Il 18 marzo 2025, il giorno precedente la pubblicazione del Joint White Paper for European Defence – Readiness 2030, la Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, rivolgendosi ai cadetti della Royal Danish Military Academy, decideva di affidarsi ad una massima del mondo latino per descrivere la svolta militarista che stava per investire definitivamente l’Unione europea. È infatti più che ragionevole supporre che il numero uno di Palazzo Berlaymont avesse in mente la formula “si vis pacem, para bellum” quando ha affermato che “if Europe wants to avoid war, Europe must get ready for war”.
Europa “forza gentile”? La caduta dell’ultimo mito
La disinvoltura con cui, da quando è deflagrato il conflitto russo-ucraino, le istituzioni europee fanno ricorso ad un simile vocabolario guerrafondaio non stupisce più. La presentazione del piano “Rearm Europe”, come era stato chiamato in origine, configura uno snodo dalla portata storica, avendo segnato l’infrangersi dell’ultimo e, probabilmente, più tenace mito che ha accompagno l’evoluzione del processo di integrazione sovranazionale. Si allude, come è facilmente intuibile, a quella diffusa narrazione, che muove dalla celeberrima “Dichiarazione Schuman” del 1950, secondo cui l’Unione europea sarebbe nata per garantire la “pace”. Un compito che, come testimoniato dal Premio Nobel per la Pace assegnatole nel 2012, sarebbe stato assolto più che egregiamente.
Tale mito ha avuto grande fortuna nella pubblicistica di settore, che per lungo tempo ha amato compiacersi nella candida raffigurazione dell’Europa quale “forza gentile” (Padoa-Schioppa) o “potenza civile” (Telò). Si tratta di rappresentazioni di stampo puramente celebrativo, tutte tendenti ad esaltare l’Unione europea in quanto potenza fondata non sulla rozza forza delle armi, bensì su quella cortese del diritto e della civiltà da questa originata. Un ritratto a dir poco idealizzato e idealizzante, oggi assolutamente irriproponibile.
Anche senza tirare in ballo la corsa agli armamenti nella quali si sono gettate a capofitto le classi dirigenti continentali, viene spontaneo chiedersi cosa sia rimasto di quel nucleo di valori e di principi, il tanto osannato “Stato di diritto”, sui quali, stando ai Trattati, si fonderebbe l’Unione europea, nel momento in cui persino l’habeas corpus viene oramai quotidianamente calpestato. Lo dimostra esemplarmente l’inquietante caso delle sanzioni contro i giornalisti e gli accademici accusati di “fare propaganda per il Cremlino”, nel quale è massimamente compendiata la natura oscurantista del potere emanante attualmente da Bruxelles, giunta ad un passo dalla “morte civile” (Basile).
Il riarmo contro i “barbari orientali”
Il summenzionato White Paper sulla difesa si caratterizza per una spiccata enfasi bellicista. Il riarmo è presentato come una necessità a fronte di una guerra considerata ineluttabile. Nel documento vengono anche chiaramente individuati i “nemici” contro cui è diretto il riarmo. Tra questi, ovviamente, figura la Russia, accusata di essere la “minaccia fondamentale per la sicurezza dell’Europa” (p. 4). Suoi complici, in quanto impegnate a lavorare in “stretta collaborazione” sfruttando una “rete di instabilità sistematica”, sarebbero le “potenze autoritarie” (ibidem) rappresentate da “Iran”, “Corea del Nord” e, da ultimo, ma non per importanza, la “Cina”, dipinta per l’appunto come uno “stato autoritario e non democratico” (p. 3), a differenza dell’Unione europea.
