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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Ossessione per il possesso, il neomercantilismo statunitense

Il ricorso ai dazi e l’azione militare in Venezuela hanno una dichiarata coloritura neomercantilistica. Anche in Groenlandia il motore dell’attivismo trumpiano è il controllo diretto di risorse naturali considerate strategiche. Una strategia di carattere apertamente vetero-colonialista.

Di per sé, la parola occidente designa solo un punto cardinale, una semplice direzione; si può essere a occidente di qualche altro luogo e, sulla superficie di un globo terrestre, vi è immancabilmente qualcosa che è più a ovest di noi. In termini squisitamente geografici, un’area descrivibile nei termini di Occidente semplicemente non esiste. Occidente è piuttosto il precipitato di una concettualizzazione di natura geopolitica; è il frutto della definizione di linee ideali con cui lo spazio geografico viene organizzato in termini eminentemente politici; in particolare, esso è il frutto di un lungo processo storico che si dipana a partire da una decisione piuttosto precisa e facilmente databile.

James Monroe. 2 dicembre 1823

Il 2 dicembre del 1823, in occasione del suo discorso sullo stato dell’Unione, il Presidente statunitense James Monroe enuncia il principio secondo cui, da quel momento in avanti, gli Stati Uniti non avrebbero tollerato intromissioni europee «in this hemisphere», ad eccezione dei rapporti già in essere tra Stati europei e proprie colonie. Con questo discorso fa la sua comparsa l’antesignano del concetto geopolitico di Occidente, vale a dire l’Emisfero occidentale: uno spicchio di mondo delimitato da due immaginarie linee che corrono nei due oceani Pacifico ed Atlantico. Tuttavia, delle due soltanto quella atlantica assume un rilievo geopolitico determinante. Infatti, dal punto di vista storico, quella che sarebbe poi passata alla storia come Dottrina Monroe, ha una spiccata vocazione antieuropea. Ciò è immediatamente percepibile laddove si considerino le circostanze storiche in cui la Dottrina viene enunciata: in seguito alla Rivoluzione francese e alla successiva epopea delle guerre napoleoniche, che travolgono la Spagna nel 1808, la monarchia spagnola è costretta a cedere la corona. Dal punto di vista americano, questi eventi offrono alle colonie spagnole la possibilità di emulare quanto già compiuto dalle ormai ex colonie inglesi del nord, dando vita a un ciclo di guerre di indipendenza lungo e complesso, che non è possibile ripercorrere in questa sede: già nel 1812 le lotte indipendentiste portarono alla costituzione della prima Repubblica del Venezuela, presieduta da Francisco de Miranda; meno di un decennio più tardi, nel 1819, sotto la guida di Simon Bolivar, nasce invece la Grande Colombia. Con la restaurazione legittimista sancita dal Congresso di Vienna, la rediviva monarchia spagnola si appresta a contrastare tali spinte indipendentiste, rovesciare le neonate esperienze repubblicane e riprendere il controllo del territorio. In questo contesto, gli Stati Uniti – che all’epoca sono giusto una potenza di carattere regionale, ancora assai lontana dallo status che avrebbero acquisito con la Prima e, soprattutto, la Seconda guerra mondiale – si schierano a favore delle repubbliche che erano fiorite nel subcontinente latinoamericano e, con un unico atto di grande rilievo politico, svolgono una duplice operazione: per un verso contrapporre sul piano ideologico il nuovo mondo – libero e repubblicano – alla vecchia Europa, monarchica, legittimista e cetuale; per altro verso, porsi alla guida di questo nuovo mondo. In questo modo, l’invenzione dell’Emisfero occidentale costituisce l’infrastruttura ideologica in base alla quale individuare uno spazio su cui esercitare la propria egemonia politica, in contrapposizione a un mondo dal quale era ancora necessario difendersi.

