basso che svilisce le differenze, in contraddizione con i principi costituzionali degli artt. 36 e 38 Cost. Un’altra vistosa negazione della necessità di stimolare la crescita puntando, come è nell’interesse nazionale, sulla domanda interna. Non si tratta di una scelta innocente, se si pensa al suo esito necessitato: l’incentivo della previdenza privata. Conducono nella stessa direzione i condoni previdenziali seriali (che rendono sempre più precari i bilanci dell’INPS) e la complementare politica della tassazione (progressiva riduzione delle aliquote IRPEF guardando alla fantomatica flat tax al 15%), la cui insostenibilità è aggravata dalle programmate spese per il riarmo. Un progetto punitivo per i redditi medi da lavoro dipendente, con buona pace del vincolo costituzionale della progressività. Concorre a questo esito l’ulteriore ampliamento della platea di professionisti e micro-imprenditori passati al regime forfettario del 15%. Una scelta giustificata con la retorica dell’emersione del sommerso tramite riduzione delle imposte. Una ricetta buona per ogni genere di taglio delle imposte che avvantaggia i ricchi e illude i meno abbienti di partecipare alla cuccagna del “meno tasse per tutti”, ben sapendo che la perdita di gettito comporta, a fronte delle minori entrate, tagli alla spesa sociale. Si scrive attenzione ai ceti medi, si legge Stato sociale regressivo.
- Lavoro povero e modello neomercantilista
Tra gli interventi normativi più annunciati e rivelatori dell’identità delle destre al governo si collocano l’abolizione del reddito di cittadinanza e la graduale introduzione della flat tax. Interventi complementari, che dirottano l’attenzione sull’obiettivo – apparentemente raggiunto – di aumentare il tasso d’occupazione e di ridurre le imposte ai ceti meno abbienti, ma che celano il privilegio per il popolo delle partite IVA e il consolidamento dei divari reddituali, attestato dal costante e drammatico peggioramento degli indici di diseguaglianza e di mobilità sociale (Gabbuti 2025) e dall’aumento implacabile del tasso di povertà in Italia. Non si tratta di interventi di rottura: la restrizione del reddito di cittadinanza era una delle riforme in cantiere del governo Draghi (proprio ciò che ha innescato lo scontro con il M5S contribuendo alla crisi di governo), mentre la c.d. flat tax sfrutta la pluridecennale strategia dell’emersione del sommerso attraverso il ricorso alla tassazione agevolata, per estenderlo all’obiettivo della semplificazione e della riduzione delle imposte sul reddito.
La sostituzione del reddito di cittadinanza del governo “giallo-verde” (d.l. n. 4/2019) con l’assegno di inclusione (d.l. n. 48/2023), ha ridotto di molto sia la platea dei beneficiari sia l’importo per molte famiglie (quelle con persone non occupabili): si tratta di una replica, a quasi vent’anni di distanza, della riforma Harz IV del governo socialdemocratico tedesco nel 2004 per offrire alle aziende manodopera a basso costo, minacciando la perdita delle previdenze pubbliche in caso di rifiuto di proposte di lavoro (anche se inadeguate o collocate in sedi molto lontane dalla residenza[1]). Ma nel 2004 le prospettive per il neomercantilismo tedesco (incentrato sull’aumentare l’occupazione indebolendo il potere dei lavoratori assoggettati al vincolo della competitività esterna) erano ben diverse da quelle attuali: la domanda estera oggi è in crisi e andrebbe (finalmente) compensata da quella interna, attraverso l’aumento dei salari e del tenore di vita dei ceti medio-bassi. Cosa che l’abrogazione del reddito di cittadinanza mira precisamente a evitare, puntando invece a favorire le piccole e medie imprese affamate di lavoratori a basso costo. Non vale a ribaltare un simile quadro la pletora degli incentivi alle imprese, che pure rivestono un forte valore propagandistico[2], come il caso degli incentivi all’assunzione dei c.d. giovani neet a condizione che si iscrivano al programma nazionale “Iniziativa Occupazione Giovani”[3]. Continuare a incentivare la c.d. occupabilità, in assenza di una domanda adeguata, non può far crescere la “buona occupazione” (Pennacchi, Fazio, 2025), conducendo semmai alla “piena sottoccupazione” (Carboni, Brancati, 2024). Mentre la Costituzione, occorre ricordarlo, non si limita a propugnare la doverosità di politiche pubbliche di pieno impiego (art. 4), bensì anche la garanzia di una retribuzione «proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36).
