Il grande spazio europeo, pur in lotta al suo stesso interno per il primato tra questa o quella forma statuale, ha nel suo complesso assalito e dominato il pianeta tra inizio del Moderno e prima Grande Guerra, dopo essere uscito vittorioso dal secolare confronto con l’altro grande spazio deciso a diventare mondo, la Casa dell’Islam. La secolare “guerra civile” europea combattuta per decidere quale delle sue potenze fosse in grado di assumere un’egemonia globale finisce con le Grandi Guerre del Novecento, detronizzando definitivamente lo spazio europeo.
L’irriducibilità del globo ad Uno
Già annunciata nel corso dell’Ottocento, e lucidamente prevista, pur in base a posizioni teoriche del tutto divergenti, dai grandi di quel secolo, come Tocqueville, Nietzsche, Dostoevskij, l’egemonia occidentale assume allora la forma imperiale americana. Questa translatio imperii è autentica opera dello Zeitgeist! Sussunzione e trasformazione dello spirito europeo in reale volontà di potenza globale, e cioè in efficace istanza di dominio sull’intero Weltraum. L’emigrazione massiccia di “cervello sociale” europeo negli Stati Uniti in seguito al suicidio politico dell’Europa tra le due Grandi Guerre, emigrazione che da allora non si è mai interrotta, ne è simbolica rappresentazione.
Ma lo spazio globale sembra ancora una volta rigettare la possibilità di una sua riduzione a Uno (come aveva già fatto lo spazio europeo, percorso sempre da almeno tre grandi trincee in continuo movimento: quella mediterranea-latina, la mitteleuropea, la slava). Due grandi spazi si erano contesi il Weltraum dopo la seconda Grande Guerra e il loro conflitto si era concluso con la schiacciante vittoria dell’Occidente americano sull’avversario sovietico, incapace di reggere la competizione, se non sul piano del “nudo” armamento, e dissoltosi sostanzialmente con le proprie stesse mani (caso forse unico nella storia).
Tuttavia, si trattava ancora, per molti versi, di una “guerra civile” nell’ambito di culture politiche in contrasto tra loro quanto divise all’interno, ma appartenenti entrambe all’Occidente. La decisione è perciò avvenuta riaffermando ancora l’egemonia globale di quest’ultimo. “Regalare” lo spazio culturale-politico russo all’Oriente, quando non sia espressione di ideologie strumentali, è segno di totale ignoranza storica. Vi è sempre stata coscienza, anche nei circoli più reazionari di Occidente e di Russia, oltre le isterie russofobe da una parte e slavofile dall’altra, della possibilità di stabilire un foedus di comune interesse. Né l’Occidente europeo né la Russia attuali potranno mai svolgere una politica globale separando polemicamente i propri destini.
Quale ordine dal Kaos?
Ora, qualunque forma sia destinata ad assumere la fine del disordine globale che stiamo attraversando, essa si determinerà attraverso il confronto tra il grande spazio dell’Occidente americano e altri radicalmente distinti da questo sul piano storico e culturale, spazi che nella loro storia hanno subito il nostro assalto riuscendo a reagirvi con relativa efficacia soltanto nel corso degli ultimi decenni.
È crollata anche la “soglia” tra Occidente e Oriente rappresentata una volta dalla grande Russia; una muraglia si vuole erigere al suo posto, neppure una trincea, e così Occidente e Oriente sembrano trovarsi faccia a faccia senza territorio di mediazione. La periegesis, la circumnavigazione occidentale del Globo, si è compiuta? L’Asia torna perciò a essere Aurora (asu in accadico significa alta, superiore potenza — e in questo senso la intende anche il Rgveda, dandole un nome che ha la stessa radice di Brahman)?
Comunque sia, dovunque volga il destino, l’interconnessione commerciale-finanziaria, l’interdipendenza economica, l’unità dei mercati, il carattere tecnico-razionale di ogni decisione al loro interno, non implica alcun impulso alla “federazione” politica. La potenza tecnico-economica è fondamentale per ogni grande politica imperiale, ma nient’affatto sufficiente. La fine della Politica, il suo felice-infelice compimento nell’Economico, da tanti preconizzato, è rimandata sine die — e di nuovo il Politico si riafferma nella sua natura spaziale, in quanto scontro tra grandi spazi ognuno realisticamente capace di mirare all’egemonia sul Weltraum, a partire dalla visione che è possibile averne dal proprio Campidoglio — dal proprio punto di vista eretto a universale panopticon. (È destino dei grandi Imperi ritenere che la visione del globo che si ottiene dalla propria Capitale non sia una prospettiva, ma la rappresentazione vera del Tutto). È la spazialità della prassi politica, a partire dal suo radicamento terraneo, continua a sembrare riluttante a smaterializzarsi nella universalità cosmopolita della Tecnica, pur non potendo in alcun modo farne a meno, poiché è sulle conquiste di quest’ultima che fonda la “legittimità” del proprio stesso potere.