Tutti Paesi che, ricorrendo alla metafora impiegata qualche anno fa dall’ex Vicepresidente della Commissione ed ex Alto Rappresentate per la politica estera e la difesa, lo spagnolo Josep Borell, incarnerebbero i più ferini tra gli esemplari che abitano la “giungla” selvaggia che rischia di inghiottire l’edenico “giardino” comunitario, il quale, non scordiamocelo, agli albori del processo di integrazione includeva all’interno del proprio “mercato comune” anche i domini coloniali di quegli Inner Six, e cioè la Francia ed il Belgio, che li avevano conservati dopo la fine della Seconda Guerra mondiale (Guazzarotti; Hansen – Jonsson). Parliamo, con tutta evidenza, di un’affermazione dal deciso tono suprematista e colonialista (Azzarà) che si presta perfettamente a fare da sfondo per l’inquadramento, sul piano ideologico, della guerra che si sta dichiarando, come successo tante altre volte nel corso della storia europea, ai “barbari orientali”, riproponendo, di fatto, il trito e ritrito discorso sulla bontà della “missione civilizzatrice” dell’Europa.
Alquanto opinabile è la contrapposizione tra “democrazie” e “autoritarismi” che il White Paper sulla difesa intende veicolare al fine di giustificare la guerra. Con uno stile che ricorda le classificazioni realizzate da quello strumento dell’imperialismo statunitense in ambito giuridico che è Freedom House (Guerra), il documento in parola propone una lettura dei sistemi di governo nella quale è riflessa una visione spiccatamente occidentalocentrica, ispirata al più bieco meccanicismo anti-dialettico (Alessandroni).
Si prenda il caso della (presunta) democraticità dell’Europa, sebbene non sono pochi gli scienziati sociali che da anni denunciano il fatto che le società dell’Occidente capitalista si sono congedate dalla democrazia (Crouch). Questa sarebbe oramai stata ridotta all’avvicendamento al potere di gruppi che, quanto a forma mentis, estrazione sociale, valori condivisi ed agende politiche, sono sostanzialmente “equivalenti” (Ferrara) tra loro. Contemporaneamente, si assiste al diffondersi di forme più o meno accentuate di “bonapartismo” (Losurdo; Guerra), nell’ambito delle quali la democrazia si esaurisce essenzialmente nella “scelta del capo” (Azzariti – Della Morte). Se questo è il desolante stato in cui versa la democrazia sul piano nazionale, a livello sovranazionale la situazione è persino peggiore: la micidiale combinazione di “neo-ordo-liberismo” (Menéndez) e tecnocrazia “irresponsabile” (De Fiores) che connota la politica bruxellesiana sembrano dare ragione a quegli studiosi che hanno iniziato a discorrere, a proposito del sistema su cui si reggerebbe l’Unione europea, di “costituzionalismo” o “liberalismo autoritario” (Wilkinson). Come dimenticare, a tal proposito, il virulento processo di “de-costituzionalizzazione dei diritti del lavoro” (Katsaroumpas) perpetrato dalla Troika a danno dei cittadini greci durante l’euro-crisi, quando l’Unione europea decideva di ripudiare con fermezza la solidarietà e di trasformarsi in una “caserma” (Pinelli) all’interno della quale gli Stati economicamente più deboli devono piegarsi, se davvero desiderano essere “salvati”, al principio di “rigorosa condizionalità” ex art. 136 TFUE?
Che dire poi della tutt’altro che innocente opera di occultamento che simili schematizzazioni intendono suffragare? Le western democracies non sono affatto tutte uguali. Entro questa categoria, con la quale si è soliti designare le cosiddette “democrazie stabilizzate” dell’Occidente capitalista, si tende a ricomprendere esperienze costituzionali in realtà molto diverse tra loro, come le liberaldemocrazie, in primis, Stati Uniti ed Inghilterra, e le democrazie sociali, o socialdemocrazie, che dir si voglia, come, ad esempio, la nostra. Mentre le prime non conoscono il fenomeno della costituzionalizzazione dei diritti economici e sociali, veri e propri “strumenti di potere” (D’Albergo) a disposizione degli have-nots per sopperire alla capitis deminutio materiale da questi patita nella società capitalista, le seconde fanno di questo tratto uno dei loro elementi qualificanti (Chessa), pena la vanificazione del fondamentale compito di realizzare l’uguaglianza sostanziale che la Costituzione assegna loro. Si pensi all’art. 3, comma 2, della Costituzione italiana, che impone alla Repubblica di adoperarsi diuturnamente in favore del “cittadino lavoratore” affinché questi non abbia da godere di minori libertà e diritti del “cittadino capitalista”, per usare un‘espressione di quel gigante del sindacalismo nel nostro Paese che è stato Giuseppe Di Vittorio (citazione in Ronchetti).