Assai più promettente, e in controtendenza, l’inserimento negli appalti pubblici dei minimi salariali agganciati ai contratti collettivi delle organizzazioni comparativamente più rappresentative[4], sempre che questo tipo di interventi riesca a passare indenne attraverso le forche caudine della Corte di giustizia UE. L’opzione neo-mercantilista è invece pienamente confermata dall’ulteriore liberalizzazione dei contratti a termine (già varata col jobs act[5]), dall’ampiamento della facoltà di ricorrere alla somministrazione di lavoro (aumentando la quota di lavoratori precari entro le imprese), dall’allargamento surrettizio della nozione di lavoro stagionale, sempre per facilitare le assunzioni a termine[6].
Altro elemento importato (malamente) dalla Germania è stata l’introduzione della sedicente “partecipazione dei lavoratori” all’organizzazione e gestione delle aziende (l. n. 76/2025), con l’ambizione di attuare l’art. 46 Cost. La legge, frutto del pesante rimaneggiamento di una proposta della CISL, lascia alla benevolenza del singolo datore la scelta sul se e come concedere ai lavoratori diritti di partecipazione negli organi e nelle scelte aziendali, con un debole incentivo fiscale alla partecipazione agli utili, in cambio di una parziale rinuncia ai diritti sindacali nei luoghi di lavoro. La legge sulla partecipazione interseca l’annosa questione italiana della parallela e pluridecennale stagnazione di salari e produttività, finora analizzata con la lente distorta del rapporto di causazione “salari bassi dovuti alla scarsa produttività”. Vale piuttosto l’inverso (“salari alti impongono maggiore produttività alle imprese”: Tronti, 2023). Pertanto, l’ipotesi della co-gestione quale strumento per pungolare le imprese a incrementare la produttività, anziché rincorrere i profitti abbassando il costo del lavoro, potrà trovare conferma solo al di fuori del modello paternalista e gerarchico prefigurato dall’attuale legge, nonché, a monte, all’interno di un quadro istituzionale che rafforzi il potere sindacale della contrattazione salariale a livello nazionale (Lassandari, 2025). Ciò, a sua volta, necessita di una legge sulla rappresentanza con cui neutralizzare efficacemente i più di mille contratti pirata attualmente vigenti in Italia, non delle false piste che l’attuale governo porta avanti assieme a forze sindacali refrattarie all’idea di conflitto tra capitale e lavoro, che invece la Costituzione pienamente legittima. Si tratterebbe finalmente di attuare l’art. 39 della Costituzione, secondo cui i sindacati con un ordinamento interno a base democratica possono ottenere la personalità giuridica e, di qui, rappresentare unitariamente i propri iscritti al fine di «stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce». Più che di una falsa attuazione dell’art. 46, dunque, si ha l’urgenza di una politica economica che passi per la piena attuazione dell’art. 39 Cost., con cui ridare centralità alla contrattazione nazionale e alle forze sindacali autenticamente rappresentative. Senza dimenticare che l’irreggimentazione prefigurata dai Padri costituenti nell’art. 39 non è affatto alternativa alla legittimazione del conflitto sociale, stante la proclamazione del diritto di sciopero nell’art. 40. Un diritto che è, invece, finito nel mirino della campagna di delegittimazione del governo delle destre e degli organi di stampa allineati.
