IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’analisi. Nel tempo della seconda guerra freddo-calda

Naviganti senza bussola, gli improbabili eredi della sinistra italiana hanno prima divorziato dal pacifismo politico e giuridico e poi sposato un inquietante fondamentalismo etico-democratico.

L’inverno nucleare

Il pacifismo dei successivi decenni è l’erede di questa de-sacralizzazione della guerra. A lungo esso riesce ad argomentare che nel momento in cui diventa tecnicamente possibile una guerra assoluta e totale, che tutto uccide e distrugge, viene meno radicalmente la capacità della guerra di dare senso, di offrire, a suo modo, un orizzonte (l’illusoria poetica e metafisica di poter vincere la morte, di poterla uccidere). Di fronte alla prospettiva dell’autodistruzione nucleare del genere umano, il pacifismo italiano, malgrado il declino dell’URSS, continua ad essere moralmente autorevole e politicamente in campo, capace di condizionare l’agenda dei poteri forti dell’economia e degli Stati tentati di usare l’amore per la guerra ai fini dell’accrescimento della propria potenza. Un pacifismo ancora divisivo ma ancora in grado di mostrare che la guerra lungi dal rimuovere l’angoscia della morte stava diventando, semmai, un suo moltiplicatore.

Un pacifismo persuasivo nel denunciare i rischi di un’incombente distruzione globale, magari non voluta, probabilmente casuale, un incidente tecnico, un computer che va in tilt. Un pacifismo in guerra contro la guerra che conquistava all’impegno giovani e intellettuali di ogni Paese. Sono uno scrittore, scrive Alberto Moravia nel volume postumo L’inverno nucleare del 1986 e mi è sembrato naturale servirmi della scrittura per combattere una guerra di liberazione dalla guerra. Eletto nel 1984 parlamentare europeo (indipendente nelle liste del PCI), si batte contro l’atomica, sottolineando come alla minaccia nucleare si accompagni quella ecologica. «La fine della Terra è già cominciata», scrive in un articolo del suo Diario europeo, uscito il 9 settembre del 1984 sulle colonne di quel Corriere della sera, oggi campione di un atlantismo cieco, senza qualità, senza memoria di ciò che di “nobile” ha, a suo modo, storicamente rappresentato. Un atlantismo che ha rimosso la sua originaria natura di alleanza difensiva e dimenticato quanto scritto nella lapide dei martiri della bomba sganciata a Hiroshima: «Riposate in pace perché non ripeteremo l’errore».

Vuoi ricevere la nostra newsletter?

Privacy *

Newsletter

Privacy *

Ultimi articoli pubblicati