Considerazioni di tenore analogo a proposto della tutela in via costituzionale dei “diritti materiali”, come per primo ebbe a chiamarli Georg Wilhelm Friedrich Hegel, possono essere svolte con riguardo agli ordinamenti socialisti, ad esempio, la Cina, che può vantarsi di essere riuscita a sradicare, tra il 1981 e il 2020, più di 800 milioni di persone dalla povertà assoluta. Alla faccia dell’apostrofe berlusconiana, “poveri comunisti”, che la Ministra Bernini ha diretto questo autunno, in quel di Atreju, ad alcuni studenti che la contestavano, poco prima che, con l’ultima legge di bilancio, l’ennesimo giro di tagli si abbattesse implacabile sul nostro sistema di istruzione e ricerca; un settore, sia detto en passant, che i cinesi, a differenza di quanto avviene qui da noi, finanziano lautamente, riuscendo a “sfornare” più laureati in materie scientifiche di quanto non riescano a produrne gli Stati Uniti. Un grande passo in avanti in direzione dell’edificazione di quella “democrazia socialista” – posto che non esiste una sola vera forma di democrazia, e cioè quella liberale, ma, piuttosto, le democrazie, “frutto di processi politici che si dispiegano in ogni Paese secondo condizioni storiche del tutto peculiari e a partire dalla situazione concreta che lo caratterizza” (Azzarà) – lungo la cui strada Pechino procede sempre più speditamente.
Il ritorno del keynesismo (militare): tutto per il warfare, niente per il welfare
Tutti ricordiamo la domanda (retorica) rivolta ai giornalisti nella primavera del 2022 dall’allora Presidente del Consiglio Mario Draghi: “preferiamo la pace o il condizionatore accesso?”. Questo esplicito riferimento al prezzo, anche in senso letterale, e cioè l’aumento dei costi delle bollette in seguito all’interruzione degli approvvigionamenti energetici russi, che i cittadini europei avrebbero dovuto sopportare per sostenere la guerra contro Mosca, lasciava adito a poche incertezze a proposito del fatto che l’alternativa dinanzi alla quale saremmo stati presto posti dalle classi dirigenti dell’Unione europea sarebbe stato il mussoliniano “burro o cannoni”.
Con la presentazione del White Paper sulla difesa ogni dubbio è stato fugato. È difatti calato il sipario sulla stagione del welfare. Tutto il palco è ora per la warfare economics. Sono 800 i miliardi che, secondo il documento, verranno destinati dagli Stati membri al settore della difesa nell’arco dei prossimi quattro anni (p. 17), quanto praticamente speso dall’Unione europea per finanziare il Next Generation EU all’epoca della pandemia (sic!).
Non solo, pur di foraggiare l’industria degli armamenti, Bruxelles ha persino rotto il proprio più grande tabù, quello concernente il famigerato “debito comune”. Si considerino 150 miliardi di euro messi sul piatto attraverso il Security Action for Europe, a cui possono attingere gli Stati membri (sono diciannove i Paesi ad averne fatto richiesta, compreso l’Italia) interessati ad investire nel settore della difesa. Manovra che la Commissione ha inteso ulteriormente incentivare proponendo ai governi nazionali di ricorrere in maniera coordinata alla clausola di salvaguardia nazionale di cui al Reg. (UE) 2024/1263. Il fine è di consentire agli Stati membri di deviare dal percorso di riduzione della spesa fissata nei rispettivi piani nazionali strutturali di medio termine o dal percorso di correzione nell’ambito della procedura per disavanzi eccessivi ove tutto ciò sia dovuto a maggiori spese militari, che potranno essere aumentate dell’1,5 % del PIL per ogni anno in cui la clausola rimarrà attiva.
