IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Non solo (de)globalizzazione (II)

Ci siamo ripetutamente occupati delle conseguenze della guerra. Queste ulteriori considerazioni integrano il quadro. Non solo (de)globalizzazione, ma anche deindustrializzazione in Europa e riorientamento, protagonisti l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo, dei flussi energetici.

La minaccia di deindustrializzazione in Europa

E’ noto come negli ultimi decenni molti settori industriali, un tempo floridi sul continente europeo, abbiano preso con il tempo in gran parte la strada dell’esilio, indirizzandosi soprattutto verso l’Asia, ma in alcuni casi anche verso gli Stati Uniti, paese peraltro anch’esso soggetto allo stesso fenomeno di delocalizzazione. Esemplare il caso di un settore molto avanzato, quello dell’industria dei semiconduttori, emigrato in gran parte dall’Occidente verso l’Asia. Mentre, un settore invece tradizionale, quale il tessile-abbigliamento, ha preso già molto tempo fa la stessa strada. Anche una parte importante dell’industria chimica si è nel frattempo spostata in Asia e negli Stati Uniti. Così, ad esempio, la tedesca Basf, mentre ha oggi rilevanti difficoltà in patria, ha appena avviato un nuovo grande impianto in Cina, con un investimento di 10 miliardi di euro. Con lo scoppio del Covid si è poi scoperto che i principi attivi necessari alla produzione dei medicinali provenivano per l’essenziale da Cina (ed India), così come molti dei prodotti sanitari legati alla lotta alla malattia.
Ciononostante, il continente europeo è rimasto in misura rilevante legato al settore industriale (di cui continua ad essere ancora oggi un importante baluardo a livello mondiale) ma non è riuscito ad inserirsi in maniera dignitosa nell’economia immateriale, digitale. Così, fra le cento principali piattaforme digitali a maggiore capitalizzazione, oggi quarantuno sono americane, quarantacinque cinesi, due africane e solo dodici europee (il 3% del valore finanziario complessivo delle stesse piattaforme del nostro continente: Bricco, 2022).
Ora potremmo essere alla vigilia di una nuova, importante, ondata di emigrazioni verso l’Asia. In particolare, nei settori dei concimi, del vetro, dell’alluminio, del cemento, della ceramica, dell’acciaio, dello zinco, del piombo, gli impianti, grandi consumatori di energia stanno chiudendo nel continente europeo uno dopo l’altro (Albert, Boutelet ed altri, 2022). La tentazione di cambiare la localizzazione è molto forte; in Asia, in particolare in Cina, i prezzi dell’energia e i livelli di inflazione sono molto più moderati che da noi.
Per il momento le imprese cercano per la gran parte di resistere, con l’aiuto peraltro insufficiente di diversi governi, sperando che in un periodo ragionevole tutto torni nella “normalità. Ma se la crisi durasse, il processo di deindustrializzazione del continente farebbe un altro rilevante passo in avanti.

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