Il dominio della nuda forza
In questo senso l’Occidente europeo e poi quello americano combinavano ancora la universalità “in atto”, effettuale della Tecnica, a quella del Fine che dichiaravano di perseguire (archè, guida, a un tempo, del proprio agire). La “civilizzazione” (l’idea regolativa che la civiltà occidentale moderna fosse la civiltà) poteva trasformarsi in “progresso” e il “progresso” ridursi a “sviluppo”, continuando tuttavia a mantenere al suo interno un rapporto con l’idea di un Fine: assimilare a sé, far “entrare” in sé come opera di civilizzazione.
Lo stesso “sviluppo”, per quanto indefinito e indefinibile, per quanto intollerante di ogni forza catecontica («non conosce sazietà», per dirla con l’antica saggezza di Solone) poteva infatti ancora venire inteso come articolato in fini particolari, ciascuno dotato di significati “valoriali”, chiaramente secolarizzanti principi teologici (solidarietà, comunità da munus, servizio e, al limite, dono).
Questa dimensione dell’agire politico propria dei Grandi Spazi che decidono sulle sorti del Globo è venuta radicalmente meno. La forza che essi esprimono l’uno contro l’altro è ormai fondata soltanto su sé stessa, assume natura animale. O, più precisamente, è espressione di pre-potente potenza, dell’esercizio di un Kratos che non tollera alcuna archè o alcun principio superiore a sé e che fa legge universale il proprio attuale interesse.
Come lo Zeus di Eschilo, accusato di dominare idiois nomois, con leggi sue proprie, decise ad hoc o ad personam. I Greci chiamavano hybris tale pre-potenza e vedevano in essa il pericolo immanente in ogni forma del potere, un errore che minacciava sempre di distruggerne il fondamento. Ciò non ha nulla a che vedere con l’antico “diritto del più forte”, poiché allora “il più forte” si manifestava come tale proprio in virtù del Fine o dei Fini che pretendeva di rappresentare. Perfino gli Ateniesi intendono ancora giustificare la propria violenza sui Melii. Il diritto del più forte è già diritto. La forza attuale invece non rappresenta più, portatrice di sé si dà e basta. La storia della teologia politica finisce qui per sempre.
Quale sarà in nuovo Nomos della Terra
La Politica contemporanea vive nel contrasto tra universalità della Tecnica, che soltanto, nella sua forma “logica”, corrisponde al Weltraum, e i grandi spazi, sostanzialmente ancora Contrade, in cui essa continua a esercitare un’effettiva, per quanto tramontante sovranità, e però Contrade rivolte sempre più allo stesso Weltraum — tensione irrinunciabile quanto per necessità de-formante. L’egemonia del grande spazio occidentale americano non può certo dirsi “compiuta”; essa è ancora vitale, ma con ogni evidenza versa in una situazione di crisi: quello slancio egemonico che sembrava inarrestabile dopo il 1989 si è spezzato. Grandi spazi terracquei-aerei si dividono il pianeta, ma senza che tra loro sia stato stabilito un accordo lontanamente simile a quello che ha garantito per quasi mezzo secolo l’equilibrio tra i titani vincitori della seconda grande guerra. Quale ruolo politico sono destinati a giocare le grandi contrade sempre più insofferenti dell’egemonia degli attuali imperi in conflitto tra loro e incapaci per il momento di dar vita a qualsiasi nuovo Nomos della terra? Basterà la signoria da nessuno messo in discussione del denaro o il capitalismo come religione, a evitare il rischio di tali catastrofi?
Quale Nomos della terra? Emergerà da trattative à la Jalta tra spazi imperiali diversamente governati? E di quali imperi potrà trattarsi? Assolutistici o Imperi il cui governo prevede ancora una dialettica legislativo-esecutivo e una qualche forma di rappresentanza, o ancora Imperi socialisti incardinati in una relazione immediata tra homo democraticus e élite dominante, caratterizzati dalla complicità masse potere? O piuttosto ancora sarà da una catastrofe “rigenerante”, da una globale violenza costituente, che dobbiamo attenderci il Giudizio? Certo esso non verrà da un Tribunale terzo. Nella storia del mondo non esistono pretori (Hegel).
[M. Cacciari – R. Esposito, Kaos, Bologna, Il Mulino, 2026]