Lo stesso può osservarsi con riferimento al sostegno all’Ucraina nell’ottica del proseguimento delle ostilità con la Russia, obiettivo per il cui raggiungimento sono state sacrificate non poche risorse, nei limiti di un bilancio risicato come quello che ha a disposizione l’Unione europea: solo per limitarci ad alcune delle misure più onerose per le tasche dei contribuenti europei, 18 miliardi di euro erogati attraverso il MFA+ Program per l’Ucraina nel 2023, 50 miliardi stanziati con lo Ukraine Facility varato col Reg. (UE) 2024/792 e, da ultimo, 90 miliardi forniti mediante il prestito per il biennio 2026-27 la cui concessione è stata convenuta durante il Consiglio europeo del 18 dicembre scorso.
Insomma, armarsi e prepararsi alla guerra è diventato di colpo talmente cruciale per le classi dirigenti continentali da far ritornare in auge quel keynesismo che lo stesso diritto primario europeo, a partire dal tornante di Maastricht (1992), aveva messo al bando, come entusiasticamente appuntato da Guido Carli nelle sue memorie poco dopo aver apposto la propria firma su quel Trattato. Un “keynesismo”, sia ben chiaro, di guerra, valido soltanto in campo “militare” (Moro), posto che, invece, per i cittadini l’orizzonte è ancora segnato dalla prospettiva del rigore, ovverosia dell’austerità, che la riforma dello Stability and Growth Pact del 2024 non ha per nulla mandato in soffitta (Guazzarotti). Lo Stato sociale langue e si crede che sia destinato a contrarsi ancora di più a causa della riduzione della spesa per il welfare (sanità, istruzione, pensioni ecc..) che gli Stati membri dovranno realizzare per mantenere fede agli impegni ad aumentare i finanziamenti al settore della difesa contratti con Bruxelles e, pure, nell’ambito dell’Alleanza Atlantica (vedi infra).
La “difesa comune”? Un progetto condanNATO a fallire
Non sono in errore coloro i quali ritengono che il più volte citato White paper sulla difesa non abbia prospettato la costruzione di alcuna “difesa comune”, ma si sia limitato piuttosto a delineare un progetto di riarmo a livello puramente nazionale (Cafaro). La questione, tuttavia, è un’altra. Immaginiamo pure che, tutto d’un tratto, ci fossimo dotati di un vero “governo europeo della difesa” e che fossero state reperite le risorse necessarie per mantenerlo. Sarebbe davvero auspicabile un simile esito se l’attuale quadro di alleanze, sul piano politico, economico e militare, nel quale l’Unione europea è collocata non mutasse?
Quando si discetta di difesa comune sono in tanti a chiudere gli occhi fingendo di non vedere l’enorme “elefante nella stanza” (Guerra) altantista che impedisce il serio sviluppo di qualsivoglia progetto in tale direzione. Basta dare una sbirciata all’art. 42(3) e (7), TUE, che assegna un ruolo centrale, anzi centralissimo, alla NATO, e, perciò, agli Stati Uniti, nel provvedere alla sicurezza e alla difesa dell’Europa. Da ciò il White Paper sulla difesa non si è discostato minimamente, ribandendo che “la NATO rimane la pietra-miliare della difesa dei suoi membri in Europa” e che la “cooperazione UE-NATO è un pilastro indispensabile per lo sviluppo della dimensione di difesa e sicurezza dell’Unione” (p. 19). NATO che, a metà dicembre 2025, per bocca del suo Segretario generale, l’olandese Mark Rutte, ha annunciato che “dobbiamo essere preparati alla portata della guerra che i nostri nonni e bisnonni hanno dovuto affrontare”, essendo noi europei “il prossimo bersaglio della Russia”.
