Attualmente mi trovo in Brasile come professor visitante presso l’Università di Santa Catarina (Florianópolis). Alla ricerca di chiavi di lettura non banali per comprendere l’incandescente conflitto, non solo commerciale, tra Brasile e Stati Uniti, mi sono imbattuto nella visione di un film-documentario della regista Petra Costa (già candidata al Premio Oscar), che ha avuto vasta eco e diffusione in tutto il mondo grazie a Netflix: “Apocalipse nos Trópicos” (Apocalisse ai Tropici).
L’influenza della Chiesa evangelica
Il docu-film ha il merito di mettere in luce l’influenza capillare della Chiesa evangelica sulla società brasiliana, ma anche su quella statunitense, negli ultimi decenni. La regista, infatti, evoca più volte il destino parallelo tra il “padrino” Donald Trump e il suo “attendente” preferito Jair Bolsonaro.
In entrambi i Paesi, la Chiesa evangelica si è assunta la missione di costituire un’alternativa conservatrice al movimento della “teologia della liberazione”, corrente religiosa e culturale che ha rappresentato uno dei pilastri ideologici su cui si è consolidato il Partido dos Trabalhadores di Luiz Inácio Lula da Silva.
Mentre la teologia della liberazione, sviluppatasi in America Latina a partire dagli anni Sessanta, si proponeva di promuovere l’emancipazione collettiva delle classi subalterne, reinterpretando il messaggio cristiano come lotta per la giustizia sociale, la Chiesa evangelica ha progressivamente affermato una visione opposta: esorta i propri adepti a perseguire un riscatto individuale, diventando imprenditori di sé stessi e arricchendosi, con buona pace della solidarietà e del legame comunitario.
Jair Bolsonaro e il disegno della “provvidenza”
La parte centrale del documentario ricostruisce il ruolo determinante svolto dalla Chiesa evangelica nel costruire un’inedita alleanza trasversale tra segmenti sociali differenti – dall’alta e media borghesia alla potente corporazione dell’industria agro-alimentare, fino ad alcuni settori del mondo del lavoro – finalizzata a sostenere l’ascesa alla Presidenza della Repubblica di Jair Bolsonaro, il cui mandato ebbe inizio il 1° gennaio 2019. Una vittoria elettorale che uno dei più noti e iconici leader dell’evangelismo brasiliano, il pastore Silas Malafaia, non ha esitato a presentare come la realizzazione di un disegno provvidenziale.
Più prosaicamente, Jair Bolsonaro ha agito come un fedele esecutore dei desiderata di Washington, perseguendo con coerenza l’obiettivo di impedire qualsiasi ipotesi di organizzazione autonoma dello spazio latino-americano. Da un lato, ha posto fine all’ambizioso progetto di integrazione regionale promosso da Lula attraverso la creazione dell’UNASUL (Unione delle Nazioni Sudamericane); dall’altro, ha sostenuto il MERCOSUR, solo nella misura in cui esso si limitasse a essere una semplice area di libero scambio, priva di autonomia strategica e non in concorrenza con l’area economica statunitense. Non meno ostile è stato il suo atteggiamento nei confronti dei BRICS, da lui recentemente apostrofato come una «riunione di dittatori» che allontanerebbe il Brasile dai presunti valori occidentali incarnati dagli Stati Uniti.
Non sorprende, dunque, che Donald Trump abbia preso apertamente le difese di Jair Bolsonaro, senza alcuna considerazione per la sovranità della Repubblica Federale del Brasile, nel momento in cui quest’ultimo è sottoposto a processo dinanzi al Supremo Tribunal Federal (STF) per gravi reati connessi al tentativo di sovvertire violentemente il risultato elettorale del 2022. Tra i capi d’accusa figurano: associazione criminale armata, tentativo di abolizione violenta dello stato di diritto, colpo di stato e distruzione di patrimonio pubblico.
Per venire in soccorso del suo alleato, Trump ha annunciato l’introduzione di una tariffa doganale del 50% su tutte le merci importate dal Brasile, una delle aliquote più elevate imposte da Trump, peraltro in violazione della stessa Costituzione USA che attribuisce al solo Congresso l’autorità ad imporre dazi (Joseph E. Stiglitz, 2025). Secondo alcuni commentatori autorevoli, tale misura, pur apparendo punitiva, potrebbe avere un effetto paradossalmente “positivo” per l’economia brasiliana: i prodotti destinati all’export verrebbero reindirizzati al mercato interno, con un potenziale effetto deflattivo che gioverebbe soprattutto ai ceti sociali più vulnerabili, in un paese storicamente segnato da alti tassi di inflazione.