La questione del lavoro povero non solo è elusa dal governo Meloni (affossamento del progetto di legge sul salario minimo), ma è aggravata dalla “pensione povera”: per fare cassa (risparmio fino a 54 miliardi in 10 anni), le leggi di bilancio 2023 e 2024 hanno modificato la perequazione automatica (rivalutazione per blocchi anziché per scaglioni) per le pensioni superiori 4 volte il minimo (circa 1.650 euro), con un appiattimento verso il basso che svilisce le differenze contributive e di carriera, in contraddizione con i principi costituzionali di cui agli artt. 36 e 38 Cost.[7]. Un’altra vistosa negazione dell’esigenza di stimolare la crescita puntando sulla domanda interna. Ma non si tratta di una scelta irrazionale, se si pensa al suo esito necessitato: l’incentivo della previdenza privata a favore dei grandi fondi transnazionali (Volpi, 2025)[8]. Conducono nella stessa direzione i condoni previdenziali seriali (che questo governo ha intensificato ma certo non inventato), nella misura in cui rendono sempre più precari i bilanci dell’INPS.
- Le politiche fiscali e di bilancio
Venendo alla (complementare) politica della tassazione, il fiore all’occhiello della delega fiscale (l. n. 111/2023) sta appunto nella progressiva introduzione dell’aliquota unica IRPEF al 15% nell’arco di 5 anni, cosa della cui sostenibilità per il bilancio pubblico si dubita altamente, soprattutto dinanzi alle programmate spese per il riarmo, ma che ha già ricevuto parziale attuazione con la riduzione a 3 delle aliquote IRPEF[9]. Invero, le aliquote marginali effettive (inclusive degli effetti delle detrazioni e “bonus Renzi 2.0”) sono almeno 5 e il loro funzionamento restituisce un quadro chiaramente punitivo dei redditi da lavoro dipendente medi (tra i 32 e i 40 mila l’aliquota effettiva sale al 56,18%, per poi scendere al 43% oltre i 50 mila: Franzetti, 2025), con buona pace del vincolo costituzionale della progressività delle imposte (art. 53 Cost.). Un esito, questo, sicuramente non casuale, da mettersi a sistema con l’intervento che ha ampliato grandemente la platea di professionisti e micro-imprenditori titolati ad abbandonare l’IRPEF per passare al regime forfettario del 15% (innalzando la soglia reddituale da 65 a ben 85 mila euro annui). Il governo Meloni ha compiuto questa scelta potendosi giovare di un dispositivo già avviato da tempo e legittimato dalla coperta della lotta all’evasione fiscale attraverso la riduzione delle imposte per favorire l’emersione (Paladini, 2024). Una legittimazione amplia e flessibile, buona per ogni sorta di taglio delle imposte o – peggio – condono fiscale[10], che finisce per avvantaggiare i ricchi e illudere i meno abbienti di partecipare alla cuccagna del “meno tasse per tutti”, quando invece la perdita di gettito fiscale comporta, ovviamente, tagli alla spesa sociale e/o aumenti del debito pubblico per compensare le minori entrate. Scelta quanto mai ideologica e controproducente, se si pensa che, almeno dal teorema di Haavelmo (1945), è noto che ridurre la spesa pubblica a copertura di una corrispondente riduzione delle imposte, lungi dall’essere neutrale, comporta una riduzione di pari importo del reddito nazionale. La spesa pubblica, soprattutto in fasi recessive, sostiene la crescita assai più che il taglio delle imposte, specie se quest’ultimo avvantaggia prevalentemente i ricchi. Ancora una volta, la bussola ce la offre la Costituzione e il suo art. 53, che, facendo sistema con l’obiettivo del pieno impiego “dignitoso” e il rafforzamento delle forze sindacali (artt. 4, 36, 39 e 40 Cost.), impone la progressività delle imposte nella consapevolezza che il carico fiscale deve alleggerirsi rispetto alle classi sociali con maggiore propensione al consumo (quelle medio basse), affinché la domanda interna possa stimolare adeguatamente gli investimenti.
La riforma del sistema delle detrazioni ha comportato un ulteriore peggioramento dell’IRPEF per i lavoratori dipendenti a medio reddito: l’aggravamento del drenaggio fiscale causato dal mancato scorporo dell’inflazione dal reddito del contribuente, che rende irrilevante al fisco la perdita di potere d’acquisto (UPB, 2025). «In un contesto in cui la dinamica retributiva è risultata già di per sé insufficiente a compensare l’inflazione, l’intensificazione del prelievo fiscale derivante dall’interazione tra inflazione e progressività rischia di erodere in misura significativa gli incrementi nominali delle retribuzioni» (ibidem). Una ragione in più per rivendicare strumenti di garanzia del lavoro dipendente contro l’inflazione assai più incisivi dei pannicelli caldi cui fa ricorso questo governo[11] (in continuità, del resto, con i precedenti)[12].