L’invenzione dell’Emisfero occidentale reca una novità di grande rilievo. Le precedenti linee di divisione dello spazio geopolitico, a partire da quella disegnata dal Trattato di Tordesillas del 1494, non poggiavano su specifiche fratture ideologiche; al contrario, la rivalità tra Spagna e Portogallo al tempo delle grandi scoperte geografiche trova un accomodamento prima grazie alla mediazione di Papa Alessandro VI, Rodrigo Borgia, e poi nel trattato appena citato proprio in virtù dell’unità della Res publica christiana. Al contrario, la frattura tra Emisfero occidentale e vecchia Europa poggia su una precisa distinzione di carattere valoriale: il primo si costituisce sin dal principio sulla base di una pretesa superiorità del mondo libero rispetto alle pretese legittimiste dell’Europa della Restaurazione. Così, la debolezza militare degli Stati Uniti può trovare una compensazione nella costruzione di un’egemonia sull’area occidentale, la quale ha una precisa connotazione ideologica.

In secondo luogo, la definizione dell’emisfero occidentale ha, almeno nei decenni appena successivi all’enunciazione della dottrina Monroe, una natura spiccatamente polemica nei confronti di un caposaldo di quello che Carl Schmitt avrebbe successivamente chiamato lo Jus publicum europaeum, vale a dire la contrapposizione tra territorio statuale-europeo e territorio coloniale-extraeuropeo, con ciò mostrando una immanente vocazione anticolonialista.

La primigenia geometria dell’Emisfero occidentale è destinata ad andare incontro a una profonda modificazione, atta a investire non soltanto l’ampiezza geografica dell’area ma anche il suo significato geopolitico fondamentale, a partire dal principio del Novecento.

Theodore Roosevelt (1901-1909)

Con la presidenza di Theodore Roosevelt (1901-1909), la Dottrina Monroe è oggetto di un ampliamento e di una sostanziale rilettura, i quali le conferiscono una vocazione spiccatamente imperialista. Il destro per quest’opera è offerto da una nuova offensiva delle potenze europee che, al termine dell’Ottocento, sottopongono il Venezuela a un blocco navale per via di una controversia su crediti che soggetti europei vantavano nei confronti dello Stato latino-americano. L’epilogo sfavorevole della vicenda porta infatti il Presidente americano a definire un corollario alla Dottrina Monroe, secondo cui «chronic wrongdoing, or an impotence which results in a general loosening of the ties of civilized society, may in America, as elsewhere, ultimately require intervention by some civilized nation»; nell’Emisfero occidentale, ciò impone agli Stati Uniti «however reluctantly … to exercise an international police power». Il corollario si inserisce peraltro in un contesto in cui gli interessi statunitensi nell’area sono crescenti – come mostrano le vicende che portano alla realizzazione del canale di Panama – e si accompagnano a un deciso interventismo del gigante nordamericano in diversi contesti del subcontinente meridionale, quali Cuba e la Repubblica Domenicana, inaugurando quella politica di massiccia ingerenza statunitense nelle questioni interne ai Paesi latinoamericani, a difesa dei propri interessi politici ed economici, destinata a segnare la seconda metà del Novecento.

Il secolo breve. Emisfero occidentale e Occidente

Nel corso del Secolo breve, la linea di demarcazione volta a separare l’Emisfero occidentale dall’Europa delle grandi potenze, con il declino di queste ultime e la riorganizzazione del mondo in due blocchi contrapposti all’indomani della Seconda guerra mondiale, viene traslata verso oriente, per adagiarsi alla longitudine della Cortina di ferro e dare vita all’Occidente quale area geopolitica a noi familiare. Non che l’Emisfero occidentale smetta di esistere come autonoma entità geopolitica; al contrario, l’ambito di influenza statunitense si struttura su due livelli per così dire concentrici: il primo corrispondente al territorio latino-americano, soggetto a un più spiccato livello di ingerenza statunitense, e il secondo che comprende l’Europa occidentale, a cui si riconosce una maggiore autonomia. Tuttavia, il legame storico e ideologico tra Emisfero occidentale e Occidente appare innegabile. In particolare, rimane immutato il carattere ideologico che caratterizza tanto la linea di divisione originaria tra Europa e Americhe, quanto quella novecentesca tra Occidente e Oriente. All’indomani del Secondo conflitto mondiale, la linea di demarcazione separa i Paesi liberi, la cui organizzazione costituzionale è improntata alla democrazia politica (o, secondo i detrattori, a una concezione formale della democrazia), dai regimi autoritari, a economia pianificata, dove le libertà civili e i diritti politici sono oggetto di conculcazione.