Fino agli eventi più recenti. Il 18 luglio di quest’anno, il giudice relatore del processo, Alexandre de Moraes, ha disposto misure cautelari nei confronti di Jair Bolsonaro, tra cui l’obbligo del braccialetto elettronico. Secondo l’accusa, Bolsonaro, insieme al figlio Eduardo, attualmente “rifugiatosi” negli Stati Uniti per sottrarsi all’azione della giustizia brasiliana, avrebbe agito in coordinamento con autorità governative statunitensi nel tentativo di ottenere l’imposizione di sanzioni economiche e diplomatiche contro il Brasile, al fine di condizionare l’operato di pubblici funzionari brasiliani, in aperto disprezzo della sovranità nazionale.
In reazione a tali misure, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha annunciato la revoca dei visti d’ingresso negli Stati Uniti per il giudice Alexandre de Moraes, alcuni suoi “alleati” del Supremo Tribunal Federal (STF), e i rispettivi familiari. Da ultimo (30 luglio), lo stesso Rubio ha decretato l’applicazione di sanzioni finanziarie allo stesso giudice Moraes in forza della “Legge Magnitsky” che è deputata a punire “gravi violazioni dei diritti umani”: nella specie l’asserito accanimento processuale contro Bolsonaro e una generica violazione della libertà d’espressione (leggasi imposizione di limiti contenutistici alle piattaforme sociali made in USA).
Lula da Silva, l’“Anticristo”
La Chiesa evangelica e i settori più conservatori della società brasiliana hanno raffigurato la “miracolosa” vittoria elettorale di Lula nel 2022 come l’avvento dell’Anticristo e l’instaurazione di un “regno delle tenebre”. Una rappresentazione “apocalittica” che, con ogni probabilità, trova eco anche presso l’attuale inquilino della Casa Bianca e il suo entourage più prossimo, soprattutto alla luce della dura reazione di Lula all’aggressione commerciale promossa dagli Stati Uniti.
Vale la pena ricordare al lettore che Lula, a lungo ingiustamente perseguito dal giudice Sergio Moro, successivamente nominato Ministro della Giustizia durante la presidenza Bolsonaro, ha trascorso oltre un anno e mezzo di detenzione nel carcere di Curitiba, nello Stato del Paraná, fino all’8 novembre 2019, data in cui il Supremo Tribunal Federal (STF) ha annullato in secondo grado la sua condanna.
Nonostante la sconfitta al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022 (tenutesi a ottobre), Lula è riuscito a prevalere sul suo avversario Jair Bolsonaro nel ballottaggio, seppur con uno scarto ristretto. Va tuttavia segnalato che il Partido dos Trabalhadores, ha registrato un arretramento parlamentare, perdendo seggi sia alla Camera che al Senato.
Lula si è dimostrato particolarmente abile nel presentare all’opinione pubblica nazionale l’imposizione dei dazi del 50% e l’interferenza statunitense nel sistema giudiziario interno come un attacco alla sovranità del Brasile. Tale narrazione gli ha permesso di ottenere il sostegno di settori moderati e intellettuali del Paese, i quali, pur non condividendo l’orientamento politico del Partido dos Trabalhadores, non accettano che il Brasile venga penalizzato economicamente per ragioni riconducibili a vicende personali dell’ex presidente Bolsonaro e della sua famiglia.
Con tono fortemente polemico Lula ha inoltre dichiarato che Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, non «imperatore del mondo», e che, con un solo atto, ha compromesso oltre due secoli di relazioni diplomatiche virtuose tra i due Paesi, ignorando deliberatamente la realtà emergente di un ordine mondiale multipolare nel quale i BRICS rivestono un ruolo sempre più centrale.
Il timore USA per una moneta alternativa al dollaro
Il conflitto tra Brasile e Stati Uniti trascende ampiamente le vicende personali di Jair Bolsonaro. La posta in gioco è, in realtà, la sovranità nazionale del Brasile e il suo ruolo da protagonista all’interno del blocco dei BRICS, il cui vertice più recente si è tenuto poche settimane fa a Rio de Janeiro.
Come ho avuto modo di osservare in un altro contributo su fuoricollana, i BRICS, nonostante l’estrema eterogeneità economica, sociale e culturale dei Paesi membri, eterogeneità ulteriormente accentuata dall’allargamento a sette nuovi Stati (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e, da ultimo il 1° gennaio 2025, l’Indonesia), condividono alcuni obiettivi comuni chiaramente identificabili.
