IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’ipocrisia della legalità internazionale

La guerra in Ucraina sta esasperando l’ipocrisia della legalità internazionale manifestatasi al termine della guerra fredda con la caduta dell’URSS. L'Europa è diventato lo spazio periferico dove è .possibile fare caccia grossa?

È l’intero dibattito in corso – rigorosamente orchestrato all’unisono – che esprime l’ipocrisia segnalata: l’esaltazione a più riprese della retorica dell’universalismo teorico (dalla quale consegue la legittimazione della lotta del Bene contro il Male, della democrazia contro le autocrazie, ecc.) ha sinora impedito di mettere in campo tutti gli sforzi e i comportamenti politici che potrebbero tentare di arrestare il conflitto armato. Il sintomo più evidente di questa esaltazione è consistito nella formale criminalizzazione del nemico avvenuta con il mandato di arresto emesso lo scorso 17 marzo dalla Corte penale internazionale nei confronti di Vladimir Putin (https://www.icc-cpi.int/news/situation-ukraine-icc-judges-issue-arrest-warrants-against-vladimir-vladimirovich-putin-and).

La trasformazione del nemico in criminale

La trasformazione del nemico in criminale è un effetto della differenza categoriale tra esterno e interno, propria del pensiero politico moderno. In un immaginario teorico nel quale esiste un unico diritto globale unificato su uno spazio «liscio» non ci possono essere nemici politici ma solo criminali da processare sulla base di quel presunto unico diritto. In questa idea di legalità internazionale non può esistere neppure la guerra tra nemici, ma solo un’attività di polizia internazionale contro i criminali, appunto: è l’esaltazione del Responsibility to protect principle (paragrafi 138-139 della Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 16 settembre 2005) e della liability personale del sovrano (e della fine della sua impunibilità) sotto l’unica legge internazionale.

Come noto, dopo le devastazioni provocate dalle guerre di religione, il pensiero politico moderno era nato con l’obiettivo di disarmare il conflitto: la sicurezza è la cifra della modernità e dunque la guerra ne è il suo problema originario. Allo Stato, e al diritto da questo prodotto, viene affidato un compito ordinativo: «far perdere alla relazione amico-nemico la sua indeterminatezza, stabilizzarla, spazializzarla» [Galli, 205]. Lo Stato è creatore di pace interna attraverso la sua legge, che non esprime contenuti materiali di giustizia, ma (solo) la volontà del sovrano. La distinzione categoriale tra interno ed esterno ha questo scopo: se all’esterno può succedere di tutto (c’è lo stato di natura), all’interno dei confini di quella porzione di spazio che è lo Stato la legalità garantisce la pace. Coloro che mettono a rischio la pace interna sono dunque dei criminali, non dei nemici, «poiché sono interni all’ordine politico, e solo una legge dello Stato li definisce tali, mentre i nemici non sono criminali, ma sono altri Stati che stanno fuori dell’ordine politico, cioè sono in rapporto naturale con lo Stato; solo per questo possono fargli guerra, la quale dunque non è un crimine ma una possibilità (rischiosa) delle relazioni naturali fra soggetti» [Galli, 205].

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