Per quanto riguarda le politiche di bilancio, il nuovo Patto di stabilità del 2024 vincola l’Italia, anche dopo l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo prevista per il 2026, a un percorso pluriennale di austerity (fino al 2029), i cui risultati si stanno già vedendo: per ridurre il rapporto deficit/Pil, si realizzano avanzi primari (entrate maggiori delle spese) che deprimono inevitabilmente la crescita, peggiorando il rapporto debito/Pil (UPB, 2025). Le alchimie contabili del nuovo Patto di stabilità fanno sì che Commissione e Ministro dell’economia gareggino nel minimizzare l’impatto dell’austerity programmata (Guarascio, Zezza, 2024), i cui esiti strutturali negativi, una volta esaurito l’interregno del superbonus e del PNRR, si paleseranno probabilmente soltanto dopo che avremo ricevuto una serie di pagelle positive tanto da Bruxelles quanto dalle agenzie di rating. Assai discutibile che la Commissione abbia esentato dall’austerity la sola spessa bellica, chiedendo all’Italia di incrementarla conformemente agli impegni presi nel marzo 2025 (UPB, 2025)[13]. La scelta del Governo di chiedere 15 miliardi del fondo europeo SAFE per il riarmo a debito non scioglie certo il nodo, posto che si tratta di un prestito europeo da ripagare negli anni e non di un contributo a fondo perduto, come avvenuto per una quota del NGEU. Né sarà un toccasana attivare la clausola del Patto di stabilità che consente – con una forzatura interpretativa patrocinata dalla Commissione nel ReArmEU – di scorporare la spesa bellica dai vincoli di bilancio, una volta che saremo usciti dalla procedura per deficit eccessivo (probabilmente nella primavera del 2026): come avvenuto con il Covid, quando sarà spirato il periodo in deroga, avremo comunque accumulato nuovo debito che peserà sui bilanci futuri vincolandoci a nuova austerity. Fra l’altro, si tace il dato dei bassi moltiplicatori della crescita che caratterizzano la spesa per armamenti (riempire i magazzini di nuovi proiettili non è come fornire nuove attrezzature ospedaliere o mettere in sicurezza gli argini dei fiumi). Certo: avremo più sicurezza contro “minacce esterne”. Ma se la spesa bellica degli Stati dell’UE nel 2024 è risultata del 58% superiore a quella russa, è evidente che la sicurezza europea non può raggiungersi aumentando le spese dei singoli Stati membri (Viesti, 2025).
La manovra per il 2026 (18,7 miliardi, con quasi 10 di tagli alla spesa pubblica), con l’aumento dell’11% delle spese per la difesa e un incremento appena al di sopra dell’inflazione per le spese sanitarie, non poteva che confermare il quadro tratteggiato fin qui: il suo impatto sull’andamento del Pil è dichiaratamente nullo, a fronte di previsioni al ribasso della già anemica crescita. L’intervento di sedicente alleggerimento dell’IRPEF per il ceto medio (dai 28 ai 50 mila euro) produrrà un beneficio ridicolmente basso per i redditi inferiori entro tale forbice, come attestato da Bankitalia e UPB[14].
La proposta di bilancio del Governo (difficilmente emendabile in Parlamento) è, dunque, lo specchio di un modello stagnazionista, perfetto brodo di cultura per l’aumento delle diseguaglianze. L’art. 3, co. 2, Cost., punta nella direzione diametralmente opposta, nella consapevolezza che senza autentica ed effettiva eguaglianza socio-economica, oltre che giuridica, i lavoratori non potranno mai porsi alla guida del processo democratico immaginato dai nostri Costituenti dopo il tracollo del regime fascista.
Autori citati:
Brancaccio E., Il rigore a vuoto e la spirale verso la povertà, il Manifesto, 18 ottobre 2025.