I BRICS sfidano apertamente il cosiddetto “ordine internazionale liberal-democratico fondato su regole”, ritenendo – non senza fondamento – che tali regole siano in realtà flessibili e mutevoli in funzione degli interessi geopolitici ed economici dei Paesi occidentali. Il gruppo, o quantomeno una parte significativa dei suoi membri, mira a promuovere un modello di globalizzazione più inclusivo, che non si fondi unicamente sui paradigmi della stabilità finanziaria e della competitività, ma su una logica cooperativa di tipo win-win. Tale approccio si basa sull’aspettativa di un incremento generalizzato degli scambi commerciali e della prosperità globale anche a vantaggio dei popoli che ne sono rimasti finora esclusi, attraverso la costruzione di grandi reti infrastrutturali e di connessione strategica, sul modello della cinese Belt and Road Initiative.
La sfida esplicita all’ordine fondato su “regole” si manifesta anche nella volontà, da parte dei BRICS, di costruire, per tappe progressive, un sistema economico-monetario inedito. Un progetto di lungo periodo, la cui possibile evoluzione finale potrebbe culminare nell’introduzione di una valuta comune, pensata come strumento alternativo al dominio globale del dollaro statunitense.
Paradossalmente, sono gli stessi Stati Uniti a contribuire all’accelerazione del processo di “de-dollarizzazione” (su cui Giacomo Gabellini, 2023). Le sanzioni economiche di portata eccezionale imposte alla Russia, la crescita esponenziale del debito pubblico statunitense e dei tassi di interesse sui Treasury Bonds, nonché l’incertezza crescente legata all’uso politico dei dazi, stanno progressivamente inducendo numerosi Stati a ridurre la propria esposizione debitoria nei confronti di Washington, così come a diversificare le riserve valutarie, riducendo il peso del dollaro nei propri “portafogli”.
In questo contesto, le preoccupazioni degli Stati Uniti si concretizzano anche di fronte al tentativo del Brasile di sviluppare una vera e propria Central Bank Digital Currency (Paul Krugman 2025). Un passo preliminare in tale direzione è stato rappresentato dall’introduzione, nel 2020, del sistema di pagamento digitale Pix, gestito direttamente dalla Banca Centrale del Brasile. In pochi anni, Pix ha conosciuto un’adozione straordinaria, coinvolgendo circa il 93% della popolazione adulta e ponendosi come strumento destinato a sostituire progressivamente sia il contante sia le carte di pagamento tradizionali.
Secondo l’amministrazione Trump, la sola esistenza di Pix configurerebbe una forma di concorrenza sleale nei confronti delle principali società statunitensi operanti nel settore delle carte di credito e di debito, mettendo potenzialmente in discussione il dominio tecnologico e finanziario esercitato dalle big tech americane nel mercato latino-americano e non solo.
Epilogo, la lezione all’Unione europea
Il confronto in atto tra Brasile e Stati Uniti non si esaurisce, dunque, nello scontro politico contingente né nelle schermaglie commerciali o monetarie. Esso riflette piuttosto una frattura sistemica, che riguarda la ridefinizione delle gerarchie internazionali e la messa in discussione del primato occidentale in favore di un ordine multipolare ancora in gestazione (il gramsciano inter-regno).
In tale cornice, l’America Latina torna a essere terreno strategico di contesa, ma non più come spazio “subalterno” agli USA (il “cortile di casa” della Dottrina Monroe), bensì come soggetto attivo nella ridefinizione dei rapporti globali. Il caso brasiliano è davvero emblematico in quanto suggerisce che la sfida all’universalismo selettivo dell’ordine a guida statunitense è ormai aperta. Se tale sfida saprà concretizzarsi in istituzioni multilaterali davvero inclusive e democratiche e in processi di cooperazione fondati sul reciproco riconoscimento, si potrà intravedere, al di là dell’“apocalisse”, l’embrione di un nuovo ordine internazionale, più equo e plurale.
La lezione “brasiliana” non sembra essere stata appresa dalle classi dirigenti dell’UE, tutt’altro. Nell’incontro svoltosi in Scozia nel campo di golf di proprietà di Donald Trump, l’ineffabile Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha accettato passivamente i diktat del presidente americano, che oltre ad imporre dazi al 15 per cento costringe la UE a impegnarsi a comprare dagli USA 750 miliardi di dollari in energia e ad investire 600 miliardi negli Stati Uniti. Ha sostenuto nitidamente l’ex Presidente della Toscana Enrico Rossi che «le imposizioni americane al vecchio continente somigliano alle riparazioni che un vincitore della guerra impone ad un paese perdente». E così prosegue: «dopo avere accettato il diktat di Trump di spendere il 5 per cento del PIL in armamenti, e quindi arricchire l’industria militare statunitense, questa ulteriore resa al presidente americano qualifica la UE come un enorme colonia degli USA, priva di autonomia e incapace di una politica commerciale».




