IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’intervista. Con gli occhi della CGIL, parla Massimo Bussandri

Non siamo mai stati tifosi del reddito di cittadinanza, ma è innegabile che durante l'emergenza ha impedito lo scivolamento di tante famiglie nell’indigenza. I costi dell’attuale crisi energetica siano pagati dalle imprese che hanno fatto extra profitti.

Siamo in una fase storica nella quale credo vada superato il dilemma che spesso si è riverberato anche nel nostro dibattito: primato della contrattazione contro primato della legislazione. In questa fase, per provare a mettere mano all’emergenza salariale e all’emergenza precarietà, abbiamo bisogno di agire entrambe le leve e se quella contrattuale dipende in larga misura da noi, per agire la leva legislativa abbiamo bisogno di una rete di alleanze sociali e di corrispondenze politiche. Servirebbe, ad esempio, rimettere mano da parte di una politica rinnovata ad una riforma fiscale per spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle pensioni, che oggi lo sostengono per oltre l’80%, alle rendite, ai profitti esosi e ai grandi patrimoni. L’ultima parziale riforma fiscale, a cui ci siamo opposti con uno sciopero generale assieme alla UIL, si è dimostrata essere tutta a favore dei redditi superiori ai 40 mila euro. Ribadisco, non abbiamo bisogno di “flat tax”, non occorre abbassare ma spostare il peso del gettito fiscale, perché la posta in gioco è uno stato sociale da rilanciare con forza e non da liquidare.

C’è una specifica questione sociale che riguarda la nostra regione? Se sì, quali sono a sua volta i termini?

La nostra regione è un territorio storicamente forte, ma non vive isolata dal contesto generale e non può farcela da sola. Vorrei sottolineare un aspetto piuttosto preoccupante: il saldo demografico negativo, in cui la denatalità non è più compensata da un saldo migratorio positivo interno, soprattutto dal Sud, che finora ha contribuito a rendere fortemente competitiva la manifattura di questa regione. E’ quello che gli studiosi chiamano “inverno demografico”: l’Emilia Romagna è ormai una regione costituita per oltre un quarto da anziani, con una popolazione in età lavorativa sempre più ristretta e concentrata nelle fasce di età più alte. Sarebbe miope credere che la questione demografica non impatti sul nostro modello di sviluppo, visto che abbiamo bisogno di attrarre manodopera da altri luoghi, di evitare le migrazioni verso l’estero (anche il nostro territorio, negli ultimi anni, non è stato immune dal fenomeno della “fuga dei cervelli”) e anzi di attrarre nuovi talenti. Così come sarebbe miope credere che la questione demografica non impatti sul nostro modello sociale. Con una popolazione sempre più anziana la conseguenza è la messa a rischio dei sistemi di protezione sociale e la pandemia ha poi aggravato questa situazione sul fronte sanitario. Per scelta politica nazionale, mancano all’appello le risorse per coprire le spese sostenute da tutte le Regioni per l’emergenza Covid. La priorità accordata con voto quasi unanime del Parlamento alle spese militari, come accennato, non aiuta. Nella nostra regione il saldo passivo è di almeno 500 milioni. Si rischia un cambio di paradigma in negativo. Siamo arrivati ad assistere all’appalto di alcuni punti di pronto soccorso, con medici che escono dal sistema pubblico per rientrarvi come soggetti privati associati, con costi che lievitano per le casse pubbliche. Falle che vanno tamponate immediatamente, altrimenti diventa alto il rischio che il privato si accaparri i pezzi più appetibili e remunerativi della sanità, lasciando una sanità pubblica residuale per i più poveri e fragili, con un bisogno di cura che lascia il campo alle esigenze di profitto del mercato. Non lo possiamo consentire.

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