Carboni C., Brancati F., Il fascino ingannevole della piena sottoccupazione (13 dicembre 2024), in Eticaeconomia.it.
Franzetti E., La giungla dell’Irpef per i lavoratori dipendenti (11 marzo 2025), in Osservatorio CPI.
Gabbuti G., Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze (29 settembre 2025), in Eticaeconomia.it.
Guarascio D., F. Zezza, Nuova austerità alle porte? Un’analisi delle nuove regole fiscali europee (28 Settembre 2024), in Eticaeconomia.it.
Lassandari A., L’accordo del luglio 1993 e lo “stallo” dei salari. Un modello da ripensare, in RGL n. 1/2025, 3ss.
Paladini R., Che fine ha fatto l’Irpef? (13 dicembre 2024), in Eticaeconomia.it.
Pennacchi L., Fazio G., Idee impavide per l’occupazione piena e buona, il Manifesto, 22 luglio 2025.
Tronti L., La questione salariale italiana. Caratteri di lungo periodo e prospettive di risoluzione, in SINAPSI, XIII, n. 2/2023, 61ss.
UPB-Ufficio parlamentare di bilancio, Rapporto sulla politica di bilancio. Giugno 2025.
Viesti G., Il ReArm Europe non è la scelta migliore per la sicurezza degli Europei (31 marzo 2025), in Eticaeconomia.it.
Volpi A., I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Roma-Bari 2025.
[1] Il decreto lavoro (d.l. n. 48/2023) prevede che non possano rifiutarsi contratti (anche a tempo determinato) qualora il luogo di lavoro si trovi entro gli 80 km dal domicilio o sia raggiungibile entro 120 minuti (!) con il trasporto pubblico.
[2] Il d.d.l. di bilancio 2026 prevede circa 4 miliardi di agevolazioni per le imprese.
[3] Art. 27 d.l. n. 48/2023, invero in attuazione di un programma cofinanziato dall’UE.
[4] D.lgs. n. 209/2024.
[5] D.lgs. n. 81/2015, su cui interviene l’art. 24 del d.l. n. 48/2023.
[6] Art. 11 l. n. 203/2024.
[7] Art. 1 co. 309 l. n. 197/2022 e art. 1, co. 135, l. n. 213/2023, su cui dovrà giudicare a breve la Corte costituzionale.
[8] Nel silenzio della stampa, si annuncia una riforma che punta a trasferire il Tfr a fondi privati defiscalizzati, che a fronte del debole meccanismo del silenzio-assenso dei titolari, consentirà a questi ultimi di scegliere gli investimenti più lucrosi (e magari rischiosi), con grande beneficio dei colossi USA del risparmio gestito.
[9] 23% per redditi fino a 28.000 euro, 35% tra 28.000 e 50.000 euro e 43% oltre i 50.000. Il disegno di legge di bilancio per il 2026 prevede la riduzione dell’aliquota intermedia dal 35% al 33%.
[10] Nel d.d.l. bilancio 2026 si prevede la quinta rottamazione delle cartelle esattoriali con esclusione solo di coloro che non hanno mai presentato una dichiarazione dei redditi.
[11] Le misure previste dal d.d.l. di bilancio per il 2026 (detassazione degli incrementi salariali derivanti dai nuovi contratti, con minaccia di aumenti forzosi in caso di mancati rinnovi) non arriverebbero a compensare neppure il 10% del crollo del potere d’acquisto di uno stipendio medio-basso, mentre le pensioni minime otterranno poco più di 10 euro netti mensili (Brancaccio 2025).
[12] Cfr. la proposta di legge depositata dai parlamentari di AVS nel luglio 2025 di adeguamento automatico annuale all’inflazione (“Sblocca stipendi”).
[13] Il Documento programmatico di finanza pubblica del 3 ottobre 2025 contempla un aumento che va dallo 0,15% del Pil nel 2026 allo 0,5% nel 2028 (quasi 23 miliardi in tre anni).
[14] Nell’ambito dei lavoratori dipendenti, il beneficio medio annuo è pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai; per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro.