Eppure, come ha inequivocabilmente chiarito Donald Trump agli inizi di questo gennaio facendo più volte pubblicamente riferimento all’ipotesi di un’occupazione militare ad opera di Washington della Groenlandia, l’isola artica ricca di risorse naturali che, come è noto, appartiene al Regno di Danimarca, Stato membro dell’Unione europea, è evidente oramai a tutti che la principale minaccia alla sicurezza dell’Europa sono proprio i nostri “alleati” statunitensi.
Ma non è finita qui. Un Paese della NATO che ne attacca un altro aderente alla medesima organizzazione? Perché sì, i danesi fanno anche parte dell’Alleanza Atlantica. Sappiamo che, a norma dell’art. 5 del Trattato del Nord Atlantico (1949), un “attacco armato” contro uno dei membri della NATO è “considerato come un attacco diretto contro tutte le parti” dell’alleanza e che qualora questo si verificasse sarebbe a quel punto giustificato un ricorso da parte degli altri membri alla “forza armata”. La Danimarca ha rafforzato la propria presenza militare sull’isola, coadiuvata da Germania (che però ha già ritirato il proprio contingente), Francia, Inghilterra, Svezia, Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi. Di tutta risposta, contro i Paesi europei che hanno inviato soldati in Groenlandia e si oppongono alla sua “annessione”, Trump ha dichiarato che imporrà nuovi dazi (10 % a partire da febbraio, 25% col volgere di giugno), che saranno rimossi solamente quando sarà raggiunto un “accordo per l’acquisto completo e totale dell’isola”. La contromossa allo studio dei leader europei e di Bruxelles? il ricorso al c.d. “bazooka finanziario” e a contro-dazi per un valore pari a 93 miliardi di euro.
Chi fino a qualche anno fa avesse voluto ragionare intorno a simili ipotesi sarebbe stato tacciato di occuparsi di fantapolitica, ma ora che il tycoon è ritornato alla Casa Bianca non è più così. È giunto il momento di porsi seriamente una domanda: possiamo noi europei continuare a rimanere alleati di un Paese guidato da un Presidente avventuriero (Cantaro) e violento oltremisura, come dimostrato dai bombardamenti statunitensi del 3 gennaio a danno della Repubblica Bolivariana del Venezuela assieme al banditesco sequestro del suo Presidente, Nicolas Maduro, e che, come ammesso dello stesso Trump, non si sente minimamente vincolato nella sua azione a rispettare il diritto internazionale?
Davvero blande, nel complesso, le reazioni delle istituzioni sovranazionali, a partire da quelle della Commissione e dell’Alto Rappresentante per la politica estera e la difesa Kaja Kallas (inflessibile all’inverosimile con Mosca, ma piuttosto “molle” con Washington), oltre che dei capi di stato e di governo europei, agli attacchi, fisici (Nigeria, Venezuela e – chi lo sa? – magari, presto, pure l’Iran, già bombardato lo scorso anno) e verbali (non solo la Groenlandia, ma anche Colombia, Cuba e Messico), sferrati dagli Stati Uniti a cavallo tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Unica eccezione, lasciando stare chi ha lanciato la c.d. “coalizione dei volenterosi” e non vede l’ora di mandare truppe in Ucraina, e cioè il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, è rappresentata dal Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez, che già la scorsa estate si era opposto alla richiesta che Trump aveva rivolto ai membri della NATO di aumentare le spese per la difesa al 5% del PIL. È questi infatti l’unico leader continentale ad aver sottoscritto, il giorno seguente l’incursione area statunitense nei cieli di Caracas, la dichiarazione con cui Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e, per l’appunto, Spagna hanno denunciato l’illegalità dell’intervento militare statunitense in Venezuela.
Misero è, per dirla con le parole pronunciate da Palmiro Togliatti nel 1952 intervenendo alla Camera dei deputati, l’europeismo che “parte dal […] e finisce col patto atlantico” (citazione in Salmoni), l’adesione al quale va necessariamente rimeditata. Chi scrive non è ingenuo. Si è consapevoli che solo sul suolo italiano sono presenti più di un centinaio di basi USA-NATO (Mariantoni). Non si può però continuare a fare finta di niente.