A dispetto di questa evidente somiglianza, vi sono però anche alcuni elementi che richiedono di distinguere l’originaria definizione dell’Emisfero occidentale dalla sua declinazione post rooseveltiana e, poi, dalla sua trasformazione in Occidente. La prima ha infatti una connotazione ideologica estroversa, funzionale a coprire la relativa debolezza politica e militare della giovane Federazione nordamericana; al contrario, la seconda ha una connotazione ideologica introversa, volta a promuovere in tutta l’area una organizzazione politica simpatetica nei confronti degli interessi statunitensi, la quale trova nella forza politica e militare di quella che ormai è divenuta la superpotenza il proprio necessario fattore propulsivo. In altre parole, nella sua evoluzione novecentesca e nel suo successivo ampliamento nei termini di Occidente, l’idea dell’Emisfero occidentale assume una chiara vocazione imperialista, tesa a porre ai Paesi delle due aree vincoli che, pur nella loro variabile pervasività, sono atti a difendere e promuovere gli interessi geopolitici ed economici degli Stati Uniti.

La dottrina Donroe. L’ossessione per il possesso

In questo contesto di lungo periodo va inquadrata la più recente declinazione della Dottrina Monroe ad opera dell’attuale Presidenza degli Stati Uniti, al pari degli assi portanti della recente National Security Strategy, le quali hanno trovato concretizzazione nell’operazione con cui gli Stati Uniti hanno arrestato il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e nelle pretese avanzate oggi dall’Amministrazione federale sulla Groenlandia. In entrambi i casi, al di là delle motivazioni di facciata, motore dell’attivismo presidenziale è il controllo diretto – il possesso, nelle parole dell’attuale inquilino della Casa bianca – di risorse naturali considerate strategiche: da un lato, il petrolio venezuelano, necessario per fare fronte ai fabbisogni energetici di una Paese che non ha nessuna intenzione di emanciparsi dai combustibili fossili; dall’altro, i metalli preziosi e le terre rare di cui è ricco il territorio groenlandese i quali, con lo scioglimento dei ghiacci indotto dal riscaldamento globale, diventano più facilmente accessibili. Per un verso, queste azioni possono ricondursi al tradizionale interventismo statunitense, generalmente propenso ad anteporre i propri interessi geopolitici immediati al rispetto delle norme del diritto internazionale e dell’autonomia degli altri Stati sovrani, sulla base di una declinazione strumentale – come recentemente messo in luce da Michele Carducci – della cd. dottrina Tobar (secondo cui nessuno Stato dovrebbe riconoscere governi nati da colpi di Stato, rivoluzioni o “mezzi considerati incostituzionali”, finché non venga “ristabilito l’ordine costituzionale” e la “volontà popolare”).

Tuttavia, si può cogliere un patente elemento di novità. Come si è messo in luce, in origine la Dottrina Monroe e la definizione dell’Emisfero occidentale hanno una vocazione anticolonialista; al contempo, la loro evoluzione nel corso del Novecento ha un’impronta imperialista, che si declina nella protezione di interessi economici (e geopolitici) statunitensi da decisioni politiche di natura ostile. Così, giusto per limitarsi a un esempio particolarmente indicativo, il Washington consensus promuove privatizzazioni e un generale arretramento dell’operatore pubblico in favore di un mercato in cui gli attori statunitensi possano far valere tutta la propria forza economica. In questa fase, pur con le contraddizioni del caso, la tutela degli interessi avviene in via indiretta, per il tramite dell’attuazione di un ordine apparentemente neutrale, anche se nei fatti particolarmente favorevole per gli attori statunitensi. Viceversa, la strategia trumpiana, messa in opera sia con l’ampio ricorso ai dazi, sia con l’azione militare in Venezuela è di segno del tutto diverso. Essa ha una chiara coloritura neomercantilistica – come spiegato da Mario Ricciardi sulle colonne del Manifesto – e, con la sua ossessione per il possesso, apre le porte a uno scivolamento del gigante nordamericano verso una strategia geopolitica di carattere apertamente vetero-colonialista.

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